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Stephen King, Il baubau

Stephen King, Il baubau

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Stephen King, Il baubau

 

«Sono venuto da lei perché voglio raccontarle la mia storia,» stava dicendo l’uomo sul lettino del dottor Harper. Si chiamava Lester Billings, era di Waterbury, Connecticut. Secondo i dati annotati dall’infermiera Vickers, aveva ventotto anni, era impiegato presso una ditta industriale di New York, divorziato e padre di tre bambini. Tutti morti.
«Non posso andare da un prete perché non sono cattolico. Non posso andare da un avvocato perché non ho fatto niente per cui debba rivolgermi a un avvocato. Tutto quello che ho fatto è stato di uccidere i miei bambini. Uno alla volta. Di averli uccisi tutti.»
Il dottor Harper mise in funzione il registratore.
Billings stava sdraiato rigido come un bastone sul lettino, senza abbandonargli un solo centimetro di sé. Le sue mani era­no incrociate sul petto, come quelle di una salma. La faccia era inespressiva. I piedi sporgevano rigidi dove il lettino terminava. Era l’immagine di un uomo costretto a sopportare un’umiliazione necessaria. Fissava il soffitto bianco come se ci vedesse proiettate scene e immagini.
«Intende dire che li ha uccisi materialmente, oppure…»
«No.» Gesto d’impazienza accennato con la mano. «Ma sono responsabile della loro fine. Denny nel 1967. Shirl nel 1971. E Andy quest’anno. Voglio raccontarle com’è andata.»
Il dottor Harper taceva. Pensava che Billings gli appariva vecchio e indifeso. Aveva i capelli radi, la carnagione giallastra. I suoi occhi nascondevano tutti i miserabili segreti del whisky.
«Sono stati assassinati, capisce? Solo che nessuno ci crede. Se ci credessero, le cose andrebbero meglio.»
«Meglio in che senso?»
«Perché…»
Billings s’interruppe e si sollevò di scatto sui gomiti, fissando attraverso la stanza. «Quella cos’è?» I suoi occhi erano due fessure nere.
«Cosa?»
«Quella porta.»
«È lo sgabuzzino,» rispose il dottor Harper. «Dove appendo il soprabito e lascio le soprascarpe.»
«Apra. Voglio vedere.»
In silenzio, il dottor Harper si alzò, attraversò la stanza e aprì lo sgabuzzino. Dentro, a una delle quattro o cinque grucce attaccate a un’asta trasversale, era appeso un impermeabile nocciola. In basso, un paio di soprascarpe di gomma. In una delle soprascarpe, piegato con cura, era infilato il Times. Non c’era altro.
«Contento?» chiese il dottor Harper.
«Sì, grazie.» Billings smise di appoggiarsi ai gomiti e ritornò alla posizione di prima.
«Stava dicendo,» riepilogò il dottor Harper, mentre tornava al suo posto, «che se l’uccisione dei suoi tre bambini potes­se essere dimostrata, tutti i suoi guai finirebbero. Perché, poi?»
«Andrei in prigione,» rispose immediatamente Billings. «Per tutta la vita. E in un carcere è possibile vedere dentro tutte le stanze. Tutte.» Sorrideva, a niente in particolare.
«Come sono stati assassinati i suoi bambini?»
«Non cerchi di strapparmelo di bocca!» Billings girò la testa e fissò Harper con aria minacciosa. «Glielo ripeto, stia tranquillo. Non sono uno dei suoi matti che se ne vanno attorno tronfi tronfi, asserendo d’essere Napoleone, e neppure sono qui a dirle che sono diventato cocainomane perché mia madre non mi voleva bene. So che non mi crederà ma non fa niente. Non me ne importa. Il solo fatto di dirglielo sarà già sufficiente.»
«D’accordo.» Il dottor Harper tirò fuori la pipa.
«Sposai Rita nel 1965: io avevo ventun’anni e lei diciotto. Era incinta. Aspettava Denny.» Le sue labbra si torsero in un sogghigno viscido e agghiacciante, che in un attimo sparì. «Mi toccò lasciare l’università e cercarmi un impiego, ma non mi dispiacque. Li amavo, tutti e due. Eravamo molto felici.
