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Ugo Foscolo, Dei Sepolcri

Ugo Foscolo, Dei Sepolcri

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Dei Sepolcri

L’occasione che sollecitò la stesura del carme Dei Sepolcri fu l’editto napoleonico di Saint-Cloud del 12 giugno 1804: suggerito da esigenze igieniche e da principi egualitari. Esso disponeva che le tombe fossero collocate fuori dall’abitato urbano e avessero lapidi uguali. L’estensione di tali norme al Regno italico mise in moto animate discussioni in merito. Foscolo ebbe occasione di discutere dell’editto nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi con Ippolito Pindemonte (a cui il carme sarà dedicato) che stava lavorando a un poemetto sui Cimiteri. In un primo tempo il poeta fu favorevole all’editto, ma successivamente maturò posizioni diverse, esposte nel carme, la cui pubblicazione avvenne a Brescia nel 1807. 

Testo integrale: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t344.pdf 

DEORUM*MANIUM*IURA*SANCTA*SUNTO (Siano santi i diritti degli dei Mani) *1

A IPPOLITO PINDEMONTE

 

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
5.  bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
10.   né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
15.  ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
20.  di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.
Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusïon che spento
25.  pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
30.  corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
35.  nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
40.  le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
fra ‘l compianto de’ templi acherontei,
45.  o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d’lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
50.  che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
55.  nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo *2,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
60.  che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
65.  il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
70.  Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice,
75.  non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
80.  su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l’úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l’immonda accusar col luttüoso
85.  singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
90.  lodi onorato e d’amoroso pianto.
 
1 La formula-epigrafe (“Siano santi i diritti degli dei Mani“) è tratta dalle Leggi delle Dodici Tavole. Nella religione di Roma, i Mani sono le anime dei defunti, e rappresentano quindi gli spiriti degli antenati.
2 Nel Giorno, Giuseppe Parini satireggiò vita e costumi di un “Giovin signore” lombardo, sfaticato e corrotto come il re assiro Sardanapalo.

Dei Sepolcri – Analisi del testo

Il carme Dei Sepolcri, composto nel 1806, sviluppa la polemica contro l’editto napoleonico di Saint-Cloud, esteso all’Italia, il quale prevedeva che i cimiteri sorgessero fuori dei centri abitati e che sulle tombe fossero poste lapidi semplici e uguali per tutti. 
Alla base dell’editto vi erano una motivazione igienica, che comportava la lontananza dal centro urbano, e una politico-ideologica, derivante dal principio di uguaglianza fra tutti i cittadini. In ogni caso, le nuove norme avevano suscitato infuocate polemiche. I cattolici, come Pindemonte, difendevano il culto dei defunti e l’istituzione della sepoltura dal punto di vista religioso. Foscolo, ateo e materialista, in un primo tempo si era pronunciato a favore della legge, ma poi mutò parzialmente parere riconoscendo che le tombe, se non sono utili ai morti, giovano ai vivi.
All’inizio del carme la domanda retorica sull’utilità della tomba riceve una scontata risposta negativa, che nasce dalle posizioni materialistiche e meccanicistiche di Foscolo: la morte è negazione della bellezza della vita (il Sole, la “bella d’erbe famiglia e d’animali”, le lusinghe del futuro, la poesia, l’amicizia, l’amore). 
Nei versi che seguono, tuttavia, alla precedente conclusione negativa si contrappone l’illusione, di cui la tomba è strumento, che permette il dialogo tra i vivi e i morti e che consente agli uomini di superare i propri limiti mortali. Ciò tuttavia vale soltanto per chi ha avuto un’intensa vita affettiva, per chi ha lasciato “eredità d’affetti”. 
La nuova legge e la degradazione morale della società milanese sono le cause della misera fine dei resti del Parini. La legge di Saint-Cloud limita fortemente il culto delle tombe, da sempre connesso con la storia della civiltà umana. Il sepolcro ha svolto nei secoli una funzione pubblica e una funzione privata. Si tratta di un culto che si è manifestato con ampia varietà rituale in rapporto ai tempi e ai luoghi. Ai riti medievali, che non sente congeniali, il poeta contrappone quelli della classicità e quello del mondo inglese. 
Nella parte restante del carme, alla celebrazione dei grandi italiani viene accostata quella degli eroi ateniesi caduti per la difesa della patria a Maratona. Le tombe e i culti trasmettono la memoria storica, ma quando il tempo distrugge quelle testimonianze, e gloriose civiltà sono sommerse dal fluire dei secoli, è la poesia che salva e rende immortale quel passato. La morte trionfa sull’uomo, la tomba sulla morte, il tempo sulla tomba, la poesia sul tempo. 
L’ultimo blocco di versi esemplifica in Omero questo trionfo della poesia e nella sua figura Foscolo vede l’immagine di se stesso, moderno cantore dei valori della civiltà italica. La poesia perpetua la memoria in una dimensione immaginaria e rappresenta l’unica possibilità di vincere l’oblio, di fronte alla distruzione operata dal ciclo della natura.
Il metro del carme è l’endecasillabo usato come verso sciolto (non vincolato cioè a rapporti di rima o di strofa): già codificato dalla letteratura precedente (Parini, Cesarotti, Alfieri). 
Foscolo utilizza abilmente alcuni accorgimenti:
  • l’insolita accentuazione della prima sede per ottenere l’enfatizzazione di un concetto o di un termine chiave (“Sòl chi non lascia…”; “Pùr nuova legge…”; ecc.); 
  • l’uso frequente dell’enjambement; 
  • il ricorso alla tecnica dell’inversione, mediante la quale la collocazione della parola viola quasi costantemente l’ordine logico del discorso.
Il lessico, attinto dalla tradizione letteraria, mediante il quale il poeta elabora uno stile in cui gli echi della poesia classica e italiana sono costanti, uno stile ricco di artifici retorici (metafora, sineddoche, ecc.); talvolta è presente un gusto “romantico” dalle tinte forti, che fa persino spazio all’orrido (vedi la descrizione della tomba di Parini).

