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Villon, Il testamento (Le testament o Le grand testament)

Villon, Il testamento (Le testament o Le grand testament)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

François Villon, Il testamento (Le testament o Le grand testament)

 

Francois_Villon[…]
BALLATA
Se amo e servo la bella di buon cuore,
Me ne dovete tenere per vile o per sciocco?
Ella ha in sé gioie per tutti i voleri;
Per amor suo io cingo scudo e spada.
Se viene gente, corro a prendere un bicchiere,
Smammo col vino senza far rumore;
Offro acqua, formaggio, pane e frutta.
Se pagano bene saluto: “#Bene stat#,
Tornate qui, quando sarete in caldo
Qui nel bordello dove noi viviamo”.
 
Certe volte c’è invece un gran casino,
Quando Margot viene a letto senza un soldo;
Non la posso vedere, a morte la odia il mio cuore.
Le strappo il vestito, cintura e sottana,
E le giuro che ci pagherò lo scotto.
Se li stringe sui fianchi, è l’Anticristo,
Grida e giura per la morte di Gesù
Che non l’avrò. Così prendo un tizzone
E le faccio uno sgarro sopra il naso,
Qui nel bordello dove noi viviamo.
 
Poi si fa pace e mi fa una scorreggia,
Più puzzolente di una mignatta velenosa.
Mi molla ridendo un pugno sulla zucca,
Va’, va’, mi dice, e mi prende per la coscia;
Morti ubriachi dormiamo come un ciocco.
E al risveglio, quando il ventre le borbotta,
Mi monta sopra, per non sciuparsi il frutto,
Gemo sotto di lei, che come un asse mi fa piatto;
A forza di godere mi fa a pezzi,
Qui nel bordello dove noi viviamo.
 
Vento, grandine, gelo, il pane ce l’ho in caldo.
Sono un lenone, la troia mi segue.
Chi è meglio? Stiamo bene insieme,
L’uno vale l’altro, tale il gatto tale il topo.
La sozzura ci piace, la sozzura ci sta intorno,
Sfuggiamo onore e onore ci sfugge,
Qui nel bordello dove noi viviamo.
[…]
CLXXXVI
Per quanto concerne l’illuminazione,
L’affido a Guillaume du Ru;
Per portare i lembi del sudario,
Mi rimetto ai miei esecutori.
Molto più del solito mi dolgono
Barba, capelli, peli, sopraccigli;
Il male mi sta appresso, è tempo ormai
Ch’io implori a tutti misericordia.
 
[BALLATA]
Ai Certosini e ai Celestini,
Ai Mendicanti e alle Devote,
Ai perdigiorno e ai damerini,
Ai servitori e alle mignotte
Che portano giacchette e gonne strette,
Ai presuntuosi languidi d’amore
Che vanno fieri dei loro stivaletti,
A tutti imploro di aver misericordia.
 
Alle fanciulle che mostrano le tette
Per avere clienti in quantità,
A ladri, a mestatori,
A saltimbanchi che mostrano bertucce,
A folli d’ambo i sessi, a sciocchi e sciocche,
Che se ne vanno zufolando sei a sei
A mocciosi e mocciosette,
A tutti imploro di aver misericordia.
 
Tranne ai cani mastini traditori
Che mi han fatto rosicchiare dure croste,
Faticare sera e mattina di mascelle,
Che ora non temo più di quattro stronzi.
Farei per loro peti e grossi rutti,
Non posso, perché son seduto.
Ma in fondo, per evitare ogni contesa,
A tutti imploro di aver misericordia.
 
