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Strutture e tecniche della narrazione

Strutture e tecniche della narrazione

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Strutture e tecniche della narrazione

 

La struttura generale di un racconto o di un romanzo può assumere varie caratteristiche. Tra le più comuni troviamo [1]:
  • Narrazione a ripetizione: il protagonista deve affrontare in successione situazioni che presentano caratteristiche simili (ad es. ostacoli da superare). Questo tipo di struttura è piuttosto frequente nelle fiabe.
  • Narrazione circolare: la situazione di partenza si ripresenta, modificata, nella conclusione (Vedi, ad esempio, La felicità di Maupassant, che è anche una narrazione ad incastro, ma ripresenta nel finale la situazione di partenza). Anche questo tipo di narrazione è frequente nelle narrazioni fiabesche.
[inizio] Aveva cominciato a leggere il romanzo alcuni giorni prima. Lo abbandonò per affari urgenti, tornò ad aprirlo mentre rientrava in treno al podere; si lasciava interessare lentamente dalla trama, dal disegno dei personaggi. Quella sera, …
[conclusione] La porta del salotto, e allora il pugnale in mano, la luce delle vetrate, l’alto schienale di una poltrona di velluto verde, la testa di un uomo nella poltrona che sta leggendo un romanzo.
J. Cortazar, Continuità dei parchi [2]

 

  • Narrazione ad incastro (racconto nel racconto): il narratore iniziale (di primo grado) cede il posto ad un altro narratore (di secondo grado), e via di seguito, per poi riprendere la narrazione di partenza quando questi hanno concluso; oppure, una storia può contenere, al suo interno, un’altra storia, raccontata dallo stesso narratore.
 “…Dopo che il re ebbe preso la verginità di Sharazàd, sedettero tutti a conversare e la sorella minore disse: – Sorella, raccontaci una storia con cui trascorrere la veglia di questa notte. – Volentieri, – ella rispose, – se me lo permette questo compiuto sovrano -. E all’udir ciò, il re, cui una certa eccitazione impediva di prender sonno, annuì, lieto di poter ascoltare una storia.
Nella prima notte Sharazàd raccontò: – Ho udito narrare, o re felice, che c’era una volta un mercante, ricco in danaro e in affari, il quale montò un giorno a cavallo ed uscì dirigendosi verso un altro paese…”
Le mille e una notte
 “Ma poi prosegui e ti accorgi che il libro si fa leggere comunque, indipendentemente da quel che t’aspettavi dall’autore, è il libro in sé che t’incuriosisce, anzi a pensarci bene preferisci che sia così, trovarti di fronte a qualcosa che ancora non sai bene cos’è.
Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria, sbuffa una locomotiva, uno sfiatare di stantuffo copre l’apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso. Nell’odore della stazione passa una ventata d’odore di buffet delle stazione…”
Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore. 

 

L’incipit

Incipit (Inizio). Non esiste una tipologia delimitata di incipit o inizio della narrazione. Le varianti sono moltissime. [3] Alcuni tra i più frequenti incipit sono:
  • Incipit con introduzione: con la presentazione di personaggi, tempi e/o luoghi della vicenda.
Quel ramo del lago di Como….                         Manzoni, I promessi sposi
 “C’era una volta un uomo che aveva tre figli: due erano molto capaci e intelligenti, invece il terzo era disprezzato, deriso e sempre trascurato perché lo credevano sciocco. Infatti tutti avevano cominciato a chiamarlo Grullo”.
Andersen L’oca d’oro
  • Incipit in medias res: la narrazione avviene a vicenda in corso, in mezzo ai fatti, e successivamente il narratore racconta avvenimenti precedenti.
 “Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: – Viva la libertà! –“
Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.”
Giovanni Verga, Libertà. 
  • Inizio dal finale: la narrazione può essere costituita da un lungo flashback. Il narratore narra vicende già accadute o rivela particolari sconosciuti e/o inaspettati, man mano che la narrazione procede, fino alla rivelazione finale, con effetto sorpresa, come generalmente accade nei racconti o romanzi gialli.
Non riesco a ricordare, per quanto frughi entro la mia anima come, quando, e dove precisamente io abbia conosciuto per la prima volta Ligeia.  Da allora molti anni sono trascorsi, e la mia memoria si e’ affievolita attraverso un lungo soffrire. O forse io non so rammentare ORA questi  particolari, perché in verità il carattere della mia adorata, il suo raro sapere, la sua bellezza singolare e cosi’ calma al tempo stesso, l’eloquenza eccitante, inebriante della sua sommessa voce musicale,  s’insinuarono nel mio cuore per gradi cosi’ furtivamente e al tempo stesso cosi’ inesorabilmente progressivi che forse io mai li avvertii e li compresi del tutto.”
Poe, Ligeia
“Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.
– Grazie, caro. Questo lo so.
– E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:
– Io mi chiamo Mattia Pascal.”                                                                    
Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal.