Dei Sepolcri- Parafrasi versi 1-90

È Forse meno duro il sonno della morte all’ombra dei cipressi e dentro le tombe confortate dal pianto dei propri cari? Quando il sole non feconderà più per me la terra con queste belle specie animali e vegetali, e quando il futuro non sarà più davanti a me, promettente di illusioni, e quando, dolce amico, non potrò più udire da te la tua poesia e la triste armonia che la ispira, e  (quando) lo spirito delle vergini Muse e dell’amore, unica consolazione per la mia vita di esule, non parlerà più al mio cuore, quale misera consolazione per la vita perduta potrà mai essere un sasso (una lapide) che distingua le mie dalle infinite ossa che la morte dissemina per terra e per mare?
È ben vero, Pindemonte! Anche la Speranza, ultima dea ad abbandonarci, rifugge i sepolcri: e l’oblio avvolge tutte le cose nella sua notte; e una forza incessante le trasforma attraverso il suo moto; e il tempo trasforma e distrugge l’uomo, le sue tombe, le sue ultime sembianze e i resti della terra e del cielo.
Ma perché prima del tempo l’uomo dovrebbe privarsi dell’illusione che, anche se è morto, lo trattiene, sulla soglia dell’aldilà? Non vive egli forse anche sottoterra, quando la bellezza e l’armonia della vita sarà per lui cessata, se può risvegliarla, con dolci e amorevoli cure, nella mente dei suoi? Questa corrispondenza di amorosi affetti (tra vivi e morti) è divina, una capacità divina che gli uomini hanno. Spesso tramite essa si vive con l’amico morto e il morto vive con noi, a condizione che la terra dove è nato e che lo ha visto crescere,  offrendogli pietosamente un ultimo rifugio nel suo grembo materno, renda sacri i suoi resti proteggendoli dalla violenza delle intemperie e dal piede profanatore del volgo, e che una lapide conservi il suo nome e che un albero amico ne consoli le ceneri con il profumo dei suoi fiori e con la sua dolce ombra.
Solo chi non lascia eredità di affetti (ricordi positivi negli altri) trae poco conforto dalla tomba. E se pur immagina un aldilà, dopo la sepoltura, vede il suo spirito vagare fra i pianti dell’inferno o trovare rifugio nel perdono di Dio. Ma in ogni caso lascia le sue ceneri alle ortiche in una terra deserta, se non ci sarà né una donna innamorata a pregare né un solitario viandante che possa udire il sospiro che la Natura manda dalla tomba.
Tuttavia una nuova legge oggi impone che le tombe siano fuori dai centri abitati e nega la fama ai morti. E giace senza tomba il tuo sacerdote (Parini), o Talia, che poetando per te coltivò con lungo amore un lauro nella sua povera casa, e ti consacrò molte opere e tu abbellivi con il tuo riso le sue poesie che criticavano i viziosi aristocratici lombardi, ai quali procura piacere solo il muggito che i buoi dalle stalle dell’Adda e dal Ticino lo rendono beato di ozi e di vivande. Dove sei tu, o bella musa? Fra queste piante dove io siedo e ricordo con desiderio la mia casa materna non sento profumare l’ambrosia, indizio della tua divinità. Eppure tu venivi e sorridevi a lui (Parini) sotto quel tiglio che ora con fronde impoverite va fremendo, o Dea, perché non copre la tomba del vecchio Parini al quale in passato era generosa di pace e di ombra. 
Forse tu cerchi vagando fra le tombe umili dove dorma la sacra testa del tuo Parini? La città, immorale appassionata di cantanti castrati, non pose in suo onore alberi tra le sue mura, né lapidi, né iscrizioni; e forse il ladro che scontò sul patibolo i delitti gli insanguina le ossa con la testa mozzata. Tu musa senti raspare fra le macerie e gli sterpi la cagna randagia che va errando sulle fosse e ululando famelica; e vedi l’upupa uscire dal teschio, dove fuggiva la luce della luna, e la vedi svolazzare intorno alle croci sparse per il camposanto, e senti l’uccello immondo rimproverare con il suo verso funebre i raggi dei quali le stelle si mostrano pietose verso le sepolture dimenticate. O Dea, preghi inutilmente che sul tuo poeta cadano rugiade dalla squallida notte. Ahi! Sui morti non sorge nessun fiore, quando non sia onorato da lodi umane e da amoroso pianto.