«Rita rimase di nuovo incinta poco dopo la nascita di Denny, e Shirl arrivò nel dicembre del 1966. Andy nacque nell’estate del 1969, e a quell’epoca Denny era già morto. Andy fu un incidente. Così asseriva Rita. Diceva a volte che non sempre quello che si usa per il controllo delle nascite funziona. Secondo me, fu qualcosa di più di un incidente. I figli legano un uomo, capisce? Questo alle donne piace, specialmente quando l’uomo è più brillante di loro. Non trova che sia così?»
Harper mugugnò qualcosa, senza impegnarsi.
«Non ha importanza, in ogni caso. Io gli volevo bene ugualmente.» Lo disse in tono quasi vendicativo, come se avesse amato il bambino per far dispetto alla moglie.
«Chi ha ucciso i bambini?» chiese Harper.
«Il baubau,» rispose immediatamente Lester Billings. «È stato il baubau a ucciderli. È uscito dallo stanzino buio e li ha uccisi.» Girò la testa da un lato e sorrise. «Lei pensa che sono pazzo, è logico. Ce l’ha scritto in faccia. Ma a me non importa. Tutto quello che voglio fare è dirglielo, e poi andarmene.»
«La sto ascoltando,» lo incoraggiò Harper.
«È cominciato quando Denny aveva quasi due anni e Shirl era ancora in fasce. Lui cominciava a piangere ogni volta che Rita lo metteva a letto. Avevamo una casa di due stanze, vede. Shirl dormiva nella culla in camera nostra. Da principio credevo che lui piangesse perché non aveva più il ciuccio in bocca. Rita diceva di non farne un dramma, di darglielo, tanto l’avrebbe lasciato cadere da sé. Ma è così che i bambini vengono su male. Diventi permissivo con loro, gli dai i vizi, e poi loro ti fanno morire di crepacuore. Magari violentano una ragazza, oppure cominciano a iniettarsi la droga. O diventano donnicciole. Se lo figura? Ti svegli una mattina e scopri che tuo figlio — un maschio — è una mezza cartuccia.
«Dopo un po’ di tempo, in ogni caso, siccome non la smetteva, cominciai a metterlo a letto io stesso. E se non la piantava di piangere, gli allungavo uno scapaccione. Poi Rita mi disse che ripeteva ‘luce’, continuamente. Be’, io non lo sa­pevo. Bambini così piccoli, come si fa a capire che cosa dicono? Soltanto una madre ci riesce.
«Rita voleva mettergli in camera un lumino notturno. Una di quelle minuscole lampadine elettriche con su Topolino, o Pluto o qualcos’altro. Non glielo permisi. Se un bambino non si abitua a superare la paura del buio finché è piccolo, poi non si abitua più.
«A ogni modo, Denny morì l’estate dopo che era nata Shirley. Lo misi a letto, quella sera, e lui cominciò subito a piangere. Quella volta sentii che cosa diceva. E indicava proprio l’armadio, nel dirlo. ‘Baubau,’ continuava a ripetere. ‘Baubau, papà.
«Spensi la luce, andai nella nostra camera e domandai a Rita come le era venuto in mente di insegnare al bambino una parola del genere. Avevo una gran voglia di prenderla a schiaffi, ma non lo feci. Lei disse che non gliel’aveva mai insegnata. Le diedi della maledetta bugiarda.
«Era una brutta estate per me, vede. Il solo lavoro che ero riuscito a trovare era di caricare camion in un magazzino della Pepsi-Cola, ed ero sempre stanchissimo. Tutte le notti Shirl si svegliava e piangeva e Rita la prendeva in braccio e continuava a tirar su col naso. Mi creda, certe volte mi veniva voglia di scaraventarle dalla finestra tutt’e due. Cristo, ci sono momenti in cui i bambini ti fanno diventare pazzo. Li uccideresti!
«Bene, la piccola mi svegliò alle tre del mattino, puntuale come sempre. Andai in bagno, sveglio per modo di dire, e Rita mi chiese di dare un’occhiata a Denny. Le risposi di farlo lei e me ne tornai a letto. Mi ero quasi riaddormentato quando lei cominciò a urlare.
