Crea sito
Shakespeare: Giulio Cesare [Romani, amici…]

Shakespeare: Giulio Cesare [Romani, amici…]

Giulio Cesare è una tragedia scritta da Shakespeare probabilmente nel 1599. Essa si basa su eventi storici e parla della congiura e dell’assassinio di Giulio Cesare.  L’inizio della vicenda si svolge prima a Roma e in secondo luogo in Grecia (Filippi). Bruto, figlio adottivo di Cesare, si fa convincere a partecipare a una congiura ordita da alcuni senatori romani, tra cui Cassio, per impedire che Cesare trasformi la Repubblica romana in una monarchia. Ritornato a Roma dopo la campagna d’Egitto, Cesare ignora l’avvertimento di un indovino di guardarsi dalle IDI di marzo e le premonizioni della moglie, ma sarà assassinato in Senato proprio nel giorno predetto. Il primo a colpirlo è Casca, l’ultimo è Bruto.  Alle famose parole di Cesare “tu, quoque, Brute!” Shakespeare aggiunge “Allora cadi, o Cesare!”, suggerendo così che Cesare si rifiuta di sopravvivere a un tale tradimento . Dopo la morte di Cesare un altro personaggio compare sullo sfondo come amico di Cesare: si tratta di Marco Antonio che, tramite un discorso che costituisce un modello di abile oratoria, muove l’opinione pubblica contro gli assassini di Cesare. Dopo la morte di Cesare, Bruto attacca Cassio accusandolo di regicidio in cambio di denaro; i due in seguito si riconciliano, ma mentre entrambi si preparano alla guerra contro Marco Antonio e Ottaviano, lo spettro di Cesare appare a Bruto, annunciandogli la sua prossima sconfitta (“Ci rivedremo a Filippi” – atto IV, scena III). Durante la battaglia le cose si mettono male per i cospiratori e sia Bruto che Cassio decidono di suicidarsi piuttosto che essere fatti prigionieri. La tragedia termina con un accenno alla futura frattura dei rapporti tra Marco Antonio e Ottaviano, che sarà sviluppata nella tragedia Antonio e Cleopatra. Nell’ultima parte si accenna all’ascesa al potere di Ottaviano e la sconfitta di Marco Antonio ad Azio nel 31 a.C.

Romani, amici, miei compatrioti…

SCENA II – Roma, il Foro.

[…]

BRUTO – Romani, miei compatrioti, amici, io vi chiedo pazienza; ascoltatemi bene fino in fondo, e restate in silenzio, e vi esporrò la causa del mio agire. Sul mio onore, credetemi, ed abbiate rispetto del mio onore; giudicatemi nella saggezza vostra, e a meglio farlo aguzzate l’ingegno. Se c’è alcuno fra voi ch’abbia voluto molto bene a Cesare, io dico a lui che l’amore di Bruto per Cesare non fu meno del suo.

Se poi egli chiedesse perché Bruto s’è levato con l’armi contro Cesare, la mia risposta è questa: non è che Bruto amasse meno Cesare, ma più di Cesare amava Roma.

Preferireste voi Cesare vivo e noi tutti morire come schiavi, oppur Cesare morto, e tutti liberi?

Cesare m’ebbe caro, ed io lo piango; la fortuna gli arrise, ed io ne godo; fu uomo valoroso, ed io l’onoro.

Ma fu troppo ambizioso, ed io l’ho ucciso. Lacrime pel suo amore, compiacimento per la sua fortuna, onore al suo valore, ma morte alla sua sete di potere! C’è alcuno tra voi che sia sì abietto da bramare di viver come servo? Se c’è, che parli, perché è lui che ho offeso!

Se alcuno c’è tra voi che sia sì barbaro da rinnegare d’essere un Romano, che parli, perché è a lui che ho fatto torto! E chi c’è qui tra voi di tanto ignobile da non amar la patria? Se c’è, parli: perché è a lui ch’io ho recato offesa.

CITTADINI – Nessuno, Bruto! Nessuno! Nessuno!

Giunge Antonio e altri, che portano il corpo di Cesare avvolto in un lenzuolo. Bruto invita i concittadini ad ascoltare quel che Antonio dirà loro e se ne va. Poi Antonio inizia il suo discorso.