 

Esordio, peripezie, Spannung, scioglimento

  • Esordio. l’avvenimento che modifica la situazione iniziale e mette in moto la vicenda. Introduce o fa precipitare elementi di “turbamento dell’equilibrio” iniziale [4].
 “E un giorno ella morì. Come? Non so, non so più. In una sera di pioggia…”                                    Maupassant, La morta.
  • Peripezie. Sono le vicende, in genere gli ostacoli, che il protagonista deve affrontare, che determinano un peggioramento o un miglioramento della sua situazione.
Nei Promessi sposi i due protagonisti, separati forzatamente, vivono una serie di dolorose avventure prima di potersi ricongiungere. Nella fiaba di Amore e Psiche, la protagonista è costretta a superare numerose e pericolosissime prove, l’ultima delle quali le sarebbe fatale senza l’intervento di Amore.
  • Spannung. È il momento di massima tensione della narrazione, in cui l’attesa del lettore giunge al culmine.
 “Ma il battito cresceva, cresceva! Mi parve che il cuore dovesse scoppiare. Ed ecco che una nuova angoscia mi strinse: il rumore sarebbe stato inteso da qualche vicino! L’ora del vecchio era giunta! Con un urlo insano feci scattare lo schermo della lanterna e balzai nella stanza. Egli gridò una sola volta, una volta soltanto.
Immediatamente lo buttai a terra e gli gettai addosso il letto pesante.”                        
E. A. Poe, Il cuore rivelatore
  • Scioglimento. È il momento conclusivo della narrazione, in cui la vicenda narrata giunge a termine.
In quanto a me, io ho aspettato quasi ventiquattro anni, accampato fuori delle mura. Ma la porta non si è aperta. E adesso me ne torno al mio paese. I pellegrini dell’attendamento, vedendo i miei preparativi, scuotono il capo: «Eh, amico, quanta furia! – dicono. – Un minimo di pazienza, diamine! Tu pretendi troppo dalla vita».                       
Dino Buzzati, Le mura di Anagoor

 

 


[1] Vedi Alcune forme di storie possibili, in Ricettario di scrittura creativa, di Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi, Zanichelli.
[2] In Ricettario cfr.
[3] Una delle più ampie raccolte di incipit letterari è “Era una notte buia e tempestosa…” di Giacomo Papi e Federica Presutto, edita da Baldini&Castoldi.
[4] Esso può coincidere con l’inizio della narrazione, nel caso di incipit in medias res, come nell’esempio sopra citato.

 

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Narrazione: sintassi e lessico

Narrazione: sintassi e lessico

  • La struttura sintattica può essere caratterizzata da periodi brevi, con prevalenza di coordinate (paratassi), o da periodi ampi, con molte subordinate (ipotassi).
  • Una punteggiatura precisa, unitamente ad una struttura sintattica rigorosa, è in sintonia con un testo caratterizzato da equilibrio e certezze, mentre l’assenza di punteggiatura è coerente con una narrazione che riproduce liberamente il caos dei pensieri, come nel flusso di coscienza.

(altro…)

Tecniche narrative

Tecniche narrative

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di Giorgio Baruzzi

Tecniche narrative

 

Narratore nascosto e narratore palese.

  • La narrazione, quando il narratore è nascosto, è mimetica (mìmesis = imitazione), e le parole dei personaggi sono riprodotte mediante le battute dei dialoghi.
  • La narrazione, quando il narratore è palese, è diegetica (diégesis = narrazione), e la voce narrante racconta i fatti senza dialoghi e riporta i discorsi in forma indiretta.
 

