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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Melville, A letto con un cannibale

(da Herman Melville, Moby Dick)

 

III • ALLO SFIATATOIO
Entrando in quell’incappucciata Locanda dello Sfiatatoio ci si trovava in un vestibolo largo, basso e tutto storto, rivestito di antichi pannelli di legno che ricordavano le murate di qualche vecchio legno cassato dai ruoli. Da un lato era appeso un gran quadro a olio talmente affumicato e sfigurato in tanti modi, che a guardarlo in quella luce debole, proveniente da più parti, forse si poteva arrivare a capirne il senso soltanto con un esame accurato, una serie di sistematiche ispezioni, e un’inchiesta laboriosa in quei paraggi. Masse così incomprensibili di ombre e di buio fitto, che dapprima veniva quasi da pensare che qualche pittore giovane e ambizioso, al tempo delle streghe nel New England, avesse tentato di rappresentare l’affatturamento del Caos. Ma dopo molta e seria riflessione e rinnovati ponzamenti, e specialmente dopo avere spalancato il finestrino sul retro del locale, si veniva infine alla conclusione che un’idea come quella, per quanto sconcertante, poteva non essere completamente infondata.
Però ciò che lasciava più perplessi e confusi era la lunga, agile, portentosa massa nerastra di qualcosa che si librava al centro del quadro, sopra tre vaghe linee azzurre perpendicolari che ondeggiavano in mezzo a un fermento indefinibile. Un quadro davvero melmoso, fradicio, serpigno, da fare perdere la testa a un nevrastenico. Eppure, in esso, c’era una specie di sublimità indefinita, semiraggiunta, inverosimile, che senz’altro vi ci incollava l’occhio, finché senza volerlo uno giurava a se stesso di scoprire il significato di quella pittura stupefacente. Di tanto in tanto un’idea brillante ma ahimè ingannevole vi saettava per la mente: «È una tempesta notturna nel Mar Nero. No, è la lotta mostruosa dei quattro elementi primordiali. O una brughiera devastata. Un inverno artico. È lo spezzarsi dei ghiacci nella fiumana del Tempo.» Ma alla fine tutte queste fantasie erano sconfitte da quel non so che di misterioso in mezzo al quadro. Una volta spiegato quello, tutto il resto sarebbe stato chiaro. Un momento! Non somiglia vagamente a un pesce gigantesco? Allo stesso grande Leviatano? […]
Traversando questo buio vestibolo, e proseguendo per un arco dalla volta bassa, tagliato in quello che anticamente deve essere stato un gran camino centrale con focolai tutt’intorno, si entra nella stanza comune. Che è un posto ancora più buio, con tali travi basse e massicce in alto, e assi così vecchi e rugosi di sotto, che quasi pareva di calcare i visceri di qualche vecchia carretta, specie in una notte come questa piena di ululi, con questa vecchia arca ammarrata sull’angolo che balla così furiosamente. Da un lato stava un tavolo lungo, basso, a scaffale, coperto di vetrinette incrinate, piene di rarità polverose raccolte nei cantucci più lontani di questo vasto mondo. Sporgente dall’angolo estremo della stanza, una tana di colore scuro, il banco di mescita, rozzo tentativo di imitare la testa di una balena franca. Comunque sia, ecco lì il grande osso arcuato della mascella, così grande che quasi potrebbe passarci sotto una carrozza. All’interno, scaffali squallidi allineano vecchie caraffe, bottiglie, fiaschi, e dentro quelle mandibole svelte a distruggere, come un altro Giona maledetto (e così si chiamava in effetti) va sfaccendando un vecchino tutto avvizzito, che in cambio dei loro denari vende ai marinai deliri e morte, a caro prezzo.
