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Canto Primo Inferno – Analisi del testo ed esercizi

Canto Primo Inferno – Analisi del testo ed esercizi

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi
La Divina commedia

La selva oscura

Canto I Inferno – Analisi del testo

L’allegoria.

L’allegoria si ha quando un termine, una descrizione e persino una narrazione non deve essere intesa nel suo significato letterale ma in uno più profondo, non immediatamente evidente. A differenza della metafora, il significato letterale è ammissibile e coerente, e solo un’approfondita analisi, unita alla conoscenza del contesto culturale in cui è stata scritta, permette di individuarne il significato allegorico nascosto.

Pertanto, tutti gli elementi dell’allegoria della “selva oscura”, dall’intrico delle piante al sonno che coglie il viandante, dal colle che s’intravede oltre di essa alle fiere che impediscono l’ascesa verso il sole, sono immagini comuni della letteratura religiosa e morale del Medioevo, derivate dalla tradizione biblica e dalla letteratura classica.

Infatti, fin dai primi versi appare evidente un significato allegorico, accanto a quello letterale.

La vicenda di Dante smarrito nella selva deve essere intesa nel suo significato più profondo, non immediatamente evidente:

Significato letterale Significato allegorico
si smarrisce nella selva oscura dove è entrato “pien di sonno”… rappresenta l’umanità preda del peccato (la selva) per lo smarrimento della ragione (il sonno)
intravede un colle illuminato dal sole intravede una prospettiva di salvezza (il colle), attraverso l’espiazione, verso la luce ( Dio)
incontra le tre fiere: lonza, leone, lupa rischia di soccombere ai tre peccati: lussuria (la lonza), superbia (il leone), cupidigia (la lupa)
guidato da Virgilio intraprende il viaggio guidato dalla ragione (Virgilio) rappresenta l’umanità in cammino verso la salvezza
La selva del peccato.

Dante si smarrisce nella selva di notte ed intraprende l’ascesa del colle all’alba, incontrando però le tre fiere sul suo cammino. Il buio della selva raffigura allegoricamente il peccato e la perdita della ragione che impedisce di scegliere il bene, cioè Dio. Le tenebre, contrapposte alla luce evidenziano simbolicamente il dramma morale della scelta tra il bene ed il male. Poiché ha ceduto alle lusinghe del peccato, Dante si accorge con terrore di non aver più alcun saldo punto di riferimento che possa guidarlo nelle sue azioni e cammina nel buio. Le passioni, non più frenate da un principio razionale, lo dilaniano crudelmente. La sua vicenda è quella di ognuno di noi. Fin da questi primi versi Dante trasferisce quindi la sua esperienza personale su un piano di validità universale.

Il colle.

Anche il colle assume evidente significato allegorico. Gli occhi sollevati verso il colle illuminato dal sole, sono la richiesta di aiuto alla grazia divina. Il poeta intravede una possibilità di salvarsi. La luce del sole lo fa sperare. Così come la stagione (la primavera) e l’ora mattutina (l’alba); egli si sente allora come un naufrago, che a fatica ha raggiunto la riva, ma poi scopre la presenza di ostacoli insormontabili (le tre fiere). Sul piano allegorico, il sole è simbolo della grazia divina. È Dio che, nella sua infinita misericordia, si manifesta al peccatore. Le cose, rischiarate da questa luce, riacquistano un senso, il loro vero senso: chi disperava intravede finalmente la via della salvezza.

Le tre fiere.

Ma non è facile sfuggire al peccato, poiché esso è pieno di fascino e ha grande forza di suggestione, di cui l’arroganza delle tre fiere è espressione. Non è facile per Dante vincere i propri peccati, che gli si presentano davanti sotto forma di belve. La prima seducente, flessuosa e agile; il secondo pauroso, famelico, arrogante; la terza, infine, la più terribile, magrissima e vorace, che non lascia scampo. La lonza, probabilmente un animale simile alla lince o alla pantera, è un felino di singolare eleganza, snello e attraente; il suo aspetto piacevole alla vista allude forse alle multiformi tentazioni del peccato. Terribile invece l’aspetto del leone: forza, ostinazione, furore si sprigionano dalla sua figura, tanto che lo sgomento sembra da essa trasmettersi al paesaggio circostante. La lupa, con la sua famelica magrezza, rappresenta il male supremo, un ostacolo insuperabile che costringe il poeta a tornarsene sui propri passi, a disperare. Le tre fiere assumono un evidente significato allegorico, la cui identificazione non è stata sempre omogenea. Tradizionalmente nella lonza è stata vista la lussuria, nel leone la superbia, nella lupa l’avarizia, intesa come cupidigia, avidità. Alcuni vi hanno visto superbia, invidia, avarizia; altri malizia, matta bestialità e incontinenza.