Testo integrale: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t344.pdf

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Una sintesi del Carme Dei sepolcri

Importanza affettiva dei sepolcri
1-22: I riti funebri e il pietoso affetto dei viventi non possono modificare la condizione negativa del defunto. Quando si è privati del godimento della bellezza della natura, delle speranze nel futuro e della fruizione degli affetti, l’esistenza o meno di un sepolcro non modifica affatto tale negatività. Resta per il defunto un destino di oblio e annullamento. 
23-50: Ma perché l’uomo si dovrebbe negare la speranza di conquistare una sua sopravvivenza? È per mezzo delle tombe che si perpetua il ricordo e si realizza una continuità di affetti, un colloquio tra i vivi e i defunti: all’annientamento fisico, conseguenza delle inesorabili leggi naturali, si può contrapporre l’intensità del ricordo dei vivi, che assicura al defunto una sorta di immortalità, quasi un superamento dei limiti della condizione umana. Il pensiero della tomba non è di consolazione soltanto a chi non lascia “eredità d’affetti” negli altri e che quindi non sopravviverà nel loro ricordo.
Funzione storico-civile dei sepolcri
51-90: Tuttavia, a onta della funzione e del valore delle tombe, una nuova legge le sottopone a norme assurde e inumane. Così le ossa del Parini sono andate disperse, e Milano, dominata ormai da fatui interessi mondani, non ha sentito il dovere di dedicare né una pietra né una parola a questo grande poeta. 
91-150: Il poeta sottolinea poi la funzione storica e sociale che le tombe hanno svolto attraverso i secoli ed esamina la varietà di manifestazioni rituali che il culto dei morti ha avuto nel mondo medievale, nel mondo classico inglese e, con un ritorno ancora al presente, nel mondo inglese contemporaneo. 
Importanza civile delle tombe dei grandi
151-212: Viene particolarmente sottolineata in questi versi la funzione civile delle tombe e apertamente dichiarata la differenza fra le tombe di grandi uomini e le altre. Le tombe dei grandi uomini sono testimonianza dei fasti di una nazione e sollecitano a compiere grandi imprese. Esse sono luoghi in cui si celebra il passato, per trarne stimoli ed esempi per il presente. È questa la funzione delle tombe dei grandi Italiani in Santa Croce a Firenze o che nell’antichità ebbero le tombe degli eroi di Maratona per i Greci.
La memoria di grandi imprese resa eterna dalla poesia
213-234: La memoria delle vicende degli uomini pervade i luoghi che ne sono stati teatro (come per la battaglia di Maratona), diventa tradizione e mito come per la vicenda di Aiace. Il tempo, tuttavia, distrugge anche i sepolcri. Solo la poesia è capace di vincere l’azione distruttrice del tempo e di rendere immortali le azioni dei grandi uomini.
235-295: Un grande esempio del ruolo della poesia è l’opera di Omero, che ha reso eterne le gloriose vicende della guerra di Troia, la vittoria greca, il tragico destino degli sconfitti e, soprattutto, lo sfortunato eroismo di Ettore, immolatosi per la propria patria.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Sviluppa i seguenti temi presenti nel Carme Dei sepolcri: 
  • il sepolcro visto razionalmente e materialisticamente; 
  • il sepolcro visto sul piano emotivo-affettivo; 
  • il destino del poeta Parini;
  • le tombe dei grandi Italiani;
  • la funzione della poesia.

