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Philippe Claudel, L’Arcipelago del Cane

Philippe Claudel, L’Arcipelago del Cane

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Philippe Claudel, L’Arcipelago del Cane

 
“Bramate l’oro e spargete cenere. Insozzate la bellezza, calpestare l’innocenza. Fate scorrere ovunque grandi torrenti di fango. L’odio è il vostro nutrimento, l’indifferenza la vostra bussola. Siete creature del sonno, sempre addormentate, anche quando vi credete sveglie. Siete i frutti di un tempo sonnolento. Le vostre emozioni sono efemere, farfalle presto scuse, subito calcinate dalla luce dei giorni. Le vostre mani impastano la vostra vita in una tanga arida e insulsa. Siete divorati dalla solitudine. Il vostro egoismo v’ingrassa. Volgete la schiena ai vostri fratelli e perdete l’anima. La vostra natura ribolle d’oblio.”

 

Queste le prime righe del romanzo L’arcipelago del Cane di Philippe Claudel, il cui primo capitolo funge da premessa “filosofico-morale” che introduce la vicenda. L’Arcipelago del Cane è chiamato così perché le isole vulcaniche che lo compongono formano sulla carta geografica l’immagine di un cane con le fauci spalancate e le zanne snudate. Nell’arcipelago del Cane solo un’isola è abitata, dominata da un vulcano che i suoi abitanti chiamano Brau, “non molto lontana dalla nazione da cui dipende ma dalla quale è dimenticata, e vicina a un continente diverso da quello cui appartiene, ma che essa ignora”. Attaccati alla loro terra nera e al loro tratto di mare gli abitanti dell’isola, contadini o pescatori, non si sentono parte del resto del mondo, a cui guardano con diffidenza.

In realtà la storia inizia nel secondo capitolo. Durante una delle usuali passeggiate quotidiane, una mattina di settembre in cui il mare è in burrasca e nessuna barca è potuta uscire per la pesca, il cane della Vecchia ex maestra d’un tratto si ferma, abbaia, poi si lancia in una corsa folle verso tre forme distese sulla spiaggia. Quando la Vecchia raggiunge il cane, scorge i cadaveri di tre giovani ragazzi neri, portati a riva dalle onde, “con indosso soltanto una maglietta e dei jeans, scalzi, che sembrano addormentati, il volto contro i ciottoli” senza documenti.

Giungono contemporaneamente anche America, un vignaiolo tuttofare, e lo Spada, un abilissimo pescatore, benché piuttosto tonto. Lo Spada corre ad avvisare il Sindaco, senza parlare con nessuno lungo la strada. Meno di mezz’ora dopo il Sindaco, il Parroco, il Dottore e lo Spada sono sulla spiaggia. Il Sindaco alla vista dei poveri corpi impreca seccamente “ricorrendo all’antico dialetto in cui i termini arabi si sono mescolati a vocaboli spagnoli e greci più di mille anni fa”. Li raggiunge anche il Maestro, che stava facendo footing sulla spiaggia e incuriosito si avvicina. Non sono ancora le otto del mattino, soffia un vento freddo. I sei abitanti dell’isola iniziano a ragionare sul da farsi.

Il Sindaco sostiene che i tre cadaveri devono sparire e che nessuno deve sapere del ritrovamento, pena l’arrivo dei giornalisti, la fine della quiete e il rischio di compromettere il futuro sviluppo turistico, che il lui vuole rilanciare con la realizzazione delle Terme.

Solo il Maestro si oppone inizialmente alla decisione e vorrebbe avvertire la polizia, ma poi si sottomette al volere della maggioranza. I corpi vengono dapprima nascosti in una cella frigorifera e poi, in sordina, precipitati in una nera voragine dalle parti del vulcano.

«Lo Spada e il Maestro posarono il carico sull’orlo dell’abisso. Ci si dispose a semicerchio. Il Parroco benedisse il telo che lo Spada guardava con tristezza, un bel telone nuovo e che si sarebbe potuto usare per anni, come aveva detto America, il quale aveva preteso d’essere risarcito, e cui il Sindaco aveva risposto di chiudere il becco, aggiungendo che gliel’avrebbe pagato, il suo telo di merda, di tasca propria all’occorrenza, e America si era zittito, povero tontolone amareggiato, e adesso lo Spada, cui non piacevano gli sprechi, pensava probabilmente che i tre cadaveri non avevano bisogno di quel bel telone per fare il loro ultimo viaggio e che perdere a quel modo delle cose utili ai vivi e del tutto inutili ai morti voleva dire aggiungere un altro peccato al primo.»

Tutto sembra essere stato risolto, quando un giorno sull’isola arriva uno straniero. Il Sindaco non ha dubbi: in un modo o nell’altro le autorità sono venute a sapere dell’incidente, quasi sicuramente con i loro dannati satelliti, e hanno mandato un Commissario a indagare. Come se non bastasse, il Maestro è inquieto, tormentato dal rimorso, e ha cominciato a fare degli strani esperimenti con dei manichini e una barca. Il Sindaco è preoccupato, perché pensa che se il Maestro dovesse incontrare il Commissario per primo potrebbe raccontargli quanto accaduto, mandando a rotoli l’ambizioso progetto delle Terme con cui ha in mente di rilanciare l’isola.

Nei giorni seguenti però il Maestro rende palese la sua volontà di denuncia, indagando sulla provenienza dei tre corpi, attraverso lo studio delle correnti marine. Perciò il Sindaco, con la complicità degli altri, decidecosì di escluderlo e di renderlo inoffensivo, diffamandolo. Questo darà il colpo di grazia al precario equilibrio della piccola comunità…

 

Il romanzo racconta come gli uomini, spinti dal loro interesse egoistico, siano pronti a sacrificare la propria umanità e a nascondere verità sgradevoli. L’isola dell’Arcipelago del Cane è una metafora della nostra società, che spesso si volta dall’altra parte e che è chiusa al “diverso” da sé, che è segnata dall’indifferenza nei confronti di chi è debole, che antepone a tutto il potere e il denaro. In altri termini il libro parla di immigrazione clandestina, di sfruttamento, di indifferenza nei confronti di chi è “invisibile” di chi non ha voce. È una storia molto attuale, perché parla della tragedia dei migranti che rischiano la vita attraversando il mare dall’Africa all’Europa in cerca di fortuna, ma è anche una storia antica, che parla della condizione umana e delle conseguenze delle nostre azioni.

Philippe Claudel, L’Arcipelago del Cane, Ponte alle Grazie, 2019

 

Philippe Claudel è nato nel 1962 in Lorena. Membro dell’Académie Goncourt, ha raggiunto il successo internazionale con il romanzo Le anime grigie (Ponte alle Grazie, 2004), tradotto in trenta Paesi e vincitore del premio Renaudot. Tra i suoi titoli usciti in Italia: La nipote del signor Linh (2005), Il Rapporto (2008), L’Inchiesta (2010) e Profumi (2013), tutti usciti per Ponte alle Grazie.

