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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Dei Sepolcri

L’occasione che sollecitò la stesura del carme Dei Sepolcri fu l’editto napoleonico di Saint-Cloud del 12 giugno 1804: suggerito da esigenze igieniche e da principi egualitari. Esso disponeva che le tombe fossero collocate fuori dall’abitato urbano e avessero lapidi uguali. L’estensione di tali norme al Regno italico mise in moto animate discussioni in merito. Foscolo ebbe occasione di discutere dell’editto nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi con Ippolito Pindemonte (a cui il carme sarà dedicato) che stava lavorando a un poemetto sui Cimiteri. In un primo tempo il poeta fu favorevole all’editto, ma successivamente maturò posizioni diverse, esposte nel carme, la cui pubblicazione avvenne a Brescia nel 1807. 

Testo integrale: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t344.pdf 

DEORUM*MANIUM*IURA*SANCTA*SUNTO (Siano santi i diritti degli dei Mani) *1

A IPPOLITO PINDEMONTE

 

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
5.  bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
10.   né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
15.  ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
20.  di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.
Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusïon che spento
25.  pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
30.  corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
35.  nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
40.  le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
fra ‘l compianto de’ templi acherontei,
45.  o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d’lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
50.  che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
55.  nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo *2,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
60.  che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
65.  il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
70.  Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice,
75.  non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
80.  su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l’úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l’immonda accusar col luttüoso
85.  singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
90.  lodi onorato e d’amoroso pianto.
 
1 La formula-epigrafe (“Siano santi i diritti degli dei Mani“) è tratta dalle Leggi delle Dodici Tavole. Nella religione di Roma, i Mani sono le anime dei defunti, e rappresentano quindi gli spiriti degli antenati.
2 Nel Giorno, Giuseppe Parini satireggiò vita e costumi di un “Giovin signore” lombardo, sfaticato e corrotto come il re assiro Sardanapalo.

Dei Sepolcri – Analisi del testo

Il carme Dei Sepolcri, composto nel 1806, sviluppa la polemica contro l’editto napoleonico di Saint-Cloud, esteso all’Italia, il quale prevedeva che i cimiteri sorgessero fuori dei centri abitati e che sulle tombe fossero poste lapidi semplici e uguali per tutti. 
Alla base dell’editto vi erano una motivazione igienica, che comportava la lontananza dal centro urbano, e una politico-ideologica, derivante dal principio di uguaglianza fra tutti i cittadini. In ogni caso, le nuove norme avevano suscitato infuocate polemiche. I cattolici, come Pindemonte, difendevano il culto dei defunti e l’istituzione della sepoltura dal punto di vista religioso. Foscolo, ateo e materialista, in un primo tempo si era pronunciato a favore della legge, ma poi mutò parzialmente parere riconoscendo che le tombe, se non sono utili ai morti, giovano ai vivi.
All’inizio del carme la domanda retorica sull’utilità della tomba riceve una scontata risposta negativa, che nasce dalle posizioni materialistiche e meccanicistiche di Foscolo: la morte è negazione della bellezza della vita (il Sole, la “bella d’erbe famiglia e d’animali”, le lusinghe del futuro, la poesia, l’amicizia, l’amore). 
Nei versi che seguono, tuttavia, alla precedente conclusione negativa si contrappone l’illusione, di cui la tomba è strumento, che permette il dialogo tra i vivi e i morti e che consente agli uomini di superare i propri limiti mortali. Ciò tuttavia vale soltanto per chi ha avuto un’intensa vita affettiva, per chi ha lasciato “eredità d’affetti”. 
La nuova legge e la degradazione morale della società milanese sono le cause della misera fine dei resti del Parini. La legge di Saint-Cloud limita fortemente il culto delle tombe, da sempre connesso con la storia della civiltà umana. Il sepolcro ha svolto nei secoli una funzione pubblica e una funzione privata. Si tratta di un culto che si è manifestato con ampia varietà rituale in rapporto ai tempi e ai luoghi. Ai riti medievali, che non sente congeniali, il poeta contrappone quelli della classicità e quello del mondo inglese. 
Nella parte restante del carme, alla celebrazione dei grandi italiani viene accostata quella degli eroi ateniesi caduti per la difesa della patria a Maratona. Le tombe e i culti trasmettono la memoria storica, ma quando il tempo distrugge quelle testimonianze, e gloriose civiltà sono sommerse dal fluire dei secoli, è la poesia che salva e rende immortale quel passato. La morte trionfa sull’uomo, la tomba sulla morte, il tempo sulla tomba, la poesia sul tempo. 
L’ultimo blocco di versi esemplifica in Omero questo trionfo della poesia e nella sua figura Foscolo vede l’immagine di se stesso, moderno cantore dei valori della civiltà italica. La poesia perpetua la memoria in una dimensione immaginaria e rappresenta l’unica possibilità di vincere l’oblio, di fronte alla distruzione operata dal ciclo della natura.
Il metro del carme è l’endecasillabo usato come verso sciolto (non vincolato cioè a rapporti di rima o di strofa): già codificato dalla letteratura precedente (Parini, Cesarotti, Alfieri). 
Foscolo utilizza abilmente alcuni accorgimenti:
  • l’insolita accentuazione della prima sede per ottenere l’enfatizzazione di un concetto o di un termine chiave (“Sòl chi non lascia…”; “Pùr nuova legge…”; ecc.); 
  • l’uso frequente dell’enjambement; 
  • il ricorso alla tecnica dell’inversione, mediante la quale la collocazione della parola viola quasi costantemente l’ordine logico del discorso.
Il lessico, attinto dalla tradizione letteraria, mediante il quale il poeta elabora uno stile in cui gli echi della poesia classica e italiana sono costanti, uno stile ricco di artifici retorici (metafora, sineddoche, ecc.); talvolta è presente un gusto “romantico” dalle tinte forti, che fa persino spazio all’orrido (vedi la descrizione della tomba di Parini).