«Mi alzai e andai di là. Il bambino era supino nel letto, morto. Bianco come la farina, era, salvo dove il sangue era… era precipitato. Dietro le gambe, la testa, il cu… le natiche. Aveva gli occhi aperti. Sa, era la cosa peggiore, quella. Spalan­cati e vitrei, come li hanno le teste d’alce che qualcuno monta sopra il caminetto. Come le foto che si vedono di quei bambini indigeni del Vietnam. Ma un bambino americano non dovrebbe avere un aspetto del genere. Morto, disteso supino. Con addosso il pannolino e le mutandine di gomma, perché da una quindicina di giorni aveva ricominciato a bagnare il letto. Una cosa orribile, io volevo bene a quel bambino.»
Billings scosse lentamente la testa, poi tornò a mostrare il sorriso di prima, molle, spaventoso. «Rita stava urlando come una pazza. Tentò di prendere in braccio Denny e cullarlo, ma io non glielo permisi. I poliziotti si arrabbiano se si manomette qualche indizio. Lo so…»
«Sapeva, allora, che era stato il baubau?» chiese tranquil­lamente Harper.
«Oh, no. Allora no. Ma una cosa la notai. Al momento non significava niente per me, ma la mia mente la tenne in serbo.»
«Cos’era?»
«La porta dello sgabuzzino era aperta. Non molto. Appena una fessura. Ma io, vede, sapevo d’averla chiusa. Ci sono i sacchetti di plastica, là dentro. Un bambino si mette a giocare con uno di quelli e addio! Muore asfissiato. Lo sapeva?»
«Sì. Poi, che cosa è successo?»
Billings alzò le spalle. «L’abbiamo seppellito.» Si guardava morbosamente le mani, che avevano gettato terra su tre piccole bare.
«Ci fu un’inchiesta?»
«Certo.» Gli occhi di Billings mandarono un luccichio sardonico. «Una testa di cavolo di medico con lo stetoscopio, una borsa nera piena di mentine e la laurea di qualche università fasulla. Morto nella culla, fu la sua diagnosi. Ha mai sentito una fesseria del genere, lei? Il bambino aveva tre anni!»
«Durante il primo anno di vita capita spesso di trovare un bambino morto nella culla,» osservò prudentemente Harper, «ma è una diagnosi che si usa per i certificati di morte di bambini fino a cinque anni, in mancanza di…»
«Balle!» reagì con violenza Billings.
Harper riaccese la pipa.
«Un mese dopo il funerale, trasferimmo Shirl nella cameretta di Denny. Rita si opponeva con le unghie e con i denti, ma io ebbi l’ultima parola. Santo cielo, mi faceva piacere tene­re la bambina con noi. Ma non bisogna diventare eccessivamente protettivi, altrimenti si rischia di rovinare un bambino e farne un povero infelice. Quand’ero bambino la mia mamma mi portava sempre alla spiaggia e poi si sgolava fino a diventare rauca. ‘Non andare tanto in fuori! Non andare là! Ci sono i mulinelli! Hai mangiato soltanto da un’ora! Non mettere la te­sta sott’acqua!’ Mi gridava perfino di stare attento ai pescicani, giuro davanti a Dio. E com’è finita? Ora non posso nemmeno avvicinarmi all’acqua. È la verità. Mi vengono i crampi, se metto piede su una spiaggia. Rita mi convinse a portare lei e i bambini a Savin Rock, una volta, quando Denny era ancora vivo. Stetti male da morire. Lo so per esperienza, capisce? Non bisogna eccedere nelle precauzioni. E neppure nel risparmiare timori a se stessi. La vita continua. Shirl venne trasferita nel lettino di Denny. Il vecchio materasso lo buttammo via, quello sì. Non volevo che la mia bambina prendesse qualche germe.
«Così, passa un anno. E una sera, mentre stavo mettendo a letto Shirl, lei comincia a piangere e a strillare. ‘Baubau, papà! Baubau, baubau!’
«Mi venne un mezzo accidente. Tutto com’era stato per Denny. E cominciai a ricordare la faccenda, dello sgabuzzino, appena un po’ socchiuso, quando l’avevamo trovato. Avrei voluto portare la piccola nella nostra stanza, per quella notte.»