[…]

ANTONIO – Romani, amici, miei compatrioti, vogliate darmi orecchio. Io sono qui per dare sepoltura a Cesare, non già a farne le lodi. Il male fatto sopravvive agli uomini, il bene è spesso con le loro ossa sepolto; e così sia anche di Cesare. V’ha detto il nobile Bruto che Cesare era uomo ambizioso di potere: se tale era, fu certo grave colpa, ed egli gravemente l’ha scontata. Qui, col consenso di Bruto e degli altri – ché Bruto è uom d’onore, come lo sono con lui gli altri – io vengo innanzi a voi a celebrare di Cesare le esequie. Ei mi fu amico, sempre stato con me giusto e leale; ma Bruto dice ch’egli era ambizioso, e Bruto è certamente uom d’onore. Ha addotto a Roma molti prigionieri, Cesare, e il lor riscatto ha rimpinzato le casse dell’erario: sembrò questo in Cesare ambizione di potere? Quando i poveri han pianto, Cesare ha lacrimato: l’ambizione è fatta, credo, di più dura stoffa; ma Bruto dice ch’egli fu ambizioso, e Bruto è uom d’onore. Al Lupercale – tutti avete visto – per tre volte gli offersi la corona e per tre volte lui la rifiutò. Era ambizione di potere, questa? Ma Bruto dice ch’egli fu ambizioso, e, certamente, Bruto è uom d’onore. Non sto parlando, no, per contraddire a ciò che ha detto Bruto: son qui per dire quel che so di Cesare. Tutti lo amaste, e non senza cagione, un tempo… Qual cagione vi trattiene allora dal compiangerlo? O senno, ti sei andato dunque a rifugiare nel cervello degli animali bruti, e gli uomini han perduto la ragione? Scusatemi… il mio cuore giace là nella bara con Cesare, e mi debbo interromper di parlare fin quando non mi sia tornato in petto.

1° CITTADINO – Mi sembra che ci sia molta ragione in quel che ha detto.

2° CITTADINO – Certo, a ripensarci. Cesare ha ricevuto grandi torti.

[…]

ANTONIO – Ancora ieri, la voce di Cesare avrebbe fatto sbigottire il mondo: ed ei giace ora là, e nessuno si stima tanto basso da render riverenza alla sua spoglia. Oh, amici, fosse stata mia intenzione eccitare le menti e i cuori vostri alla sollevazione ed alla rabbia, farei un torto a Bruto e un torto a Cassio, i quali sono uomini d’onore, come tutti sapete. Non farò certo loro questo torto; preferisco recarlo a questo ucciso, a me stesso ed a voi, piuttosto che a quegli uomini onorevoli. Ma ho qui con me una pergamena scritta, col sigillo di Cesare; l’ho rinvenuta nel suo gabinetto: è il suo testamento. Se solo udisse la gente del popolo quello ch’è scritto in questo documento – che, perdonate, non intendo leggere – andrebbe a gara a baciar le ferite di questo corpo, e a immergere ciascuno i propri lini nel suo sacro sangue; e a chiedere ciascuno, per reliquia, un suo capello, di cui far menzione in morte, per lasciarlo in testamento, prezioso lascito, ai suoi nipoti.

1° CITTADINO – Il testamento lo vogliamo udire. Leggilo, Marcantonio!

Antonio simula di essere restio a rivelare quanto contenuto nel testamento di Cesare, poi, prima di iniziarne la lettura, mostra ai presenti le ferite che sono state inferte a Cesare. 

[…]

ANTONIO – Ora, se avete lacrime, Romani, preparatevi a spargerle. Il mantello lo conoscete tutti: io ho, nel mio ricordo, la prima volta ch’egli l’ha indossato: nella sua tenda, una sera d’estate, il giorno stesso che sconfisse i Nervii. Guardate: in questo punto è penetrato il pugnale di Cassio; qui, vedete, che squarcio ha fatto nella sua ferocia Casca, e per là è poi passato il pugnale del suo diletto Bruto; e quando questi ha estratto da quel varco il maledetto acciaio, ecco, osservate come il sangue di Cesare n’è uscito quasi a precipitarsi fuor di casa per sincerarsi s’era stato Bruto, o no, che avesse così rudemente bussato alla sua porta: perché Bruto era l’angelo di Cesare, lo sapete. E voi siete testimoni, o dèi, di quanto caramente egli l’amasse! Questo di tutti i colpi è stato certamente il più crudele: perché il nobile Cesare quando vide colui che lo vibrò, l’ingratitudine, più che la forza delle braccia degli altri traditori, lo soverchiò del tutto, e il suo gran cuore gli si spezzò di schianto; e, coprendosi il volto col mantello, ai piedi della statua di Pompeo, che intanto s’era inondata di sangue, il grande Cesare crollò e cadde. Oh, qual caduta, miei compatrioti, è stata quella! Tutti, in quell’istante, siamo caduti, mentre su di noi trionfava nel sangue il tradimento. Oh, ora voi piangete; e la pietà, m’accorgo, fa sentire in voi il suo morso: son generose lacrime, le vostre; e voi piangete, anime gentili, e avete visto solo sulla veste del nostro Cesare le sue ferite. Guardate qua: (Solleva il lenzuolo e scopre il corpo di Cesare) il suo corpo straziato dai pugnali traditori. […]