 

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Philippe Claudel, L’Inchiesta

Philippe Claudel, L’Inchiesta

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Philippe Claudel, L’Inchiesta (L’Enquête, 2010).

 

L’Inquirente, un uomo talmente “normale” e insignificante da non essere mai notato da nessuno, giunge una stazione anonima di un’anonima città,  con il compito di svolgere un’Inchiesta su un anomalo numero di suicidi verificatisi nell’Azienda. Ben presto le vicende vissute dal protagonista si colorano di assurdo, man mano che incontra i diversi personaggi del romanzo. Personaggi che non hanno nome proprio, come del resto il protagonista, tutti definiti da una funzione, da cui prendono il nome: l’Inquirente, la Gigantessa, il Poliziotto, il Cameriere, la Guardia, il Vigilante, il Responsabile, il Fondatore. Essi sono privi di identità e di umanità.

Anche l’Azienda, del resto, non ha nome. Solo l’Albergo ha un nome ironico, l’Albergo della Speranza, speranza che il protagonista perde sempre più, sprofondando nell’assurdo, convinto di trovarsi in un incubo. L’ordine delle cose appare rovesciato e il protagonista ne è sempre più schiacciato. Assurdo e surreale generano anche nel lettore angoscia, ansia e senso di soffocamento.

L’Azienda è smisurata, onnipresente e indecifrabile. La città, più che attorniarla, ne è contenuta. Non c’è strada che non porti a un qualche suo ingresso e non c’è nulla che, in un modo o nell’altro, non entri o non esca da lì. Così, l’Inquirente giunge a scoprire che il segreto dell’Azienda è un’infinita discarica di oggetti e persone, un luogo fuori dal tempo, in cui ci si perde e da cui è impossibile evadere.

Il romanzo denuncia da un lato l’assurdità di una società i cui meccanismi privano di identità gli individui e li schiacciano, di una società che si è trasformata in “una grande discarica a cielo aperto”, dall’altro fa emergere l’angoscia umana di fronte all’impossibilità di dare un senso alla propria esistenza.

L’Azienda è in continuo rinnovamento e ristrutturazione, crea e distrugge continuamente. Mette in discarica, tra i rifiuti, tutto ciò che è fuori uso, “cose, oggetti, porcherie di cui non si sa che fare”. Essa non si cura della distruzione dell’ambiente e produce “valli piene di cadaveri di telefoni cellulari, di computer, di circuiti stampati, di silicio; laghi colmi fino all’orlo di freon, di fanghi tossici e acidi; faglie geologiche rabboccate con palate di materie radioattive, sabbie bituminose; senza contare i fiumi che trasportano milioni di ettolitri di olio esausto, di concimi chimici, di solventi, di pesticidi; foreste dove gli alberi sono fasci di ferraglia arrugginita…” […] Anche gli uomini pagano le conseguenze di questo meccanismo: nell’incessante processo di ristrutturazione essi restano vittime di questo ingranaggio, “a volte ci sono deplorevoli errori di cui alcuni finiscono vittima.”.

L’Azienda, con i suoi ingranaggi impersonali e assurdi, non rappresenta soltanto l’alienazione del lavoro capitalistico, l’inquinamento, la desertificazione, lo scarto, la violenza, ma è la vita stessa, di cui l’uomo ricerca inutilmente il senso. Neppure il presunto Fondatore sa che cosa abbia fondato, non sa che cosa gli uomini pensino che abbia fondato, vittima egli stesso della sua presunta creatura. Inutilmente chiede all’Inquirente: “COS’HO DUNQUE FONDATO!!!???”. Ma l’Inquirente, desolato per non essere riuscito a scoprire perché degli uomini abbiano scelto di morire, di “rifiutare il gioco dell’Umanità, di non aspettare la degenerazione irreversibile del loro organismo”, non è in grado di rispondergli e si dissolve nella morte.

Nel romanzo sono evidenti i riferimenti ai capolavori della narrativa del fantastico e dell’assurdo. Vengono alla mente, in particolare, autori come Lewis Caroll, George Orwell, Franz Kafka. Stanze enormi, stanze microscopiche, l’immagine onnipresente del presunto Fondatore, personaggi privi di nome e di identità, connotati solo dal loro ruolo, una folla anonima che cammina in modo meccanico e disumano per la città. Sono evidenti anche i riferimenti alla realtà sociale contemporanea, come nell’incontro con i Profughi, che il Poliziotto vorrebbe riportare al loro posto, “che non avrebbero mai dovuto lasciare”. E vi è fin dall’inizio il riferimento alla drammatica serie di suicidi verificatisi in un’azienda francese di telefonia, verificatasi tra il 2008 e il 2009 (58 dipendenti si tolsero la vita). Il piano di ristrutturazione dell’azienda, con strategie persecutorie, intendeva spingere il personale all’allontanamento volontario.

Sul piano della struttura narrativa sono presenti nel romanzo numerose antinomie: stanza enorme/stanza microscopica; bagno minuscolo/bagno gigantesco; acqua gelida/acqua bollente; Turisti/Profughi; colazione misera/colazione pantagruelica; Folla verso destra/folla verso sinistra; freddo gelido della Sala d’attesa/caldo soffocante fuori dal container; container nuovi/container decrepiti.

 

Philippe Claudel è nato nel 1962 in Lorena. Affermato scrittore e sceneggiatore, nel 2003 ha raggiunto il successo internazionale con Le anime grigie, che è stato tradotto in ben trenta paesi e ha vinto il Prix Renaudot nel 2003 e il premio per il miglior libro dell’anno di Lire; Il Rapporto (2008) ha vinto il Goncourt des Lycéens nel 2007. Nel 2008 ha esordito come regista cinematografico con il film Ti amerò per sempre, replicando nel 2011 con Tous les soleils, con protagonisti Neri Marcorè e Stefano Accorsi.

https://www.illibraio.it/autori/philippe-claudel/

https://it.wikipedia.org/wiki/Philippe_Claudel

Fabio Gambaro, la Repubblica, 10/02/2012 (Intervista a Claudel)

