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Pirandello, Il treno ha fischiato.

Pirandello, Il treno ha fischiato.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Luigi Pirandello, Il treno ha fischiato.

L’umile impiegato Belluca conduce una vita impossibile in ufficio e in famiglia. Una notte, mentre è prostrato dalla stanchezza, Belluca sente fischiare un treno e “rinasce alla vita”. Il giorno dopo si ribella imprevedibilmente ai rimproveri del capufficio e viene ritenuto pazzo. I colleghi vanno a trovarlo poi tornano dall’ospizio e riferiscono sul suo comportamento al vicino di casa di Belluca. Il narratore (il vicino di casa) non crede alla pazzia di Belluca e si reca a trovarlo. Belluca gli racconta di quando ha sentito il treno fischiare e gli preannuncia il suo ritorno ad una parziale “normalità”.
 
Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
— Frenesia, frenesia.
— Encefalite.
— Infiammazione della membrana.
— Febbre cerebrale.
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo cosí contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
— Morrà? Impazzirà?
— Mah!
— Morire, pare di no…
— Ma che dice? che dice?
— Sempre la stessa cosa. Farnetica…
— Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione piú semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo-ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale. Perché uomo piú mansueto e sottomesso, piú metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto… sí, chi l’aveva definito cosí? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, librimastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosí per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse piú, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.
Tanto piú che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo-ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e – cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna – era venuto con piú di mezz’ora di ritardo. Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai. Cosí ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
— E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.
— Che significa? — aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. — Ohé, Belluca!
— Niente, — aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. — Il treno, signor Cavaliere.
— Il treno? Che treno?
— Ha fischiato.
— Ma che diavolo dici?
— Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
— Il treno?
— Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare cosí Belluca, giú risate da pazzi.
Allora il capo-ufficio – che quella sera doveva essere di malumore – urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non piú, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva piú, non voleva piú esser trattato a quel modo. Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
— Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano piú i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto piú stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.
Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giú, amaramente, e dissi:
— Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che [prolessi] mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.
Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
«A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa piú ovvia, l’incidente piú comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà piú tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
«Una coda naturalissima.»
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; l’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, piú intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.
Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sí, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
— Magari! — diceva. — Magari!
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.
S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sí, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato piú! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita «impossibile», tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… Sí, sí, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosí… c’erano gli oceani… le foreste…
E, dunque, lui – ora che il mondo gli era rientrato nello spirito – poteva in qualche modo consolarsi! Sí, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo-ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo-ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sí, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

 

Analisi del testo.

Il protagonista.
Belluca è un modesto impiegato, bistrattato e sottomesso, che vive in condizioni di miseria, di disperazione per la drammaticità della sua situazione famigliare.
Il narratore lascia intendere che egli ha sfiorato un’altra vita, un altro mondo (…s’era dimenticato da anni…che il mondo esisteva) ma che è stato risucchiato dalla quotidianità, dalla miseria della sua condizione famigliare e sociale.
Possiamo immaginare un antenato del ragionier Fantozzi, che ha subito, più del suo pronipote, i colpi dell’avversa sorte, ma capace alfine di reagire e di ritagliarsi uno spazio, un mondo privato che nessuno possa più negargli.
Il fischio del treno è l’elemento che innesca la reazione del protagonista, che ora vuole vivere una vita vera, una vita sua, pur sapendo che non potrà sottrarsi del tutto, che dovrà indossare nuovamente la sua maschera.
L’ambiente.
Tre sono gli ambienti cui il testo fa riferimento: l’ospizio, l’ufficio, la casa. Si tratta di spazi chiusi, in sintonia con l’idea di soffocamento che caratterizza la vita di Belluca. Di essi non viene descritto l’aspetto fisico ma solo la vita che vi si conduce.
Del primo non viene detto nulla in modo diretto, se non che è triste (quel triste ospizio) in contrasto con «il gaio azzurro della mattinata invernale». Inoltre, I colleghi di Belluca sono ben contenti di allontanarsene, poiché questo li rassicura e li fa rientrare tra i «sani».
Le caratteristiche dell’ufficio si possono poi dedurre dalla descrizione di ciò che vi accade, dell’attività che vi si svolge: un monotono, routinario lavoro di computisteria. Un lavoro «arido» per un ambiente arido, in cui non abita la creatività, in cui allignano piccoli soprusi, in cui sono frequenti le reprimende ingiustificate e le crudeli punzecchiature.
Infine, ancor più l’ambiente famigliare appare soffocante: una casa piccola, per una famiglia numerosa, con moglie, suocera, sorella della suocera, tutte e tre cieche. Due figlie vedove e sette figli. E qui, in questa casa degli orrori, il povero Belluca è costretto a continuare il suo lavoro, di notte, senza tregua.
In contrapposizione a questo spazio chiuso si pone lo spazio immaginato, dopo il fischio del treno, uno spazio aperto, sinonimo di libertà.
Il narratore e il punto di vista.
Che il narratore è un personaggio, testimone della storia, lo scopriamo circa a metà della narrazione (Chi venne a riferirmele…). Poco dopo egli ci informa di essere un vicino di casa del protagonista.
Così come non ci troviamo di fronte ad una narrazione lineare ed ordinata in successione cronologica, analogamente ci troviamo di fronte a diversi modi di vedere la realtà, a diversi punti di vista: quello del narratore, che considera naturale ed inevitabile ciò che è accaduto a Belluca; quello dei colleghi e dei medici, che giudicano Belluca pazzo; quello dello stesso Belluca che lucidamente appare consapevole delle ragioni del proprio comportamento, così come è cosciente di non avere vie d’uscita radicali e definitive, e che vorrebbe essere veramente pazzo, così come i colleghi pensano.
Fabula e intreccio.
Il rapporto fabula/intreccio in questa novella risulta particolarmente complesso. La stessa suddivisione in sequenze non è semplice e scontata, poiché il narratore racconta più volte fatti accaduti in precedenza per poi tornare al presente, in un continuo altalenare, inframmezzato da numerosi commenti. Attraverso la griglia seguente se ne possono ricostruire le dinamiche.
Appare evidente la notevole sfasatura tra fabula e intreccio. L’ordine della narrazione è particolarmente elaborato e complesso. All’inizio del racconto (incipit) gli eventi hanno già avuto corso e sono rievocati dal narratore che non manca di commentarli.
  • La novella inizia “in medias res”, con i commenti dei colleghi del protagonista che fanno ritorno dall’ospizio, dove si sono recati a trovarlo.
  • La conclusione si prospetta come circolare rispetto all’inizio della fabula (non dell’intreccio) poiché Belluca preannuncia un suo ritorno alla “normalità”, benché in una condizione di minore frustrazione.
  • Due possono essere considerati i momenti in cui si giunge al punto di massima tensione della narrazione: il momento in cui il protagonista sente il fischio del treno e quello della sua ribellione al capoufficio.
  • Riassunto secondo l’intreccio. I colleghi dell’umile impiegato Belluca tornano dall’ospizio dei matti dove gli hanno fatto visita e commentano le sue condizioni e il suo comportamento. Belluca in ufficio era sempre stato sottomesso e remissivo ma la sera precedente si era imprevedibilmente ribellato al capufficio, perciò era stato giudicato pazzo. Uno dei colleghi  riferisce il comportamento di Belluca all’ospizio ma il narratore (un vicino di casa di Belluca) commenta che si tratta di un comportamento comprensibile. Infatti descrive la penosa vita famigliare di Belluca, definendola insopportabile. Il vicino si reca a trovare Belluca all’ospizio e questi gli racconta di quando ha sentito un treno fischiare nella notte e di come questo lo abbia improvvisamente risvegliato, poi gli preannuncia il suo ritorno ad una parziale “normalità”
Il tempo.
Frequente il ricorso all’analessi, che mira a ricostruire la storia attraverso la narrazione successiva di «pezzi» di essa, con una strategia simile a quella del «giallo», in cui l’autore dissemina indizi, fino alla rivelazione finale.
Dapprima il narratore rievoca il comportamento sottomesso di Belluca, «vecchio somaro» secondo il giudizio dei colleghi, poi racconta della ribellione della sera precedente il ricovero, torna al presente per parlarci delle condizioni del poveretto all’ospizio. Con un altro flashback racconta la vita famigliare di Belluca e con un altro ancora, riferendo la narrazione del protagonista stesso, parla della serata in cui egli ode il treno fischiare. Infine torna al presente per preannunciare quel che accadrà in seguito.
Particolare importanza nel racconto assumono le scene (quella iniziale con i commenti dei colleghi; quella della ribellione;) e le pause riflessive del narratore, che commenta gli avvenimenti. Significativa inoltre la descrizione delle condizioni di vita del protagonista in ufficio ed in famiglia.