Che gli si spezzino tutte le costole
Con magli duri, forti e massicci,
Con verghe ben piombate e palle simili!
A tutti imploro di aver misericordia
 

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François Villon, Il testamento

 

Ne Il grande testamento, lungo poema autobiografico di 2023 versi suddivisi in 186 stanze alternate a 3 rondeau e 16 ballate, che ha iniziato a scrivere nel 1462, traspare l’angoscia per la morte che Villon sente prossima, dopo la sentenza di condanna. Il poeta accosta riflessioni esistenziali, invettive e fervori religiosi.
Villon comincia con l’amaro ricordo della sua dura prigionia a Meung-sur-Loire, l’invettiva contro il vescovo di Meung, Thibauld d’Auxigny, la sua gratitudine verso Luigi XI dal quale fu graziato. Poiché si sente debole (ma più di beni che di salute), egli si appresta a fare testamento: il tempo della giovinezza è passato velocemente, senza lasciargli nulla.
I compagni di un tempo hanno seguito strade diverse: alcuni sono morti, altri sono mendichi, altri gran signori. Tutti, però, ricchi e poveri, saggi e folli, belli e brutti, la Morte li afferra senza eccezione, tutti muoiono con dolore. Il poeta fa un bilancio della propria vita, poi prosegue con una serie di ballate in cui emergono i temi dell’ubi sunt (dove sono andati a finire?) e della caducità della vita. L’opera non ha una struttura razionale: a parti riflessive si accostano altre di tono carnevalesco e goliardico.

François Villon, La ballata degli impiccati

François Villon, La ballata degli impiccati

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Fabrizio De André, La Ballata degli impiccati

http://www.youtube.com/watch?v=B7fVuQadB40

Tutti morimmo a stento

ingoiando l’ultima voce

tirando calci al vento

vedemmo sfumare la luce

L’urlo travolse il sole

l’aria divenne stretta

cristalli di parole

l’ultima bestemmia detta

Prima che fosse finita

ricordammo a chi vive ancora

che il prezzo fu la vita

per il male fatto in un’ora

Poi scivolammo nel gelo

di una morte senza abbandono

recitando l’antico credo

di chi muore senza perdono

Chi derise la nostra sconfitta

e l’estrema vergogna ed il modo

soffocato da identica stretta

impari a conoscere il nodo

Chi la terra ci sparse sull’ossa

e riprese tranquillo il cammino

giunga anch’egli stravolto alla fossa

con la nebbia del primo mattino

La donna che celò in un sorriso

il disagio di darci memoria

ritrovi ogni notte sul viso

un insulto del tempo e una scoria

Coltiviamo per tutti un rancore

che ha l’odore del sangue rappreso

ciò che allora chiamammo dolore

è soltanto un discorso sospeso.

François Villon, La Ballata degli impiccati (Ballade des pendus)

La Ballade des pendus è la più celebre poesia di François Villon. Specialmente a partire dal Romanticismo, con la sua riscoperta della poesia medievale, la sua influenza sulla letteratura non solo francese è stata enorme.

Si afferma generalmente, anche se la circostanza non è mai stata chiarita in modo definitivo, che Villon la compose in carcere, nell’attesa di essere giustiziato per impiccagione in seguito al suo coinvolgimento nel cosiddetto Caso Ferrebouc, nel quale un legato pontificio rimase ferito durante una rissa.

Fratelli umani, che ancor vivi siete,
non abbiate per noi gelido il cuore,
ché, se pietà di noi miseri avete,
Dio vi darà più largo il suo favore.
Appesi cinque, sei, qui ci vedete:
la nostra carne, già troppo ingrassata,
è ormai da tempo divorata e guasta;
noi, ossa, andiamo in cenere e polvere.
Nessun rida del male che ci devasta,
ma Dio pregate che ci voglia assolvere!

Se vi diciam fratelli, non dovete
averci a sdegno, pur se fummo uccisi
da giustizia. Ma tuttavia, sapete
che di buon senso molti sono privi.
Poiché siam morti, per noi ottenete
dal figlio della Vergine Celeste
che inaridita la grazia non resti,
e che ci salvi dall’orrenda folgore.
Morti siamo: nessuno ci molesti,
ma Dio pregate che ci voglia assolvere!