Discorsi e pensieri dei personaggi

Alcune delle tecniche con cui sono riferiti discorsi e pensieri dei personaggi sono le seguenti:
  • Discorso diretto: il narratore riporta direttamente le parole dei personaggi, fra virgolette o lineette, in genere introducendoli con i verbi del dire e del pensare.
<<Gran bel tempo>> disse la grossa signora a uno dei canottieri. Voleva mostrarsi gentile per gratitudine del posto ceduto.
<<Davvero, signora>> rispose quello; <<venite spesso in campagna?>>
<<Solo una volta o due all’anno per prendere un po’ d’aria; e voi?>>
<<Io vengo a dormire qui tutte le sere>>
<<Ah, dev’ essere molto piacevole, vero?>>
<<Certo, signora>>
 Maupassant, La scampagnata
 
In questo passo, tratto da “Il cavaliere inesistente” sono assenti i verbi dichiarativi, e il  dialogo risulta più immediato (discorso diretto libero). 
– Appena arrivato, questo qui, senti già cosa viene a tirar fuori! Ma cosa ne sai tu della sovrintendenza?
– Me l’ha detto quel cavaliere, come si chiama, quello con l’armatura tutta bianca…
– Uff! Ci mancava anche lui! Figuriamoci se quello non ficca dappertutto il naso che non ha!
– Come? Non ha naso?
– Visto che a lui la rogna certo non gli viene, – disse l’altro dei due dietro al tavolo, – non trova di meglio che grattare le rogne agli altri.
– Perché non gli viene la rogna?
– E in che posto vuoi che gli venga se non ci ha nessun posto? Quello è un cavaliere che non c’è..
– Ma come non c’è? L’ho visto io! C’era!
– Cos’hai visto? Ferraglia… È uno che c’è senza esserci, capisci, pivello?
Calvino, Il cavaliere inesistente
 

 

  • Discorso indiretto: il narratore riporta in forma indiretta, introducendoli con verbi dichiarativi, i pensieri e le parole dei personaggi.
“Ei diceva che la razione di busse non gliel’aveva levata mai il padrone, ma le busse non costavano nulla”
Verga, Rosso Malpelo

 

  • Discorso indiretto libero: parole e pensieri dei personaggi sono riportate senza l’uso di verbi dichiarativi e senza virgolette, con il filtro del narratore.
Comare Grazia Piedipapera, sentendo che nella strada c’era conversazione, si affacciò anch’essa sull’uscio, col grembiule gonfio delle fave che stava sgusciando, e se la pigliava coi topi che le avevano bucherellato il sacco come un colabrodo, e (diceva che) pareva che l’avessero fatto apposta, come se ci avessero il giudizio dei cristiani; così il discorso si fece generale, perché (dicevano che) alla Maruzza gliene avevano fatto tanto del danno, quelle bestie scomunicate! La cugina Anna (diceva che) ne aveva la casa piena, da che gli era morto il gatto, una bestia che valeva tant’oro, ed era morto di una pedata di compare Tino. – (dicevano che) I gatti grigi sono i migliori, per acchiappare i topi, e andrebbero a scovarli in una cruna di ago. – (dicevano che) Ai gatti non conveniva aprire l’uscio di notte, perché una vecchia di Aci Sant’Antonio l’avevano ammazzata così, che i ladri le avevano rubato il gatto tre giorni avanti, e poi glielo avevano riportato mezzo morto di fame a miagolare dietro l’uscio; e la povera donna non sentendosi il cuore di lasciar la bestiola sulla strada a quell’ora, aveva aperto l’uscio, e così s’era ficcati i ladri in casa.                                                                                                                    
Verga, I Malavoglia (cap. II)
 
  • Monologo interiore: riporta in forma disordinata i pensieri e le riflessioni del personaggio, senza la mediazione del narratore.
“Un puntolino, un cane vivo, ingrandiva a vista d’occhio attraverso la distesa di sabbia. Signore, mi si avventerà contro? Rispetta la sua libertà. Non sarai padrone degli altri o loro schiavo. Ho il bastone. Rimani seduto. Più lontano, in cammino verso la spiaggia dalla marea crestata, figure, due. Le due marie. L’hanno rimboccato al sicuro fra i giunchi, Cucù. Ti vedo. No, il cane. Ritorna di corsa verso di loro. Chi?”
Joyce, Ulisse 

 

  • Flusso di coscienza: riporta in forma disordinata e casuale pensieri, emozioni e sensazioni dei personaggi, dando voce all’inconscio, senza uso della punteggiatura e senza rispetto della sintassi. Si può considerare una forma accentuata del precedente.
“Sì perché prima non ho fatto mai una cosa del genere chiedere la colazione a letto con due uova da quando eravamo all’albergo City Armsa quando faceva finta di star male con la voce da sofferente e faceva il pascià per rendersi interessante con Mrs Riordan vecchia befana e lui credeva d’essere nelle sue grazie e lei non ci lasciò un baiocco tette messe per sé e per l’anima sua spilorcia maledetta aveva paura di tirar fuori quattro soldi per lo spirito da ardere mi raccontava di tutti i suoi mali aveva la mania di far sempre i soliti discorsi di politica e i terremoti e la fine del mondo divertiamoci prima Dio ci scampi e liberi tutti se tutte le donne fossero come lei a sputar fuoco contro i costumi da bagno…”
J. Joyce, Ulisse

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Rapporto tra narratore e punto di vista.