Virgilio.

Ecco allora che Dante è disperato e non vede via d’uscita, ma in suo aiuto giunge Virgilio, grande poeta latino. Virgilio per Dante è sommo maestro e “autore”. Questi lo esorta ad intraprendere un percorso diverso, attraverso i tre regni dell’oltretomba, unica possibilità di salvezza. Virgilio rappresenta la Ragione, che aiuterà Dante a comprendere il significato del peccato e della redenzione, guidandolo attraverso l’Inferno, luogo d’eterna dannazione, e il Purgatorio, luogo di purificazione. Persona più degna di lui (Beatrice) lo accompagnerà in Paradiso, luogo della beatitudine.

Il veltro.

La lupa continuerà a tormentare gli uomini fin quando un veltro (un cane da caccia), non la ricaccerà all’Inferno, da dove Lucifero l’ha fatta uscire. Dante allude ad un personaggio capace di operare un rinnovamento morale e la restaurazione dell’ordine religioso e politico, con un equilibrio tra autorità temporale (l’Impero) ed autorità spirituale (la Chiesa), salvando l’Italia e liberandola dai suoi dominatori. Tuttavia l’identificazione del personaggio storico che si cela dietro l’allegoria del Veltro è controversa: alcuni l’hanno identificato in Cangrande della Scala, di cui Dante fu ospite nel suo esilio, o in Arrigo VII di Lussemburgo; altri in Benedetto XI, pontefice dal 1303 al 1304, altri ancora in Dante stesso, dopo la sua rinascita spirituale.

Esercizi.

  1. I primi versi indicano lo stato di smarrimento in cui Dante  si trova: descrivine le caratteristiche.
  2. Il canto si può dividere in 6 sequenze: indicale con un titolo ed un breve riassunto.
  3. Spiega che cos’è l’allegoria ed indica quale significato allegorico assumano i seguenti elementi:
la selva oscura  
la lupa  
il leone  
la lonza  
il colle  
il sole  
Virgilio.
  1. Nei versi 22-27 Dante paragona il proprio animo a quello di un naufrago. Completa lo schema e spiegalo. Quale stato d’animo del poeta vuole evidenziare la similitudine?.
Dante è come un naufrago
Il naufrago si volge a guardare
Dante si volge a guardare
  1. Nei versi 55-60 Dante paragona se stesso ad un uomo rapidamente arricchitosi. Completa lo schema e spiegalo. Quale condizione vuole rappresentare il poeta?
Dante è come un uomo che si è arricchito
L’uomo perde tutto la sua ricchezza
Dante perde
  1. Sul modello di Dante, costruisci una breve narrazione allegorica, in cui sia presente, sotto il livello letterale un livello più profondo. Scegli tu liberamente, ma in modo coerente, gli elementi dell’allegoria per rappresentare una condizione simile (o anche una diversa) a quella descritta dal poeta
 

Livello letterale

Livello allegorico

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La selva oscura

La selva oscura

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

La selva oscura

…che nel pensier rinova la paura!

Inferno – Canto I 

La Divina Commedia è una storia di formazione, che inizia con una drammatica crisi esistenziale e di valori, che ci mostra il poeta preda di uno stato di profondo disorientamento.

Egli prova un angoscioso senso del peccato, che oggi può forse lasciarci perplessi. Ma questa sua condizione angosciata possiamo riconoscerla anche in noi, pur in forma diversa. La depressione e il “male di vivere” sono oggi sempre più frequenti, in un’epoca in cui potremmo credere che peccato e senso di colpa siano concetti superati. Vi sono momenti della vita in cui le riflessioni sull’esistenza ci portano  a mettere in crisi in crisi i nostri valori. A volte proviamo l’impressione che la vita non abbia senso perché sentiamo messi in discussione i significati che dovrebbero caratterizzarla. Questo produce in noi un senso di svuotamento e di annullamento che possono essere superati recuperando nuovi valori e nuovi significati. 

