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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

Composto a Firenze nel 1832 e pubblicato nell’edizione delle Operette morali del 1834, il dialogo presenta, con tono apparentemente ironico e leggero, la disillusa visione della vita di Leopardi.

 

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi, lunari nuovi! Servono almanacchi signore?

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Sì signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore. Sicuramente illustrissimo, felicissimo!

Passeggere. Come l’anno passato?

Venditore. Molto, molto più felice!

Passeggere. Come due anni fa?

Venditore. Di più, di più molto di più illustrissimo!

Passeggere. Ma allora, come quale altro? Non vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi ultimi anni?

Venditore. Signor no, proprio non mi piacerebbe.

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da quando vendete almanacchi?

Venditore. Saranno vent’anni illustrissimo.

Passeggere. A quale di questi vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? Veramente, non saprei…

Passeggere. Non ricordate nessun anno in particolare, che vi sia parso felice?

Venditore. No, sinceramente non ricordo, illustrissimo.

Passeggere. Eppure, la vita è bella. Non è vero?

Venditore. Ma certo, questo risaputo.

Passeggere. Non vorreste rivivere questi vent’anni, e magari anche quelli prima, fin da quando nasceste?

Venditore. Eh, caro signore, magari si potesse.

Passeggere. Rivivere la vostra vita, così com’è stata, con i piaceri e dispiaceri?

Venditore. Questo proprio no!

Passeggere. Oh, ma allora, che altra vita vorreste rifare? La vita che ho fatto io? O quella di un principe? O di chi altro? Non credete che ciascuno risponderebbe come voi, che dovendo rifare la stessa, identica vita non vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Penso proprio di sì.

Passeggere. E anche voi non tornereste indietro, a questa condizione, non essendovi altra possibilità?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei!

Passeggere. Ma allora che vita vorreste?

Venditore. Una vita così, come dio me la mandasse, senza tante condizioni.

Passeggere. Una vita a caso, senza saperne nulla, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Proprio così.

Passeggere. E così vorrei anch’io, se dovessi rinascere, e così vorrebbero tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a quest’anno, ha trattato tutti male. E che ciascuno è convinto che sia stato più il male che il bene che gli è toccato. Nessuno, infatti, vorrebbe rinascere per rivivere la stessa vita, con tutto il suo bene e con tutto il suo male. Quella vita che è una cosa bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non è la vita passata ma la vita futura. Con l’anno nuovo il caso comincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e avrà inizio la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

Passeggere. Dunque, mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore. Ecco, illustrissimo. Questo vale trenta soldi.

Passeggere. Ecco trenta soldi.

Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi, lunari nuovi!!

Analisi del testo

Il venditore riflette l’opinione corrente dell’uomo comune, convinto che l’anno nuovo sarà più felice di quello precedente. Il passeggere, che raffigura lo stesso Leopardi, mette in crisi questo suo ottimismo. Il venditore non sa dire quale degli anni precedenti egli vorrebbe rivivere. Anzi, nessuno di essi. Entrambi riconoscono, allora, che gli anni trascorsi non sono stati felici e che nessuno vorrebbe rivivere la vita già vissuta.

Meglio sarebbe, invece, tornare indietro per vivere una vita nuova e sconosciuta. Il venditore è apparentemente convinto che la vita sia bella, mentre il passeggere è consapevole che l’unica vita bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Tuttavia egli comprende e perdona le illusioni degli uomini, non vuole privare il venditore delle sue speranze e alla fine acquista l’almanacco più bello.

L’idea centrale del dialogo la ritroviamo in questo passo dello Zibaldone:

«[…] nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiamo provato più male che bene; e se noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione o ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti

(Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, pp. 42-83, 229-30)

Testo originale_ Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? 

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Si signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo? 

Venditore. Oh illustrissimo sì, certo.

Passeggere. Come quest’anno passato?

Venditore. Più più assai.

Passeggere. Come quello di là?

Venditore. Più più, illustrissimo.

Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore. Signor no, non mi piacerebbe. 

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? non saprei.

Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore. No in verità, illustrissimo.

Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore. Cotesto si sa.

Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? 

Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore. Cotesto non vorrei.

Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Lo credo cotesto.

Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Passeggere. Ecco trenta soldi.

Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. 

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