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Philip K. Dick, Impostore (1953)

Philip K. Dick, Impostore (1953)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Philip K. Dick, Impostore (1953)

Gli umani stanno disperatamente lavorando a un Progetto che potrà difenderli dall’invasione degli alieni. Lo scienziato Spence Olham viene accusato di essere in realtà un robot, che riprodurrebbe perfettamente le sue sembianze e i suoi ricordi, con lo scopo di attivare una bomba nascosta dentro il suo corpo, tanto potente da poter distruggere il progetto di difesa terrestre. Olham cerca disperatamente di dimostrare la propria innocenza e la propria vera identità di umano. Riesce a giungere nei pressi della nave aliena, caduta in un bosco, dove conta di poter rintracciare i resti del robot…
«Uno di questi giorni mi prenderò una vacanza» disse Spence Olham a colazione. Guardò sua moglie. «Penso di essermelo meritato. Dieci anni sono tanti.»
«E il Progetto?»
«Vinceranno la guerra anche senza di me. Questa nostra palla di argilla non corre grossi rischi.» Olham si sedette al tavolo e si accese una sigaretta. «I distributori automatici di notizie alterano i dispacci per far credere che gli Invasori spaziali stanno per sopraffarci. Sai cosa mi piacerebbe fare durante la vacanza? Vorrei andare in campeggio su quelle montagne fuori città, dove siamo andati quella volta. Ricordi? Io mi sono avvelenato toccando una quercia e tu stavi per calpestare un serpente a sonagli.»
«Sutton Wood?» Mary cominciò a impilare e portare via i piatti sporchi di cibo. «E andato a fuoco poche settimane fa. Pensavo che lo sapessi. Un caso di combustione spontanea.»
Olham ci rimase male. «Non hanno neanche cercato di scoprire la causa dell’incendio?» Le labbra gli si contrassero. «Non importa più a nessuno. Pensano soltanto alla guerra.» Serrò le mascelle, aveva in mente tutta la situazione, gli Invasori spaziali, la guerra, le astronavi a forma di ago.
«Come potremmo pensare ad altro?»
Olham annuì. Aveva ragione lei, naturalmente. Le piccole navicelle scure che venivano da Alpha Centauri avevano prevalso facilmente sui lenti incrociatori terrestri, lasciandoli indifesi come tartarughe. Erano stati scontri a senso unico, e alla fine il conflitto era arrivato sulla Terra. Finché venne inaugurata la bolla protettiva realizzata dai Laboratori Westinghouse. All’ inizio ricopriva soltanto le maggiori città terrestri, poi arrivò ad avvolgere l’intero pianeta. La bolla fu la prima vera difesa, la prima legittima risposta agli Invasori spaziali – come li definivano i distributori automatici di notizie.
Ma vincere la guerra era un’altra storia. Ogni laboratorio, ogni progetto andava avanti notte e giorno, senza sosta, per trovare qualcos’altro: un’arma per contrattaccare, riprendendo l’iniziativa. Come il progetto di Olham. Tutti i giorni, anno dopo anno.
Olham si alzò in piedi, spegnendo la sigaretta. «Come la spada di Damocle, che pende costantemente sopra di noi. Mi sto stancando. Voglio soltanto prendermi un lungo periodo di riposo. Ma penso che tutti vogliano la stessa cosa.»
Tolse la giacca dall’armadio e uscì sul portico. Il proiettile sarebbe arrivato a momenti, il veloce, piccolo insetto che lo avrebbe portato al Progetto.
«Spero che Nelson non faccia tardi.» Guardò l’orologio. «Sono quasi le sette.»
«Sta arrivando l’insetto» disse Mary, guardando tra le case a schiera. Il sole risplendeva dietro i tetti, riflettendosi contro i pesanti pannelli di piombo. L’insediamento era tranquillo: solo alcune persone giravano per le strade. «Ci vediamo dopo. Cerca di non lavorare più del dovuto, Spence.»
Olham aprì la porta dell’aeromobile e si infilò dentro, appoggiandosi al sedile con un sospiro. Insieme a Nelson c’era un uomo più anziano.
«Allora?» disse Olham, mentre l’insetto sfrecciava velocissimo. «Hai saputo qualcosa di interessante?»
«Le solite cose» rispose Nelson. «Alcune astronavi degli Invasori sono state colpite, un altro asteroide è stato abbandonato per motivi strategici.» 