A metà della sua vita terrena (“nel mezzo del cammin di nostra vita”) il poeta si accorge di essersi smarrito in un’intricata ed oscura selva, il cui ricordo gli incute ancora paura. Non sa dire come e quando vi sia entrato. Giunto al limite della selva, Dante scorge un colle illuminato dal sole e, come un naufrago che ha raggiunta la terra ferma, si volge a guardare la selva, prima di intraprendere la salita, ma tre belve (una lonza, un leone ed una lupa) gli si presentano davanti per impedirgli di proseguire il cammino. Disperato sta per arretrare verso la selva quando vede lo spirito di Virgilio che gli indica la necessità del viaggio ultraterreno, in cui lui sarà la sua guida.

Le tematiche.

□   il peccato e le manifestazioni della vita peccaminosa

□   la crisi esistenziale e la possibilità di uscirne.

Le sequenze.

Nel I canto dell’Inferno si possono individuare sei sequenze:

□   1-12: La selva. Dante descrive il terrore suscitato nel suo animo dalla selva, allegoria del peccato.

□   13-30: Il colle. Il poeta ha la speranza di salvarsi salendo il colle illuminato dal sole.

□   31-60: Le tre fiere. Egli incontra le tre fiere espressione della vita peccaminosa.

□   61-99: Virgilio. Incontra Virgilio, suo maestro, che lo guiderà nel viaggio ultraterreno.

□   100-111: Il veltro. La profezia di Virgilio sull’avvento di un misterioso “veltro” che salverà l’umanità dalla perdizione.

□   112-136: Il viaggio. Virgilio convince Dante a seguirlo nell’itinerario che porta alla salvezza.

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La selva oscura – Canto I Inf. – testo e parafrasi

La selva oscura – Canto I Inf. – testo e parafrasi

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Canto Primo – Inferno – La selva oscura

La selva
Nel mezzo del cammin di nostra vita[1]

mi ritrovai per una selva oscura[2]

ché la diritta via era smarrita.                          3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!                      6

Tant’è amara che poco è più morte [3];

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.                 9

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto [4]

che la verace via abbandonai.                        12

Il colle
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto,             15

guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.              18

Allor fu la paura un poco queta

che nel lago del cor m’era durata [5]

la notte ch’i’ passai con tanta pieta.                 21

E come quei che con lena affannata

uscito fuor del pelago a la riva

si volge a l’acqua perigliosa e guata,               24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva.                27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.       30

La lonza
Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza [6] leggiera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;                       33

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.                     36

Temp’era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino                  39

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle                           42

l’ora del tempo e la dolce stagione;

Il leone
ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone [7].                 45

Questi parea che contra me venisse

con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l’aere ne tremesse.                  48

La lupa
Ed una lupa [8], che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,                         51

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.                   54

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ‘l tempo che perder lo face,

che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;           57

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ‘l sol tace.                            60

Virgilio
Mentre ch’i’ rovinava [9] in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco [10].                 63

Quando vidi costui nel gran diserto,

«Miserere di me», gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».           66

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patrïa ambedui.                                69

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto [11]

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.                        72

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise [12] che venne di Troia,

poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.                    75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?».                  78

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’io lui con vergognosa fronte.                      81

«O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume.                       84

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore.                          87

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».                     90

Un altro viaggio
«A te convien tenere altro vïaggio»,

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;                   93

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;                         96

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.                       99

Il veltro
Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ‘l veltro [13]

verrà, che la farà morir con doglia.                         102

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.                        105

Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.                             108

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,

là onde ‘nvidia prima dipartilla.                                111

La Divina commedia

Canto I – Inferno – La selva oscura – Parafrasi

La selva.
vv. 1-12
Giunto a metà del cammino della nostra vita mi ritrovai in mezzo ad una selva oscura, poiché la retta via era smarrita.

Ahi quanto è difficile descrivere come era questa selva selvaggia, così intricata e difficile da percorrere che il solo ripensarci rinnova la paura!

Tanto angosciante, simile alla morte!

Ma per trattare del bene che vi incontrai, parlerò delle altre cose che vi ho viste.

Non so ben riferire come vi entrai, tanto ero pieno di sonno in quel momento, in cui abbandonai la via della verità.

Il colle.
vv. 13-30
Ma quando giunsi alle pendici di un colle, là dove terminava quella valle che mi aveva trafitto il cuore di paura,

guardai in alto e vidi i suoi alti pendii già rivestiti dei raggi del sole, che conduce rettamente ogni uomo nel suo cammino.

Allora si quietò un poco la paura che era dilagata con tanta forza nel mio cuore la notte che trascorsi con tanta angoscia.