ANTONIO –

Miei buoni amici, miei cari amici, non fatemi carico d’istigarvi ad un simile improvviso flutto di ribellione. I responsabili di quest’azione sono gente d’onore… Quali private cause di rancore possano averli indotti, ahimè, a compierla, non so: essi son saggi ed onorevoli e vi sapranno dire le ragioni. Non son venuto, amici, a rapire per me il vostro cuore; non sono un oratore come Bruto, sono – mi conoscete – un uomo semplice che amava Cesare con cuor sincero; e questo sanno bene anche coloro che m’han concesso il loro beneplacito a parlare di lui così, in pubblico; perché io non posseggo né l’ingegno, né la facondia, né l’abilità, né il gesto, né l’accento, né la forza della parola adatta a riscaldare il sangue della gente: parlo come mi viene sulla bocca, vi dico ciò che voi stessi sapete, vi mostro le ferite del buon Cesare, povere bocche mute, e chiedo a loro di parlar per me. S’io fossi Bruto e Bruto fosse Antonio, allora sì, che qui a parlare a voi vi sarebbe un Antonio ben capace di riscaldare gli animi e di dar voce ad ogni sua ferita per trascinare a Roma anche le pietre alla rivolta ed all’insurrezione!

CITTADINI – E così noi faremo! Insorgeremo! Daremo fuoco alla casa di Bruto!

1° CITTADINO – Via, dunque, a caccia dei cospiratori!

William Shakespeare, Giulio Cesare. Traduttore Goffredo Raponi.

Da http://www.liberliber.it/libri/s/shakespeare/index.php

Esercizi di analisi del testo:                                                                                      

Prendi in esame il discorso di Bruto:

Sinonimi del termine “onore”, usato da Bruto, sono:

a)     riconoscimento, gratitudine, fedeltà

b)     onestà, integrità, moralità

c)     lealtà, gloria, valore

d)     cortesia, eroismo, disponibilità

Bruto ha partecipato all’uccisione di Cesare

a)     Perché lo amava troppo.

b)     Perché Cesare era troppo avido di potere.

c)     Perché Cesare era troppo valoroso.

d)     Perché amava troppo Roma.

In conclusione l’uccisione di Cesare ha evitato che…

  1. Nella prima parte del suo discorso Antonio:
  • Dichiara di voler “dare sepoltura a Cesare, non già … farne le lodi”: ti sembra questa la vera intenzione di Antonio? Perché?
  • Anche Antonio usa il termine “onore” ripetutamente. Perché si può affermare che lo usa in senso ironico/sarcastico?
  • Quale tesi Antonio Intende confutare?
  • Quali sono I fatti da lui citati a sostegno della sua tesi?
  1. A che cosa fa riferimento Antonio nella seconda parte del suo discorso?

Dice di aver trovato il testamento di Cesare e

a)     non lo vuole leggere per non danneggiare la reputazione di Cesare.

b)     non lo vuole leggere per non danneggiare la reputazione di Bruto.

c)     non lo vuole leggere per evitare disordini da parte del popolo.

d)     vuole leggerlo, ma finge di non volerlo fare per evitare disordini.

  1. Nella terza parte del discorso Antonio fa riferimento alle circostanze della morte di Cesare.

Egli mette in evidenza:

a)     quanto Cesare amasse Bruto e come questi l’abbia crudelmente tradito;

b)     quanto Bruto amasse Cesare, ma nonostante questo l’abbia colpito a morte;

c)     che Cesare ha perdonato Bruto, nonostante il suo tradimento, perché lo amava;

d)     che Cesare, coprendosi il volto, ha cercato protezione dietro la statua di Pompeo.

  1. Nella conclusione del suo discorso Antonio utilizza di nuovo, ripetutamente, una serie di negazioni: che cosa dice di non volere, di non essere o di non saper fare?
  2. Ritieni che sia sincero? Motiva la tua risposta:
medioevo

Medioevo

moderna

Età moderna

settecento

Settecento

ottocento

Ottocento

novecento

‘900_nuovo millennio

cinema

Cinema e letteratura

Shakespeare, Essere, o non essere…

Shakespeare, Essere, o non essere…

Shakespeare, Essere, o non essere…Shakespeare, Essere o non essere

 

>> To be, or not to be

 

ATTO TERZO – SCENA I – Elsinore, una stanza nel castello.