«E non lo fece?»
«No.» Billings si contemplò le mani e contrasse la faccia in una smorfia. «Come potevo andare da Rita e ammettere che avevo torto? Dovevo mostrarmi forte, con lei. Rita era una gelatina tale… pensi con quanta facilità era venuta a letto con me quando non eravamo ancora sposati.»
«D’altro canto,» disse Harper, «pensi con quanta disinvoltura lei se l’era portata a letto.»
Billings si impietrì nell’atto di rimettere le mani come stavano e, lentamente, girò la testa per fissare Harper. «Sta cercando di fare il furbo?»
«Assolutamente no.»
«Allora lasci che le dica le cose a modo mio,» scattò Billings. «Sono venuto qui per levarmi questo peso dallo stomaco. Per raccontare la mia storia. Non intendo parlare della mia vita sessuale, se è questo che lei si aspetta. Rita e io avevamo una vita sessuale normalissima, senza tante sudicerie. Lo so che certi si elettrizzano a parlare di queste cose; ma io non sono uno di loro.»
«D’accordo.»
«D’accordo,» fece eco Billings con impacciata arroganza. Sembrava che avesse perso il filo dei suoi pensieri, e i suoi oc­chi andavano inquieti alla porta dello sgabuzzino, che era ben chiusa.
«Preferisce che la lasci aperta?» chiese Harper.
«No!» urlò Billings, e diede in una risatina nervosa. «Cosa vuole che me ne importi di guardare le sue soprascarpe?»
Si passò una mano sulla fronte, come per riordinare i ricordi. «Il baubau si portò via anche la bambina,» riprese. «Un mese più tardi. Prima, però, accadde qualcosa. Sentii un rumore di là, una notte. Poi, la bambina gridò. Mi precipitai ad aprire la porta, la luce del corridoio era accesa… lei era seduta in mezzo al lettino e… qualcosa si muoveva. Nell’ombra in fondo alla stanza, vicino allo sgabuzzino. Qualcosa strisciava.»
«Era aperta, la porta dello sgabuzzino?»
«Un po’. Appena una fessura.» Billings si passò la lingua sulle labbra. «Shirl gridava qualcosa del baubau. E diceva qualcos’altro, che suonava come ‘artigli’ (*in inglese: claws). Solo che lo diceva in maniera storpiata. Si sa, i bambini piccoli stentano a pronunciare le parole. Rita arrivò su di corsa per sentire che cosa succedeva. Le dissi che Shirl era stata spaventata dalle ombre dei rami che si muovevano sul soffitto.»
«Stanzino, no?»
«Come?»
«La bambina… Forse stava cercando di dire ‘stanzino’ (*in inglese: closet).»
«Può darsi,» disse Billings. «Sì, sì, può darsi. Ma non credo. Per me diceva ‘artigli’.» I suoi occhi cercavano di nuovo la porta dello sgabuzzino. «Artigli, lunghi artigli.» La sua voce era diventata un mormorio.
«Lei guardò nell’armadio a muro?»
«S-sì.» Le mani di Billings erano strettamente intrecciate sul petto, intrecciate tanto strettamente che le nocche spiccava­no, bianche.
«C’era niente, là dentro? Lei vide il…»
«Non ho visto niente!» Billings si mise a urlare, all’improvviso. E le parole presero a sgorgare, come se un tappo nero fosse stato strappato via dal fondo della sua anima. «Quando morì la trovai io, vede. Ed era nera. Tutta nera. Aveva inghiottito la sua stessa lingua, era nera da capo a piedi e mi fissava. Gli occhi, sembravano quelli di certi animali di pezza, lucenti e spaventosi, come biglie vive, e stavano dicendo: mi ha preso, papà, hai lasciato che mi prendesse, mi hai uccisa, l’hai aiutato a uccidermi…» La voce gli mancò. Un’unica lagrima, grande e silenziosa, gli rotolava lungo la guancia.