Rapporto tra narratore e punto di vista.

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di Giorgio Baruzzi

Rapporto tra narratore e punto di vista.

 

Narratore esterno:

  • focalizzazione interna: il narratore dice ciò che vede, pensa, sente e giudica il personaggio di cui adotta il punto di vista

Emma si mise uno scialle sulle spalle, aprì la finestra e s’affacciò. La notte era buia. Cadeva qualche goccia di pioggia. Ella aspirò il vento umido, che le rinfrescava le palpebre. La musica del ballo le ronzava ancora nelle orecchie, e faceva sforzi per mantenersi desta, con lo scopo di prolungare l’illusione di quella vita lussuosa, che avrebbe dovuto, fra poco, abbandonare.
Apparve l’alba: ella guardò le finestre del castello, lungamente, cercando d’indovinare quali fossero le camere di tutti coloro che aveva notato nella serata; avrebbe voluto conoscerne la vita, penetrarvi, confondervisi.
G. Flaubert, Madame Bovary

 

  • focalizzazione esterna: il narratore si limita ad osservare imparzialmente ed impassibilmente i fatti, i gesti, le azioni, i dialoghi dei personaggi.
La porta della tavola calda di Henry si aprì ed entrarono due uomini. Si sedettero al banco.
«Cosa prendete?» gli domandò George.
«Non so» disse uno dei due. «Cosa vuoi mangiare, Al?»
«Non so» disse Al «Non lo so cosa voglio mangiare.»
Fuori stava facendosi buio. Il lampione si accese davanti alla vetrina. I due uomini al banco leggevano il menù. Dal’ l’altro capo del banco Nick Adams li guardava. Stava par­lando con George quando erano entrati.
«Una braciola di maiale con salsa di mele e purè di patate» disse il primo.
«Non è ancora pronto.»
«Allora perché diavolo lo metti sulla carta?»
«Quello è per la cena» spiegò George. «Si può avere alle sei.»
George guardò l’orologio appeso al muro dietro il banco.
«Sono le cinque.»
«L’orologio fa le cinque e venti» disse il secondo.
«Va avanti di venti minuti.»
«Oh, all’inferno l’orologio» disse il primo. «Cos’hai da mangiare?»
«Posso darvi panini di ogni genere» disse George. «Potete prendere uova e prosciutto, uova e pancetta, fegato e pan­cetta, oppure una bistecca.»
«Dammi delle crocchette di pollo con piselli, besciamella e purè di patate.»
«È per la cena.»
«Tutto quello che vogliamo è per la cena, eh? È così che la metti?»
«Posso darvi uova e prosciutto, uova e pancetta, fegato…»
«Per me uova e prosciutto» disse l’uomo che si chiamava Al. Portava una bombetta e un soprabito nero abbottonato sul petto. La sua faccia era piccola e bianca e lui teneva le labbra serrate. Aveva una sciarpa di seta e i guanti.
«Dammi uova e pancetta» disse l’altro. Era alto più o meno come Al. Le facce erano diverse, ma i due uomini erano ve­stiti come due gemelli. Indossavano entrambi dei soprabiti troppo stretti per loro. Seduti, si sporgevano in avanti, con i gomiti sul banco.
Hemingway, I sicari

 

