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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Robert Louis Stevenson, La “nascita” di Hyde

 

Basti dire che non solo io riconobbi il mio corpo naturale come una semplice emanazione e irradiazione di certi poteri del mio spirito, ma mi adoperai a comporre una sostanza con la quale tali poteri potessero essere annullati nella loro supremazia, e sostituiti da una seconda forma e da un secondo aspetto non meno naturali per me, perché offrivano l’espressione e portavano il marchio degli elementi più vili della mia anima.
Esitai a lungo prima di porre questa teoria alla prova della pratica. Sapevo bene di rischiare la morte; perché la droga che così potentemente controllava e scuoteva la fortezza dell’identità, avrebbe potuto, per una minima eccedenza nella dose, o un minimo inconveniente al momento della somministrazione, annullare del tutto quel tabernacolo immateriale che io con essa volevo trasformare. Ma la tentazione di una così singolare e profonda scoperta finalmente vinse ogni allarmistico timore. Avevo da molto tempo preparato la mia miscela; comperai subito, da un grossista di farmacia, una grande quantità di una polvere speciale, che sapevo per i miei esperimenti essere l’ultimo ingrediente richiesto; e in una notte maledetta, composi gli elementi, li guardai bollire e fumare mescolati nel bicchiere, e, appena l’ebollizione fu cessata, con un gran gesto di coraggio, mandai giù la pozione.
Subito dopo provai dolori laceranti: uno scricchiolio delle ossa, una nausea mortale, e un orrore dello spirito che non può essere superato nell’attimo della nascita o della morte. Poi questa agonia cominciò a placarsi, e tornai in me come da una grave malattia. C’era qualcosa di strano, nelle mie sensazioni, qualcosa di indescrivibilmente nuovo, e, appunto per la novità, incredibilmente dolce. Mi sentii più giovane, più leggero, più felice fisicamente; dentro di me avvertivo uno sconvolgimento cerebrale, una corrente di disordinate immagini sensuali che mi tumultuava nella fantasia e una sensazione sconosciuta ma non innocente di libertà m’invadeva l’anima. Io stesso capii, al primo alito di questa nuova esistenza, che ero ben malvagio, dieci volte più malvagio, venduto come uno schiavo al mio peccato originale; e in quel momento un tal pensiero mi esaltò, m’inebriò come vino. Tesi le braccia, entusiasta per la freschezza di quelle sensazioni; e in quel gesto, mi avvidi immediatamente di come la mia statura si fosse ridotta.
A quel tempo non esisteva specchio nel mio gabinetto; quello che mi sta davanti mentre scrivo, è stato portato qua dentro più tardi e proprio perché potessi studiarvi le mie metamorfosi. Nel frattempo, la notte s’era tramutata in alba – un’alba che, per quanto buia, era molto vicina a concepire il giorno – gli abitanti della casa erano ancora immersi nel più profondo dei sonni; e io decisi, esaltato com’ero dalla mia speranza e dal mio trionfo, di avventurarmi nella mia nuova forma sino alla stanza da letto. Attraversai il cortile e le stelle guardarono dall’alto, forse con stupore – so di aver pensato – la prima creatura di un genere che la loro insonne vigilanza non aveva ancora mai notato; scivolai lungo i corridoi, straniero in casa mia, e arrivai nella mia camera. Allora conobbi per la prima volta l’aspetto di Edward Hyde.
A questo punto devo parlare soltanto teoricamente, dicendo non quello che so ma quello che credo probabile. La parte malvagia della mia natura, alla quale ora io avevo dato una vigorosa efficacia, era meno robusta e meno sviluppata della parte buona. Inoltre nel corso della mia vita, che era stata, dopo tutto, per nove decimi una vita di sforzi, di virtù e di disciplina, avevo molto meno esercitato e messo alla prova quella parte cattiva, Proprio da questo derivava il fatto, credo, che Edward Hyde era più piccolo, più magro e più giovane di Henry Jekyll. Come la bontà splendeva sulla fisionomia dell’uno, la malvagità era ampiamente e chiaramente scritta in faccia all’altro. La malvagità inoltre (che ancora reputo essere la parte mortale dell’uomo) aveva impresso in quel corpo un marchio di deformità e di decadenza. Malgrado tutto questo, mentre guardavo quell’orribile idolo nello specchio, non provai alcuna ripugnanza, anzi quasi avvertii un fremito di soddisfazione. Anche quell’uomo ero sempre io. Pareva una cosa naturale e umana. Ai miei occhi quella era un’immagine più viva, più immediata, più individuale dello spirito in confronto al volto imperfetto e diviso che sino a quell’attimo avevo chiamato « io», e sino a tal punto credo d’aver avuto ragione. Ho osservato che, quando avevo le sembianze di Edward Hyde, nessuno poteva avvicinarmi senza un visibile moto di diffidenza. Questo, a parer mio, derivava proprio dal fatto che gli esseri umani, così come noi li incontriamo, sono un miscuglio di bene e di male; e Edward Hyde, invece, unico nel suo genere, era puro male.
Restai solo un minuto davanti allo specchio: dovevo tentare il secondo e conclusivo esperimento; dovevo ancora decidere se avessi perduto la mia identità senza possibilità di recupero e se, quindi, fossi costretto ad abbandonare precipitosamente, prima del giorno, una casa che non era più la mia; rientrai dunque in fretta e furia nel mio gabinetto, preparai una nuova pozione, la trangugiai, ancora una volta patii l’agonia della dissoluzione e ritornai di nuovo in me con il carattere, la statura e la faccia di Henry Jekyll.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Il dottor Jekyll una notte decide di compiere il proprio esperimento. Quali elementi puoi ricavare dalla descrizione dell’ambiente, della “creatura” e delle emozioni provate da Jekyll? Individuali nel brano.
  2. Esamina la descrizione di Hyde in termini di:
  • aspetto fisico
  • contrasto col Dr. Jekyll
  • sensazioni fisiche e psicologiche
  • percezione che gli altri hanno di lui

Vai a:

>>> Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mr Hyde

>>> La morte di Jekyll-Hyde

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