«Era una convulsione cerebrale, capisce? Vengono ai bambini, alle volte. Un cattivo segnale del cervello. Le fecero l’autopsia, naturalmente, e ci dissero che era stata soffocata dalla sua stessa lingua, durante la convulsione. E mi toccò tornare a casa da solo, perché Rita la trattennero, sotto l’effetto dei sedativi. Era come impazzita. Mi toccò tornare in quella casa tutto solo, e io lo so che non vengono le convulsioni a un bambino soltanto perché il cervello è andato a farsi fottere. Le convulsioni gli vengono per uno spavento. E io dovevo ritornare nella casa dove c’era… dove c’era…»
Abbassò la voce a un bisbiglio. «Dormii sul divano. Con la luce accesa.»
«Accadde qualcosa?»
«Feci un sogno,» rispose Billings. «Ero in una stanza buia e c’era qualcosa che non potevo… non potevo vedere bene, dentro lo sgabuzzino. Faceva un rumore… un rumore viscoso, molliccio. Mi tornava in mente un album di fumetti che leggevo sempre da bambino. Racconti della cripta. Se lo ricorda? Cristo! C’era un disegnatore di nome Graham Ingles; poteva disegnare tutte le cose più orribili di questo mondo… e perfino dell’altro mondo. A ogni modo, in quella particolare storia una donna annegava suo marito, sa? Gli legava dei blocchi di cemento ai piedi e lo gettava in uno stagno. Solo che lui tornava. Era tutto marcito e verdastro, i pesci gli avevano mangiato un occhio e aveva delle alghe nei capelli. Tornava e la uccideva. E quando io mi svegliavo, nel cuore della notte, mi pareva che stesse chinandosi sopra di me. Con gli artigli… dei lunghi artigli…»
Il dottor Harper guardò l’orologio inserito nel ripiano della sua scrivania. Lester Billings stava parlando da circa mezz’ora. «Quando sua moglie tornò a casa,» chiese, «che atteggiamento aveva, verso di lei?»
«Mi amava ancora,» disse Billings con orgoglio. «Voleva ancora fare quello che dicevo io. È quello il posto della donna, dico bene? Questa liberazione della donna crea soltanto delle infelici. La cosa più importante nella vita è che ognuno sappia stare al suo posto. Conosca il suo… la sua…»
«La sua condizione?»
«Ecco, sì!» Billings fece schioccare le dita. «Esatto! E una moglie dovrebbe seguire il marito. Oh, nei primi quattro o cinque mesi era incolore, diciamo così: si trascinava per casa, non cantava, non guardava la TV, non rideva. Sapevo che avrebbe superato la cosa. Quando sono così piccoli, non ci si attacca tanto a loro. Dopo un po’, bisogna andare a prendere la fotografia dal cassettone, per ricordarsi esattamente che aspetto avevano.
«Lei voleva un altro bambino,» aggiunse, in tono cupo. «Io le ripetevo che era una pessima idea. Oh, non per sempre, ma almeno per un po’. Le dicevo che era tempo, per noi, di dimenticare i dispiaceri e di cominciare a godercela un po’, a stare insieme. Non avevamo mai avuto la possibilità di farlo, prima. Se volevi andare a un cinema, dovevi affannarti a cercare una babysitter. Non potevi mai andare in città a vedere la partita se non venivano i genitori di lei a prendersi i bambini, perché mia mamma non voleva avere niente a che fare con noi. Denny era nato poco tempo dopo che ci eravamo sposati, capisce? Troppo poco. Lei diceva che Rita era una vagabonda, una poco di buono di quelle che passeggiano all’angolo. Le chiamava sempre così, la mia mamma: quelle che passeggiano all’angolo. Come dà l’idea, vero? Mi fece sedere vicino a lei, una volta, e mi parlò delle malattie che si prendono se si andava con quelle che pas… con una prostituta. Di come un giorno ti trovi sul pisello… sul pene un cosino che fa un po’ male, e il giorno dopo scopri che ti è diventato tutto marcio. Non volle venire neppure al matrimonio, lei.»
Billings tamburellava con le dita sul suo petto.
«Il ginecologo di Rita la convinse a usare una cosa chiamata spirale. Infallibile, diceva il dottore. La applica lui su per… internamente, ed è fatta. Quando dentro c’è qualcosa, l’uovo non può essere fecondato. E non ci si accorge neppure che c’è.» Billings sorrise al soffitto con tetra dolcezza. «Nessuno lo sa, se c’è o se non c’è. E di lì a un anno lei è di nuovo incinta. Infallibile, sì!»
