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Jaques Prévert, Prima colazione

Jaques Prévert, Prima colazione

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Jaques Prévert, Déjeuner du matin

Il a mis le café

Dans la tasse

Il a mis le lait

Dans la tasse de café

Il a mis le sucre

Dans le café au lait

Avec la petite cuiller

Il a tourné

Il a bu le café au lait

Et il a reposé la tasse

Sans me parler

Il a allumé

Une cigarette

Il a fait des ronds

Avec la fumée

Il a mis les cendres

Dans le cendrier

Sans me parler

Sans me regarder

Il s’est levé

Il a mis

Son chapeau sur sa tête

Il a mis

Son manteau de pluie

Parce qu’il pleuvait

Et il est parti

Sous la pluie

Sans une parole

Sans me regarder

Et moi j’ai pris

Ma tête dans ma main

Et j’ai pleuré.

(Paroles, 1945)

Jaques Prévert, Prima colazione (Colazione del mattino)

Il poeta, in Prima colazione, assume il punto di vista, lo stato d’animo di una donna abbandonata. La situazione, i gesti, sono ordinari, immersi nell’indifferenza dell’uomo che, senza guardarla, se ne va. Non le resta che prendersi la testa tra le mani e piangere.

Lui ha messo

Il caffè nella tazza

Lui ha messo

Il latte nel caffè

Lui ha messo

Lo zucchero nel caffelatte

Ha girato

Il cucchiaino

Ha bevuto il caffelatte

Ha posato la tazza

Senza parlarmi

S’è acceso

Una sigaretta

Ha fatto

Dei cerchi di fumo

Ha messo la cenere

Nel portacenere

Senza parlarmi

Senza guardarmi

S’è alzato

S’è messo

Sulla testa il cappello

S’è messo

L’impermeabile

Perché pioveva

E se n’è andato

Sotto la pioggia

Senza parlare

Senza guardarmi

E io mi son presa

La testa fra le mani

E ho pianto.

J. Prévert, Prima colazione (Poesie d’amore – Grido del cuore)

 

Analisi

Il poeta assume il punto di vista di una donna abbandonata. Si tratta di un abbandono freddo fatto di gesti quotidiani e di parole non dette. Non di litigi, di urla, perché ormai la fine sembra essere consumata. I gesti dell’uomo sono ordinari, quotidiani ma è proprio questa loro normalità che fa sentire più forte la drammaticità emotiva della situazione. Una normale colazione, con caffè, latte, zucchero, sigaretta. Poi c’è quel “Senza parlarmi” per tre volte ripetuto, che fa sentire l’angoscia della protagonista. Poi di nuovo gesti ordinari, come mettere il cappello, indossare l’impermeabile e uscire. E di nuovo quel “Senza parlare” seguito da “Senza guardarmi”, che indicano l’indifferenza o quanto meno l’intenzione di mettere fine alla loro storia. È come se una cinepresa riprendesse la scena, in modo impersonale. Negli ultimi tre versi la focalizzazione è sulla donna. Pochi gesti esprimono la sua disperazione: si prende la testa tra le mani e piange.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Si può presumere che la “voce narrante” nella poesia sia quella di una donna che viene lasciata. Da cosa lo capisci?
  2. Quali gesti sono descritti nei primi 29 versi della poesia e chi li compie?
  3. Quali atteggiamenti preludono alla conclusione della poesia?
  4. Quali gesti compie la donna nella conclusione? Qual è il suo stato d’animo?
  5. Perché Prevert, secondo te, descrive gesti così ordinari e “quotidiani”?
  6. Il poeta ricorre insistentemente all’uso di anafore e di enjambement. Che effetto producono?

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Majakovskij, Il mare va a ritroso

Majakovskij, Il mare va a ritroso

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Vladímir MajakóvskijIl mare va a ritroso

Il cardine della poesia è la metafora centrale che attribuisce la causa della fine dell’amore al logorio del “quotidiano” (la barca dell’amore…). La prima parte descrive con un’altra metafora la conclusione del rapporto (Il mare…);
la seconda parte mette in evidenza ciò che di negativo i due amanti si sono scambiati in parti eguali: dolori, sventure, offese.

 

Il mare va a ritroso

il mare va a dormire.

Come suol dirsi, –

    <<l’incidente è chiuso>>,

la barca dell’amore

    è naufragata contro il quotidiano.