Dei Sepolcri- Parafrasi versi 1-90

È Forse meno duro il sonno della morte all’ombra dei cipressi e dentro le tombe confortate dal pianto dei propri cari? Quando il sole non feconderà più per me la terra con queste belle specie animali e vegetali, e quando il futuro non sarà più davanti a me, promettente di illusioni, e quando, dolce amico, non potrò più udire da te la tua poesia e la triste armonia che la ispira, e  (quando) lo spirito delle vergini Muse e dell’amore, unica consolazione per la mia vita di esule, non parlerà più al mio cuore, quale misera consolazione per la vita perduta potrà mai essere un sasso (una lapide) che distingua le mie dalle infinite ossa che la morte dissemina per terra e per mare?
È ben vero, Pindemonte! Anche la Speranza, ultima dea ad abbandonarci, rifugge i sepolcri: e l’oblio avvolge tutte le cose nella sua notte; e una forza incessante le trasforma attraverso il suo moto; e il tempo trasforma e distrugge l’uomo, le sue tombe, le sue ultime sembianze e i resti della terra e del cielo.
Ma perché prima del tempo l’uomo dovrebbe privarsi dell’illusione che, anche se è morto, lo trattiene, sulla soglia dell’aldilà? Non vive egli forse anche sottoterra, quando la bellezza e l’armonia della vita sarà per lui cessata, se può risvegliarla, con dolci e amorevoli cure, nella mente dei suoi? Questa corrispondenza di amorosi affetti (tra vivi e morti) è divina, una capacità divina che gli uomini hanno. Spesso tramite essa si vive con l’amico morto e il morto vive con noi, a condizione che la terra dove è nato e che lo ha visto crescere,  offrendogli pietosamente un ultimo rifugio nel suo grembo materno, renda sacri i suoi resti proteggendoli dalla violenza delle intemperie e dal piede profanatore del volgo, e che una lapide conservi il suo nome e che un albero amico ne consoli le ceneri con il profumo dei suoi fiori e con la sua dolce ombra.
Solo chi non lascia eredità di affetti (ricordi positivi negli altri) trae poco conforto dalla tomba. E se pur immagina un aldilà, dopo la sepoltura, vede il suo spirito vagare fra i pianti dell’inferno o trovare rifugio nel perdono di Dio. Ma in ogni caso lascia le sue ceneri alle ortiche in una terra deserta, se non ci sarà né una donna innamorata a pregare né un solitario viandante che possa udire il sospiro che la Natura manda dalla tomba.
Tuttavia una nuova legge oggi impone che le tombe siano fuori dai centri abitati e nega la fama ai morti. E giace senza tomba il tuo sacerdote (Parini), o Talia, che poetando per te coltivò con lungo amore un lauro nella sua povera casa, e ti consacrò molte opere e tu abbellivi con il tuo riso le sue poesie che criticavano i viziosi aristocratici lombardi, ai quali procura piacere solo il muggito che i buoi dalle stalle dell’Adda e dal Ticino lo rendono beato di ozi e di vivande. Dove sei tu, o bella musa? Fra queste piante dove io siedo e ricordo con desiderio la mia casa materna non sento profumare l’ambrosia, indizio della tua divinità. Eppure tu venivi e sorridevi a lui (Parini) sotto quel tiglio che ora con fronde impoverite va fremendo, o Dea, perché non copre la tomba del vecchio Parini al quale in passato era generosa di pace e di ombra. 
Forse tu cerchi vagando fra le tombe umili dove dorma la sacra testa del tuo Parini? La città, immorale appassionata di cantanti castrati, non pose in suo onore alberi tra le sue mura, né lapidi, né iscrizioni; e forse il ladro che scontò sul patibolo i delitti gli insanguina le ossa con la testa mozzata. Tu musa senti raspare fra le macerie e gli sterpi la cagna randagia che va errando sulle fosse e ululando famelica; e vedi l’upupa uscire dal teschio, dove fuggiva la luce della luna, e la vedi svolazzare intorno alle croci sparse per il camposanto, e senti l’uccello immondo rimproverare con il suo verso funebre i raggi dei quali le stelle si mostrano pietose verso le sepolture dimenticate. O Dea, preghi inutilmente che sul tuo poeta cadano rugiade dalla squallida notte. Ahi! Sui morti non sorge nessun fiore, quando non sia onorato da lodi umane e da amoroso pianto.

