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Richard Matheson, Io sono leggenda

Richard Matheson, Io sono leggenda

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Richard Matheson, Io sono leggenda

Nei giorni come quello, in cui il cielo era coperto di nuvole, Robert Neville non era mai sicuro di quanto mancava al tramonto e a volte li trovava già nelle strade, prima di riuscire a rientrare in casa.

Se non avesse avuto tanta avversione per la matematica, avrebbe potuto calcolare l’ora approssimativa del loro arrivo;
invece, si atteneva ancora all’antica abitudine di regolarsi sul colore del cielo per stabilire la fine del giorno, e, nei pomeriggi senza sole, quel sistema non funzionava. Perciò, quando il cielo era grigio, non osava allontanarsi troppo dalla sua abitazione.

Fece il giro della villetta nel cupo grigiore del pomeriggio; dall’angolo delle labbra gli penzolava una sigaretta, che si lasciava dietro una sottile scia di fumo. Controllò ogni finestra per vedere se qualcuna delle tavole era staccata. Dopo gli assalti più violenti, molte assi rimanevano scheggiate o danneggiate in altro modo e bisognava sostituirle. Un lavoro che odiava. Ma quel giorno ne trovò solo una traballante. Davvero una bella fortuna, si disse.

Terminato l’esame della facciata, andò in cortile per dare un’occhiata alla serra e alla cisterna dell’acqua. A volte cercavano di danneggiare la struttura di sostegno della cisterna o di piegare e rompere i tubi che venivano dalla pompa. A volte lanciavano sassi al di sopra dell’alta recinzione che circondava la serra e di tanto in tanto riuscivano a sfondare la rete che la proteggeva in alto; allora Neville era costretto a sostituire qualche pannello di vetro.

Ma la cisterna e la serra, quel giorno, non apparivano danneggiate.

Rientrò in casa per prendere il martello e i chiodi e, nell’aprire l’uscio, scorse la propria immagine nello specchio che aveva inchiodato sul pannello, un mese prima. L’immagine era distorta, lo specchio era incrinato. Al primo attacco, le taglienti schegge di vetro argentato sarebbero cadute a terra. “Cadano pure” si disse Neville. “È l’ultimo specchio che inchiodo qui fuori. Non servono a niente, gli specchi. Meglio appendere una collana d’aglio. L’aglio è sempre efficace”.

Scivolò lentamente nel denso silenzio del salotto, si diresse a sinistra per imboccare il breve corridoio e poi ancora a sinistra per entrare nella camera da letto.

Un tempo, l’arredamento di quella stanza era allegro e confortevole, ma a quell’epoca le cose erano molto diverse. Adesso, l’aspetto era funzionale e basta. Poiché il letto e l’armadio occupavano pochissimo spazio, Neville aveva trasformato in laboratorio l’altra estremità della stanza.

La parete era quasi interamente occupata da un bancone con il ripiano di legno grezzo ingombro di una grossa sega a nastro, di un tornio da falegname, di una mola a smeriglio e di una morsa. Al di sopra, sulla parete, c’era una mensola occupata da una distesa disordinata degli attrezzi usati da Robert Neville.

Prese un martello dal bancone e prese alcuni chiodi da uno dei barattoli, tra quella baraonda. Quindi tornò fuori e inchiodò saldamente l’asse all’imposta. I chiodi inutilizzati li gettò tra il pietrisco vicino alla porta.

Per un poco ristette sul prato osservando da un lato all’altro, per tutta la sua lunghezza, la silenziosa Cimarron Street. Era un uomo alto, Neville, sui trentasei anni, di tipo prettamente anglosassone, dai lineamenti comuni, a eccezione della bocca larga dal taglio deciso e dell’azzurro intenso degli occhi che scrutavano ora le rovine carbonizzate delle villette ai due lati della sua. Le aveva bruciate lui, per impedire a loro di saltare sul suo tetto da quelli adiacenti.

 

Conclusione:

E di colpo pensò: “Ora sono io l’anormale. La normalità è un concetto di maggioranza, la norma di molti, e non la norma di uno solo.”