Fra noi due siamo pari

    e non serve elencare

i dolori reciproci,

    le sventure 

    e le offese.

 
Nato a Bagdadi (Georgia) nel 1893, dopo la morte del padre si trasferisce a Mosca dove continua gli studi ginnasiali fino al 1908. Iscritto al partito bolscevico, subisce tre arresti. Entra in contatto con il gruppo dei futuristi e, con i suoi atteggiamenti provocatori e la prepotente personalità, ne diviene presto figura centrale. Accoglie con entusiasmo la rivoluzione e tra il 1919 e il 1923 lavora alla ROSTA, l’agenzia telegrafica russa, per la quale realizza oltre 3000 “finestre”, manifesti di propaganda con immagini e slogan. Nel 1923 è direttore della rivista «LEF» organo del fronte di sinistra delle arti. Compie numerosi viaggi all’estero, tra cui uno negli Stati Uniti nel 1925. Con l’ascesa di Stalin, il clima politico e culturale si fa in URSS sempre meno tollerante. Il 14 aprile 1930, in circostanze ancora non del tutto chiarite, Majakovskij si toglie la vita con un colpo di pistola al cuore. Tra le sue opere: Io (1913), La nuvola in calzoni (1915), Il flauto di vertebre (1916), La guerra e l’universo (1917), 150.000.000 (1921), Amo (1922), Di questo (1923).

 

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Guy de Maupassant, La felicità

Guy de Maupassant, La felicità

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Guy de Maupassant, La felicità

L’amore duraturo è il tema del racconto La felicità di Maupassant. La classica fuga d’amore è coronata da un amore che dura una vita, in una Corsica selvaggia, ideale cornice naturale di questa passione.

Era l’ora del tè, non avevano ancora portato le lampade. La villa dominava il mare; il sole appena sparito aveva lasciato il cielo tutto rosato dal suo passaggio, come cosparso di polvere d’oro; e il Mediterraneo, senza una ruga, senza un brivido, lucente ancora sotto la luce del giorno morente, pareva una lastra di metallo levigata e smisurata. In lontananza, sulla destra, le montagne dentellate stagliavano il loro profilo scuro sulla porpora impallidita del tramonto.

Si parlava dell’amore, si discuteva su questo vecchio argomento, si tornavano a dire cose già dette molte volte. La dolce melanconia del crepuscolo rallentava le parole, e faceva aleggiare una commozione negli animi; e questa parola <<amore>>, che tornava incessantemente, ora pronunciata da una forte voce maschile, ora detta da una voce di donna dal timbro leggero, pareva riempire il piccolo salotto, volteggiarvi come un uccello, planarvi come uno spirito.

Si può amare per più anni di seguito?

<<Sì>> sostenevano alcuni.

<<No>> affermavano gli altri.

Si distinguevano i casi, si stabilivano demarcazioni, si citavano esempi, e tutti uomini e donne, pieni di ricordi ridestati e inquietanti che non potevano citare e che salivano loro alle labbra, parevano commossi, parlavano di quella cosa banale e sovrana, l’accordo tenero e misterioso di due esseri, con profonda emozione e interesse ardente.

Ma a un tratto qualcuno, con gli occhi fissi lontano, esclamò:

<<Oh! Guardate laggiù, cos’è?>>.

Sul mare, all’estremo orizzonte, sorgeva una massa grigia, enorme e confusa. Le donne s’erano alzate e guardavano senza capire quella cosa straordinaria che non avevano mai vista.

Qualcuno disse:

<<È la Corsica! La si vede così due o tre volte all’anno, in certe condizioni d’atmosfera eccezionali, quando l’aria perfettamente limpida non la nasconde più con quelle brume di vapore acqueo che velano normalmente l’orizzonte>>.

Si distinguevano vagamente le creste, parve di riconoscere la neve delle cime. E tutti restavano sorpresi, colpiti, quasi atterriti dalla improvvisa apparizione d’un mondo, da quel fantasma uscito dal madre. Forse avevano avuto visioni strane di questo genere, coloro che erano partiti, come Colombo, attraverso gli oceani inesplorati.