Entrano il RE, la REGINA, POLONIO, OFELIA, ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN

RE – E non potreste voi, con velate domande, fargli direqualche cosa di quel suo turbamento che inasprisce la pace dei suoi giorni in una torbida, insidiosa insania?

ROSENCRANTZ – Ammette di non esser più se stesso, ma si rifiuta di dirne la causa.

GUILDENSTERN – Né lo troviamo aperto e ben disposto a lasciarsi sondare da noi due. Quanto appena tentiamo d’invogliarlo a dir qualcosa sul suo vero stato, svicola, con astuta stravaganza.

REGINA – V’ha bene accolto?

ROSENCRANTZ – Da gran gentiluomo.

GUILDENSTERN – Facendo però assai forza a se stesso.

ROSENCRANTZ – Avaro di domande, ma alle nostre scioltissimo a rispondere.

REGINA – Non avete tentato d’invogliarlo a darsi qualche distrazione?

ROSENCRANTZ – Infatti, signora, si dà il caso che per via ci sia occorso di lasciarci dietro alcuni commedianti qui diretti. Gliene abbiamo parlato, e ci sembrò che avesse un certo gusto a udirne. Quelli sono ora a corte, in qualche luogo, e credo abbian già l’ordine di recitare innanzi a lui stasera.

POLONIO – Proprio così; è stato anzi lui stesso a dirmi di pregar le vostre altezze di assistere anche loro allo spettacolo.

RE – Ma certo! Come no! Con tutto il cuore! E non sapete quanto mi consola apprendere ch’egli è sì ben disposto! A voi, signori miei, di stimolarlo ancora, indirizzandone lo spirito a questo genere di distrazioni.

ROSENCRANTZ – Va bene, vostra altezza, lo faremo.

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

RE – Andate pure voi, dolce Gertrude. Abbiamo fatto, in tutta discrezione, che Amleto venga qui, sì che possa incontrarsi con Ofelia, come fosse per caso: il di lei padre ed io ci disporremo da legittime spie, in modo tale che potremo, vedendo non veduti, dedurre dall’incontro miglior causa di conoscenza della sua condotta, e sapere s’è per la sua passione o no, ch’egli si strugge in questo modo.

REGINA – Farò come voi dite. In quanto a te, Ofelia, m’auguro che le tue grazie siano esse solo la felice causa della stranezza che pervade Amleto, sperando che le tue virtù squisite lo rendano alle forme sue consuete, per l’onore di entrambi.

OFELIA – Dio lo voglia.

(Esce la regina)

POLONIO – Ofelia, qui: comincia a passeggiare. (Al re) E noi, se non dispiace a vostra grazia, andiamo intanto ad appostarci là. (A Ofelia) Mentre passeggi, leggi questo libro. L’ostentazione d’un tale esercizio può dar colore alla tua solitudine… Troppo spesso noi siamo biasimati in questo, ma è provato, arciprovato: viso compunto e atteggiamento pio riescono ad addolcire il diavolo.

RE – (A parte) Troppo vero, ahimè!… Ma che frustata, queste parole per la mia coscienza! La guancia d’una avvizzita puttana non è più brutta dell’immonda pàtina che la copre, di quanto sia più sporco dell’urbano e compunto mio parlare il mio modo d’agire sotterraneo.

POLONIO – Eccolo, monsignore. Ritiriamoci.

(Escono il re e Polonio)

Entra AMLETO

AMLETO – Essere, o non essere… questo è il nodo:([1]) se sia più nobil animo sopportar le fiondate e le frecciate d’una sorte oltraggiosa, o armarsi contro un mare di sciagure, e contrastandole finir con esse. Morire… addormentarsi: nulla più. E con un sonno dirsi di por fine alle doglie del cuore e ai mille mali che da natura eredita la carne. Questa è la conclusione che dovremmo augurarci a mani giunte. Morir… dormire, e poi sognare, forse… Già, ma qui si dismaga l’intelletto: perché dentro quel sonno della morte quali sogni ci possono venire, quando ci fossimo scrollati via da questo nostro fastidioso involucro? Ecco il pensiero che deve arrestarci. Ecco il dubbio che fa così longevo il nostro vivere in tal miseria. Se no, chi s’indurrebbe a sopportare le frustate e i malanni della vita, le angherie dei tiranni, il borioso linguaggio dei superbi, le pene dell’amore disprezzato, le remore nell’applicar le leggi, l’arroganza dei pubblici poteri, gli oltraggi fatti dagli immeritevoli al merito paziente, quand’uno, di sua mano, d’un solo colpo potrebbe firmar subito alla vita la quietanza, sul filo d’un pugnale? E chi vorrebbe trascinarsi dietro questi fardelli, e gemere e sudare sotto il peso d’un’esistenza grama, se il timore di un “che” dopo la morte – quella regione oscura, inesplorata, dai cui confini non v’è viaggiatore che ritorni – non intrigasse tanto la volontà, da indurci a sopportare quei mali che già abbiamo, piuttosto che a volar, nell’aldilà, incontro ad altri mali sconosciuti? Ed è così che la nostra coscienza ci fa vili; è così che si scolora al pallido riflesso del pensiero il nativo colore del coraggio, ed alte imprese e di grande momento, a cagione di questo, si disviano e perdono anche il nome dell’azione. (Vede Ofelia) Ma zitto, adesso!… La leggiadra Ofelia! Ninfa, nelle tue preci rammemoràti siano i miei peccati.