Jacopo Ortis, Non ho osato no, non ho osato

Jacopo Ortis, Non ho osato no, non ho osato

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Jacopo Ortis, Non ho osato no, non ho osato

12 Maggio

Non ho osato no, non ho osato. – Io poteva abbracciarla e stringerla qui, a questo cuore. La ho veduta addormentata: il sonno le tenea chiusi que’ grandi occhi neri; ma le rose del suo sembiante si spargeano allora più vive che mai su le sue guance rugiadose. Giacea il suo bel corpo abbandonato sopra un sofà. Un braccio le sosteneva la testa e l’altro pendea mollemente. Io la ho più volte veduta a passeggiare e a danzare; mi sono sentito sin dentro l’anima e la sua arpa e la sua voce; la ho adorata pien di spavento come se l’avessi veduta discendere dal paradiso – ma così bella come oggi, io non l’ho veduta mai, mai.

Le sue vesti mi lasciavano trasparire i contorni di quelle angeliche forme; e l’anima mia le contemplava e – che posso più dirti? tutto il furore e l’estasi dell’amore mi aveano infiammato e rapito fuori di me. Io toccava come un divoto e le sue vesti e le sue chiome odorose e il mazzetto di mammole ch’essa aveva in mezzo al suo seno – sì sì, sotto questa mano diventata sacra ho sentito palpitare il suo cuore. Io respirava gli aneliti della sua bocca socchiusa – io stava per succhiare tutta la voluttà di quelle labbra celesti – un suo bacio! e avrei benedette le lagrime che da tanto tempo bevo per lei – ma allora allora io la ho sentita sospirare fra il sonno: mi sono arretrato, respinto quasi da una mano divina.

T’ho insegnato io forse ad amare, ed a piangere? e cerchi tu un breve momento di sonno perché ti ho turbato le tue notti innocenti e tranquille? a questo pensiero me le sono prostrato davanti immobile immobile rattenendo il sospiro – e sono fuggito per non ridestarla alla vita angosciosa in cui geme. Non si querela, e questo mi strazia ancor più: ma quel suo viso sempre più mesto, e quel guardarmi con pietà, e tacere sempre al nome di Odoardo, e sospirare sua madre – ah! il cielo non ce l’avrebbe conceduta se non dovesse anch’essa partecipare del sentimento del dolore.