Testo integrale: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t344.pdf

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Una sintesi del Carme Dei sepolcri

Importanza affettiva dei sepolcri
1-22: I riti funebri e il pietoso affetto dei viventi non possono modificare la condizione negativa del defunto. Quando si è privati del godimento della bellezza della natura, delle speranze nel futuro e della fruizione degli affetti, l’esistenza o meno di un sepolcro non modifica affatto tale negatività. Resta per il defunto un destino di oblio e annullamento. 
23-50: Ma perché l’uomo si dovrebbe negare la speranza di conquistare una sua sopravvivenza? È per mezzo delle tombe che si perpetua il ricordo e si realizza una continuità di affetti, un colloquio tra i vivi e i defunti: all’annientamento fisico, conseguenza delle inesorabili leggi naturali, si può contrapporre l’intensità del ricordo dei vivi, che assicura al defunto una sorta di immortalità, quasi un superamento dei limiti della condizione umana. Il pensiero della tomba non è di consolazione soltanto a chi non lascia “eredità d’affetti” negli altri e che quindi non sopravviverà nel loro ricordo.
Funzione storico-civile dei sepolcri
51-90: Tuttavia, a onta della funzione e del valore delle tombe, una nuova legge le sottopone a norme assurde e inumane. Così le ossa del Parini sono andate disperse, e Milano, dominata ormai da fatui interessi mondani, non ha sentito il dovere di dedicare né una pietra né una parola a questo grande poeta. 
91-150: Il poeta sottolinea poi la funzione storica e sociale che le tombe hanno svolto attraverso i secoli ed esamina la varietà di manifestazioni rituali che il culto dei morti ha avuto nel mondo medievale, nel mondo classico inglese e, con un ritorno ancora al presente, nel mondo inglese contemporaneo. 
Importanza civile delle tombe dei grandi
151-212: Viene particolarmente sottolineata in questi versi la funzione civile delle tombe e apertamente dichiarata la differenza fra le tombe di grandi uomini e le altre. Le tombe dei grandi uomini sono testimonianza dei fasti di una nazione e sollecitano a compiere grandi imprese. Esse sono luoghi in cui si celebra il passato, per trarne stimoli ed esempi per il presente. È questa la funzione delle tombe dei grandi Italiani in Santa Croce a Firenze o che nell’antichità ebbero le tombe degli eroi di Maratona per i Greci.
La memoria di grandi imprese resa eterna dalla poesia
213-234: La memoria delle vicende degli uomini pervade i luoghi che ne sono stati teatro (come per la battaglia di Maratona), diventa tradizione e mito come per la vicenda di Aiace. Il tempo, tuttavia, distrugge anche i sepolcri. Solo la poesia è capace di vincere l’azione distruttrice del tempo e di rendere immortali le azioni dei grandi uomini.
235-295: Un grande esempio del ruolo della poesia è l’opera di Omero, che ha reso eterne le gloriose vicende della guerra di Troia, la vittoria greca, il tragico destino degli sconfitti e, soprattutto, lo sfortunato eroismo di Ettore, immolatosi per la propria patria.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Sviluppa i seguenti temi presenti nel Carme Dei sepolcri: 
  • il sepolcro visto razionalmente e materialisticamente; 
  • il sepolcro visto sul piano emotivo-affettivo; 
  • il destino del poeta Parini;
  • le tombe dei grandi Italiani;
  • la funzione della poesia.
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CC BY-NC-SA 4.0 Ugo Foscolo, Dei Sepolcri by giorgiobaruzzi is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.