OFELIA – Mio buon signore, come s’è sentito vostro onore, durante questi giorni?

AMLETO – Oh, bene, bene, bene, umili grazie!

OFELIA – Signore, ho qui con me vostri ricordi che da tempo volevo ritornarvi. Vi prego, riprendeteli.

AMLETO – Non io. Non v’ho dato mai niente.

OFELIA – Vostro onore, voi ben sapete di avermeli dati; e accompagnati pure da parole spiranti tal profumo di dolcezza da renderli oltremodo più preziosi. Quel profumo è svanito. Riprendeteli. A cuor gentile anche i doni più ricchi si fan povera cosa, se chi li dona si mostra crudele. Eccoli, mio signore.

(Gli porge un pacchetto)

AMLETO – (Ridendo) Ah, ah! Voi siete onesta?

OFELIA – Monsignore?…

AMLETO – Siete bella?

OFELIA – Che intende vostra altezza?

AMLETO – Che essendo onesta e bella, come siete, mai la vostra onestà dovrebbe ammettere che si parli della bellezza vostra.

OFELIA – Con chi potrebbe meglio accompagnarsi la bellezza, se non con l’onestà?

AMLETO – Oh, sì! Ma la bellezza ha tal potere da far dell’onestà la sua ruffiana, più di quanto non possa l’onestà fare a sua somiglianza la bellezza. Questo un tempo pareva un paradosso, ma ora i tempi provano che è vero. Una volta vi amavo.

OFELIA – Mio signore, confesso, me l’avete dato credere.

AMLETO – Non m’avresti dovuto prestar fede; ché non si può innestare la virtù sul nostro vecchio tronco e fargli perdere la sua natura. Io non t’ho mai amata.

OFELIA – Tanto più mi considero ingannata.

AMLETO – Va’ in un convento. Perché ti vuoi fare procreatrice di peccatori? Anch’io son virtuoso abbastanza, e tuttavia mi potrei incolpar di tali cose, da pensar che sarebbe stato meglio mia madre non m’avesse partorito. Sono molto superbo, vendicativo, pieno d’ambizione, con più peccati pronti ad un mio cenno che pensieri nei quali riversarli, o fantasia con cui dar loro forma, o tempo sufficiente a consumarli. Che ci fa al mondo un essere così? Sempre a strisciare qui, tra cielo e terra? Siamo grandi canaglie, tutti quanti: farai bene a non credere a nessuno. Va’, va in convento… Tuo padre dov’è?

William Shakespeare, Amleto. Traduttore Goffredo Raponi.

Da http://www.liberliber.it/libri/s/shakespeare/index.php

Shakespeare, Amleto

Shakespeare, Amleto

 

AmletoWilliam Shakespeare, Amleto

 

(The tragic history of Hamlet, prince of Denmark)

 

Il dramma ha inizio quando sulle mura di Elsinore, capitale di Danimarca, compare lo spettro del re defunto. Esso ritorna ogni notte per chiedere al figlio Amleto vendetta, poiché è stato assassinato dalla moglie Gertrude e dal fratello Claudio, che ora regnano sulla Danimarca. Amleto, turbato dall’incontro con lo spettro, confida ciò che ha visto e sentito al suo amico Orazio, e decide di attuare un piano per accertare la veridicità delle rivelazioni di quest’ultimo e per vendicare il padre.

Il re e la regina intanto, vorrebbero scoprire qual è la motivazione che ha reso Amleto triste e silenzioso; a questa domanda risponde Polonio, ciambellano di corte, dicendo che Amleto è innamorato di sua figlia, Ofelia. Amleto e Ofelia si incontrano e lui, ancora traumatizzato dalle recenti scoperte, maltratta Ofelia, e le consiglia di farsi suora, perché il suo amore non è da lui ricambiato.

