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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Vladimir Majakovskij, Lilicka!

Il rapporto del poeta con la bellissima ed affascinante Lili Brik fu travagliato, sofferto, costellato di profonde delusioni. Nella poesia “Lilicka!”, il poeta sente la distanza della donna, nella stanza dove è avvenuto il loro primo incontro d’amore. Ora ella è fredda, come chiusa in una gelida armatura. Egli vorrebbe non lasciarsi andare alla disperazione, affrontare “civilmente” la realtà, ma al di là dell’amore per lei non c’è per lui alcuna speranza, non c’è sole.

 

Al posto di una lettera 

Il fumo del tabacco ha mangiato l’aria.

La stanza

è un capitolo dell’inferno di Krucënych [1].

Ricordi?

Accanto a questa finestra

per la prima volta,

in estasi, carezzai le tue mani.

Oggi ti vedo seduta,

il cuore in un’armatura di ferro.

Ancora un giorno,

e mi scaccerai,

coprendomi forse di ingiurie.

Nella buia anticamera la mia mano, scossa dal tremito,

nella manica a lungo tenterà d’infilarsi.

Balzerò fuori,

lancerò per strada il mio corpo.

Selvaggio,

diverrò pazzo,

trafitto dalla disperazione.

Non si deve giungere a questo:

cara,

buona,

diciamoci adesso addio.

Nonostante questo,

il mio amore,

pesante come un macigno,

resta appeso al tuo collo,

dovunque tu fugga.

Lasciami in un estremo grido urlare

l’amarezza di offesi lamenti.

Se lo sfiancano di lavoro, un bue,

andrà

a stendersi in gelide acque.

Ma al di là dell’amore per te,

per me

non c’è mare,

e a quest’amore neanche col pianto darai una tregua.

Se anela il riposo lo stanco elefante

regalmente si sdraierà sulla rena infocata.

Ma al di là dell’amore per te,

per me

non c’è sole,

e io non so neppure dove sei e con chi.

Se l’amata avesse in tal modo torturato un poeta,

egli per la gloria e il denaro l’avrebbe lasciata,

ma per me

non c’è un solo suono di festa

oltre al suono del tuo amato nome.

Non mi butterò nella tromba delle scale,

non berrò del veleno,

non oserò premere il grilletto contro la tempia.

Su di me,

al di fuori del tuo sguardo,

non ha potere la lama d’alcun coltello.

Domani scorderai

che ti avevo fatta regina,

che l’anima in fiore s’era bruciata d’amore,

e lo sfrenato carnevale dei futili giorni

disperderà le pagine dei miei libri…

Le foglie secche delle mie parole

potranno mai fermarti

per un sospiro?

Lascia almeno

ch’io copra con un’ultima tenerezza

il tuo passo che si allontana.

26 maggio 1916 – Pietrogrado

[1] Krucënych: poeta futurista amico di Majakovskij. Scrisse, tra l’altro, la raccolta di poesie Gioco all’inferno.

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Vladimir Majakovskij

Nato a Bagdadi (Georgia) nel 1893, dopo la morte del padre si trasferisce a Mosca dove continua gli studi ginnasiali fino al 1908. Iscritto al partito bolscevico, subisce tre arresti. Entra in contatto con il gruppo dei futuristi e, con i suoi atteggiamenti provocatori e la prepotente personalità, ne diviene presto figura centrale. Accoglie con entusiasmo la rivoluzione e tra il 1919 e il 1923 lavora alla ROSTA, l’agenzia telegrafica russa, per la quale realizza oltre 3000 “finestre”, manifesti di propaganda con immagini e slogan. Nel 1923 è direttore della rivista «LEF» organo del fronte di sinistra delle arti. Compie numerosi viaggi all’estero, tra cui uno negli Stati Uniti nel 1925. Con l’ascesa di Stalin, il clima politico e culturale si fa in URSS sempre meno tollerante. Il 14 aprile 1930, in circostanze ancora non del tutto chiarite, Majakovskij si toglie la vita con un colpo di pistola al cuore. Tra le sue opere: Io (1913), La nuvola in calzoni (1915), Il flauto di vertebre (1916), La guerra e l’universo (1917), 150.000.000 (1921), Amo (1922), Di questo (1923).
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