La pioggia ci ha lavati e risciacquati,
e il sole ormai ridotti neri e secchi;
piche e corvi gli occhi ci hanno scavati,
e barba e ciglia strappate coi becchi.
Noi pace non abbiamo un sol momento:
di qua, di là, come si muta, il vento
senza posa a piacer suo ci fa volgere,
più forati da uccelli che ditali.
A noi dunque non siate mai uguali;
ma Dio pregate che ci voglia assolvere!

O Gesù, che su tutti hai signoria,
fa’ che d’Inferno non siamo in balia,
che debito non sia con lui da solvere.
Uomini, qui non v’ha scherno o ironia,
ma Dio pregate che ci voglia assolvere!

[Traduzione di Emma Stojkovic Mazzariol]
La voce narrante, nella ballata, è quella dei morti impiccati, che si rivolgono ai vivi esortandoli a provare pietà e a pregare Dio per loro, in nome della comune condizione mortale di peccatori.
Il testo è formato da quattro strofe.

Nella prima strofa gli impiccati invitano i vivi a non deridere la loro condizione ma a pregare Dio perché li assolva.

Nella seconda strofa gli impiccati chiedono comprensione per la loro condizione di peccatori, che non giustifica il disprezzo dei vivi ma che richiede piuttosto rispetto e pietà, ora che la giustizia li ha puniti; la strofa si conclude con l’esortazione a pregare perché Dio abbia misericordia;

La quarta strofa appare come un approfondimento (con toni macabri) della precedente: si descrivono i corpi martoriati degli impiccati (o meglio sono gli impiccati stessi a descriverli), privati ormai di ogni dignità umana. I corpi sono seccati, privi degli occhi, strappati via da gazze e corvi, strappati la barba e le sopracciglia. Il vento li fa dondolare come fantocci, preda degli uccelli. Questa sorte così terribile, non può che muovere a un senso di fratellanza e di compassione, non può che indurre i vivi a pregare Dio di assolvere gli impiccati.

Nell’ultima strofa la voce narrante si rivolge a Gesù, perché non condanni i peccatori all’inferno. La strofa si conclude, di nuovo, con l’esortazione “Ma Dio pregate che ci voglia assolvere”.

L’idea di fondo della ballata è quella della fratellanza tra tutti gli uomini (Fratelli umani…) di fronte alla morte, al di là della condizione sociale e dei peccati commessi. Tale fratellanza non può che caratterizzarsi per la pietà nei confronti del prossimo, mentre la durezza di cuore e la mancanza di compassione sarebbero i peggiori dei peccati.

Villon, attraverso l’immaginaria voce degli impiccati, esorta quindi i vivi a provare un sentimento di compassione fraterna, che va al di là della giustizia terrena, soggetta peraltro anch’essa all’errore. Di fronte alla morte, a una morte così tremenda, i vivi non possono che pregare Dio di perdonare uomini che hanno già così duramente pagato le loro colpe.

 

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François Villon

François Villon

03f/21/prst/15458/04

 

François Villon – vero nome François de Moncorbier – nasce a Parigi nel 1431 (o 1432) e dopo il 1463 non si hanno di lui più notizie.

Orfano di padre, fu affidato dalla madre a un benefattore, Guillaume de Villon, canonico e cappellano di Saint-Benoît-le-Bétourn, che lo fece studiare alla Facoltà delle Arti di Parigi. Villon conduce una vita irregolare tipica dell’ambiente studentesco, si unisce a bande di ladri e viene coinvolto in risse. In una di queste (il 5 giugno 1455) ferisce mortalmente un ecclesiastico ed è costretto a fuggire da Parigi. Catturato, viene rilasciato nel gennaio 1456.

Prima di lasciare Parigi compose il Petite testament (Piccolo testamento) o Le Lais (Lascito), opera che mostra amarezza e rammarico per il tempo sciupato (riscontrabile anche nel suo lavoro successivo, Le grand testament, Il grande testamento). In realtà, i veri guai per Villon erano ancora solo all’inizio.

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