«Nessun metodo per il controllo delle nascite è perfetto,» disse Harper. «La pillola è sicura soltanto al novantacinque per cento. La spirale può essere espulsa da crampi, da un forte flusso mestruale, e, in casi eccezionali, dall’evacuazione.»
«Già. Oppure, si può togliere.»
«Sì, è possibile.»
«E che succede, poi? Rieccola a sferruzzare golfini, a cantare sotto la doccia, e a ingozzarsi di sottaceti. Seduta sulle mie ginocchia, dice che dev’essere stata la volontà di Dio e altre fesserie del genere.»
«Il bambino è nato un anno dopo la morte di Shirl?»
«Precisamente. Un maschio. Lei lo aveva chiamato Andrew Lester Billings. Io, almeno da principio, non volevo averci niente a che fare. Il mio motto era: ha voluto fare la furba, che se lo goda lei. So che può suonare male, ma deve tenere pre­sente quante ne avevo passate.
«Ma finii per affezionarmi a lui, lo sa? Tanto per cominciare, era l’unico della cucciolata che assomigliava a me. Denny era identico a sua madre e Shirl non assomigliava a nessuno, salvo forse a mia nonna Ann. Ma Andy era il mio ritratto, fatto e finito.
«Mi mettevo sempre a giocare con lui, nel suo recinto, quando rincasavo dal lavoro. Mi afferrava un dito e sorrideva, gorgogliando di gioia. A sole nove settimane, già faceva i sorrisetti al suo papà, ci crede?
«Poi una sera, ecco che mi ritrovo a uscire da un negozio con uno di quei giocattoli mobili da appendere sopra la culla di Andy. Io! I bambini non apprezzano i regali finché non sono in grado di dire grazie, è sempre stato il mio motto. Eppure, ecco che gli stavo comperando cianfrusaglie buffe, e così tutt’a un tratto mi rendo conto d’amarlo più di tutti quanti gli altri. Avevo trovato un altro posto, nel frattempo, un posto piuttosto buono: vendevo accessori per trapani da Cluett e Figli. Guadagnavo benino e, quando Andy aveva ormai un anno, ci trasferimmo a Waterbury. La vecchia casa aveva troppi brutti ricordi.
«E troppi sgabuzzini.
«L’anno successivo fu il migliore, per noi. Darei fino all’ultimo dito della mano destra per riviverlo. Sì, c’era ancora la guerra nel Vietnam, gli hippies continuavano ad andarsene in giro nudi e i negri facevano una cagnara infernale, ma niente di tutto questo ci toccava. Noi abitavamo in una strada tranquilla, tra vicini molto per bene. Eravamo felici,» riassunse, con semplicità. «Una volta domandai a Rita se non era preoccupata. Sa com’è, la cattiva sorte, non c’è due senza tre, e così via. Mi rispose che non sarebbe stato così. Disse che Andy era speciale. Che Dio gli aveva tracciato un cerchio attorno.»
Billings fissava il soffitto con un che di morboso nello sguardo.
«L’ultimo anno non fu altrettanto buono. Qualcosa nell’atmosfera della casa cambiò. Cominciai a tenere le scarpe in anticamera perché non osavo più aprire la porta dello sgabuzzino. Continuavo a pensare: Be’, e se fosse lì dentro? Bene accucciato e pronto a balzar fuori nell’attimo in cui io apro la porta? E cominciavo a pensare di sentire rumori viscidi, come se qualcosa di nero, di verdastro e di fradicio d’acqua si muovesse ogni tanto dentro l’armadio a muro.