  • focalizzazione zero: il narratore esterno è onnisciente, mostra di sapere tutto della storia, di saperne più dei personaggi.
Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s’avviavan da quella parte: grida agli altri che corron qua e là, senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. – Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo: così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti -. Dopo questa breve aringa, si mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come abbiam detto, era in fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti gli andaron dietro in buon ordine.
Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e Perpetua, che abbiam lasciate in una certa stradetta. Agnese aveva procurato d’allontanar l’altra dalla casa di don Abbondio, il più che fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma tutt’a un tratto, la serva s’era ricordata dell’uscio rimasto aperto, e aveva voluto tornare indietro. Non c’era che ridire: Agnese, per non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con lei, e andarle dietro, cercando di trattenerla, ogni volta che la vedesse riscaldata ben bene nel racconto di que’ tali matrimoni andati a monte. Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere che stava attenta, o per ravviare il cicalìo, diceva: – sicuro: adesso capisco: va benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi? – Ma intanto, faceva un altro discorso con sé stessa. “Saranno usciti a quest’ora? o saranno ancor dentro? Che sciocchi che siamo stati tutt’e tre, a non concertar qualche segnale, per avvisarmi, quando la cosa fosse riuscita! È stata proprio grossa! Ma è fatta: ora non c’è altro che tener costei a bada, più che posso: alla peggio, sarà un po’ di tempo perduto”. Così, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto, s’era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando, tutt’a un tratto, si sentì venir rimbombando dall’alto, nel vano immoto dell’aria, per l’ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: – aiuto! aiuto!                                                                      
Manzoni, I promessi sposi, Cap. VIII

 

Narratore interno

  • Focalizzazione interna: il narratore dice ciò che vede, pensa, sente e giudica il personaggio di cui adotta il punto di vista.
  • Nel racconto di Poe “Il cuore rivelatore”, il protagonista-narratore fin dall’inizio sente il bisogno di giustificarsi, di negare la propria pazzia e di sostenere la propria “lucidità”.
E’ vero! Sono e sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perché dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato era in me il senso dell’udito. Udivo tutte le cose del cielo e della terra. E udivo anche molte cose dell’inferno. Come può essere dunque che io sia pazzo? Ascoltatemi! E osservate con quanta lucidità, con quanta calma io posso narrarvi per filo e  per segno tutto ciò che accadde.
E. Allan Poe, Il cuore rivelatore 

 

  • Ne “La coscienza di Zeno” ci troviamo di fronte ad un narratore di cui il Dottor S. della “Prefazione” ci invita a diffidare “delle tante verità e bugie” che egli ci racconta. Zeno si sforza di rievocare il passato, risalendo addirittura all’infanzia, ma “il presente imperioso risorge ed offusca il passato”.
Prefazione
Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arriccerranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul piú bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.
Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!… DOTTOR S.
Preambolo
Vedere la mia infanzia? Piú di dieci lustri me ne separano e i miei occhi presbiti forse potrebbero arrivarci se la luce che ancora ne riverbera non fosse tagliata da ostacoli d’ogni genere, vere alte montagne: i miei anni e qualche mia ora. […]
Dopo pranzato, sdraiato comodamente su una poltrona Club, ho la matita e un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. Io lo vedo. S’alza, s’abbassa… ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch’esso è il pensiero e che sarebbe suo compito di manifestarsi, afferro la matita. Ecco che la mia fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato.
Ieri avevo tentato il massimo abbandono. L’esperimento finí nel sonno piú profondo e non ne ebbi altro risultato che un grande ristoro e la curiosa sensazione di aver visto durante quel sonno qualche cosa d’importante. Ma era dimenticata, perduta per sempre.
Svevo, La coscienza di Zeno

 

  • Solo alla fine del romanzo “Follia” comprendiamo che il vero pazzo è il narratore, lo psichiatra che è riuscito a manipolare il destino dei protagonisti, di cui a lungo ci racconta la storia, quasi si trattasse di un tipico “caso” di “osses­sione sessuale”.
L’incipit:
Le storie d’amore catastrofiche contraddistinte da osses­sione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni. Si tratta di relazioni la cui durata e la cui intensità differiscono sensibilmente, ma che tendono ad attraversare fasi molto simili: riconoscimento, identificazione, organizza­zione, struttura, complicazione, e così via. La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca.
La conclusione:
A pensarci bene Edgar verrà a sapere comunque della sua morte, ammesso che non lo sappia già. Questo è un istituto molto grande, e la gente parla. Soffrirà molto, e noi dovremo fare molta attenzione. Come me, come tutti noi era stato fol­gorato dalla sua bellezza, ma lui era andato più a fondo di noi, l’aveva idealizzata e poi aveva dovuto lottare contro il caos delle sue stesse passioni quando si era ritrovato nell’im­possibilità di nutrire l’immagine che aveva creato. […] Non riesco a non sentirmi vicino a quelle due povere anime sconvolte, intrappolate qui nelle ultime settimane della loro vita, ciascuna a contorcersi nel suo inferno privato, ciascuna a spasimare per l’altra. So come funzionano le storie d’amore distruttive, e alla fine si arriva sempre a questo, o a qualcosa di molto simile.
Ho ripreso l’abitudine di tornare in ufficio verso sera. La polizia è stata molto comprensiva, e ora tutti i ritratti di Stel­la fatti nel sottotetto, e anche gli schizzi dell’orto, sono in mano mia. Hanno un tratto curiosamente incerto, e all’oc­chio risulta qualcosa che ricorda quella che gli italiani chia­mano «morbidezza». Ho anche la testa. L’ho fatta cuocere e colare in bronzo nero, e la tengo nel cassetto della scrivania. Edgar ci ha lavorato così ossessivamente, negli ultimi giorni in Horsey Street, e sempre a togliere, che adesso è affusolata e minuscola. È bellissima: sottile, minuscola, angosciata… ma è lei. La tiro fuori spesso, durante il giorno, e resto a contem­plarla. E così, vedete, dopotutto ho ancora la mia Stella qui con me.
E naturalmente ho lui.
P. Mc Grath, Follia