E come colui che con respiro affannato, uscito fuori dal mare, giunto a riva, si volge verso l’acqua pericolosa e la guarda con terrore, così l’animo mio, che ancora fuggiva, si volse indietro ad osservare quel passaggio che mai lasciò uscire persona viva.

Quand’ebbi riposato un poco il corpo stremato, ripresi il cammino per quel pendio deserto, così che il piede fermo era sempre il più basso.

Le tre fiere.
La lonza
vv. 31-60
Quand’ecco, al cominciare della salita, una pantera, agile e velocissima, coperta di pelo maculato,

che non si allontanava dal mio volto, ma anzi ostacolava a tal punto il mio cammino, che fui più volte sul punto di tornare indietro.

Era il principio del mattino, e il sole saliva su con quelle stelle che erano con lui quando l’amore divino mosse per la prima volta quelle cose belle;

così che l’ora mattutina e la dolce stagione (la primavera) mi fecero bene sperare di poter superare quella fiera dalla pelle screziata;

Il leone

ma non tanto che non mi desse paura l’aspetto che mi apparve d’un leone.

Sembrava che questi contro di me venisse con la testa alta e con rabbiosa fame, tanto che l’aria ne sembrava tremare.

La lupa

Ed una lupa, che di tutte le brame sembrava carica con la sua magrezza, e molte persone fece vivere angosciate, questa mi provocò tanto affanno con la paura che si diffondeva dal suo aspetto, che persi la speranza di poter salire sul colle.

E come colui che molto si arricchisce e viene il momento in cui perde tutto, che viene preso dalla disperazione e piange;

così mi rese la bestia senza pace che, venendomi incontro, a poco a poco mi respingeva dove non c’era la luce del sole.

Virgilio 
vv. 61-99

Mentre stavo precipitando indietro, verso il fondo, mi apparve davanti agli occhi un tale che per il lungo silenzio sembrava impercettibile.

Quando lo vidi, in mezzo a quell’orribile deserto, “Pietà di me” gridai a lui, “chiunque tu sia, ombra o uomo vivo!”

Mi rispose: “Non sono uomo, uomo lo fui, e i miei genitori furono lombardi, entrambi di Mantova di nascita.

Nacqui sotto il regno di Cesare, benché fosse tardi e vissi a Roma al tempo del buon Augusto nel tempo degli dei falsi e bugiardi.

Fui poeta, e cantai le imprese di quel giusto figlio di Anchise che giunse da Troia dopo che la superba città fu data alle fiamme.

Ma tu perché torni verso un tale tormento?

Perché non ascendi verso il dilettevole monte che è principio e causa di ogni felicità?”.

“Allora sei tu quel Virgilio e quella fonte che spandi così largo fiume d’eloquenza?”, gli risposi mentre chinavo rispettosamente la fronte

“O tu che sei onore e luce degli altri poeti, mi giovi il lungo studio e il grande amore che tanto mi ha spinto a studiare le tue opere.

Tu sei il mio maestro e il mio autore, tu sei il solo da cui trassi il bello stile che mi ha fatto onore.

Guarda la bestia che mi ha spinto a voltarmi; salvami da lei, famoso saggio, perché ella mi fa tremare le vene e i polsi”.

“Dovrai compiere un percorso diverso”, rispose, quando mi vide piangere, “se vuoi sopravvivere a questo luogo selvaggio;

perché questa bestia per la quale tu gridi, non lascia passare nessun altro per la sua via, ma tanto l’ostacola da ucciderlo;

ed ha una natura così malvagia e crudele, che non sazia mai la sua bramosa voglia, e dopo il pasto ha più fame di prima.

Il veltro.
vv. 100-111

Molti sono i viventi a cui si accoppia, e sempre di più saranno, fino a quando il veltro verrà, a farla morire con dolore.

Questi non si ciberà di terre né di denaro, ma della sapienza (del Figlio), dell’amore (dello Spirito Santo) e della virtù (del Padre).

Sarà la salvezza di quell’Italia, ora umiliata, per cui morirono la giovane Camilla, Eurialo e Turno e Niso.

Egli la caccerà per ogni luogo, fino a farla tornare all’inferno, da dove Lucifero (‘nvidia prima) la fece uscire.