Amleto può finalmente attuare il suo piano, e per farlo chiama alcuni attori che recitino il suo dramma, riproduzione del tradimento della regina e di Claudio e dell’omicidio del re. La reazione di Claudio è immediata, e lo spettacolo viene fermato, Amleto ha la prova innegabile della colpevolezza della madre e dello zio.

Durante un colloquio con sua madre Amleto uccide Polonio scambiandolo per il re. In seguito a quest’assassinio, Ofelia impazzisce e muore, cadendo in un fiume. Amleto viene quindi incolpato da Laerte per aver portato Ofelia alla pazzia, e per questo i due si sfidano a duello, su consiglio del re. Re Claudio e Laerte avvelenano la punta della spada di Laerte e la coppa da cui avrebbe bevuto il principe.

Durante lo scontro Amleto viene colpito dalla spada di Laerte, ma in seguito avviene uno scambio delle due armi quindi anche Laerte viene colpito. Intanto la regina beve dalla coppa di Amleto e quindi muore tra le braccia del figlio. Laerte prima di morire confessa all’amico il suo tradimento e i progetti sul duello, fatti da lui e dal re. Amleto, ormai morente, costringe il re a bere dalla stessa coppa da cui la madre Gertrude aveva bevuto.

Amleto muore affidando a Orazio la Danimarca.


([1]) “To be, or not to be… that is the question”: è la frase più celebre di tutto il dramma. Molti curatori intendono “question” per “problema”; il termine “problem” nel senso di “question proposed for solution”, “proposizione logica o matematica con dati certi la cui conclusione è una soluzione e una risposta” esiste nell’antico inglese. Shakespeare non lo usa mai, tanto meno l’avrebbe usato qui, dove non che un problema da risolvere, Amleto enuncia il dubbio eterno dell’uomo nell’esistenza dell’aldilà come liberazione dai mali dell’esistenza mortale: “nodo”, dunque, “nodo” della mente e dell’animo.

 

Shakespeare, Perché sei tu Romeo?

Shakespeare, Perché sei tu Romeo?

romeo-e-giuliettaShakespeare, Perché sei tu Romeo?

 

GIULIETTA – Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Ah, rinnega tuo padre!… Ricusa il tuo casato!… O, se proprio non vuoi, giurami amore, ed io non sarò più una Capuleti!

ROMEO – (Sempre tra sé) Che faccio, resto zitto ad ascoltarla, oppure le rispondo?…

GIULIETTA – Il tuo nome soltanto m’è nemico; ma tu saresti tu, sempre Romeo per me, quand’anche non fossi un Montecchi. Che è infatti Montecchi?… Non è una mano, né un piede, né un braccio, né una faccia, né nessun’altra parte che possa dirsi appartenere a un uomo. Ah, perché tu non porti un altro nome! Ma poi, che cos’è un nome?… Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? Così s’anche Romeo non si dovesse più chiamar Romeo, chi può dire che non conserverebbe la cara perfezione ch’è la sua? Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome, che non è parte della tua persona, e in cambio prenditi tutta la mia.

ROMEO – (Forte) Io ti prendo in parola! D’ora in avanti tu chiamami “Amore”, ed io sarò per te non più Romeo, perché m’avrai così ribattezzato.

GIULIETTA – Oh, qual uomo sei tu, che protetto dal buio della notte, vieni a inciampar così sui miei pensieri?

ROMEO – Dirtelo con un nome, non saprei; il mio nome, cara santa, è odioso a me perché è nemico a te. Lo straccerei, se lo portassi scritto.

GIULIETTA – L’orecchio mio non ha bevuto ancora cento parole dalla voce tua, che ne conosco il suono: non sei Romeo tu, ed un Montecchi?

ROMEO – No, nessuno dei due, bella fanciulla, se nessuno dei due è a te gradito.

GIULIETTA – Ma come hai fatto a penetrar qui dentro? Dimmi come, e perché. Erti e scoscesi sono i muri dell’orto da scalare, e se alcuno dei miei ti sorprendesse, sapendo chi sei, t’ucciderebbe.

ROMEO – Ho scavalcato il muro sovra l’ali leggere dell’amore; amor non teme ostacoli di pietra, e tutto quello che amore può fare trova sempre l’ardire di tentare. Perciò i parenti tuoi non rappresentano per me un ostacolo.

GIULIETTA – Ma se ti trovan qui, ti uccideranno!