 

  • In questo racconto di Richard Matheson il punto di vista è davvero … particolare...
X – Questa è un’altra volta. Il papà mi ha legato stretto con la catena. Ho male perché lui mi ha picchiato. Questa volta ho strappato via il bastone dalla sua mano e ho fatto il rumore. Lui è andato via con la faccia tutta bianca. Si è messo a correre via dal posto dove dormo e ha chiuso la porta. Io non sono tanto contento. Tutto il giorno è freddo qui dentro. La catena viene via piano dal muro. E ho una rabbia brutta con la mamma e con il papà. Gli faccio vedere. Voglio fare di nuovo quella cosa che ho fatto una volta. Voglio gridare e ridere forte. Voglio correre su per i muri. Alla fine mi attacco al soffitto con tutte le mie gambe e pendo giù con la testa e rido e gli  faccio colare il mio liquido verde sopra la testa così gli rincresce che sono stati cattivi con me. E poi se vogliono picchiarmi di nuovo gli faccio male. Tanto male, ecco.
Matheson, Nato d’uomo e di donna

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Narratore e punto di vista

Narratore e punto di vista

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Narratore e punto di vista

 

Il narratore

Il narratore (o voce narrante) è chi racconta la storia, non è una persona reale e non coincide con l’autore, che materialmente ha scritto l’opera. Il narratore è parte dell’invenzione letteraria dell’autore, perciò anche nei casi di vicinanza tra l’identità del narratore e di quella dell’autore (e di verosimiglianza degli eventi narrati) non vi è mai assoluta coincidenza.

 

Narratore interno
  • Quando è il protagonista, che racconta in prima persona (io narrante) gli avvenimenti accadutigli.
  • Quando è uno dei personaggi, testimone degli eventi capitati ad altri e narra prevalentemente in terza persona.
Il narratore interno ha una visione soggettiva della vicenda, infatti, narra solo ciò che vede e che ipotizza. Può essere un narratore inattendibile, di cui non ci si può fidare perché tende a distorcere gli avvenimenti e/o ad interpretarli in modo da giustificarsi.
L’Io narrante, che è protagonista della storia, quando racconta di sé al passato, descrive un io narrato che può presentare caratteristiche diverse, poiché non ha ancora  compiuto le esperienze che lo hanno condotto alla maturità.
 
Narratore esterno
  • Racconta dall’esterno, in terza persona, le vicende, presentandole in modo oggettivo, ma interviene apertamente, per fornire interpretazioni e commentare fatti (narratore palese).
  • Racconta dall’esterno, in terza persona, la vicenda, presentandola in modo oggettivo, senza mai intervenire con giudizi o interpretazioni personali. L’autore vuole dare l’impressione di assoluta veridicità ed oggettività. Il narratore è quasi invisibile (narratore nascosto). Esempio: Naturalismo e Verismo.
 
Livelli o gradi della narrazione.
In un racconto o romanzo possono esservi più narratori:
  • un narratore iniziale (di primo grado), che cede la parola o dice di narrare una storia conosciuta da un altro (narratore di secondo grado) e via di seguito. 