«Rita mi domandava se lavoravo troppo, e io avevo ricominciato a scattare contro di lei, proprio come una volta. Mi prendevano i crampi allo stomaco al pensiero di lasciarli soli in casa per andare al lavoro, ma ero contento di essere fuori di là. Dio mi perdoni, ne ero contento. Vede, ormai sentivo che la ‘cosa’ ci aveva persi solo per un po’, mentre facevamo il trasloco. Aveva dovuto darci la caccia, strisciando lungo le strade, di notte, e magari infilandosi nelle fogne. Fiutando, per sentire dove eravamo. Ci aveva messo un anno, ma ci aveva trovati. È tornata. Vuole Andy e vuole me. Cominciavo a dirmi: forse, se pensi a lungo a una cosa, e ci credi, diventa reale. Forse tutti i mostri di cui avevamo paura da ragazzini, Frankenstein, il Lupo Mannaro, Mammona, forse erano tutti reali. Tanto veri e concreti da uccidere i bambini che si credeva fossero morti in fondo a una cava, o annegati nel lago, o che non erano stati trovati più… Forse…»
«Sta cercando di sfuggire a qualcosa, signor Billings?»
Billings rimase a lungo in silenzio: passarono due minuti, scanditi dall’orologio della scrivania. Poi riprese, bruscamente: «Andy morì in febbraio. Rita non c’era. Aveva ricevuto una telefonata da suo padre. Sua madre era rimasta coinvolta in un incidente d’auto, il giorno dopo Capodanno, ed era tra la vita e la morte. Lei andò là quella sera stessa, con l’autobus.
«Sua madre non morì, ma rimase in pericolo di vita per un bel pezzo: due mesi. Di giorno avevo una bravissima donna che faceva compagnia ad Andy. Di sera c’ero io. E le porte degli armadi continuavano ad aprirsi.»
Billings si leccò le labbra. «Il bambino dormiva in camera con me. Curiosa, anche questa. Rita una volta, quando lui aveva due anni, m’aveva domandato se volevo trasferirlo in un’altra stanza. Spock o qualcun altro quacchero come lui afferma che non sia bene per i bambini dormire con i genitori. Darebbe loro dei traumi per quello che riguarda il sesso e cose di questo genere. Ma noi stavamo attenti a fare l’amore soltanto quando il bambino dormiva. E io non volevo cambiarlo di stanza. Avevo paura di farlo, dopo Denny e Shirl.»
«Però poi lo trasferì, vero?» chiese il dottor Harper.
«Sì,» rispose Billings. Sorrise, di un sorriso malato, giallognolo. «Lo trasferii.»
Di nuovo silenzio. Billings lottava con il silenzio.
«Dovetti farlo!» scattò alla fine, in una sorta di latrato. «Per forza! Tutto andava bene finché c’era stata Rita ma, ora che lei non c’era, il mostro cominciò a diventare più audace. Cominciò…» Girò gli occhi verso Harper e scoprì i denti in un sogghigno folle. «Oh, lei non mi crede. Lo so quello che pensa, un altro pazzo da aggiungere al suo schedario, lo so bene… Ma lei non era là, maledetto scrutacervelli presuntuoso.
«Una notte, tutte le porte della casa si spalancarono. Mi alzai, la mattina, e trovai una traccia di sudiciume e di fango che attraversava l’anticamera, dalla porta d’entrata all’armadio a muro. Una traccia che usciva? O che entrava? Non lo so! Davanti a Dio, proprio non lo so! Dappertutto tracce di fango, specchi rotti… e i rumori… i rumori…»
Billings si passò una mano tra i capelli. «Ti svegliavano alle tre del mattino e allora guardavi nell’oscurità e lì per lì pensavi: ‘È soltanto l’orologio.’ Ma sotto sotto, sentivi qualcosa che si muoveva in modo furtivo. Ma non troppo furtivo, perché voleva che lo sentissi. Un suono viscoso, melmoso, come di qualcosa che uscisse dallo scarico di cucina. Oppure un ticchettio, come di artigli che venissero trascinati leggermente su per la ringhiera delle scale. E allora chiudevi gli occhi, sapendo che se lo sentivi era già un guaio, ma se poi lo vedevi…
«E sempre rimanevi con la paura che i rumori cessassero per un poco, e poi vi sarebbe stata una risata proprio sopra di te e un alito come di cavolo andato a male sulla tua faccia, e poi mani che ti afferravano alla gola.»
Billings era pallido, tremava.