ROMEO – Ahimè, c’è più pericolo per me negli occhi tuoi che in cento loro spade: basta che tu mi guardi con dolcezza, perch’io mi senta come corazzato contro l’odio di tutti i tuoi parenti.

GIULIETTA – Io non vorrei però per nulla al mondo che alcun di loro ti trovasse qui.

ROMEO – La notte mi nasconde col suo manto alla lor vista; ma se tu non m’ami, che mi trovino pure e che mi prendano: assai meglio è per me finir la vita desiderando invano l’amor tuo.

GIULIETTA – Come hai fatto a venire fino qui? Chi t’ha guidato?

ROMEO – Amore per il primo ha guidato i miei passi. È stato lui a prestarmi consiglio nel trovarlo; io gli ho prestato in cambio solo gli occhi. Io non sono un nocchiero, ma se tu fossi lontana da qui quanto la più deserta delle spiagge bagnata dall’oceano più remoto, io correrei qualsiasi avventura per cercar sì preziosa mercanzia.

GIULIETTA – Sai che la notte copre la mia faccia della sua nera maschera, l’avresti vista arrossare, se no, per ciò che m’hai sentito dir poc’anzi. Ah, vorrei tanto mantener la forma, rinnegar quel che ho detto!… Ma addio ormai inutili riguardi! Tu m’ami?… So che mi rispondi “Sì”, ed io ti prenderò sulla parola; ma non giurare, no, perché se giuri, potresti poi dimostrarti spergiuro. Agli spergiuri degli amanti – dicono – ride anche Giove. O gentile Romeo, se m’ami, dimmelo con lealtà; se credi ch’io mi sia lasciata vincere troppo presto, farò lo sguardo truce e, incattivita, ti respingerò, perché tu sia costretto a supplicarmi… Ma no, non lo farei, per nulla al mondo!… In verità, leggiadro mio Montecchi, io di te sono tanto innamorata, da farti pur giudicar leggerezza il mio comportamento; però credimi, mio gentil cavaliere, che, alla prova, io saprò dimostrarmi più fedele di quelle che di me sono più esperte nell’arte di apparire più ritrose. E più ritrosa – devo confessarlo – sarei stata, se tu, subitamente, prima ch’io stessa me ne fossi accorta, non m’avessi sorpresa a confessar l’ardente mia passione a me stessa. Perdonami perciò, e non voler chiamare leggerezza la mia condiscendenza, come t’avrà potuto suggerire il buio della notte.

ROMEO – Mia signora, per questa sacra luna che inargenta le cime di questi alberi, ti giuro…

GIULIETTA – Ah, Romeo, non giurare sulla luna, questa incostante che muta di faccia ogni mese nel suo rotondo andare, ché l’amor tuo potrebbe al par di lei dimostrarsi volubile e mutevole.

ROMEO – Su che vuoi tu ch’io giuri?

GIULIETTA – Non giurare; o, se ti piace, giura su te stesso, su codesta graziosa tua persona, l’idolo della mia venerazione, e tanto basterà perch’io ti creda.

Comprensione e analisi del testo

  1. Rispondi alle seguenti domande relative alla trama di “Romeo e Giulietta”
  • Dove si svolge la vicenda e chi sono i Montecchi e i Capuleti?
  • Perché Romeo e Giulietta decidono di sposarsi in segreto?
  • Chi sono Mercuzio e Tebaldo?
  • Che cosa non funziona nel piano di frate Lorenzo?
  • Come si conclude la vicenda dei due innamorati?
  1. Perché Giulietta vorrebbe che Romeo rinnegasse il suo nome, suo padre, il suo casato? Che cosa divide i due innamorati?
  2. Quale significato assumono le parole di Giulietta: “con ragione potresti dirmi leggera…ma vedrai che sono la più sincera delle donne che più di me conoscono l’astuzia di apparire timide. E più timida. certo sarei state se…”
  3. Delinea le caratteristiche dei due innamorati che puoi ricavare dal dialogo.
  4. Romeo fa uso di numerose immagini metaforiche: individuale nel testo e spiegale.
Shakespeare, Sai baciare nel più perfetto stile.

Shakespeare, Sai baciare nel più perfetto stile.

Shakespeare, Sai baciare nel più perfetto stileWilliam Shakespeare, Sai baciare nel più perfetto stile.

 

Da William Shakespeare, Romeo e Giulietta – Scena V Verona – Casa dei Capuleti

 

 

ROMEO – (A Giulietta, prendendole la mano) Se con indegna mano profano questa tua santa reliquia (è il peccato di tutti i cuori pii), queste mie labbra, piene di rossore, al pari di contriti pellegrini, son pronte a render morbido quel tocco con un tenero bacio.