Note

[1] Nel mezzo del cammin di nostra vita: A 35 anni, poiché egli considerava la durata media della vita in 70 anni, sulla scorta di un passo biblico. Essendo il poeta nato nel 1265, la data del viaggio nell’aldilà deve quindi collocarsi il venerdì 8 aprile 1300. È il venerdì santo della passione di Cristo e il 1300 è l’anno del giubileo indetto da Bonifacio VIII, che prevedeva la remissione dei peccati per i pellegrini che si recassero a Roma.
[2] Per una selva oscura: (“la selva erronea di questa vita”: Convivio IV. XXIV, 12), che ciascuno di noi singolarmente, e il genere umano nel suo complesso, è costretto ad attraversare, simboleggia il peccato e le difficoltà che dobbiamo superare per vincerlo.
[3] il peccato è vicino alla dannazione, la morte dell’anima.
[4] Tant’era pieno di sonno: l’abbandono della via del bene è graduale e progressivo, e perciò non può essere determinato il momento in cui si comincia a peccare.
[5] Lago del cor: la parte più interna del cuore, quella che Dante, nella Vita Nova, chiama “la secretissima camera” del cuore.
[6] La lonza è una specie di lince, simile alla pantera. Un documento del 1285 ricorda una lince tenuta in gabbia presso il palazzo del Podestà a Firenze. Il significato simbolico indicato dagli antichi commentatori è la “lussuria
[7] un leone: Il significato simbolico indicato dagli antichi commentatori è la “superbia”
[8] una lupa: Il significato simbolico indicato dagli antichi commentatori è la “cupidigia” o l’“avarizia”, in cui va inteso non solo il desiderio di denaro, ma anche quello degli onori e dei beni terreni. Questo è l’impedimento di cui è più difficile liberarsi poiché è quasi istintivo nell’uomo. Per questo motivo, delle tre fiere la lupa è la più pericolosa. Dante indica nella cupidigia l’origine di tutti i mali di Firenze e d’Italia e la causa della corruzione della Chiesa. Il poeta riteneva che la mancanza di un imperatore che ponesse un freno alla cupidigia dei singoli rendesse impossibile l’attuazione della pace e della giustizia. Proprio su questa fiera si ferma, quindi, l’attenzione di Dante. Le tre fiere sono simbolicamente tre impedimenti (“impedimenta” è termine teologico) o disposizioni peccaminose che ostacolano la via alla salvezza, proprie della natura umana corrotta dal peccato originale. Delle fiere si trova notizia nei bestiari medioevali, opere didattiche in cui alla descrizione, spesso con particolari fantastici, degli animali, fa seguito un commento moralizzante.
[9] Rovinava: precipitavo.
[10] Chi per lungo silenzio parea fioco: Virgilio, la voce della ragione, dopo un lungo silenzio, stenta a farsi intendere.
Virgilio è la guida di Dante nel viaggio attraverso i nove cerchi infernali e nell’ascesa al monte del Purgatorio. Dalla settima Cornice del Purgatorio ai due poeti si affianca Stazio, che ha completato il cammino di purgazione e si accinge ad ascendere al Paradiso. Giunti nel Paradiso Terrestre, Virgilio saluta Dante e si appresta a tornare nel Limbo. Beatrice si sostituisce al poeta latino nel ruolo di guida attraverso i nove cieli del Paradiso. Giunti nel decimo cielo, l’Empireo, Beatrice torna al suo seggio nella Candida Rosa ed il ruolo di guida, nell’ultimo tratto del viaggio ultraterreno, viene assunto da S. Bernardo di Chiaravalle.
[11] Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto (Roma 63 – Nola 14 d.C.), figlio di Ottavia, sorella di Caio Giulio Cesare e da quest’ultimo adottato, dopo il cesaricidio del 44 a.C. ebbe, nella vita politica di Roma, un ruolo di primo piano e diede vita, con M. Antonio e Lepido al Secondo Triumvirato.
[12] Enea era figlio di Anchise, membro della famiglia reale troiana, e della dea Venere. Virgilio accoglie la tradizione secondo la quale, dopo la presa di Troia, Enea lasciò la città portando con sé sulle spalle il padre Anchise e recando per mano il figlioletto Ascanio.
[13] Virgilio dichiara che la lupa-cupidigia continuerà a regnare fra gli uomini fino all’avvento del Veltro, un provvidenziale liberatore. Dante definisce il “Veltro” con un linguaggio volutamente ambiguo: per non schierarsi con i sostenitori dell’Impero o del papato o di un personaggio specifico, lascia nell’ombra le caratteristiche del liberatore, centrando la sua attenzione sulla certezza che, in un modo o nell’altro, Dio sarebbe intervenuto a rimettere ordine nel mondo.

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