Philippe Claudel, L’Inchiesta (L’Enquête, 2010) – [riassunto analitico]
(1) L’Inquirente, un “uomo di bassa statura, rotondetto, con pochi capelli”, emblema della banalità, che gli altri stentano a notare e a ricordare, inconsistente “come la nebbia, i sogni o il fiato esalato da una bocca”, giunge nel piazzale di una stazione di un’anonima città, anch’essa del tutto banale e ordinaria, accolto da una pioggia sottile mista a neve. Su un edificio campeggia l’enorme fotografia ingrandita di un vecchio che fissa “con occhi divertiti e malinconici” chi lo guardi. Il suo incarico è di svolgere un’Inchiesta su una serie inusuale di suicidi avvenuta nell’Azienda della città. Dopo aver atteso invano sotto la pioggia l’arrivo di un taxi, l’Inquirente si decide a entrare in un bar, dove un Cameriere poco cortese lo accoglie, mentre fuori la pioggia si è trasformata in neve.
(2) L’Inquirente chiede al Cameriere di indicargli la strada per l’Azienda e questi gli risponde che qualsiasi strada lui imbocchi lo condurrà a una qualche parte di essa, perché “tutto qui appartiene all’Azienda”. L’Inquirente vaga alla ricerca dell’ingresso, su marciapiedi deserti e coperti di neve, con la valigia e l’impermeabile fradici e con i piedi gelati e doloranti. A un certo punto urta violentemente qualcuno e la valigia si apre spargendo tutto il suo contenuto a terra. Richiude come può la valigia, sentendo già i sintomi di un colossale raffreddore.
(3) Finalmente individua il Posto di Guardia, un massiccio parallelepipedo di cemento con feritoie, davanti al quale si rende conto di essere passato più volte senza avvedersene. Il custode gli nega però l’accesso all’Azienda perché è tardi e perché non è in possesso dell’Autorizzazione Speciale.
(4) L’Inquirente si trova così a vagare per la città deserta, fradicio di pioggia, alla ricerca di un albergo. Attorno a lui nessun segno di vita, solo l’onnipresenza dell’Azienda, con i suoi bastioni e le sue alte mura e con il suo rumore “continuo, basso, che gli ricordava quello di un frigorifero”. I marciapiedi su cui cammina sono bordati da una muraglia di calcestruzzo alta tre metri, con sopra cocci di bottiglia, e lui si sente come in trappola, con l’impressione di essere osservato da una creatura invisibile.
(5) A un certo punto scorge l’improbabile insegna di un “Albergo della Speranza”, un edificio decrepito, con le persiane scrostate. Nonostante l’aspetto deprimente, l’albergo si segnala come un “quattro stelle” e presenta tariffe proibitive. L’Inquirente picchia disperatamente alla porta, che resta a lungo chiusa, tanto che l’uomo si accascia a terra affranto. Poi una voce lo sorprende, chiedendogli che cosa voglia e l’Inquirente vede “una gigantessa che stava finendo di stringersi in un accappatoio di spugna rosa”. L’uomo chiede di poter avere una stanza e la donna si mostra scandalizzata per la richiesta, fatta a così tarda ora, tuttavia gli dice di seguirlo.
(6) La Gigantessa, raccolti meticolosamente i dati dell’Inquirente, lo costringere a leggere ad alta voce il regolamento dell’Albergo, poi lo interroga sui suoi 37 paragrafi. Poi la donna si fa consegnare un documento d’identità e la carta di credito, che chiude in cassaforte, e lo accompagna alla stanza 14, salendo una lunga e strana scala fatta di gradini tutti diversi l’uno dall’altro. Dopo aver persino pensato di essere inconsapevolmente morto, tanto da trovarsi ora in un incubo, finalmente l’Inquirente può entrare nella stanza e gettarsi stremato sul letto.
(7) L’Inquirente si sveglia di soprassalto al suono assordante di una sirena, intermittente. Alzatosi a sedere nel letto, nel tentativo di cercare un interruttore sbatte violentemente la fronte contro un oggetto appeso al muro, che cade con fracasso. Dalla cornetta del telefono provengono disperate grida di aiuto. Quando ormai esse si sono estinte, l’Inquirente riesce ad accendere la luce. Si rende così conto della vastità della stanza, in cui il mobilio è costituito solo dal letto, da un piccolissimo armadio e da una sedia. Sulla parete di fondo campeggia l’immagine fotografica di un vecchio baffuto, che l’Inquirente ha l’impressione di avere già visto. A fatica l’Inquirente riesce ad entrare nel minuscolo bagno, poco pulito, ed è costretto a fare una doccia gelata. Nel piccolo specchio vede la profonda ferita che si è procurato sbattendo la fronte al suo risveglio. Cerca inutilmente di farsi la barba con il rasoio elettrico, che però non funziona. Si riveste, con i panni ancora bagnati, poi cerca di aprire la finestra della stanza, ma si accorge che è murata da grossi blocchi di calcestruzzo.
(8) L’Inquirente si rende conto, scendendo alla portineria dell’albergo, che la sua stanza, la numero 14, è situata illogicamente al nono piano. Giunto al piano terra non trova nessuno e decide di entrare nella sala da pranzo. Si tratta di un immenso salone brulicante di gente. Il Cameriere lo accompagna a un tavolo da quattro, occupato da tre persone, all’apparenza straniere. L’Inquirente chiede tè, pane tostato e succo d’arancia ma il Cameriere glieli nega e alla fine gli porta un caffè e due fette biscottate. La massa di persone che occupano la sala è costituita da Turisti, a detta del Cameriere, cosa che appare strana all’Inquirente, che ha visto la città deserta.
(9) Dopo aver chiesto inutilmente a un cameriere qualcosa di più sostanzioso, visto che i presunti “turisti” consumano vivande in abbondanza, l’Inquirente viene urtato dal suo vicino e il caffè che sta bevendo gli si rovescia sulla giacca e sui calzoni. Trova le porte di due toilette ma entrambe indicano che sono “per signore”. Sconcertato, decide di entrare in una di esse e cerca di togliere le macchie, senza successo. Nel farlo distrugge l’avvolgitore con l’asciugamano. Tornato nella sala da pranzo, la trova completamente deserta e meticolosamente riordinata, con l’eccezione della sua tazza di caffè e di una fetta biscottata. Mentre si accinge ad uscire dall’Albergo una voce gli chiede se non intenda finire la colazione.
(10) Si tratta del Poliziotto, che rassicura l’Inquirente e gli porge un tubetto di pillole per il mal di testa. L’Inquirente, incoraggiato dal Poliziotto, lo informa di essere lì per indagare su un numero di suicidi abnorme, verificatisi nell’Azienda e gli racconta del disagio provato per i fatti capitatigli fin dal suo arrivo in città. Squilla il telefono del Poliziotto, che risponde e prende appunti. Al termine della telefonata il suo atteggiamento cambia notevolmente e chiede con freddezza all’Inquirente perché abbia distrutto con furia il portasciugamani del bagno.
(11) L’Inquirente subisce un lungo interrogatorio, con un’ispezione alla toilette per ricostruire l’accaduto, dopo la quale l’Inquirente deve rendere una “deposizione” nell’ufficio del Poliziotto, un armadio pieno di secchi, stracci, palette e prodotti di pulizia.
(12) Uscito dall’Albergo, l’Inquirente si rianima, ma presto assiste sconcertato all’andirivieni di una Folla che procede uniformemente, compatta, rapida e silenziosa, da sinistra verso destra sul marciapiede a lui vicino e da destra verso sinistra su quello del lato opposto della strada. Questa è percorsa da un enorme, lento ingorgo di auto che procedono ordinatamente da destra verso sinistra. Esaminando gli edifici, tra cui magazzini giganteschi, hangar metallici o in sasso, torri occupate da uffici, enormi parcheggi, laboratori e ciminiere, si rende conto che l’Azienda, di cui tutti fanno parte, si è estesa inglobando l’intera città. A un certo punto scorge l’ingresso dell’Azienda, con il Posto di Guardia, dall’altra parte della strada, e decide di attraversare superando il flusso ininterrotto di persone e di automobili.