Allora un vecchio signore, che non aveva ancora parlato, disse:

<<Ecco, proprio in quell’isola che sorge davanti a noi adesso, come per rispondere a quanto dicevamo, come per richiamarmi alla mente uno strano ricordo, ho conosciuto un ammirevole esempio d’amore costante, d’un amore inverosimilmente felice. Ve lo racconterò: cinque anni or sono, feci un viaggio in Corsica. Quest’isola selvaggia è più sconosciuta e lontana da noi dell’America, sebbene la si veda a volte dalle coste francesi, come oggi. Figuratevi un mondo ancora avvolto nel caos, una tempesta di montagne che separano burroni stretti in cui scorrono torrenti; non una pianura, ma immense onde di granito, gigantesche ondulazioni di terra ricoperte di boscaglia o di alte foreste di castagni e di pini. E’ un terreno vergine, incolto, deserto, anche se a volte si scorge un villaggio, simile a un cumulo di rocce sulla cima di un monte. Nessuna coltivazione, nessun’industria, nessun’arte. Non si incontra mai un pezzo di legno lavorato, un pezzo di pietra scolpita, mai il ricordo del gusto infantile o raffinato degli avi per le cose aggraziate o belle. Ed è anzi questo che colpisce di più in quel paese duro e superbo: l’indifferenza ereditaria per la ricerca delle forme seducenti che si chiama arte. L’Italia, ove ogni palazzo, pieno di capolavori, è un capolavoro esso stesso, ove il marmo, il legno, il bronzo, il ferro, i metalli, le pietre attestano il genio dell’uomo, ove i più piccoli oggetti antichi che si trovano nelle vecchie case rivelano la divina cura della grazia, è per noi tutti la patria sacra che si ama perché ci mostra lo sforzo, la grandezza, la potenza e il trionfo dell’intelligenza creatrice. E, di fronte all’Italia, la Corsica selvaggia è restata tal e qual era nei suoi primi giorni. L’essere umano vive nella sua casa rozza, indifferente a quanto non tocchi la sua stessa esistenza o le sue questioni familiari. Ed è restato con i difetti e le qualità delle razze incolte, violento, pieno d’odio, sanguinario con incoscienza, ma anche ospitale, generoso, devoto, ingenuo, pronto ad aprire la sua porta ai passanti e a offrire la sua amicizia fedele in cambio del minimo segno di simpatia.

Dunque da un mese già stavo errando attraverso quell’isola magnifica, con la sensazione di trovarmi in capo al mondo. Nessun albergo, nessun locale pubblico, nessuna strada. Per mezzo di sentieri da muli si possono raggiungere quei paesetti inerpicati sul fianco delle montagne, sospesi su abissi tortuosi dal fondo dei quali si sente salire, la sera, il rombo continuo, la voce sorda e profonda del torrente. Si bussa alle porte delle case. Si chiede ospitalità per la notte e di che vivere sino al giorno dopo. E ci si siede all’umile tavola, e si dorme sotto l’umile tetto; e al mattino, si stringe la mano tesa dell’ospite che ci ha accompagnati sino all’uscita del paese.

Una sera, dopo dieci ore di marcia, raggiunsi una piccola casa isolata in fondo a uno stretto vallone che sboccava in mare, una lega più avanti. I due ripidi pendii della montagna, coperti di boscaglia, di rocce scoscese e di grandi alberi, racchiudevano come due scure pareti quel borro desolato e triste. Intorno alla casupola qualche vigna, un giardinetto, e, più in là, alcuni alti castagni, insomma di che vivere, una fortuna in quel paese povero. La donna che mi accolse era vecchia, severa e pulita, un’eccezione. L’uomo, seduto su una seggiola di paglia, si alzò per salutarmi, poi tornò a sedersi senza dire una parola. La sua compagna mi disse:

– Scusatelo; è sordo, adesso. Ha novantadue anni.

Parlava il francese di Francia. Rimasi sorpreso.

Le domandai:

– Non siete della Corsica?

Lei rispose:

– No, siamo del continente. Ma da ormai cinquant’anni viviamo qui.

Una sensazione d’angoscia e di paura mi prese al pensiero di quei cinquant’anni trascorsi in quel buco oscuro, così lontano dalle città in cui vivono gli uomini. Un vecchio pastore tornò a casa, e si mise a mangiare l’unico piatto della cena, una zuppa densa in cui erano cotti insieme patate, lardo e cavoli. Quando il breve pasto fu terminato, andai a sedermi davanti alla porta, con il cuore stretto dalla malinconia del triste paesaggio, in preda allo sconforto che prende a volte i viaggiatori in certe sere tristi, in certi luoghi desolati. Pare che tutto stia per finire, l’esistenza e l’universo. Si percepisce a un tratto l’orribile tristezza della vita, l’isolamento di tutti, la nullità di ogni cosa, e la nera solitudine del cuore che si culla e s’inganna da sé con sogni, sino alla morte.