Eterno Iddio! esisti tu per noi mortali? O sei tu padre snaturato verso le tue creature? So che quando hai mandato su la terra la Virtù, tua figliuola primogenita, le hai dato per guida la Sventura. Ma perché poi lasciasti la Giovinezza e la Beltà così deboli da non poter sostenere le discipline di sì austera istitutrice? In tutte le mie afflizioni ho alzato le braccia sino a te, ma non ho osato né mormorare né piangere: ahi adesso!

Or perché farmi conoscere la felicità s’io doveva bramarla sì fieramente, e perderne la speranza per sempre? – No, Teresa è mia tutta; tu me l’hai assegnata perché mi creasti un cuore capace di amarla immensamente, eternamente.

Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis

 

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Foscolo, Il bacio di Teresa

Foscolo, Il bacio di Teresa

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Foscolo, Il bacio di Teresa

 
Nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis il bacio che il protagonista ottiene da Teresa, pur carico fin dall’inizio di disperazione per l’impossibilità di concretizzare l’amore per lei, è un prodigioso momento di estasi, dopo il quale il giovane vede la realtà trasformarsi davanti ai suoi occhi. Tutto si abbellisce e si colora. Il bacio suggella anche il momento tragico del suicidio di Jacopo che, durante la lunga agonia, dopo che si è colpito mortalmente al cuore con un pugnale, bacia l’immagine di Teresa, sprofondando nel buio della morte.

 

14 Maggio, ore 11 Sì, Lorenzo! – dianzi io meditai di tacertelo – Or odilo, la mia bocca è tuttavia rugiadosa – d’un suo bacio – e le mie guance sono state innondate dalle lagrime di Teresa. Mi ama – lasciami, Lorenzo, lasciami in tutta l’estasi di questo giorno di paradiso.

15 Maggio Dopo quel bacio io son fatto divino. Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole. Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia. Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà , io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione.

O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animi generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e co’ pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne’ nostri petti la sola virtù utile a’ mortali, la Pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell’infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte. Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell’avvenire. –

[…] Illusioni! grida il filosofo. – Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.

Un particolare del suicidio di Jacopo
[…] Gli pendeva dal collo il ritratto di Teresa tutto nero di sangue, se non che era alquanto polito nel mezzo; e le labbra insanguinate di Jacopo fanno congetturare ch’ei nell’agonia baciasse la immagine della sua amica.

Da U. Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis

 

Analisi del testo

Nella lettera scritta da Jacopo il 15 maggio vengono descritti gli effetti prodotti sul suo animo dall’amore, e le riflessioni alle quali il giovane è indotto. Essa si articola in tre parti:

  1. Effetti del bacio: dopo il bacio ricevuto da Teresa l’animo del poeta è trasformato, egli si sente “divino” e il suo cuore è lieto. Tutto per effetto dell’amore si abbellisce ai suoi occhi.
  2. Riflessione sull’amore: l’amore è l’artefice di tutto quanto c’è di bello nella vita, produce l’arte, la poesia, la compassione per gli altri uomini. Senza l’amore tutto sarebbe caos e morte. Ora che l’amore illumina il suo animo, il giovane non si cura delle sue sventure e vive in una condizione paradisiaca.
  3. Riflessione sulle “illusioni”: Jacopo si dichiara consapevole che le illusioni, cioè gli ideali, le emozioni, le aspirazioni più profonde dell’animo, sono come indica la ragione, effimere e destinate a non realizzarsi, ma conclude che senza di esse la vita sarebbe priva di significato, perché esse danno sollievo dal dolore e dalla noia della vita.

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Esercizi di analisi del testo
  1. Nella breve lettera del 14 Maggio, emergono poche ma importanti conseguenze fisiche e psicologiche del bacio di Teresa. Individuale.
  2. Nella lettera del 15 maggio, quali altre conseguenze vengono descritte? Elencale, traducendo le espressioni arcaiche con sinonimi.
  3. L’invocazione all’amore descrive le conseguenze di questo sentimento sugli esseri umani. Riscrivi in linguaggio contemporaneo il ragionamento del poeta.
  4. Jacopo ritiene che amore, patria, fede, bellezza, ecc. siano “illusioni”, cioè ideali destinati, come sostengono i filosofi, a non concretizzarsi o essere di breve durata? Perché però non può farne a meno?
  5. Cosa fa comprendere che Jacopo agonizzante abbia baciato il ritratto di Teresa?
  6. Jacopo fa uso di numerose espressioni figurate. Individuane alcune e spiegale.
  7. Prova a riscrivere il testo, modernizzandolo, facendone una parodia o immaginando che a descrivere il bacio e i suoi effetti sia Teresa.