(13) Con un enorme sforzo riesce a raggiungere il bordo del marciapiede, facendosi largo con grande fatica attraverso la folla anonima e insensibile. Quando cerca di attraversare la strada, si scatena assordante il suono di migliaia di clacson delle auto, che si sono tutte fermate e da dentro le quali i conducenti lo guardano. All’improvviso i clacson tacciono sostituiti dal frastuono di migliaia di voci provenienti dai marciapiedi. L’Inquirente è costretto a tornare indietro, così tutto rientra nell’ordine e lui si fa trascinare nella direzione del fluire della folla.
(14) L’Inquirente si lascia trascinare dalla Folla e perde in essa la propria identità, per accorgersi poi che il percorso compiuto lo ha riportato nei pressi dell’Albergo della Speranza, che però si trova sull’altro lato della strada. Adesso, assurdamente, sta camminando in direzione dell’ingresso dell’Azienda, che riesce a raggiungere.
(15) La Guardia all’ingresso gli chiede di mostrargli un documento d’identità, ma l’Inquirente non può mostrarglielo perché la Gigantessa gliel’ha requisito e chiuso in cassaforte. Ciononostante la Guardia comunica all’Inquirente che qualcuno verrà a prenderlo e lui, stremato e malridotto, attende in prossimità di una sbarra di accesso, sorvegliata da un Vigilante armato, vestito in modo impeccabile.
(16) Giunge una Guida che lo accompagnerà dal Responsabile e che gli fornisce, tra l’altro, un grande camice bianco, un casco protettivo, una penna e un portachiavi recante la fotografia di un vecchio baffuto. I due seguono una linea rossa tracciata a terra e l’Inquirente chiede chiarimenti sull’attività dell’Azienda. La Guida risponde che l’Azienda si occupa di moltissime attività, tra cui comunicazione, ingegneria, depurazione delle acque, energie rinnovabili, chimica nucleare, sfruttamento petrolifero, …ecc. La Guida chiede all’Inquirente di attendere in una saletta, invitandolo intanto a prendere visione della documentazione predisposta per illustrare le attività dell’Azienda. In realtà i documenti forniti sono ritagli di giornale che si alternano ai menu proposti dalla mensa, a un organigramma illeggibile, al resoconto di una visita aziendale, a un sedicente Elenco integrale dei membri del personale contenente due o trecento fogli bianchi e ad altri documenti del tutto inutili. L’Inquirente cerca di procurarsi qualcosa per placare la fame, servendosi a un distributore automatico.
(17) Il tentativo di procurarsi una cioccolata calda e un promettente panino farcito fallisce per il mal funzionamento del distributore. Intanto sopraggiunge la Guida che lo informa che la macchina è rotta e lo invita a seguirlo per andare dal Responsabile. Finalmente l’Inquirente accede all’ufficio del Responsabile, accolto da una luce violenta che lo acceca.
(18) Il Responsabile lo esorta a entrare, dopo aver spento la luce, e lo invita a togliersi camice e casco, invitandolo a mettersi a proprio agio. Poi ordina per telefono da mangiare e da bere per l’Inquirente.
(19) L’attesa è lunga, così tra i due inizia un dialogo, o meglio un allucinante monologo del Responsabile che si sente in dovere di dimostrare la propria utilità per l’Azienda. Dopo essersi esibito in una serie di salti, tuffi e piroette, conclusisi con uno schianto, l’uomo ginocchioni implora l’Inquirente di testimoniare che lui è ancora in forma. Dopo essersi disperato e aver supplicato l’Inquirente, all’improvviso cambia atteggiamento, dichiarando che “La vita è comunque magnifica…” e se ne esce da una porta a passo di danza.
(20) L’Inquirente si ritrova, inutilmente, ad attendere a lungo, febbricitante e affamato, il ritorno del Responsabile e l’arrivo del cibo ordinato. L’Inquirente si sofferma ad osservare il ritratto del vecchio baffuto che campeggia nell’ufficio, probabilmente il Fondatore dell’Azienda. Nell’osservarlo ha l’impressione che lo sguardo benevolo del vecchio in realtà si riveli ironico. Chiude gli occhi per una frazione di secondo e quando li riapre si ritrova immerso nella penombra. Mentre cerca di aprire la porta da cui il Responsabile è uscito, una voce chiede all’Inquirente che cosa stia facendo lì a quell’ora e gli intima di alzare le mani e di girarsi lentamente.
(21) Un uomo, che l’Inquirente riconosce per la Guida, benché vestito diversamente, punta una torcia su di lui e gli intima di non muoversi, gli impone le manette e dichiara di aver avvertito la polizia. Poi, dopo averlo più volte zittito, lo trascina fuori dall’ufficio, rivelandogli di aver dovuto recitare per timore che ci fossero microfoni e telecamere. La Guida rivela di essere riuscito ad assumere, benché in modo fraudolento, anche la funzione del Vigilante, per poter guadagnare a sufficienza. L’Inquirente gli racconta quanto accaduto nell’ufficio e gli dice che il Responsabile presumibilmente è andato a informarsi sull’arrivo del cibo ordinato. La Guida/Vigilante lo informa che la mensa aziendale è chiusa da quattordici mesi, che il Responsabile lo sa e che, tra l’altro, lo ha visto da un bel pezzo lasciare l’Azienda. Frastornato l’Inquirente segue il Vigilante, ma scendendo la scala è colto dalla nausea e sviene.
(22) L’Inquirente, disteso a terra, viene svegliato da un tremendo schiaffo del Vigilante. L’Inquirente lo rassicura di non avere un virus contagioso, dicendo di essere svenuto perché è a digiuno da due giorni. Il Vigilante, allora, osserva che ha poca resistenza fisica e gli racconta la storia del Vicecapo del Servizio Export, che ha fatto uno sciopero della fame per ben 42 giorni, dopo i quali è morto. L’Inquirente nega di avere intenzioni suicide, ma solo una gran fame. Il Vigilante si dichiara rassicurato da questo e lo congeda dopo avergli fatto dono di una sorta di grosso sasso marrone e rugoso, un salamino che è nella tasca della sua tuta da tre mesi.
(23) All’uscita l’Inquirente riconsegna il camice e il casco, poi la Guardia gli parla gentilmente, lanciandosi in uno sfogo iconoclasta contro l’Azienda, denunciando le condizioni di sfruttamento cui i suoi dipendenti sono ridotti. Propone poi atti di sabotaggio, come il danneggiamento dei computer, contro quella che appare come un’entità impersonale, in cui il potere assume caratteristiche immateriali. Dichiara poi che se si ripresentasse l’Inquirente (non si è reso conto di averlo davanti a sé), che secondo lui in realtà ha il compito di effettuare licenziamenti, lo incenerirebbe azionando la corrente ad alta tensione.
(24) L’Inquirente ha l’impressione di trovarsi in un incubo. La Gigantessa gli comunica che gli hanno cambiato stanza, spostandolo dalla 14 alla 93, al primo piano. Gli chiede, inoltre, di firmare un’esosa fattura relativa ai danni causati nel bagno. Dopo aver protestato, l’Inquirente si rassegna a firmare, pur di andare alla sua stanza. Chiede la restituzione dei documenti ma questi sono scomparsi.
