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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

Da Albert Camus, La peste

 

Rieux e Paneloux agiscono entrambi per aiutare, per alleviare le sofferenze della popolazione. Essi però rispondono in modi divergenti, davanti alle manifestazioni dell’Assurdo. Rieux accetta il non-senso dell’esistenza e combatte contro di esso pur consapevole della sua inevitabile presenza. Rifiutando di rimettersi a Dio, Rieux non ammette che la peste sia un castigo e rifiuta la metafisica della colpa. Con la sua azione di medico e di uomo Rieux dimostra la propria dignità e ricerca una sorta di “salvezza”, che è però di natura terrena. Di fronte alla morte straziante di un fanciullo, Paneloux vede vacillare le proprie certezze. Il tono della seconda predica pronunciata dal gesuita nella Cattedrale di Orano è molto diverso. Il gesuita interpreta l’Assurdo in chiave teologica, rasentando l’eresia: il mondo è insensato e malvagio, ma Dio è buono e solo se si crede in lui, nonostante tutto, si può entrare in una dimensione migliore. Paneloux muore poco dopo la predica che ha sancito il culmine del suo percorso spirituale.

 

Il Padre pronunciò la sua seconda predica in un giorno di gran vento. […] Salì in pulpito e parlò con un tono dolce e riflessivo, e a parecchie riprese gli astanti notarono una certa esitazione nel suo discorso. Altra a cosa curiosa, egli non diceva più “voi”, ma “noi”.
Ciononostante, la sua voce a poco a poco diventò ferma. Cominciò col ricordare che da lunghi mesi la peste era in mezzo a noi e che ora, conoscendola noi meglio per averla veduta tante volte sedersi alla nostra tavola o al capezzale dei nostri cari, camminarci accanto e aspettare la nostra venuta nei luoghi del lavoro, proprio ora forse avremmo potuto accogliere meglio quello che ci diceva senza tregua e che, nella prima sorpresa, era possibile non avessimo ben ascoltato. Quanto Padre Paneloux aveva ormai predicato, nello stesso luogo, rimaneva vero, o almeno tale era la sua persuasione; ma fors’anche, come capitava a tutti, e se ne batteva il petto, egli lo aveva pensato e detto senza carità. Quello che rimaneva vero, tuttavia, era che in ogni cosa, sempre c’era da imparare; la prova più crudele era ancora benefica per il cristiano; e giustappunto quello che il cristiano, nella fattispecie, doveva cercare, era il suo beneficio, e di che il beneficio era fatto, e come si poteva trovarlo.
In questo momento gli ascoltatori sembrarono raccogliersi tra gli appoggiatoi dei banchi e disporvisi comodamente quanto potevano. Una delle imbottite porte d’ingresso sbatté, piano; qualcuno si mosse per fermarla. E Rieux, distratto da quest’agitazione, sentì appena Paneloux riprendere la predica. Egli diceva press’a poco che non bisognava tentare di spiegarsi lo spettacolo della peste, ma cercar d’imparare quello che si poteva impararne. Rieux capì confusamente che, secondo il Padre, non c’era nulla da spiegare. II suo interesse si destò quando Paneloux disse fortemente esservi cose che si potevano spiegare riguardo a Dio e altre che non si potevano.
Certamente vi erano il bene e il male e, in generale, ci si spiegava agevolmente quello che li separava; ma nell’ambito del male cominciava la difficoltà. C’erano, a esempio, il male apparentemente necessario e il male apparentemente inutile. C’erano Don Giovanni sprofondato agli Inferi e la morte d’un bambino. Se infatti è giusto che il libertino sia fulminato, non si capisce la sofferenza dell’innocente. E in verità non c’era nulla sulla terra di più importante della sofferenza d’un bambino e dell’orrore che tale sofferenza si porta con sé e delle ragioni che bisogna trovarle. Del resto, nella vita Dio ci facilitava tutto, sino a lì la religione era senza meriti; ma qui, invece, ci metteva ai piedi d’un muro. Noi eravamo sotto le muraglie della peste e alla loro mortifera ombra bisognava che trovassimo il nostro beneficio. Padre Paneloux rifiutava anche di concedersi i facili vantaggi che gli avrebbero consentito di scalare il muro. Gli sarebbe stato facile dire che l’eternità di delizie che aspettavano il bambino potevano, compensarlo della sofferenza, ma, in verità, lui non ne sapeva niente. Chi poteva affermare, infatti, che l’eternità d’una gioia possa compensare un attimo del dolore umano? Non sarebbe sicuramente un cristiano, il cui Maestro ha conosciuto il dolore nelle membra e nell’anima. No, il Padre sarebbe rimasto ai piedi del muro, fedele al supplizio di cui la croce è il simbolo, di fronte alla sofferenza d’un bambino. E avrebbe detto senza paura a coloro che in quel giorno Io ascoltavano: “Fratelli miei, il momento è venuto. Bisogna tutto credere o tutto negare. E chi mai, tra di voi, oserebbe tutto negare?”
Rieux ebbe appena il tempo di pensare che il Padre rasentava l’eresia, e l’altro, ormai riprendeva, con forza, che tale ingiunzione, tale pura esigenza, era il beneficio del cristiano. Era anche la sua virtù. Il Padre sapeva che quanto vi era d’eccessivo nella virtù di cui stava parlando avrebbe urtato molti spiriti, abituati a una morale più indulgente e più classica; ma la religione del tempo di peste non poteva essere la religione di tutti i giorni, e se Dio poteva ammettere, e anche desiderare, che l’anima riposi e si allieti nei tempi felici, egli la voleva eccessiva negli eccessi della sventura. Dio, oggi, dava alle sue creature il vantaggio di metterle in una sventura tale da dover ritrovare o assumere la più grande virtù, quella del Tutto o Nulla.
[…] “Fratelli miei”, disse infine Paneloux, annunciando che stava per concludere, “l’amore di Dio è un amore difficile: suppone un totale abbandono di se stessi e il disprezzo per la propria persona. Ma lui, solo può cancellare la sofferenza e la morte dei bambini, lui solo in ogni caso può renderla necessaria, in quanto è impossibile capirla e non si può che volerla. Ecco la difficile lezione che volevo dividere con voi; ecco la fede, crudele agli occhi degli uomini, decisiva agli occhi di Dio, a cui bisogna avvicinarsi. A questa terribile immagine bisogna che ci adeguiamo; in cima, tutto si confonderà e si eguaglierà, la verità sorgerà dall’ingiustizia apparente. Per questo, in molte chiese del Mezzogiorno della Francia, gli appestati dormono da secoli sotto le lastre del coro e i preti parlano al disopra dei loro sepolcri, e lo spirito ch’essi propagano sorge da quella cenere a cui anche i bambini hanno portato la loro parte”.