[…] Scovai il padrone, e quando gli dissi che volevo una camera, mi rispose che la casa era piena: non c’era un letto libero. «Ma fermo!» disse poi dandosi un picchio in fronte. «Ti va o non ti va di spartire la coperta d’un ramponiere? Se vai a caccia come credo, fai bene ad abituarti a questa sorta di cose.»
lo gli dissi che spartire un letto non mi era mai piaciuto; che se proprio mi toccava di farlo, volevo prima vedere chi era questo ramponiere, e insomma se lui (il padrone) non aveva altro modo di arrangiarmi, e se il ramponiere non era proprio sgradevole, be’, piuttosto che andare ancora a zonzo in un posto che non conoscevo in una notte così brutta, mi sarei contentato di metà della coperta di qualunque persona decente.
«L’avevo immaginato. Bene, mettiti a sedere. Qualcosa da mangiare? Cena? La cena sarà pronta subito.» […]
«Padrone!» dico, «ma che razza di uomo è, rientra sempre così tardi?» Ci mancava poco a mezzanotte.
Il padrone rifece la sua risatella magra, come divertito assai da ciò che non riuscivo a capire. «No,» rispose, «di solito è un tipo mattiniero. Presto a letto e presto in piedi, sicuro, è uno che piglia pesci. Ma stasera è uscito a svendere, capisci, e proprio non mi spiego che diavolo gli fa fare così tardi, tranne che forse non riesce a smerciare la testa.»
«Smerciare la testa? Ma cos’è questa storia?» Cominciavo ad arrabbiarmi forte. «Padrone, vuoi dire sul serio che in questa notte benedetta di sabato, o meglio mattina di domenica, quell’uomo va in giro e si dà da fare per vendersi la testa?»
«Precisamente,» disse il padrone, «e io gliel’ho detto che qui non poteva farcela perché il mercato è pieno.»
«Ma di che?» gridai.
«Di teste, appunto. Non ci sono troppe teste al mondo?»
«Stammi a sentire, padrone,» dissi con assoluta freddezza, «meglio smetterla con queste favole, non sono un fesso.»
«Può darsi.» Prese una scheggia di legno e si appuntò uno stuzzicadenti. «Ma ci scommetto che avrai fessa la zucca se quello ti sente che gli calunni la testa.»
«Io gliela rompo, la testa,» feci imbestialito da quelle sue assurdità.
«È già rotta,» dice.
«Rotta? Rotta hai detto?»
«Sicuro, ed è per questo che non riesce a venderla, credo.»
«Padrone,» dico, e m’avvicino gelido come il monte Ecla in una tormenta. «Padrone, piantala di raschiare. Tu e io dobbiamo spiegarci, e subito per giunta. Io vengo alla tua locanda e chiedo un letto; tu mi rispondi che puoi darmene solo metà, e l’altra metà è di un certo ramponiere. E su questo ramponiere che ancora non ho visto continui a raccontarmi storie che sono le più grossolane mistificazioni e provocazioni, e che finiscono col farmi venire la nausea per questa persona con cui debbo dormire: che è un rapporto, padrone, estremamente intimo e confidenziale. Ora ti domando di parlare chiaro, e dirmi chi e che diavolo è questo ramponiere e se posso stare tranquillo sotto ogni punto di vista passando la notte con lui. E in primo luogo sarai così gentile da rimangiarti questa storia della testa: perché, se è vera, è prova sicura che questo ramponiere è pazzo da manicomio, e non ho nessuna intenzione di dormire con un pazzo; e tu amico, dico tu, padrone, tu egregio signore, sapendo questo e cercando di convincermi a farlo, ti rendi di conseguenza passibile di azione penale.»
«Càspita,» disse il padrone tirando un gran respiro, «questo sì è un predicozzo per uno che si sbottona di rado. Ma sta’ tranquillo, non ti preoccupare, questo ramponiere che ti dicevo è appena arrivato dai mari del Sud, dove ha comprato un mucchio di teste imbalsamate della Nuova Zelanda (gran rarità come sai) e le ha vendute tutte tranne una, e quest’ultima cerca di venderla stanotte, perché domani è domenica e non sarebbe il caso di andare in giro a vendere teste umane mentre la gente va in chiesa. Ci ha provato domenica scorsa ma lo trattenni proprio mentre usciva, con quattro teste infilate in uno spago che sul mio onore parevano una filza di cipolle.»