(25) La Gigantessa dice di non ricordare di averli ricevuti ma si dichiara disponibile a ospitare l’Inquirente, nonostante lui non abbia né denaro né documenti. Egli stenta a riconoscere se stesso nell’immagine riflessa da uno specchio, tanto è stracciato e malridotto. Alla fine accede alla stanza 93, in tutto simile alla precedente per le cattive condizioni, tranne che per le dimensioni, minuscole, tanto che lo scarso mobilio è posato sul letto per mancanza di spazio ed è impossibile aprire la porta del bagno. Si addormenta stringendo in mano un tubetto di compresse, trovato sul letto, presumibilmente lasciate dal Poliziotto, e il salamino mummificato donatogli dal Vigilante.
(26) L’Inquirente si risveglia al suono di un telefono, di cui non riesce a individuare la collocazione, finché si accorge che è fissato al soffitto. Riesce ad afferrarlo e da esso proviene una voce smorzata e lontanissima, che chiede aiuto, per poi estinguersi. Rimessa la cornetta al suo posto, solo allora si accorge con vergogna di essere completamente nudo. Si avvolge in un lenzuolo e cerca i vestiti, ma non li trova. Vorrebbe fare una doccia, così trova il modo per sollevare il letto in verticale, per poter accedere alla porta del bagno.
(27) Entrato nella stanza da bagno resta sbalordito, per la sua spaziosità, per il lusso e per la raffinatezza che lo caratterizzano. Inoltre, una musica esotica rende ancor più accogliente quell’ambiente in marmo, mosaici e rubinetterie in oro massiccio. L’Inquirente si spalma corpo e capelli con un sapone liquido Lillà alla malva, ma quando posa il piede destro nella doccia l’acqua è bollente e in tutto il bagno è così. Si china a raccogliere il lenzuolo del letto e in quel momento si apre una porta ed entra un uomo anziano, grasso, coi baffi, completamente nudo, che gli passa accanto, si siede sul water e si mette a leggere il giornale. Ancora tutto spalmato di Lillà malva, non riuscendo ad aprire dalla porta da cui è entrato, riesce a uscire da quella da cui è entrato il vecchio.
(28) Si trova in una stanza lussuosa, confortevole e raffinata, dalla quale esce alla ricerca della propria. Quando la trova, in modo assurdo e fortuito, si accorge che il mobilio è semidistrutto, sotto il peso del letto, che si è trascinato dietro tutto. Disperato, prende tutte le compresse del tubetto, senz’acqua. Pensa a quanto gli costerà risarcire i danni, poi pensa che in fondo non ha senso tenere soldi da parte e che è meglio spenderli per pagare dei danni. Così, afferrato lo schienale della sedia, inizia a distruggere sistematicamente l’intera stanza, ansante ma felice. Infine, cerca dei vestiti, e non trovando i propri indossa un paio di mutandine da donna, un paio di pantaloni da jogging, un vestito di lana da donna, che taglia a metà e un paio di stivali di gomma. Poi, baldanzoso esce dalla stanza fischiettando, convinto di aver riaffermato la propria libertà, con un atto di ribellione.
(29) Il Cameriere lo accoglie e lo accompagna nella sala da pranzo, di nuovo gremita. Questa volta però gli individui sono diversi: vi sono famiglie con bambini di ogni età e vecchi, tutti vestiti in modo povero e misero. Hanno fagotti e borse, scatoloni legati con lo spago, misere valigie di cartone. Sono magri, di bassa statura, di carnagione scura e mostrano un’evidente condizione di stanchezza. Tutti magrissimi e in misere condizioni, sgranocchiano qualche fetta biscottata. Non si tratta, questa volta, di Turisti, ma di Profughi, arrivati in gran numero, come precisato dal Cameriere. A un tavolo riservato due Camerieri portano all’Inquirente due grandi vassoi per la colazione.
(30) La colazione fornita all’Inquirente è ricca e sovrabbondante, con pancetta, salsicce, uova sode, aringhe, salmone affumicato, polpette di renna, ecc. L’Inquirente comincia a divorare in modo frenetico e vorace tutto il cibo a disposizione. Nel frattempo una muraglia implorante di Profughi si è formata attorno a lui. Vecchi, giovani, bambini, tutti ammassati lo guardano con gli occhi sgranati, che rivelano una fame feroce. Un bimbo magrissimo lo osserva, senza parlare, con gli occhi vacui, e l’Inquirente perde la voglia di mangiare, si sente anzi soffocare. Lascia il tavolo e si allontana dalla sala, con la voglia di vomitare.
(31) L’Inquirente si precipita a vomitare a lungo nella toilette e mentre è chino sul water qualcuno bussa ripetutamente alla porta. Si tratta del Poliziotto, che dice di averlo visto entrare e che si dichiara sensibile alle disgrazie dei Profughi, tanto da fare quel che può per riportarli al loro posto, “che non avrebbero mai dovuto lasciare”. Poi si mette a pulire il WC con un liquido giallo, e l’inquirente mette in dubbio che lui sia un Poliziotto, dicendosi convinto di vivere in un romanzo o in un sogno. Allora il Poliziotto gli dice di seguirlo e, quando sono fuori dall’Albergo, attraversa senza alcuna difficoltà la Folla, che si divide al suo passaggio. Successivamente attraversa la carreggiata, dove a un suo segnale le auto si arrestano immediatamente. L’Inquirente lo raggiunge e gli chiede scusa.
(32) L’Inquirente sente l’impulso di rivelare al Poliziotto di aver distrutto la propria stanza, ma lui, che già ne è informato, gli dice di non preoccuparsi perché il vero responsabile non è lui ma chi gli ha dato una stanza così misera. Il Poliziotto accompagna l’Inquirente al Posto di Guardia e raccomanda di trattarlo bene. Poi giunge il Vigilante, che insiste per abbracciare l’Inquirente, perché da lui si sente capito. L’Inquirente, di fronte a tanta amabilità e gentilezza da parte di tutti, prova la sensazione che si tratti di un’altra forma di tortura, di essere studiato e sorvegliato, oggetto lui stesso di un’Inchiesta. L’enorme Vigilante, mentre lo sta soffocando nel suo abbraccio, riceve una chiamata e subito riassume il suo ruolo, rispondendo al telefono più volte “affermativo” e “ricevuto forte e chiaro”.
(33) L’Inquirente, secondo le indicazioni del Vigilante, comincia a seguire la linea verde, mastica un paio di compresse del Poliziotto e durante il suo percorso si sente straordinariamente lucido e rianimato. Innumerevoli pensieri attraversano la sua mente, finché a un certo punto decide di concentrarsi sulla linea verde e di non guardarsi attorno né di pensare. La segue con crescente velocità, fino al punto di mettersi a correre sempre più velocemente, fin quando riceve un colpo di estrema violenza alla fronte, colpendo inavvertitamente un muro di calcestruzzo, dove finisce la linea verde, e sviene.
(34) Mentre è privo di sensi, l’Inquirente sogna di passare in rassegna i Suicidi, che gli mostrano i segni delle loro ferite e mutilazioni, tutti decisamente morti. In particolare l’interrogatorio coinvolge un caso che si rivela dubbio, poiché l’aspirante suicida, mentre stava per saltare dalla finestra, è stato vittima di un’esplosione dovuta a una fuga di gas di cui non si era accorto. Mentre si trova a fronteggiare il dilemma, l’Inquirente viene risvegliato da una donna in camice bianco, la quale gli spiega che ha sbattuto contro il muro e perduto i sensi. Se l’è cavata meglio – lo informa – di un Coreano che è stato vittima di un impedimento di livello 7, cioè la morte. La linea verde, per un errore, anziché deviare verso l’ufficio della donna, che è uno Psicologo, è stata tracciata fino al muro.
(35) I due si trasferiscono nell’ufficio dello Psicologo e l’Inquirente si accorge di indossare non i suoi vestiti ma una vestaglia ospedaliera di stoffa leggera e gradevole, e ha la sgradevole sensazione  di essere, sotto di essa, completamente nudo. Nell’ufficio campeggia la foto del vecchio che ha già visto in albergo e nell’ufficio del Responsabile. Sollecitato dallo Psicologo, l’Inquirente racconta tutte le sue vicissitudini dall’arrivo in città in poi. Quando ha finito di parlare, lo Psicologo gli chiede di dirle il suo nome, ma l’Inquirente non è in grado di farlo.