Quel pensiero all’improvviso si fuse con quello che vedeva sulle loro facce: timore, paura, orrore; e comprese che avevano paura di lui. Per loro, lui era una terribile calamità che mai avevano veduta, una calamità anche peggiore dell’infezione a cui si erano adattati. Lui era un invisibile spettro che lasciava quale prova della sua esistenza i corpi dissanguati dei loro cari. Capiva quel che provavano e non li odiava. La sua mano si strinse sul minuscolo involucro delle pillole. Per fare in modo che la fine non giungesse con violenza, per fare in modo che non divenisse una macellazione davanti ai loro occhi…

Robert Neville guardò il nuovo popolo della terra. Sapeva di non farne parte: sapeva che, come un tempo i vampiri, lui era un anatema e un nero terrore da distruggersi. E, di colpo, il concetto si formò, divertente nonostante il dolore.

Una risata soffocata gli salì alla gola. Si voltò, si appoggiò alla parete, inghiottì le pillole. “Il cerchio si chiude” pensò mentre il letargo finale si impadroniva delle sue membra. “Il cerchio si chiude. Un nuovo terrore nasce nella morte, una nuova superstizione penetra nell’inespugnabile fortezza dell’eternità.

“Io sono diventato una leggenda.”

 

Richard Matheson, Io sono leggenda, Fanucci

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Matheson, Nato d’uomo e di donna

Matheson, Nato d’uomo e di donna

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Richard Matheson, Nato d’uomo e di donna

Richard Matheson, nato nel 1926, esordisce nel 1950 sulla rivista The Magazine of Fantasy and Science Fiction con un racconto destinato a imprimersi per sempre nella mente di chi lo legge: Nato d’uomo e di donna. L’ispirazione è palese: si tratta in pratica del rifacimento di un racconto di Lovecraft del 1921: L’estraneo. Ma la storia di un mostro era inserita da Lovecraft in un contesto gotico: un castello con torri, corridoi interminabili e ali disabitate. In Matheson l’ambientazione gotica scompare. La prima frase è di quelle che sconvolgono: “Oggi la mamma mi ha chiamato un obbrobrio”. Viene da pensare al Gregor Samsa di Kafka.

X – Questo giorno quando ha avuto luce la mamma mi ha chiamato un obbrobrio.

Sei un obbrobrio, ha detto. Ho visto la rabbia che stava dentro i suoi occhi. Sapere cos’è un obbrobrio, chissà. Questo giorno ha avuto l’acqua che cadeva al di sopra. Cadeva tutto intorno. L’ho vista bene. La terra di dietro l’ho guardata dalla finestra piccola. La terra succhiava dentro tutta l’acqua come avesse delle labbra e una grossa sete. Ha bevuto troppo e così dopo ha vomitato una cosa molle e gialla. L’ho guardata ma era brutta.

La mamma è bella invece.

Nel posto che dormo con tutti i muri freddi in giro ho una cosa di carta che prima era con tanta carta dietro la caldaia. Sopra dice STELLE. Nelle figure c’è tutte facce come la mamma e il papà. Il papà dice che sono belle. Una volta l’ha detto.
E anche la mamma ha detto lui. La mamma così bella e io mica tanto brutto. E guardati te come sei ha detto e non aveva la faccia di quando è gentile. Io ho toccato il braccio suo e ho detto papà non importa. Lui ha fatto una tremata e poi è andato subito più lontano che io non lo potevo toccare.
Questo giorno la mamma ha allentato un pezzetto la catena che io posso guardare nella finestra piccola. Così ho visto l’acqua che cadeva dal disopra.

XX – Questo giorno aveva l’oro nel disopra.

L’ho saputo perché l’ho guardato e gli occhi mi hanno fatto male. Dopo che l’ho guardato la cantina è tutta rossa. Credo che è chiesa. Loro vanno via dal disopra. La grossa macchina li mangia e passa via presto e non c’è più nulla. Nella terra di dietro c’è la piccola mamma. È  molto più piccola che me. Io sono grosso. È  un segreto ma ho strappato la catena fuori dal muro. Posso andare e guardare nella finestra piccola tutto come mi piace.

Questo giorno quando è stato il buio ho mangiato il mio piatto e anche qualche scarafaggio.