Ortis e Werther

Ortis e Werther

wertherortisOrtis e Werther

Ugo Foscolo Johann Wolfgang Goethe
Titolo: Le ultime lettere di Jacopo Ortis Titolo: I dolori del giovane Werther
Pubblicato per la prima volta nel 1802 e successivamente, con correzioni ed aggiunte, nel 1816 e nel 1817 viene elaborato  nel 1774 e costituisce sicuramente per Foscolo un modello cui fare riferimento

 

Genere: romanzo epistolare. L’Ortis è costituito da un insieme di lettere (62) scritte da Jacopo all’amico Lorenzo Alderani, che le introduce con una presentazione, interviene a colmare lacune e a raccontare la conclusione. Genere: romanzo epistolare. Il Werther comprende le lettere che il protagonista scrive all’amico Wilhelm tra il maggio 1771 e il dicembre 1772. Un intervento introduttivo e conclusivo di un  “editore” presenta la vicenda e ne racconta l’epilogo.
I due romanzi, pur non essendo autobiografie, presentano evidenti contatti con la vita dei due autori.
Nel personaggio di Teresa si possono identificare i tratti di molte delle donne amate da Foscolo, e alcune lettere del romanzo riproducono lettere reali, indirizzate alla Fagnani Arese. Il personaggio di Jacopo presenta alcuni tratti del carattere di Foscolo stesso, oltre che riferimenti al contesto storico-politico in cui l’autore si trovò ad operare. La materia del Werther è parzialmente autobiografica: si ispira all’amore dell’autore per Charlotte Buff, fidanzata di un suo amico, e al suicidio per amore di un altro amico.
Elementi della trama: somiglianze e differenze.
La vicende inizia in coincidenza con il Trattato di Campoformio, con cui Napoleone cedette all’Austria Venezia, che perdeva così la sua indipendenza. Jacopo, fervente patriota, deluso da Napoleone, si ritira sui Colli Euganei, dove si innamora di Teresa, e ne è riamato. Tuttavia ella è costretta dal padre a sposare il ricco Odoardo, per ragioni economiche, e lei obbedisce. Jacopo tenta di dominare la passione allontanandosi e viaggiando attraverso  l’Italia. Tornato ai Colli Euganei dopo aver appreso delle avvenute nozze di Teresa, la incontra per l’ultima volta, poi si uccide, pugnalandosi al cuore. Werther, un giovane borghese che ama la poesia, si rifugia in campagna a contatto con la natura. Qui conosce Lotte, che fa da madre a numerosi fratellini, e se ne innamora, senza confessarle il proprio amore. La frequenta liberamente, in assenza del fidanzato di lei, Alberto. Finalmente questi ritorna, e diventa amico di Werther.  Quest’ultimo torna in città, al servizio dell’ambasciatore, ma poi dà le dimissioni dall’incarico per le umiliazioni subite a causa delle sue origini borghesi. Torna presso Lotte e Alberto, che nel frattempo si sono sposati. Una sera Lotte, che si è accorta di amarlo, lo abbraccia, ma poi gli ordina di allontanarsi. Allora Werther con una scusa si fa consegnare le pistole di Alberto e si uccide, sparandosi alla testa.
Le somiglianze tra i due romanzi sono evidenti, a partire dalla forma epistolare e dal tema dell’amore impossibile, oltre che dalla comune, tragica conclusione.Molto simili poi sono i personaggi, a partire dai due protagonisti, che contrappongono la forza del sentimento alle convenzioni borghesi. Essi tuttavia hanno in comune anche l’impotenza, l’incapacità di modificare la realtà in cui vivono. Teresa e Carlotta sono entrambe fanciulle oneste e fedeli al fidanzato, che poi sposano, ma si accorgono di amare, rispettivamente, Jacopo e Werther; le due figure, di fidanzato e poi marito, di Odoardo e Alberto, sono borghesi onesti e razionali, dotati di buon senso e incapaci di capire la passione di Jacopo e Werther. Le differenze riguardano l’aspetto politico, che si esprime nel Werther in una ribellione ai pregiudizi della società aristocratica, mentre nell’Ortis hanno un più netto significato politico, essendo il protagonista un patriota che, come molti altri italiani, è vittima del “tradimento” di Napoleone, dopo il Trattato di Campoformio.