(36) L’Inquirente scoppia a ridere, cercando inutilmente di ricordare, ma poi si rende conta che da quando è in città si è sempre presentato come l’Inquirente e mai con nome e cognome. Lo ribadisce allo Psicologo, la quale osserva che lui vede nelle persone solo le funzioni: Guardia, Poliziotto, Vigilante, Fondatore, ecc. Non usa mai nomi propri, nega ogni umanità in sé e negli altri e guarda quindi gli uomini e il mondo come un sistema impersonale e asessuato di funzioni e di ingranaggi. La Gigantessa, inoltre, rappresenta per lui la Madre, la Donna, un evidente indizio questo del senso di annientamento che l’Inquirente prova davanti al femminile. L’Inquirente si trova sempre più in difficoltà, anche nel fornire indicazioni sull’Inchiesta sui Suicidi che ha il compito di svolgere, ma alla fine, inaspettatamente, lo Psicologo acconsente a preparargli una lettera per facilitargli il lavoro.
(37) Lo Psicologo accompagna l’Inquirente in una sala d’attesa e gli consegna una busta sigillata con sopra scritto “PER IL FONDATORE”. Tutto nella sala d’attesa è di un bianco abbacinante, dai mobili, alle suppellettili e persino alle piante. L’Inquirente sfoglia varie riviste e tutte sono completamente fatte di fogli bianchi, senza alcun segno, se non le ditate di coloro che le hanno sfogliate in precedenza. L’inquietudine dell’Inquirente è in parte mitigata dal possesso della busta, con sopra la scritta, chiaramente visibile. Quando però la apre vi trova dentro un foglio, completamente bianco.
(38) Innumerevoli sono i modi con cui nelle guerre o in altre circostanze sono stati sperimentati i più vari e molteplici modi per annichilire gli uomini, torturandoli e infliggendo loro sofferenze, atroci e/o raffinate. Chi sta cercando di fare questo con l’Inquirente? Questa è la conclusione cui egli è giunto, al punto ormai di dubitare della propria capacità di pensare e di ritenere persino di non essere vivo. L’Inquirente desidererebbe poter tornare indietro, ai momenti che hanno preceduto la sua missione in città. A un certo punto egli comincia a sentire molto freddo e cerca di tendere la tunica per coprirsi meglio, ma nel farlo strappa il tessuto sulla spalla sinistra e in quel preciso momento pavimento e pareti cominciano a muoversi e a vibrare, con un frastuono metallico che richiama alla sua mente il treno che lo ha portato in città. Viene sballottato dal movimento e dalle vibrazioni di tutta la stanza, e la sensazione che prova gli ricorda gli astronauti che si muovono nel vuoto di una navicella spaziale.
(39) La Sala d’attesa è distrutta e dalla porta che si è socchiusa penetra un raggio di luce intensissima e insopportabile. L’Inquirente apre la porta e scopre che quella è la luce del sole, che splende come una palla di fuoco. Non è chiaro se sorga o tramonti. L’uomo si trova in un immenso campo abbandonato, polveroso e piatto su cui sono ammassati dei container, alcuni rivestiti di acciaio e alluminio, altri simili a scatoloni scassati in cartongesso, truciolato o lamiera. Alcuni perfettamente allineati, altri ammassati in disordine, alcuni nuovi altri decrepiti. Il caldo è soffocante e il sole immobile, il suolo bianco, come di gesso, impedisce la vista. Quasi nudo, l’Inquirente soffoca per il caldo e suda copiosamente in tutto il corpo. Cerca inutilmente di proteggersi dal sole con le braccia e girando attorno al suo container. Si china a terra, prostrato, geme e urla. Cessato il suo urlo, come per un richiamo, dai container si levano grida, rantoli, rumori e voci supplicanti.
(40) Finite le voci, l’Inquirente chiede se ci sia qualcuno e dai container ricominciano le voci, che chiedono aiuto. Si avvicina a un container e l’uomo che è dentro gli dice di essere stato…l’Inquirente… Sconvolto, mentre da dentro continua la richiesta di aiuto, l’Inquirente gira attorno al box, che però è privo di qualsiasi porta. L’Inquirente si lascia scivolare a terra. L’uomo da dentro ribadisce di essere l’Inquirente e di essere in una Sala d’attesa nella quale fa molto freddo, mentre l’Inquirente che si trova fuori si sta liquefacendo per il caldo. La voce dell’uomo dentro il box si fa sempre più flebile fino a cessare, mentre da fuori l’Inquirente sta inutilmente cercando di interrogarlo, urlando. Alle sue urla, si levano nuovamente migliaia di voci, di grida, di lamenti e di preghiere, tanto che l’Inquirente per sottrarvisi si tura le orecchie e chiude gli occhi.
(41) Mentre sta pensando all’imperfezione umana, a occhi chiusi, compare davanti a lui un’ombra. Apre gli occhi e vede un uomo in piedi davanti a sé, che gli chiede da dove arrivi. Poiché i lamenti ricominciano l’Ombra grida “VOGLIAMO TACERE”? E tutti si zittiscono. L’Inquirente risponde che era nella Sala d’attesa. L’Ombra, con i resti della tunica, gli fascia la testa per proteggerlo dal sole, e lui può guardarsi attorno e vedere decine di migliaia di container, in ciascuno dei quali – pensa – c’è un essere umano, come lui sballottato, strapazzato, umiliato annichilito. L’aspetto che ora l’Inquirente può vedere dell’Ombra è quello di un vecchio con la pancia e la muscolatura floscia e cadente, ma quello che lo sconvolge è che il suo viso è quello che già più volte ha visto, di colui che ritiene il Fondatore. L’Ombra non conferma chiaramente di essere il Fondatore, ma dice che l’Inquirente è sicuramente il Primo Uomo a essere uscito dal container, anche se questo non muterà il suo destino di morte. Dice di aver cercato inutilmente di aprire i container, senza riuscirci, e di essersi poi abituato a sentir morire milioni di uomini. Dichiara di non averli messi lui lì dentro e che se c’è responsabilità sua ormai è da tempo “scattata la prescrizione”. Quel luogo – dice il vecchio – è “una zona di transito dell’Azienda che con l’andar del tempo si è trasformata in una grande discarica a cielo aperto”. Qui si ammucchiano rifiuti di ogni genere, oggetti fuori uso e altre porcherie di cui non si sa che fare. D’altronde – aggiunge in seguito il vecchio – l’Azienda è in ristrutturazione perpetua e a volte ci sono errori deplorevoli di cui alcuni finiscono vittime. Infine chiede “E secondo lei…cos’avrei fondato io”?
(42) L’Inquirente sente di perdere progressivamente coscienza, di essere sul punto di morire. Quel che più mina i residui della sua anima è la delusione per aver fallito, per non essere riuscito a scoprire perché degli uomini abbiano scelto di morire , di “rifiutare il gioco dell’Umanità, di non aspettare la degenerazione irreversibile del loro organismo”. Il Fondatore gli chiede più volte di rispondere alla sua domanda (…cos’avrei fondato io?) ma le sue braccia e il suo corpo perdono sempre più consistenza. Il Fondatore gli conferma che sta morendo e che si sta dissolvendo, ma insiste con la sua domanda, alla fine gridandogli “COS’HO DUNQUE FONDATO!!!???”. Ma dopo le ultime evanescenti immagini che passano per la sua mente, l’Inquirente sente che ciò che resta della sua coscienza se ne sta andando e muore. Alla fine un debole suono mette fine alla sua esistenza, simile al “clac” prodotto dalla chiusura dello schermo di un computer portatile sulla tastiera.