«Così, lo cambiai di stanza. Capivo che la cosa avrebbe cercato di prendere lui, capisce? Perché era il più debole. E così fu. Quella stessa notte, la prima, lo sentii urlare, all’improvviso, e quando trovai il coraggio per andare a vedere, lo trovai in piedi in mezzo che al letto, che gridava. ‘Il baubau, papà… il baubau… voio andale da papà, voio andale da papà.’» La voce di Billings si era fatta acuta e stridula, come quella di un bambino. I suoi occhi sembravano riempire l’intera faccia; sembrava rattrappirsi tutto, sul lettino.
«Ma non potevo,» continuò a dire la vocetta affannosa e infantile, «non potevo. E un’ora più tardi vi fu un urlo. E ca­pii fino a che punto lo amavo perché corsi di là, senza nemmeno accendere la luce, correvo, correvo, correvo, oh, Gesù e Maria, il mostro lo aveva preso; stava scrollandolo, scrollandolo come un cane che scuote uno straccio, e vedevo qualcosa di orribile con le spalle spioventi e una testa da spaventapasseri e sentivo un odore come di topo morto dentro una bottiglia di gazzosa e sentivo…» La frase si perse, poi la voce ritornò al suo tono da adulto. «Sentii quando il collo di Andy si spezzò.» Ora la voce era fredda e spenta. «Fece un rumore come quando si pattina su uno stagno, d’inverno, e il ghiaccio si rompe.»
«Poi che cosa accadde?»
«Oh, fuggii,» spiegò Billings, sempre con la stessa voce fredda e spenta. «Andai in un bar aperto tutta la notte e mandai giù sei tazze di caffè. Poi tornai a casa. Era già l’alba. Telefonai alla polizia, prima ancora di salire da lui. Andy giaceva sul pavimento e mi fissava. Accusandomi. Un pochino di sangue gli era uscito da un orecchio. Appena una goccia, proprio. E la porta dell’armadio a muro era aperta… ma appena di una fessura.»
La voce tacque. Harper guardò l’orologio. Erano passati cinquanta minuti.
«Prenda un appuntamento con l’infermiera,» disse. «Anzi, ne prenda diversi. Va bene il martedì e il giovedì?»
«Sono venuto soltanto per raccontare la mia storia,» disse Billings. «Per levarmi questo peso dal cuore. Ho mentito alla polizia, capisce? Ho detto che il bambino doveva avere tentato di saltar giù dalla culla, di notte, e… e loro l’hanno bevuta. Naturale che l’hanno bevuta. Sembra che si trattasse proprio di questo. Di un incidente, come per gli altri due. Ma Rita sapeva. Rita… alla fine… capì…»
Billings si coprì gli occhi con il braccio destro e cominciò a piangere.
«Signor Billings, ci sono tante cose di cui parlare,» disse il dottor Harper dopo un attimo di silenzio. «Sono convinto che possiamo rimuovere parte della colpa che lei si porta dentro, ma prima di tutto bisogna che lei voglia sbarazzarsene.»
«Non crede che lo voglia?» gridò Billings, allontanando il braccio dagli occhi. Erano rossi, gonfi, sofferenti.
«Non ancora,» rispose tranquillamente Harper. «Martedì e giovedì?»
Dopo un lungo silenzio, Billings brontolò: «Maledetto aggiustacervelli. E va bene. Va bene.»
«Fissi l’appuntamento con l’infermiera, signor Billings. E passi una buona giornata.»
Billings rise, scioccamente, e uscì in fretta dallo studio, senza voltarsi.
La stanza dell’infermiera era deserta. Un cartellino sulla scrivania diceva: «Torno subito.»
Billings si voltò e rientrò nello studio, «Dottore, la sua infermiera è…»
La stanza era deserta.
Ma lo sgabuzzino era aperto. Appena appena socchiuso.
«Bene, bene,» diceva la voce dallo sgabuzzino. «Bene, bene.» Le parole suonavano proprio come se uscissero da una bocca piena di alghe.
Billings rimase inchiodato sul posto, mentre la porta dello sgabuzzino si spalancava. Sentiva confusamente un senso di calore all’inguine, perché si stava facendo la pipì addosso.
«Bene,» ripeté il baubau, uscendo.
Aveva ancora la maschera da dottor Harper nella mano putrida, a forma di artiglio.
 
Da STEPHEN KING, A VOLTE RITORNANO, Tascabili Bompiani.

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