«La situazione migliorerà quando il Progetto avrà raggiunto lo stadio finale. Forse è solo la propaganda dei distributori automatici di notizie, ma nell’ultimo mese ho cominciato veramente a stufarmi. Tutto sembra così grigio e monotono, la vita non ha più colore.»
«Pensi che la guerra non avrà alcun esito?» intervenne improvvisamente il vecchio. «Tu stesso ne sei parte integrante.»
«Ti presento il maggiore Peters» disse Nelson. Olham e Peters si strinsero la mano. Olham studiò l’uomo più anziano.
«Cosa l’ha spinta a venire qui?» chiese. «Non ricordo di averla mai vista collaborare al Progetto.»
«No. Non faccio parte del Progetto,» rispose Peters «ma sono al corrente di alcune delle cose che state facendo. Il mio lavoro è del tutto diverso.»
Lui e Nelson si scambiarono un’occhiata. Olham se ne accorse e ne fu contrariato. L’insetto stava acquistando velocità, sfrecciando sul terreno spoglio e privo di vita verso l’orlo distante dell’edificio del Progetto.
«Mi può dire di cosa si occupa?» chiese Olham. «Oppure non ne può parlare?»
«Lavoro per il governo» disse Peters. «Con l’FsA, l’organo per la sicurezza.»
«Oh?» Olham alzò un sopracciglio. «C’è qualche infiltrazione nemica in questa zona?»
«Per dirla tutta, sono venuto per incontrare lei, signor Olham. »
Olham era sconcertato. Soppesò le parole di Peters, ma non riusciva a ricavarne un senso. «Incontrare me? Perché?»
«Sono qui per arrestarla in quanto spia degli Invasori. Ecco perché sono venuto così presto questa mattina. Acciuffalo, Nelson. »
Gli puntarono un’arma contro le costole. Nelson era pallido e gli tremavano le mani, per l’improvvisa tensione. Fece un profondo respiro, ed espirò di nuovo.
«Lo dobbiamo uccidere subito?» sussurrò a Peters. «Penso che dovremmo ucciderlo adesso. Non possiamo aspettare.» 
Olham guardò in faccia il suo amico. Aprì la bocca per parlare, ma non riuscì ad articolare alcunché. Entrambi gli uomini lo guardavano fisso, rigidi e pieni di paura. Olham si sentiva stordito. La testa gli faceva male e gli girava.
«Non capisco» mormorò.
In quel momento la navicella-proiettile si sollevò dal Suolo e schizzò via, dirigendosi nello spazio. Sotto di loro il Progetto si allontanava, sempre più piccolo, scomparendo alla vista. Olham chiuse la bocca.
«Possiamo aspettare un po’» disse Peters. «Voglio prima fargli alcune domande.»
Olham guardava come intontito davanti a sé mentre l’insetto sfrecciava nello spazio.
«L’arresto è andato bene» disse Peters nel videoschermo. Subito dopo apparve il volto del capo della sicurezza. «Tutti dovrebbero sentirsi più sollevati.»
«Qualche contrattempo? »
«Nessuno. È  entrato nell’insetto senza sospettare nulla. Non gli è neanche venuto in mente che la mia presenza fosse insolita.»
«Dove vi trovate ora?»
«Stiamo per uscire dalla bolla di protezione. Stiamo andando a tutta velocità. Probabilmente abbiamo passato il periodo critico. Sono contento che i propulsori di decollo su questa navicella fossero in buone condizioni. Se ci fosse stato qualche problema in quella fase…»
«Fatemelo vedere» disse il capo della sicurezza. Scrutò dritto in faccia Olham che stava seduto, con le mani in grembo, e guardava fisso davanti a sé.
«Allora è questo il nostro uomo.» Osservò per un po’ Olham, ma lui non disse niente. Infine il capo fece un cenno a Peters. «Bene. Può bastare.» Una leggera traccia di disgusto gli increspò i lineamenti. «Ho visto ciò che dovevo vedere. Avete fatto qualcosa che verrà ricordato a lungo. Stanno preparando qualche sorta di riconoscimento ufficiale per entrambi.» 
«Non è necessario» disse Peters.
«Che pericolo c’è adesso? Ci sono ancora molte possibilità che…»
«C’è qualche possibilità, ma non molte. Da quel che ho capito ci vuole una frase chiave. In ogni caso dovremo correre il rischio.»
«Avvertirò la Base Luna che state arrivando.»
«No.» Peters scosse la testa. «Farò atterrare la navicella fuori dalla Base. Non voglio metterla in pericolo.»