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Link utili

Da Philippe Claudel, L’Inchiesta (L’Enquête, 2010).
 
La stanza enorme e il bagno

(Cap. 7)

La plafoniera si accese dopo qualche esitazione: era un neon rotondo, che spandeva una luce verde nella stanza. Questa era molto più grande di quanto l’Inquirente avesse immaginato. Il letto su cui era steso si perdeva nella camera che doveva essere a dir poco dieci metri per sette. Rimase per un momento sbigottito. A eccezione del letto, il mobilio era costituito da un piccolissimo armadio incastrato in un angolo e da una sedia che era stata posta al centro della stanza sotto la plafoniera. Nient’altro. Niente comodino. Niente scrivania, Il pavimento di vecchio parquet era coperto qui e là da tappeti orientali che avevano perso i colori e i disegni. Sulla parete di fondo, un ritratto fotografico raffigurante un vecchio baffuto. L’Inquirente ebbe l’impressione d’aver già visto quel volto, ma non poteva giurarlo. […]

Si svestì rapidamente, posò gli indumenti sul letto, compresa maglia e mutande, poi si diresse verso una porta che a suo avviso doveva essere quella del bagno.Le dimensioni di quest’ultimo lo lasciarono stupefatto: era uno stretto armadio. Tanto la camera era inutilmente grande, quanto la stanza da bagno era piccola, stretta e bassa di soffitto, e per giunta neanche tanto pulita.

 

La Folla e l’Azienda

(Cap. 12)

Un flusso umano passava in gran silenzio a pochi metri davanti a lui, sui marciapiedi: una folla compatta, rapida, che filava a tutta birra, come aspirata da un formidabile risucchio d’aria. Era costituita da donne e uomini di ogni età, ma che procedevano alla stessa velocità, non si parlavano, guardavano o per terra o davanti a loro. Altra cosa singolare era che sul marciapiede più vicino a lui, la Folla andava da sinistra verso destra, mentre sull’altro marciapiede, dal lato opposto della carreggiata, era il contrario, come se, da qualche parte, qualcuno avesse instaurato un ordine di circolazione che nessuno osava infrangere.

Il solo rumore udibile era quello, leggerissimo, che veniva dai veicoli. Questi circolavano a passo d’uomo, in un unico senso, da destra verso sinistra. Era un grandioso ingorgo! Le auto avanzavano con estrema lentezza, ma nel più perfetto ordine, e l’Inquirente non scorse alcun segno di nervosismo sul viso dei conducenti, che guardavano dritto in avanti e parevano sopportare pazientemente. Nessun clacson, nessuna imprecazione, semplicemente il ronzio dei motori, elegante, quasi smorzato, volatile. […]

L’Inquirente esaminò gli edifici che riusciva a scorgere: magazzini giganteschi, serie di hangar metallici o in sasso, torri occupate da uffici, locali amministrativi, immensi parcheggi coperti, archivi informatici, laboratori, ciminiere in metallo da cui uscivano fumi quasi trasparenti. […]

Tutta la Città pareva concentrarsi nell’Azienda come se questa, a poco a poco, in un processo d’espansione che nulla avrebbe potuto frenare, si fosse estesa al di là dei suoi limiti originari, inghiottendo le sue periferie, digerendole, assimilandole instillando loro la propria identità.