La vecchia donna mi raggiunse e, torturata da quella curiosità che vive sempre nel fondo degli animi più rassegnati mi domandò:

– Allora voi venite dalla Francia?

– Sì, e viaggio per mio piacere.

– Siete di Parigi, forse?

– No, sono di Nancy.

Mi parve che fosse agitata da una straordinaria emozione. Come lo vidi o meglio lo sentii, non saprei dire.

Lei ripeté lentamente:

– Siete di Nancy?

L’uomo comparve nel vano della porta, impassibile come sono i sordi. La donna riprese:

– Non fa nulla. Non sente.

Poi, dopo alcuni istanti:

– Allora, conoscete gente a Nancy?

– Ma sì, quasi tutti.

– La famiglia Sainte-Allaize?

– Sì, molto bene; erano amici di mio padre.

– Come vi chiamate?

Dissi il mio nome. Mi guardò fisso, poi disse, con la voce bassa dei ricordi ridestati:

– Sì, sì, ricordo bene. E i Brisemare, casa n’è di loro?

– Sono tutti morti.

– Ah! E i Sirmont, li conoscevate?

– Sì, l’ultimo è generale.

Allora lei disse, fremente d’emozione, d’angoscia, di non so quale sentimento confuso, forte e sacro, di non so qual bisogno di confessare, di dire tutto, di parlare di quelle cose che sino a quel momento aveva tenute racchiuse nel fondo del cuore, e di quelle persone il cui nome le sconvolgeva l’anima:

– Sì, Henri de Sirmont. Lo so, lo so. E’ mio fratello.

Alzai gli occhi su di lei, sgomento dalla sorpresa. E a un tratto il ricordo ritornò in me. La cosa aveva costituito, una volta, un grosso scandalo nella nobiltà lorenese. Una fanciulla bella e ricca, Suzanne de Sirmont, era stata rapita da un sottufficiale degli ussari del reggimento comandato da suo padre. Era un bel ragazzo, figlio di contadini, che portava molto bene il dolman azzurro, quel soldato che aveva sedotto la figlia del suo colonnello. Lei lo aveva visto, notato, amato guardando sfilare gli squadroni, certamente. Ma come aveva potuto parlargli, come avevano potuto vedersi, intendersi? Come aveva osato lei, fargli capire che lo amava? Questo, non lo si seppe mai. Nessuno aveva intuito nulla, previsto nulla. Una sera, che il soldato aveva finito il suo turno, scomparve con lei. Li cercarono, non li trovarono. Non si ebbero più notizie di loro, e la ragazza venne considerata morta. E io la ritrovavo così, in quella valle sinistra.

Allora dissi a mia volta:

– Sì, ricordo bene, voi siete la signorina Suzanne.

Accennò di sì con la testa. Le lacrime le cadevano dagli occhi. Allora, indicandomi con gli occhi il vecchio immobile mi disse:

– E’ lui.

E capii che lo amava ancora, che lo vedeva ancora con gli stessi occhi affascinati.

Domandai:

– Siete stata felice, almeno?

E lei rispose con una voce che veniva dal cuore:

– Oh, sì, molto felice. Lui mi ha resa molto felice. Non ho mai rimpianto nulla.