 

Quando Rieux uscì, un fortissimo vento s’ingolfò per la porta semiaperta, assalendo in piena faccia i fedeli; portava nella chiesa un odore di pioggia, un effluvio di marciapiedi bagnato che lasciava indovinare l’aspetto della città prima che fossero usciti. […]
A Rieux che riportava le parole di Paneloux, Tarrou disse di conoscere un prete che aveva perduto la fede durante la guerra scoprendo il volto di un giovane con gli occhi crepati.
“Paneloux ha ragione”, disse Tarrou, “quando all’innocenza fanno crepare gli occhi, un cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui. Paneloux non vuol perdere la fede, andrà sino in fondo. Questo ha voluto dire”.
L’osservazione di Tarrou permette d’illuminare un po’ gli avvenimenti sfortunati che seguirono e in cui la condotta di Paneloux sembrò incomprensibile a coloro che gli stavano intorno? Se ne giudicherà.
Pochi giorni dopo la predica, infatti, Paneloux si occupò del trasloco. Il Padre dovette lasciare l’appartamento in cui il suo Ordine lo aveva alloggiato per andare presso una vecchia signora frequentatrice di chiese e ancora immune dalla peste. Durante il trasloco, il Padre si era sentito crescere la stanchezza e l’angoscia e per questo perdette la stima della sua padrona di casa. […] Una sera accadde che al momento di coricarsi, con la testa che gli pulsava, egli si sentì liberare ai polsi e alle tempie il flusso scatenato d’una febbre che covava da parecchi giorni.
Il seguito non lo si venne a sapere che dai racconti della sua ospite. La mattina, essa si era alzata presto, secondo la sua abitudine. Dopo un certo tempo, stupita di non veder il Padre uscire dalla sua camera si era decisa, con molte esitazioni, a bussare alla porta. Lo aveva trovato ancora a letto, dopo una notte d’insonnia. Soffriva d’oppressione e sembrava più congestionato del solito. Secondo le sue parole, lei gli aveva gentilmente proposto di far chiamare un medico, ma la cosa era stata respinta con una violenza considerata da lei riprovevole. Non le restava altro che andarsene. Un po’ più tardi, il Padre aveva suonato, chiedendo di lei. Si era scusato del suo scatto d’umore, dichiarandole che non poteva trattarsi di peste, che non ne accusava nessun sintomo, e che doveva essere una stanchezza passeggera. La vecchia dama gli aveva risposto con dignità che la sua proposta non era nata da un’inquietudine del genere, che lei non mirava alla propria sicurezza, posta nelle mani di Dio, ma che aveva soltanto pensato alla salute del Padre, di cui si stimava, in parte, responsabile. Ma siccome lui non aggiungeva parola, la sua ospite, desiderosa, a volerle credere, di far tutto il suo dovere, gli aveva ancora proposto di far chiamare il suo medico.
Il Padre, di nuovo, aveva rifiutato, ma aggiungendo spiegazioni che la vecchia dama aveva giudicato assai confuse. […] La vecchia dama ancora esitava a chiamare un medico e a contrariare il suo malato. Poteva essere un semplice attacco di febbre, per quanto spettacolare sembrasse.
Ciononostante, nel pomeriggio essa cercò di parlare al prete e […] con una voce di cui essa notò il tono stranamente indifferente, lui disse che stava male, che non aveva bisogno di medico e che sarebbe bastato portarlo all’ospedale, in modo che tutto fosse in regola. Spaventata, la vecchia dama corse al telefono.