Questo resoconto chiarì il mistero che altrimenti era incomprensibile, e provò che dopo tutto il padrone non aveva avuto nessuna intenzione di prendermi in giro, ma d’altra parte che pensare di un ramponiere che la notte di sabato la passa fuori, fino alla santa domenica, dandosi da fare per vendere teste di miscredenti morti, che è un vero lavoro da cannibali? […]
Sedetti sulla sponda del letto e cominciai a pensare a questo ramponiere smerciatore di teste e al suo tappeto. Dopo avere pensato un poco seduto sul letto, mi alzai, mi tolsi la giubba, e mi misi a pensare in mezzo alla camera. Poi mi tolsi la giacca e pensai un altro poco in maniche di camicia. Ma cominciando ora a sentire un gran freddo, mezzo svestito com’ero, e ricordando ciò che aveva detto il padrone, che probabilmente il ramponiere non sarebbe tornato affatto quella notte, visto che era così tardi, non stetti più a frastornarmi: sgusciai da calzoni e stivali, soffiai sulla candela e mi buttai nel letto mettendomi nelle mani di Dio.
Se il materasso fosse pieno di pannocchie di granturco o d stoviglie rotte non è facile dirlo, ma certo mi rigirai parecchio e per un bel pezzo non chiusi occhio. Alla fine scivolai in un leggero sopore, e quasi quasi filavo al largo verso la terra del Primosonno, quando sentii nel corridoio un passo pesante e vidi un filo di luce entrare in camera da sotto l’uscio.
Dio mi salvi, penso, dev’essere il ramponiere, quel dannato mercante di teste. Ma rimasi immobile come un morto e deciso a non fiatare sinché non mi si parlasse. La candela in una mano, e quella famosa testa nell’altra, lo sconosciuto entrò in camera e senza guardare al letto posò la candela parecchio lontano da me, in un angolo del pavimento; quindi si mise a lavorare di dita sui nodi del saccone che come dissi prima stava nella camera. Non vedevo l’ora di guardarlo in faccia, ma quello la tenne rivolta dall’altro lato per tutto il tempo che rimestò per slacciare la bocca del sacco. Fatto questo, però, si volse, e allora Dio che vista! Una faccia! Era di un colore cupo, purpureo e giallastro, tutta chiazzata qua e là di grossi riquadri nericci. Sì, era proprio come temevo, un compagno di letto terribile; avrà preso parte a una rissa, è stato massacrato, e viene dritto dal chirurgo. Ma in quel momento gli capitò di voltare la faccia alla luce e vidi benissimo che non potevano assolutamente essere cerotti, quei quadrati neri sulle guance. Erano macchie, chi sa di cosa. Dapprima non ci capivo niente, ma subito ebbi sentore della verità. Ricordai la storia di un bianco, anzi proprio un baleniere, che era capitato fra i cannibali ed era stato tatuato. A questo ramponiere, conclusi, nel corso dei suoi lunghi viaggi sarà capitata la stessa avventura. E dopo tutto che vuol dire? pensai. È solo questione di facciata. Un uomo può essere onesto sotto qualunque pelle. D’altro canto non sapevo spiegarmi quel colorito inumano, quello cioè delle parti attorno, che niente avevano a spartire coi quadrelli del tatuaggio. Certo, poteva trattarsi semplicemente d’una buona mano di abbronzatura tropicale, ma non avevo mai sentito dire che il sole forte possa dare a un uomo bianco il colore della tintura di iodio. Però non ero mai stato nel Sud, e magari laggiù il sole produceva sulla pelle questi effetti straordinari. Basta, mentre tutti questi pensieri mi passavano come lampi per il cervello, il ramponiere non si era accorto di me assolutamente. Ma avendo dopo qualche difficoltà aperto la sua sacca, si mise a rovistarci dentro e subito ne tirò fuori una specie d’ascia di guerra, e una bisaccia di foca col pelo. Le mise sulla cassaccia in mezzo alla camera, afferrò la testa neozelandese che era proprio una roba da vomitare, e la ficcò nel sacco. Infine si tolse il cappello, un cappello nuovo di castoro, e io trattenni un urlo, tanta fu la nuova sorpresa. Non aveva capelli in testa, o quasi, niente altro che un ciuffetto attorcigliato sul davanti. La testa pelata e rossiccia era precisa identica una testa di morto ammuffita. Se non si fosse trovato fra me e la porta, mi sarei buttato fuori più in fretta che non abbia mai buttato giù un pranzo.