Sento che ridono nel disopra. Io voglio sapere la ragione che ridono. Allora ho preso la catena dal muro e me la sono attorcigliata intorno. Ho strisciato dove sono le scale. Quando cammino sopra gli scalini loro sembra che gridino. Le gambe scivolano perché non so camminare sopra le scale. I piedi stanno incollati sul legno.
Sono salito nel disopra e ho aperto una porta. Era un posto tutto bianco. Bianco come le piccole luci bianche che vengono dal disopra qualche volta. Sono entrato e stavo fermo. Sento ancora che ridono un pezzetto. Vado nella parte dove viene il rumore e guardo dentro.

C’è tanta gente che non credevo. Ho pensato che andavo anch’io dentro e ridevo con loro.

La mamma è venuta dalla mia parte e ha aperto la porta che dietro c’ero io. Sono caduto indietro sul liscio del pavimento e la catena ha fatto del rumore. Ho gridato. Lei ha fatto un rumore come un sibilo e ha messo una mano davanti alla sua bocca. Gli occhi erano grossi grossi.
Mi ha guardato. Ho sentito il papà che gridava. Cosa è caduto gridava. Lei ha detto l’asse da stirare. Vieni aiutami a tirarlo su ha detto. Lui è venuto e ha detto ma non è poi così pesante che non si possa. Mi ha visto e è diventato tutto rosso in faccia.

La rabbia gli è venuta dentro gli occhi. Mi ha picchiato. Ho versato il mio liquido del braccio.

Non era bello. Faceva un brutto verde tutto sul pavimento.
Il papà mi ha detto va in cantina. Io tanto volevo andare. La luce adesso mi faceva male dentro gli occhi. Nella cantina invece non fa male.
Il papà mi ha legato le braccia e le gambe. Mi ha messo nel posto dove dormo. Disopra ho sentito che ridevano e intanto io stavo buono e fermo e guardavo un ragno nero che dondolava e mi scendeva giù addosso. Ho pensato a quello che ha detto il papà. Dio ha detto. E ha solo otto anni.

XXX – Questo giorno il papà ha di nuovo picchiato la catena nel muro prima che avesse luce.

Devo cercare di strapparla di nuovo. Ha detto che ero cattivo a venire nel disopra. Ha detto non farlo mai più se no lui mi deve picchiare forte. Quello fa male.
Ho dormito tutto il giorno con la testa appoggiata contro il muro che è freddo. Ho pensato al posto tutto bianco nel disopra.

XXXX – Ho strappato la catena dal muro.

La mamma era nel disopra. Ho sentito piccole risate molto forti. Ho guardato nella finestra. Ho visto tutta piccola gente come la piccola mamma e anche come dei piccoli papà. Sono belli.
Facevano dei rumori che mi piacevano e saltavano su tutta la terra di dietro. Le loro gambe si muovevano presto presto. Sono come la mamma e il papà. La mamma dice che quelli bravi sono tutti come loro.

Uno dei piccoli papà mi ha visto. Ha puntato il dito sulla finestra. lo ho staccato i piedi e sono scivolato giù dal muro dentro il buio.

Mi sono tutto arrotolato così non mi vedevano. Ho sentito che parlavano davanti alla finestra e i piedi che si muovevano presto. Nel disopra c’è stata una porta che ha picchiato. Ho sentito la mamma piccola gridare nel disopra. Ho sentito dei passi pesanti sulla scala e sono andato di corsa nel posto dove dormo. Ho picchiato la catena nel muro e mi sono messo giù col mio davanti sotto.

Ho sentito la mamma che scendeva dal disopra. Sei stato alla finestra ha detto. Ho sentito la rabbia.

Sta’ lontano dalla finestra. Hai di nuovo strappato la catena.
Ha preso il bastone e mi ha picchiato forte. Io non ho pianto. Non so come si fa. Ma il mio liquido ha bagnato tutto dove dormo. Lei l’ha visto e ha fatto un salto indietro e poi ha fatto un rumore. O miodio miodio ha detto perché mi hai dato questa croce. Ho sentito il bastone cadere forte sul pavimento di pietra. Lei è andata sopra le scale e correva. Ho dormito tutto il giorno.