La contemplavo, triste, sorpreso, meravigliato dalla potenza dell’amore! Quella ragazza ricca aveva seguito quell’uomo, quel contadino. Era diventata anche lei una contadina. S’era abituata alla sua vita senza incanti, senza lusso, senza delicatezze di alcun genere, s’era piegata alle abitudini semplici di lui. E lo amava ancora. Era diventata la moglie di un uomo rozzo, in cuffia e gonna di tela. Mangiava in un piatto di terracotta su un tavolo di legno grezzo, seduta su una sedia di paglia, una zuppa di cavoli e patate col lardo. E dormiva su un pagliericcio accanto a lui. Non aveva mai pensato a nulla, soltanto a lui! Non aveva rimpianto né gioielli, né abiti, né eleganze, né la mollezza dei divani, né il tepore profumato delle stanze imbottite di tappezzerie, né la dolcezza delle piume in cui si immerge il corpo per il riposo. Aveva avuto sempre bisogno soltanto di lui; purché fosse lì, con lei, non desiderava nulla. Aveva abbandonato la vita, ancora giovane, e la compagnia della gente, e coloro che l’avevano educata e amata. Ed era venuta, sola con lui, in quel borro selvaggio. E lui era stato tutto per lei, tutto ciò che si può desiderare, che si può sognare, tutto quello che sempre si aspetta, che si spera indefinitamente. Lui aveva riempito di gioia la sua esistenza, dal principio alla fine. E lei non avrebbe potuto essere più felice. E per tutta la notte, ascoltando il respiro rauco del vecchio soldato disteso sul giaciglio accanto a colei che l’aveva seguito così lontano, pensai a quella strana e semplice avventura, a quella felicità così completa, fatta di così poco. Me ne andai al levar del sole, dopo aver stretto la mano ai vecchi coniugi>>.

Il narratore tacque. Una donna disse:

<<Va bene, ma quella donna aveva un ideale troppo facile, necessità troppo primitive, esigenze troppo semplici. Non poteva essere altro che una sciocca>>.

Un’altra disse lentamente:

<<Cos’importa! Se è stata felice>>.

E laggiù, all’estremo orizzonte, la Corsica affondava nella notte, rientrando lentamente nel mare, e cancellava la sua grande ombra apparsa come per raccontare lei stessa la storia dei due umili amanti che le sue rive ospitavano.

 (da G. de Maupassant, Racconti del giorno e della notte, Rizzoli) 

Analisi del testo

La novella presenta una struttura complessa e anomala, rispetto la linearità dei canoni narrativi naturalisti. Mentre la precedente narra le vicende seguendo la loro successione cronologica, qui troviamo una narrazione che fa più volte ricorso al flash-back, nel contesto di un racconto a cornice, in cui un narratore di primo grado, identificabile con l’autore, “cede la parola” ad un narratore di secondo grado, che racconta la storia.

La discussione animata e commossa che si svolge in una villa della costa francese, di fronte a un paesaggio suggestivo, verte sul tema dell’amore: chi sostiene che può essere duraturo, chi sostiene di no. A sostegno della prima tesi interviene, all’emergere in lontananza del profilo, in lontananza, della Corsica, un vecchio che racconta la storia di un amore lunghissimo, indissolubile, capace di resistere agli ostacoli e al trascorrere del tempo. Due giovani di condizione sociale diversa, lei nobile e lui di origine contadina, si incontrano, si innamorano, fuggono in Corsica per sottrarsi agli ostacoli insormontabili che la società “civile” frapporrebbe al loro amore. Là vivono per cinquant’anni, e ancora dopo tanto tempo si amano. La donna, ormai vecchia, abbandonato l’ambiente raffinato in cui era vissuta, accetta di vivere in un ambiente selvaggio e povero, di condurre una vita lontano dagli agi della civiltà, pur di vivere con l’uomo che ama.

Alla conclusione della narrazione del vecchio una donna reagisce con scetticismo, giudicando la donna una sciocca che si accontentava di troppo poco. Un’altra replica che però questo non importa, perché quel che conta è che sia stata felice.

La novella si chiude con la scomparsa, nel buio della notte, del profilo della Corsica che, commenta il narratore di primo grado, sembra essere apparsa per raccontare lei stessa la storia di quell’amore felice e indissolubile. Una tesi sottintesa al racconto è che l’ambiente in cui la storia d’amore si svolge, quello della Corsica, così selvaggio e semplice, sia l’unico in cui essa è concepibile. Nella società civilizzata della Francia, o dell’Italia descritta in contrasto con l’isola, un amore così duraturo è inconcepibile, sembra voler dire l’autore.

La società civilizzata, come dimostra la novella precedente, non permette all’amore vero tra due persone di manifestarsi, di realizzarsi, per il prevalere su di esso delle convenzioni e dei condizionamenti sociali.