Ebbi anzi lo stesso l’idea di calarmi dalla finestra, ma eravamo al secondo piano, all’interno. Non sono un vigliacco, ma non sapevo più assolutamente cosa pensare di quel rosso farabutto mercante di teste umane. L’ignoranza è madre della paura, e trovandomi completamente confuso e rimbambito di fronte a questo strano tipo, lo confesso, ne ebbi paura come se il demonio stesso avesse fatto irruzione in piena notte nella mia camera. Ne avevo tanta paura, di fatti, che non avevo neanche il coraggio di parlargli e di esigere una spiegazione soddisfacente su quelle sue incredibili qualità.
Intanto quello continuava l’operazione di spogliarsi, e infine mostrò il petto e le braccia. Quant’è vero che son vivo, queste sue parti nascoste erano tutte marcate con gli stessi scacchi che aveva in faccia; la schiena pure, tutta a quadrelli neri; pareva che avesse combattuto in qualche guerra dei trent’anni e ne scappasse proprio allora con una camicia di cerotti. Non solo, persino le gambe aveva marcate, come se un branco di rane verdiscure stessero arrampicandosi sopra tronchetti di palme. Ormai non c’era dubbio che costui doveva essere qualche selvaggio abominevole, imbarcato su una baleniera nei mari del Sud e quindi sbarcato su questa terra cristiana. A pensarci mi venivano i brividi. E per giunta un mercante di teste, magari le teste dei suoi fratelli. Magari s’incapricciava della mia… per Dio! Guarda che mannaia!
Neanche il tempo di rabbrividire ebbi, che il selvaggio si mise a fare qualcosa che ipnotizzò la mia attenzione completamente, e mi persuase che doveva essere proprio un senzadio. Si era avvicinato al gabbano, mantello o giaccone di lana pesante che aveva appeso a una sedia, e frugando nelle tasche ne tirò fuori una curiosa figuretta sgorbia, con una gobba sul dorso e il colore preciso di un neonato congolese di tre giorni. Ricordando la testa imbalsamata, quasi pensai dapprima che quel manichino nero fosse un bambino autentico
conservato in qualche maniera simile. Ma vedendo che non pareva flessibile affatto, e luccicava come un pezzo di avorio lustrato, conclusi che doveva essere solo un idolo di legno, e così infatti risultò. Perché ora il selvaggio va al camino vuoto, toglie il parafuoco di carta, e piazza quella goffa cosina tra gli alari, dritta come un birillo. Gli stipiti del camino e i mattoni lì dentro erano tutti neri di fuliggine, perciò pensai che quel focolare era proprio il tempietto che ci voleva, la cappelluccia adattissima al suo idolo congolese.
Ora strizzavo forte gli occhi verso la figura seminascosta, e nello stesso tempo stavo sulle spine, per vedere come andasse a finire. Quello cava anzitutto un paio di manciate di trucioli dalla tasca del gabbano, e li sistema con cura davanti al feticcio; poi ci mette sopra una scaglia di galletta, accosta la fiamma della candela e accende i trucioli in un bel fuoco sacrificale. Quindi diteggia svelto tra la fiamma, ritrae ancora più svelto le dita come se le avesse scottate malamente, e alla fine riesce ad acchiappare la galletta; ne soffia via un po’ di calore o di cenere, e ne fa una cortese offerta al negretto. Ma quel diavoletto non parve gradire per niente un tipo di alimentazione così asciutto: nemmeno mosse le labbra. Tutte queste buffonerie furono accompagnate da suoni gutturali ancora più strambi da parte del fedele, che pareva pregare in cantilena o cantare qualche salmodia pagana, facendo intanto con la faccia le smorfie più innaturali. Alla fine, spegnendo il fuoco, sollevò l’idolo senza troppe cerimonie e lo rificcò nella tasca del mantello, con la noncuranza di un cacciatore che insacca una beccaccia morta.