 

Il punto di vista

Il punto di vista è la prospettiva da cui vengono visti, osservati, giudicati i fatti, gli ambienti, i personaggi. L’adozione di un certo punto di vista o focalizzazione è finalizzata ad ottenere certi effetti, ad esempio un effetto sorpresa, l’identificazione con il personaggio, l’impressione di oggettività, ecc.
Secondo la classificazione del critico francese Genette, si possono individuare tre modalità di messa a fuoco degli avvenimenti:
 
Focalizzazione interna
  • Il narratore dice ciò che vede, pensa, sente e giudica il personaggio di cui adotta il punto di vista. Tale prospettiva è evidente nel caso in cui il narratore sia interno e racconti ciò che sa o vede, ma si verifica anche a fronte di un narratore esterno, che assume di volta in volta il punto di vista dei personaggi.
La focalizzazione interna può essere:
  • fissa: se resta la stessa per tutto il racconto o romanzo (ad es. nel caso del narratore interno che narra la propria storia);
  • variabile: se il narratore adotta in successione il punto di vista di più personaggi (ad esempio nei Promessi sposi, quando Manzoni assume il punto di vista dei diversi personaggi del romanzo);
  • multipla: se il narratore adotta simultaneamente i punti di vista di diversi personaggi relativamente ad uno stesso evento (ad esempio nella novella Il treno ha fischiato di Pirandello).
 
Focalizzazione esterna
  • Il narratore, rigorosamente esterno, si limita ad osservare imparzialmente ed impassibilmente i fatti, i gesti, le azioni, i dialoghi dei personaggi, rappresentandoli in modo oggettivo, come se presentasse al lettore la sequenza di un film, senza esprimere giudizi e senza assumere il punto di vista dei personaggi. L’intento può essere quello di una rappresentazione oggettiva o, come nei romanzi polizieschi, di creare suspense, poiché il lettore assiste all’azione senza poterne prevedere gli sviluppi. (Esempio: Hemingway, Gli uccisori).

 

Focalizzazione zero
  • Il narratore esterno è onnisciente, mostra di sapere tutto della storia, di saperne più dei personaggi, che sembra dirigere, quasi fosse un regista. Può pertanto adottare il punto di vista che preferisce, proprio e/o dei personaggi, di cui rivela anche i pensieri inconsci, ed esprimere giudizi, raccontare eventi del passato o anticipare eventi che si verificheranno.

 

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Narrazione: il tempo

Narrazione: il tempo

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di Giorgio Baruzzi

Narrazione: il tempo

La collocazione temporale degli eventi

 
La collocazione degli eventi in un tempo storico o fantastico:
La vicenda può essere collocata in un contesto storico preciso, con indicazioni dettagliate sull’epoca in cui si svolge:
  • Sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio…                                                        Manzoni, I promessi sposi
  • Il 15 maggio 17996, il generale Bonaparte fece il suo ingresso in Milano alla testa di quel giovane esercito che aveva appena varcato il ponte di Lodi e insegnato al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore.        Stendhal, La Certosa di Parma 
o indefinito e fantastico:
  • Ma dopo decine di migliaia d’anni quest’angolo di guerra non era cambiato…                                              F. Brown, Sentinella
 
La collocazione degli eventi rispetto al momento in cui l’autore scrive:
  • in un’epoca passata (Es.: romanzo storico)
  • contemporaneamente (Es.: romanzo naturalista e verista)
  • nel futuro (Es.: romanzo di fantascienza)
La durata degli eventi narrati
La storia narrata ha una durata nel tempo che può essere di ore, giorni, mesi, anni, ecc. Tale durata è ricostruibile sulla base delle indicazioni che, nel corso della narrazione, l’autore fornisce.
Il tempo della storia (TS), cioè l’arco di tempo che gli avvenimenti occupano in genere non coincide con quello del racconto (TR) infatti il narratore può raccontare più o meno estesamente le vicende.
 