Esercizi di analisi del testo
  1. Individua le sequenze in cui si può scomporre il testo e gli elementi che indicano il passaggio da una sequenza all’altra.
  2. Che rapporto c’è tra fabula ed intreccio? Vi sono analessi o prolessi? Prevalgono le sequenze narrative, descrittive, o dialogiche?
  3. Il racconto vede la presenza di un narratore di primo grado e di un narratore di secondo grado, con una storia raccontata nel contesto di una cornice narrativa. Individua di ciascuna l’inizio e la fine.
  4. Che cosa caratterizza il narratore di primo grado ed il narratore di secondo grado? Sono narratori interni o esterni?
  5. Nel racconto vengono descritti in modo esteso due ambienti, quello della Corsica e quello dell’Italia. Che cosa li caratterizza?
  6. Quale concezione dell’amore ha Suzanne? Che idea dell’amore e quale giudizio viene espresso sulla vicenda narrata da coloro che appartengono all’ambiente d’origine della protagonista?
  7. Alla luce di quanto affermato da Suzanne, ritieni che l’espressione “era stata rapita da un sottufficiale degli ussari” corrisponda a quanto realmente accaduto? Motiva la tua risposta.
  8. In che cosa consiste la felicità a cui si riferisce l’autore col titolo del racconto?

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Vladimir Majakovskij, Lilicka!

Vladimir Majakovskij, Lilicka!

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di Giorgio Baruzzi

Vladimir Majakovskij, Lilicka!

Il rapporto del poeta con la bellissima ed affascinante Lili Brik fu travagliato, sofferto, costellato di profonde delusioni. Nella poesia “Lilicka!”, il poeta sente la distanza della donna, nella stanza dove è avvenuto il loro primo incontro d’amore. Ora ella è fredda, come chiusa in una gelida armatura. Egli vorrebbe non lasciarsi andare alla disperazione, affrontare “civilmente” la realtà, ma al di là dell’amore per lei non c’è per lui alcuna speranza, non c’è sole.

 

Al posto di una lettera 

Il fumo del tabacco ha mangiato l’aria.

La stanza

è un capitolo dell’inferno di Krucënych [1].

Ricordi?

Accanto a questa finestra

per la prima volta,

in estasi, carezzai le tue mani.

Oggi ti vedo seduta,

il cuore in un’armatura di ferro.

Ancora un giorno,

e mi scaccerai,

coprendomi forse di ingiurie.

Nella buia anticamera la mia mano, scossa dal tremito,

nella manica a lungo tenterà d’infilarsi.

Balzerò fuori,

lancerò per strada il mio corpo.

Selvaggio,

diverrò pazzo,

trafitto dalla disperazione.

Non si deve giungere a questo:

cara,

buona,

diciamoci adesso addio.

Nonostante questo,

il mio amore,

pesante come un macigno,

resta appeso al tuo collo,

dovunque tu fugga.

Lasciami in un estremo grido urlare

l’amarezza di offesi lamenti.

Se lo sfiancano di lavoro, un bue,

andrà

a stendersi in gelide acque.

Ma al di là dell’amore per te,

per me

non c’è mare,

e a quest’amore neanche col pianto darai una tregua.

Se anela il riposo lo stanco elefante

regalmente si sdraierà sulla rena infocata.

Ma al di là dell’amore per te,

per me

non c’è sole,

e io non so neppure dove sei e con chi.

Se l’amata avesse in tal modo torturato un poeta,

egli per la gloria e il denaro l’avrebbe lasciata,

ma per me

non c’è un solo suono di festa

oltre al suono del tuo amato nome.

Non mi butterò nella tromba delle scale,

non berrò del veleno,

non oserò premere il grilletto contro la tempia.

Su di me,

al di fuori del tuo sguardo,

non ha potere la lama d’alcun coltello.

Domani scorderai

che ti avevo fatta regina,

che l’anima in fiore s’era bruciata d’amore,

e lo sfrenato carnevale dei futili giorni

disperderà le pagine dei miei libri…

Le foglie secche delle mie parole

potranno mai fermarti

per un sospiro?

Lascia almeno

ch’io copra con un’ultima tenerezza

il tuo passo che si allontana.

26 maggio 1916 – Pietrogrado

[1] Krucënych: poeta futurista amico di Majakovskij. Scrisse, tra l’altro, la raccolta di poesie Gioco all’inferno.