Tutti questi strani procedimenti aumentavano la mia preoccupazione, e vedendo ora da certi chiari sintomi che quello stava per finire le sue faccende e saltare a letto, pensai che era il momento, ora o mai più, prima che spegnesse la luce, di rompere l’incanto che mi aveva paralizzato così a lungo.
Ma il tempo che mi ci volle a decidere cosa dire mi fu fatale. Presa dal tavolo l’accetta di guerra egli ne guardò per un attimo la testa, e accostandola alla fiamma con la bocca al manico ne tirò grandi nuvole di fumo di tabacco. L’attimo dopo la candela era spenta e questo cannibale feroce, la scure tra i denti, mi balzò nel tetto. Io senza più potermi trattenere gridai, e con un improvviso grugnito di stupore quello cominciò a palparmi.
Balbettando qualcosa, non so che, rotolai contro il muro e lo scongiurai, chiunque o qualunque cosa fosse, di star buono e lasciarmi alzare e riaccendere la candela. Ma le sue risposte gutturali mi fecero subito capire che egli afferrava malissimo ciò che gli dicevo.
«Chi diavolo?» disse infine, «tu no parlare, dannazione, io ammazzo!» E la mannaia accesa cominciò a svolazzarmi attorno nel buio.
«Padrone, per amor di Dio, Pietro Bara!» gridai. «Padrone! Allarme! Bara! Angeli! Aiuto!»
«Parla! Dici chi sei, o diavolo ammazzo!» ringhiò di nuovo il cannibale mentre i suoi paurosi svolazzi con l’ascia mi spargevano addosso le ceneri di tabacco ardenti, tanto che credetti che la biancheria mi stesse per pigliar fuoco. Ma grazie a Dio in quel momento il padrone entrò in camera con la candela in mano, e con un salto dal letto gli corsi incontro.
«Andiamo, niente paura», disse ricominciando a ghignare. «Queequeg qui non è capace di torcerti un capello.»
«E smettila di ghignare», urlai. «E perché non mi hai detto che questo ramponiere dell’inferno era un cannibale?»
«Ma credevo che lo sapessi… non ti ho detto che era fuori a smerciar teste? Be’, un altro colpo di pinne, e torna a dormire. Queequeg, senti: tu capisci me, io capiscio te: questo uomo dorme te. Capisci me?
«Me capire molto», grugnì Queequeg tirando alla pipa e alzandosi a sedere sul letto.
«Tu dentro», aggiunse facendomi cenno con la scure di guerra e buttando da un lato la sua roba. E in realtà lo fece in una maniera non solo civile ma veramente cortese e caritatevole. Stetti a guardarlo un momento. Con tutti i suoi tatuaggi, era in complesso un cannibale pulito e di aspetto gradevole. Che è tutto questo chiasso che ho fatto, dico a me stesso: costui è un essere umano proprio come me, ed ha tanto motivo di temermi come io di temere lui. Meglio dormire con un cannibale sobrio che con un cristiano ubriaco.
«Padrone, digli di mettere via l’ascia o pipa o quello che sia, insomma digli di smettere di fumare e andrò sotto con lui. Non mi piace avere a letto uno che fuma. È pericoloso. Per giunta non sono assicurato.»
Glielo disse, e Queequeg subito consentì, e di nuovo mi accennò gentilmente di mettermi a letto, rotolandosi tutto da una parte come per dire: Non ti sfioro nemmeno una gamba.»
«Buona notte, padrone», dissi, «puoi andare.»
Mi ficcai sotto: mai dormito meglio in vita mia.
Da H. Melville, Moby Dick o la Balena, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2011 (Traduzione di Bianca Gioni)

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