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I temi, il pensiero, la poetica dell’autore.

I temi della novella sono quelli prediletti dall’autore, spesso al centro delle sue opere narrative e teatrali. I temi della forma, della maschera della trappola, del relativismo e dell’umorismo:
  • Il protagonista subisce le condizioni sociali e i pregiudizi che gli altri gli hanno imposto, indossa ormai una maschera, quella dell’impiegato remissivo, infaticabile e circoscritto lavoratore, sempre pronto a piegarsi e a subire le offese.
  • La sua vita è ormai una trappola (ben rappresentata dagli spazi soffocanti descritti) da cui Belluca non riesce ad uscire e la sua esasperata reazione, la rottura pur momentanea della maschera, viene giudicata pazzia.
  • La novella presenta poi un altro aspetto tipico della produzione pirandelliana, quello del relativismo: la realtà, secondo Pirandello, non è mai oggettiva ed essa può essere osservata da punti di vista diversi, quali appunto quelli che emergono nella narrrazione.
  • Infine ritroviamo nel testo la tecnica dell’umorismo, la descrizione cioè di una situazione drammatica mettendone in luce tutta l’assurdità, esasperata al punto da suscitare il riso. Si pensi alla tragica ma al tempo stesso grottesca descrizione della famiglia del protagonista.

 

Esercizi di analisi del testo.

  1. Il rapporto tra fabula e intreccio presenta in questa novella una notevole complessità. Ricostruiscine le caratteristiche.
  2. Anche il tempo della novella non è lineare ed omogeneo, per la presenza di analessi (flash-back) e prolessi (anticipazioni) ed è caratterizzato da variazioni nella durata. Delineane le caratteristiche.
  3. Il protagonista è un impiegato sottomesso e senza prospettive, ma poi subisce un’evoluzione: descrivi le caratteristiche che gli vengono attribuite e come si manifesta il suo cambiamento.
  4. L’ambiente della novella è costruito sulla contrapposizione tra gli spazi chiusi (della realtà) e gli spazi aperti (evocati dall’immaginazione). Svolgi una breve analisi.
  5. Chi è il narratore della novella e come presenta se stesso? Quale opinione ha della “pazzia” di Belluca?
  6. Quale rapporto c’è tra la vicenda di Belluca e la teoria della “coda naturalissima, sostenuta dal narratore?
  7. Molteplici sono i punti di vista presenti nella novella: individuali.
  8. Spiega in quali punti della novella è possibile individuare i seguenti elementi:
  • la forma/maschera
  • la pazzia
  • l’umorismo