XXXXX – Questo giorno ha di nuovo avuto l’acqua.

Quando la mamma era nel disopra ho sentito quella piccola che veniva giù piano sopra le scale. Ho scappato nel ripostiglio del carbone perché la mamma ha la rabbia se la mamma piccola mi vede.
Aveva insieme una piccola cosa che si muoveva. Camminava sulle braccia e aveva delle orecchie con la punta. Lei gli diceva delle cose.
E poi c’è stato che la piccola cosa ha sentito il mio odore. È  venuta di corsa sopra il mucchio del carbone e mi ha visto giù nel basso. Aveva tutti i peli dritti. Nella gola ha fatto un rumore cattivo. Io ho fatto il sibilo con la bocca ma la cosa m’ha fatto un salto addosso.

lo non volevo farle male. Ho avuto la paura perché ha morso più forte di quando lo fa il topo. Così l’ho presa stretta.

Faceva dei rumori che non ho mai sentito. L’ho tutta schiacciata insieme, e poi lei era molle e rossa sul carbone nero.
L’ho messa ben nascosta quando la mamma ha gridato. Avevo la paura del bastone. Lei andata via. Ho strisciato sopra il carbone con la cosa e poi l’ho messa nascosta sotto il cuscino. Ho anche picchiato la catena nel muro.

X – Questa è un’altra volta.

Il papà mi ha legato stretto con la catena. Ho male perché lui mi ha picchiato. Questa volta ho strappato via il bastone dalla sua mano e ho fatto il rumore. Lui è andato via con la faccia tutta bianca. Si è messo a correre via dal posto dove dormo e ha chiuso la porta. Io non sono tanto contento. Tutto il giorno è freddo qui dentro. La catena viene via piano dal muro. E ho una rabbia brutta con la mamma e con il papà. Gli faccio vedere. Voglio fare di nuovo quella cosa che ho fatto una volta. Voglio gridare e ridere forte. Voglio correre su per i muri. Alla fine mi attacco al soffitto con tutte le mie gambe e pendo giù con la testa e rido e gli  faccio colare il mio liquido verde sopra la testa così gli rincresce che sono stati cattivi con me.

E poi se vogliono picchiarmi di nuovo gli faccio male. Tanto male, ecco.
Analisi del testo

Born of Man and Woman (Nato d’uomo e di donna) di Richard Matheson è lo struggente “diario” di un bambino, un “mostro” che vive rinchiuso in cantina, spesso incatenato al letto. La narrazione sgrammaticata del piccolo protagonista spinge il lettore ad affrontare la terribile realtà con gli occhi del diverso. La famiglia di questa povera creatura vive una vita apparentemente normale, tenendo lontano il bambino dalla vista della gente. Il piccolo, tuttavia, sente le risate dei genitori e della sorella, e a volte striscia faticosamente sulle scale ed entra nella casa, provocando la rabbia e l’orrore dei genitori. Ma il bisogno frustrato di essere amato ed i maltrattamenti, proprio come per la creatura di Victor Frankenstein, lo spingono alla ribellione.

Esercizi di analisi del testo
  1. In questo breve racconto il punto di vista e la voce narrante sono quelli del “mostro”: quale effetto produce questa prospettiva capovolta? Quali sentimenti induce nel lettore?
  2. Nel corso della narrazione emergono l’aspetto fisico e il comportamento del mostro: rintracciane nel testo le caratteristiche.
  3. Che tipo di atteggiamento caratterizza il protagonista nei confronti della sua famiglia, padre, madre, sorella e qual è quello di questi nei suoi confronti?
  4. Nel corso della narrazione il rapporto tra il mostro e i famigliari si evolve: riassumi le sequenze in cui si suddivide il racconto e delinea le tappe di questo rapporto?
  5. Il linguaggio della voce narrante contribuisce a produrre un effetto “straniante”: individua alcune delle frasi più espressive che evidenziano la prospettiva “aliena” del protagonista.
  6. Il testo sembra ribaltare il concetto di mostruosità. A quali riflessione ti induce questo racconto?
  7. Riscrivi il racconto adottando il punto di vista di uno dei famigliari del protagonista.

 

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