Rieux giunse a mezzogiorno. Al racconto della signora rispose soltanto che Paneloux aveva ragione e che doveva essere troppo tardi. Il Padre lo accolse con la stessa aria indifferente. Rieux lo visitò e fu sorpreso di non trovare nessuno dei sintomi principali della peste bubbonica o polmonare, se non l’ingorgo e l’oppressione dei polmoni. In ogni modo, il polso era basso e lo stato generale preoccupante: c’era poca speranza.
“Lei non ha nessuno dei sintomi principali della malattia”, egli disse a Paneloux,. “ma ho un dubbio, in realtà, e io la debbo isolare”.
Il Padre sorrise bizzarramente, quasi con cortesia, ma tacque. Rieux uscì per telefonare e tornò. Guardava il Padre.
“Le starò vicino”, gli disse con dolcezza.
L’altro sembrò, rianimarsi e girò verso il dottore degli occhi dove sembrava tornato un certo calore. Poi sillabò difficilmente, in modo ch’era impossibile sapere se lo dicesse con tristezza o no: “Grazie. Ma i religiosi non hanno amici; essi hanno posto ogni cosa in Dio”.
Domandò il crocifisso, che si trovava a capo del letto; e quando lo ebbe, si voltò per guardarlo.
All’ospedale, Paneloux non dischiuse i denti. Si abbandonò come un oggetto a tutte le cure che gli imposero, ma non lasciò più il crocifisso. Tuttavia, il caso del prete continuava a essere ambiguo. Il dubbio persisteva nella mente di Rieux. Era la peste, e non era. Da qualche tempo, d’altronde il contagio prendeva gusto a sviare le diagnosi. Ma nel caso di Paneloux, il seguito doveva, mostrare che l’incertezza non contava niente.
La febbre aumentò, La tosse si fece sempre più rauca e torturò il malato tutto il giorno. La sera, finalmente, il Padre espettorò l’ovatta che lo soffocava: era rossa. In mezzo al tumulto della febbre, Paneloux conservava il suo sguardo indifferente e quando, la mattina del giorno dopo, lo trovarono morto, quasi riverso fuori dal letto, il suo sguardo non esprimeva nulla. Sulla sua scheda fu scritto: “Caso dubbio”.

 

Dalla prima predica di Paneloux (Secondo Capitolo)

 

Se oggi la peste vi guarda, vuol dire che il momento di riflettere è venuto. I giusti non possono temere, ma i malvagi hanno ragione di tremare. Nell’immenso granaio dell’universo il flagello implacabile batterà la messe umana sino a che la paglia sia divisa dal grano. Ci sarà più paglia che grano, ci saranno più chiamati che eletti e la sventura non è stata voluta da Dio. Troppo a lungo il mondo è venuto a patti col male, troppo a lungo si è riposato sulla misericordia divina. Bastava il pentimento, tutto era permesso.
E per il pentimento, ciascuno si sentiva forte. Venuto il momento, lo si proverebbe sicuramente. Di qui, la cosa più facile era lasciarsi andare, la misericordia divina avrebbe fatto il resto. Ebbene, questo non poteva durare! Dio, che per tanto tempo ha chinato sugli uomini di questa città il suo volto di pietà, stanco di aspettare, deluso nella sua eterna speranza, ora ne ha distolto lo sguardo. Privi della luce di Dio, eccoci per molto tempo nelle tenebre della peste! […]

 

Camus Albert, La peste, Bompiani

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