 

Le attività dell’Azienda

(Cap. 16)

Procedettero seguendo una linea rossa tracciata a terra. Parallele a questa, c’erano anche una linea gialla, una linea verde e una linea azzurra. L’Inquirente approfittò di quel momento per farsi precisare le attività dell’Azienda.

“È un argomento vasto” cominciò col dire la Guida, “e io non sono la persona più indicata per risponderle. Non so tutto. In fondo so ben poco. L’Azienda abbraccia moltissime attività: comunicazione, ingegneria, depurazione delle acque, energie rinnovabili, chimica nucleare, sfruttamento petrolifero, valorizzazione di attivi, ricerca farmaceutica, nanotecnologie, terapia genica, agroalimentare, banche, assicurazioni, prospezione mineraria, cemento, immobiliare, stoccaggio e scrematura di dati sensibili, armamenti, sviluppo umanitario, aiuto al microcredito, istruzione e insegnamento, tessile, materie plastiche, editoria, Lavori Pubblici, tutela dei patrimoni, consigli in investimenti e fiscalità, agricoltura, sfruttamento forestale, analisi mentale, svago, chirurgia, aiuto alle vittime di catastrofi, e chissà quante cose dimentico!”

 

La stanza piccola e il bagno

(Cap. 25)

L’Inquirente era arrivato davanti alla porta della camera 93. Era situata davvero al primo piano, come gli aveva detto la Gigantessa. Fece ruotare la chiave, spinse la porta, che si aprì solo di una ventina di centimetri nonostante i suoi sforzi ripetuti. S’insinuò a fatica in quella fessura, azionò l’interruttore e scoprì la stanza: un letto a una piazza, un comodino, un armadio, una sedia, una finestra chiusa dietro la quale si scorgevano delle persiane pure chiuse. Una porta che probabilmente dava nella stanza da bagno. L’arredo era lo stesso della stanza 14, stessi muri verdognoli, bolle di umidità, stesso neon circolare, stanco, intermittente, stessa fotografia del vecchio, molto simile a quella del portachiavi. La sola differenza consisteva nelle dimensioni della stanza: il letto occupava quasi tutto lo spazio di questa – che copriva una superficie, a dir tanto, di cinque metri quadri -, bloccando la porta dell’armadio come pure quella del bagno nel quale diventava dunque pressoché impossibile penetrare. Quanto alla sedia e al comodino, data la mancanza di spazio a terra, erano stati posati per lungo, di piatto sul letto, accanto alla sua valigia. […]

(Cap. 27)

Rimase sbalordito: la stanza da bagno attestava un gusto squisito. Non avrebbe mai immaginato che un simile spazio, grandioso, lastricato di marmo bianco, le cui pareti erano decorate di mosaici verde chiaro sormontati da una greca a cabochon d’oro fino potesse esistere all’interno dell’Albergo della Speranza: probabilmente era il solo e ultimo vestigio dell’epoca in cui quel posto era stato un albergo di lusso. Che però per giunta quella stanza fosse il bagno della camera in cui avevano messo lui e che – era pronto a certificarlo – era senza dubbio alcuno la più miserabile, la più sozza e la più asfittica delle stanze d’albergo…questa era una cosa del tutto incomprensibile!

 

I Profughi

(Cap. 29)

La sala da pranzo era di nuovo gremita. Ma l’Inquirente s’accorse che non erano gli stessi individui del giorno prima a colmarla: adesso c’erano molte famiglie, con bambini di ogni età, neonati, e anche persone vecchissime, poveramente vestite, con tenute a volte poco comuni, camiciotti che strusciavano per terra per certi uomini, giacconi di pelliccia dal cuoio consunto, giacche a vento scolorite, senza maniche, cappotti neri, conici […]

Tutti tenevano stretti al petto fagotti, borse sportive in skai, gonfie e squallide, scatoloni legati con lo spago, enormi borse di plastica spesso rinforzate con larghe strisce di adesivo marrone, antiche valigie di cartone che parevano sul punto di scoppiare. […]

Erano un ammasso di corpi. […]

Somigliavano a contadini, o a operai, braccianti, manovali usciti da un altro secolo, bestie da soma il cui corpo, sottoposto senza posa alla legge del lavoro e alle privazioni di cibo, s’era accontentato della magrezza di poche ossa e della scarsa carne che le rivestiva. Tutto in loro rivelava la povertà, l’indigenza, come pure il terrore che quella condizione, probabilmente subita per decenni, se non per secoli, era riuscita a depositare nel più profondo dei loro gesti e dei loro sguardi, come un. Carattere genetico contro cui non serve a nulla lottare. […]

“Turisti?” domandò l’Inquirente.

“Vuole scherzare…!? Questi, Turisti? Ma li visti bene? Li ha annusati?” Disse il Cameriere.

“La prego, non così forte, potrebbero sentirla!” Mormorò l’Inquirente.

“Nessuno può capirci, non sono di qui. Non so nemmeno che lingua parlano, di sicuro non la nostra. Sono Profughi.”

 

La discarica dei container

(Cap. 39)

Era una specie d’immenso campo in abbandono, polveroso, dal suolo piatto, senza sporgenza alcuna, su cui, in ordini poco comprensibili, si ammassavano a tratti dei container che avevano l’aspetto di grandi caravan senza ruote, gli uni rivestiti d’acciaio o alluminio, armature a parallelepipedo, incandescenti a forza di riflettere la luce, gli altri scassati, simili a grandi scatoloni gibbosi […]

(Cap. 41)

“Non so… Non so più…” balbettò l’Inquirente. “Dove siamo? All’Inferno?”

“…No, lei qui si trova molto semplicemente in una zona di transito dell’Azienda che con l’andar del tempo ai è trasformata in una grande discarica a cielo aperto. Si ammucchia qui quello che non si può mettere altrove, che è fuori uso, cose, oggetti, porcherie di cui non si sa che fare. Potrei mostrarle intere colline coperte di protesi, gambe di legno, fasciature sozze, residui farmaceutici; valli piene di cadaveri di telefoni cellulari, di computer, di circuiti stampati, di silicio; laghi colmi fino all’orlo di freon, di fanghi tossici e acidi; faglie geologiche rabboccate con palate di materie radioattive, sabbie bituminose; senza contare i fiumi che trasportano milioni di ettolitri di olio esausto, di concimi chimici, di solventi, di pesticidi; foreste dove gli alberi sono fasci di ferraglia arrugginita…” […]

“…L’Azienda si sviluppa molto in fretta. […] Necessita di nuovi locali, ma se ne sbarazza in gran fretta perché al tempo stesso è in ristrutturazione perpetua, e a volte ci sono deplorevoli errori di cui alcuni finiscono vittima.” […] “E secondo lei” riprese guardando l’Inquirente attraverso la benda, “cos’avrei fondato, io?”

Philippe Claudel, L’inchiesta (L’enquete, 2010)

Traduzione Francesco Bruno, Ponte alle Grazie, pagg. 207, euro 16,80