Il rapporto tra TR e TS può assumere le seguenti forme:
  • Scena / dialogo. Il tempo del racconto coincide con il tempo della storia, riportando i dialoghi tra i personaggi, come in una scena teatrale
  • TR = TS
George, sul letto, cambiò posizione. Non aveva distolto lo sguardo da sua moglie da quando lei si era messa a parlare.
«Sei maledettamente bella» disse.
Lei depose lo specchio sulla toeletta e andò alla finestra e guardò fuori. Stava facendosi buio.
«Voglio pettinarmi con i capelli all’indietro, lisci e ben ti­rati, e farmi sulla nuca un bel nodo grosso e pesante» disse lei. «Voglio avere un gatto da tenere sulle ginocchia, e che faccia le fusa quando lo accarezzo.»
«Sì?» disse George dal letto.
«E voglio mangiare a tavola con la mia argenteria e voglio delle candele. E voglio che sia primavera e voglio spazzolar­mi i capelli davanti allo specchio e voglio un gattino e vo­glio dei vestiti nuovi.»
«Oh, smettila e cercati qualcosa da leggere» disse George. Aveva ripreso la lettura.
Sua moglie guardava fuori dalla finestra. Ormai era buio pesto e sulle palme continuava a piovere.
«Comunque, voglio un gatto» disse lei «voglio un gatto. Voglio subito un gatto. Se non posso avere i capelli lunghi o se non posso divertirmi, posso almeno avere un gatto.»
George non ascoltava. Stava leggendo il suo libro. Sua moglie guardò la piazza, fuori dalla finestra, dove si erano ac­cese le luci.
Qualcuno bussò alla porta.
«Avanti» disse George. Alzò gli occhi dal libro.
Sulla soglia c’era la cameriera. Teneva in braccio, strin­gendoselo al petto, un gattone color tartaruga, con le zampe posteriori penzoloni.
«Mi scusi» disse «il padrone mi ha ordinato di portare questo alla signora.»
Hemingway, Gatto sotto la pioggia
 
  • Sommario. Il tempo del racconto è più breve del tempo della storia. Avvenimenti accaduti in un arco di tempo di giorni, mesi o anni sono sintetizzati in poche righe.
  • (TR < TS).
Infatti il mio povero amico era impazzito; per sette mesi andai a visitarlo quasi ogni giorno nella casa di cura in cui l’avevano ricoverato, ma non riacquistò un barlume di ragione. Nel delirio pronunciava parole senza senso e, come tutti i dementi, era ossessionato da un’idea fissa, credendosi continuamente assalito da un fantasma.                                                                              
Maupassant, La mano scorticata

 

  • Ellissi. Il tempo del racconto è nullo: vengono taciuti fatti accaduti in un certo arco di tempo.
  • TR = 0; TR < TS
…ma sua madre l’afferrò pe’ capelli, davanti al focolare, e le disse co’ denti stretti: – Se non lo pigli, ti ammazzo! –
La Lupa era quasi malata, e la gente andava dicendo che il diavolo quando invecchia si fa eremita. Non andava più di qua e di là; non si metteva più sull’uscio, con quegli occhi da spiritata. Suo genero, quando ella glieli piantava in faccia, quegli occhi, si metteva a ridere, e cavava fuori l’abitino della Madonna per segnarsi. Maricchia stava in casa ad allattare i figliuoli, e sua madre andava nei campi, a lavorare cogli uomini, proprio come un uomo…
Verga, La lupa
Il narratore non racconta del matrimonio tra Maricchia e Nanni (ma comprendiamo che è avvenuto dall’espressione “suo genero”), né le vicende di almeno qualche anno, poiché poi si dice che “Maricchia stava in casa ad allattare i figliuoli”.

 

  • Digressione. Il tempo della storia è nullo: il narratore interrompe il racconto delle vicende per fornire descrizioni molto lunghe o raccontare storie dentro la storia
  • TS = 0; TR > TS
Vedi ad esempio le lunghe digressioni, nei Promessi sposi di Manzoni, relative alla vita di Fra’ Cristoforo e alla monaca di Monza. 

 

  • Pausa. Il tempo della storia è nullo: il narratore descrive, commenta, riflette ed analizza interrompendo la narrazione
  • TS = 0; TR > TS
Pausa descrittiva
Figuratevi un mondo ancora avvolto nel caos, una tempesta di montagne che separano burroni stretti in cui scorrono torrenti; non una pianura, ma immense onde di granito, gigantesche ondulazioni di terra ricoperte di boscaglia o di alte foreste di castagni e di pini. E’ un terreno vergine, incolto, deserto, anche se a volte si scorge un villaggio, simile a un cumulo di rocce sulla cima di un monte. Nessuna coltivazione, nessun’industria, nessun’arte. Non si incontra mai un pezzo di legno lavorato, un pezzo di pietra scolpita, mai il ricordo del gusto infantile o raffinato degli avi per le cose aggraziate o belle.                                                                                       G. de Maupassant, La felicità
Pausa riflessiva
In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.
Manzoni, Promessi sposi, Cap. VIII 
Il rapporto fra tempo della storia e tempo del racconto produce effetti sul ritmo della narrazione. Sommari ed ellissi accelerano il ritmo della narrazione; scene, pause e digressioni lo rallentano.

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