GIULIETTA – Pellegrino, alla tua mano tu fai troppo torto, ché nel gesto gentile essa ha mostrato la buona devozione che si deve. Anche i santi hanno mani, e i pellegrini le possono toccare, e palma a palma è il modo di baciar dei pii palmieri.[1]

ROMEO – Santi e palmieri non han dunque labbra?

GIULIETTA – Sì, pellegrino, ma quelle son labbra ch’essi debbono usar per la preghiera.

ROMEO – E allora, cara santa, che le labbra facciano anch’esse quel che fan le mani: esse sono in preghiera innanzi a te, ascoltale, se non vuoi che la fede volga in disperazione.

GIULIETTA – I santi, pur se accolgono i voti di chi prega, non si muovono.

ROMEO – E allora non ti muovere fin ch’io raccolga dalle labbra tue l’accoglimento della mia preghiera.

(La bacia)

Ecco, dalle tue labbra ora le mie purgate son così del lor peccato.

GIULIETTA – Ma allora sulle mie resta il peccato di cui si son purgate quelle tue!

ROMEO – O colpa dolcemente rinfacciata! Il mio peccato succhiato da te! E rendimelo, allora, il mio peccato.

(La bacia ancora)

GIULIETTA – Sai baciare nel più perfetto stile.


[1] Palmieri: pellegrini che si recavano in Terra Santa.

Shakespeare, Romeo e Giulietta

Shakespeare, Romeo e Giulietta

romeoWilliam Shakespearee, Romeo e Giulietta

 

(The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet)

Romeo e Giulietta, ovvero l’amore impossibile. I due giovani appartengono a due famiglie nemiche, che si combattono aspramente, che si odiano da sempre.

 


Ma l’amore supera ogni ostacolo e non si ferma certo davanti ad un nome. Tuttavia, il destino è ostile ai due innamorati, e volgerà in tragedia la loro passione.

Due nobili famiglie di Verona, i Montecchi e i Capuleti, si odiano da generazioni. Dopo una rissa di strada tra i servi delle due famiglie, il Principe di Verona dichiara che i due capifamiglia pagheranno con la vita altri eventuali disordini. Paride, un giovane nobile, ha chiesto al Capuleti di dargli in moglie la figlia tredicenne Giulietta. Romeo, con i due amici Mercuzio e Benvolio, si reca a un ballo mascherato in casa Capuleti, dove incontra Giulietta. I due ragazzi s’innamorano l’uno dell’altro e si baciano. Prima che il ballo finisca, apprendono però dalla Balia di Giulietta di appartenere alle due famiglie nemiche.

Romeo resta nel giardino dei Capuleti dopo la fine della festa e i due si dichiarano il loro amore e decidono di sposarsi in segreto. Il giorno seguente Frate Lorenzo li unisce in matrimonio, sperando di portare pace tra le due famiglie attraverso la loro unione.

Tebaldo, cugino di Giulietta, incontra Romeo e lo sfida a duello. Questi rifiuta di combattere mentre Mercuzio raccoglie la sfida ma viene ucciso. Romeo allora uccide Tebaldo e il Principe lo condanna all’esilio a Mantova. Romeo e Giulietta riescono a trascorrere insieme un’unica notte d’amore e all’alba sono svegliati dal canto dell’allodola, messaggera del mattino, che vorrebbero fosse il canto notturno dell’usignolo, poi Romeo fugge a Mantova.

Giulietta, per volere del padre, dovrebbe sposare Paride tre giorni dopo ma Frate Lorenzo, esperto in erbe medicamentose, le dà una pozione, che la porterà ad una morte apparente, così che Romeo possa di nascosto raggiungerla e fuggire con lei. Il frate incarica un messaggero di informare Romeo che però non può essere raggiunto perché Mantova è sotto quarantena. Un servitore della famiglia dice a Romeo che Giulietta è morta, così egli compra un veleno, torna a Verona in segreto ed entra nella tomba dei Capuleti, deciso a uccidersi. Dopo aver ucciso in duello Paride, giunto anche lui nella cripta, Romeo beve il veleno dopo aver guardato Giulietta un’ultima volta. Quando Giulietta si sveglia trova l’amante morto e si trafigge con il suo pugnale. Nella scena finale, le due famiglie e il Principe accorrono alla tomba, dove Frate Lorenzo rivela loro l’amore e il matrimonio segreto di Romeo e Giulietta. Le due famiglie si riconciliano e pongono fine alla loro guerra.