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Vladimir Majakovskij

Nato a Bagdadi (Georgia) nel 1893, dopo la morte del padre si trasferisce a Mosca dove continua gli studi ginnasiali fino al 1908. Iscritto al partito bolscevico, subisce tre arresti. Entra in contatto con il gruppo dei futuristi e, con i suoi atteggiamenti provocatori e la prepotente personalità, ne diviene presto figura centrale. Accoglie con entusiasmo la rivoluzione e tra il 1919 e il 1923 lavora alla ROSTA, l’agenzia telegrafica russa, per la quale realizza oltre 3000 “finestre”, manifesti di propaganda con immagini e slogan. Nel 1923 è direttore della rivista «LEF» organo del fronte di sinistra delle arti. Compie numerosi viaggi all’estero, tra cui uno negli Stati Uniti nel 1925. Con l’ascesa di Stalin, il clima politico e culturale si fa in URSS sempre meno tollerante. Il 14 aprile 1930, in circostanze ancora non del tutto chiarite, Majakovskij si toglie la vita con un colpo di pistola al cuore. Tra le sue opere: Io (1913), La nuvola in calzoni (1915), Il flauto di vertebre (1916), La guerra e l’universo (1917), 150.000.000 (1921), Amo (1922), Di questo (1923).

Rainer Maria Rilke, Spegnimi gli occhi…

Rainer Maria Rilke, Spegnimi gli occhi…

Rilke Rainer Maria Rilke, Spegnimi gli occhi…

Rainer Maria Rilke nasce a Praga il 4 dicembre 1875. Infanzia e adolescenza trascorrono infelici. Nel 1884 i genitori si separano, e Rilke fra gli undici e i sedici anni è costretto a frequentare l’accademia militare.

 


Questo provoca in lui una perenne sensazione di sradicamento.
Alla sua prima raccolta poetica, Vita e canti del 1894, segue l’anno dopo Sacrificio ai Lari. Di seguito escono Incoronato di sogno nel 1896 e Avvento nel 1897, l’anno in cui conosce Lou Andreas-Salomè, moglie dello studioso berlinese Andreas. Lou germanizza il nome Renè in Rainer.  Nel 1901, dopo l’abbandono da parte della donna, sposa la scultrice Clara Westhoff da cui avrà una figlia. Poco dopo la nascita della figlia il matrimonio si scioglie. Vive del sostegno e dell’ospitalità di amici, e spesso incontra serie difficoltà economiche. Ospite della contessa Thurn und Taxis a Duino, Rilke scrive le Elegie Duinesi, una delle maggiori opere poetiche del Novecento.Poco dopo muore di leucemia il 29 dicembre 1926. 

 

Spegnimi gli occhi…

L’amore per Lou si è impossessato a tal punto dell’animo del poeta, imbevendolo totalmente, che anche se il suo corpo fosse smembrato ed annullato egli continuerebbe a portarla nel proprio sangue. 

Spegnimi gli occhi: posso vederti

sigillami gli orecchi: posso udirti

e senza piedi ancora posso venire da te

e senza bocca ancora posso implorarti.

Spezzami le braccia: col mio cuore

ti stringerò come una mano,

strappami il cuore e il mio cervello pulserà

e pur se getterai nel fuoco il mio cervello

ti porterò nel sangue. 

Sono nelle tenebre e come cieco

Per il poeta l’abbandono da parte della donna amata, dopo i momenti dell’esaltazione, in cui si è sentito plasmato da lei, in cui lei era tutto, madre, amica, figlia, è un profondo abisso che lo ha inghiottito.

I

Sono nelle tenebre e come cieco,

perché il mio sguardo più non ti ritrova.

Un velario è per me il folle tumulto

dei giorni, e tu sei là dietro.

Lo fisso con occhi sbarrati sperando che s’alzi,

il velario, là dietro la mia vita vive,

il suo valore, la sua norma –

e insieme la mia morte – .

II

A me ti stringesti, e non per scherno,

solo così, come la mano che plasma alla creta si stringe.

Mano con la potenza del creatore.

Sognava una forma – poi si stancò, cedette,

mi lasciò cadere, e mi spezzai.

 

III

Fosti per me la più materna delle madri,

fosti un amico, come gli uomini lo sono,

una donna fosti da guardare,

più spesso ancora tu fosti un bimbo.

Fosti la dolcezza più alta che incontrai,

la durezza più aspra contro cui lottai.

La vetta fosti, che mi benedì,

ora sei l’abisso che mi ha inghiottito.