Amore/innamoramento.
Nella lettera del 15 maggio sono descritti gli effetti prodotti sull’animo di Jacopo dall’amore, e le riflessioni alle quali il giovane è indotto. Dopo un bacio, ricevuto da Teresa, l’animo del poeta è trasformato: egli si sente “divino” e il suo cuore è lieto. Tutto, per effetto dell’amore, si abbellisce ai suoi occhi.  L’amore è l’artefice di tutto quanto c’è di bello nella vita, produce, l’arte, la poesia, la compassione per gli altri uomini. Senza l’amore tutto sarebbe caos e morte. Ora che l’amore illumina il suo animo, egli non si cura delle sue sventure e vive in una condizione paradisiaca. Nelle lettere che vanno dal 13 al 19 luglio egli prima descrive gli effetti prodotti dalla convinzione che Lotte lo ami e da piccoli contatti fisici involontari. Egli vive in uno stato di estasi, quando si trova con lei.  Anche per Werther il mondo senza l’amore sarebbe privo di luce, e se pure essa illumina fugaci fantasmi, è l’unico elemento che può darci felicità. Il solo vedere la donna amata dà a Werther la perfetta felicità.
Il suicidio
A Jacopo giunge la notizia del matrimonio di Teresa. Egli ritorna nel Veneto, la rivede brevemente e poco dopo si uccide trafiggendosi il cuore con un pugnale. Werther, dopo la notizia del matrimonio di Carlotta con Alberto, sprofonda nel dolore e nell’inerzia. Con un pretesto manda a chiedere in prestito le pistole di Alberto e si uccide.
Nel romanzo chi racconta il suicidio è Lorenzo, l’amico di Jacopo, e nella sua descrizione si può notare il grande dispiacere che prova per l’amico. Nel romanzo di Goethe il suicidio ci viene presentato secondo una doppia prospettiva: quella dell’io narrante, per il quale la scelta del suicidio è ormai inevitabile, e quella dell’”editore”, che rilegge i fatti con sguardo critico, offrendoci la vera morale della storia. La narrazione dell’editore è più rapida, di taglio cronachistico.
Ambedue i romanzi si concludono tragicamente, con il suicidio dei due protagonisti. In entrambi c’è tutto il tormento e l’insoddisfazione di chi non riesce a realizzare i propri ideali, di chi si vede continuamente perseguitato dalla cattiva sorte. C’è il senso dell’impotenza e dell’inutilità, della disperazione che porta al suicidio.
Foscolo, In morte del fratello Giovanni.

Foscolo, In morte del fratello Giovanni.

Caspar_David_Friedrich_002Foscolo, In morte del fratello Giovanni.

Composto fra il settembre 1802 e gli inizi d’aprile del 1803 e pubblicato per la prima volta nel corso di quest’ultimo anno, questo sonetto fonde i dati della cultura e del gusto del tempo (cioè l’orientamento neoclassico) con i dolorosi sentimenti vissuti dal poeta.

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Foscolo, Alla sera

Foscolo, Alla sera

TRAMONTIFoscolo, Alla sera

(Sonetto con schema ABAB e CDC, CDC)

Composto dopo l’agosto del 1802 e pubblicato per la prima volta nel 1803, il sonetto va ricollegato al tema notturno che tanta eco ebbe alla fine del Settecento e nel periodo romantico vero e proprio. (altro…)