«Come volete.» Gli occhi del capo guizzarono mentre guardava di nuovo Olham. Poi la sua immagine scomparve. Lo schermo si oscurò.
Olham volse lo sguardo verso il finestrino. La navicella aveva già oltrepassato la bolla di protezione, aumentando di velocità di secondo in secondo. Peters aveva fretta; sotto di lui, i propulsori rombavano al massimo. Quegli uomini avevano paura, correvano via frenetici, per causa sua. Nelson, che si trovava di fianco a lui sul sedile, si mosse a disagio. «Penso che dovremmo farlo adesso» disse. «Darei qualunque cosa per sbarazzarmene al più presto.»
«Non ti preoccupare» disse Peters. «Guida tu la navicella per un po’, così gli posso parlare.»
Poi scivolò di fianco a Olham, guardandolo in faccia. Subito allungò una mano e lo toccò guardingo, sul braccio e poi sulla guancia. Olham non disse nulla. Se potessi avvertire Mary, pensò di nuovo. Se riuscissi a trovare il modo di avvertirla. Si guardò intorno. Come avrebbe potuto fare? Il videoschermo? Nelson stava seduto vicino al quadro dei comandi, con l’arma in pugno. Non poteva fare nulla. Era in trappola.  Ma perché?
«Mi stia a sentire, Olham» disse Peters. «Voglio farle alcune domande. Sa dove stiamo andando. Ci stiamo dirigendo verso la Luna. Tra un’ora atterreremo sul lato in ombra, il più desolato. Dopo l’atterraggio verrà consegnato immediatamente a una squadra di uomini che ci sta aspettando. Il suo corpo verrà distrutto all’istante. Capisce?» Guardò l’orologio. «Tra due ore i brandelli del suo corpo saranno sparsi su tutto il terreno. Non rimarrà nulla di lei.»
Olham cercò di scuotersi dal suo letargo. «Mi potreste dire… »
«Certo, glielo dirò» annuì Peters. «Due giorni fa abbiamo ricevuto un rapporto secondo il quale una navicella degli Invasori era riuscita a penetrare nella bolla di protezione. La navicella ha scaricato una spia sotto forma di un robot umanoide. Il robot aveva il compito di distruggere un particolare essere umano e prenderne il posto.»
Peters guardò Olham con calma.
«Dentro il robot c’era una bomba U. Il nostro agente non era riuscito a sapere come sarebbe esplosa la bomba, ma ha ipotizzato che ci potrebbe essere una frase particolare, una certa combinazione di parole. Il robot avrebbe vissuto al posto della persona che aveva ucciso, svolgendo le sue solite attività, il suo lavoro, la sua vita sociale. Era stato costruito per somigliare a quella persona. Nessuno si sarebbe accorto della differenza.»
Il volto di Olham divenne pallido e malato come un blocco di gesso.
«La persona la cui vita il robot doveva interpretare era Spence Olham, un funzionario di alto rango che segue uno dei Progetti di ricerca. Poiché questo Progetto particolare si stava avvicinando a uno stadio cruciale, la presenza di una bomba animata, in grado di arrivare al centro del Progetto stesso…»
Olham abbassò lo sguardo e si guardò le mani. «Ma io sono Olham!»
«Una volta che il robot avesse localizzato e ucciso Olham, si trattava solamente di subentrare nella sua vita. Crediamo che il robot sia stato scaricato dalla navicella otto giorni fa. Probabilmente la sostituzione è avvenuta durante l’ultimo weekend, quando Olham è andato a fare una passeggiata sulle colline.»

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Analisi del testo

Lo scienziato Spence Olham viene arrestato con l’accusa di essere in realtà un robot, che avrebbe assunto la sua identità. Gli alieni che stanno invadendo la terra vogliono avvalersene per distruggere il Progetto segreto di difesa cui lo stesso Olhan stava lavorando facendo esplodere una potentissima bomba. Lo scienziato/presunto alieno cerca in ogni modo di dimostrare di essere il vero Olham…
Philip K. Dick riesce a lasciarci nel dubbio e nell’incertezza fino alle ultime righe del racconto. Ci fa riflettere su paure e paranoie, su verità e inganno. Olham è accusato ingiustamente o è veramente un pericoloso alieno? Lo scrittore ci induce abilmente ad assumere il punto di vista del protagonista, a identificarci con lui, a desiderare che possa salvarsi. E finalmente, come in una bella storia a lieto fine, sembra che lo scienziato sia veramente riuscito nel suo intento e che tutti gliene rendano merito. Nell’ironico finale, però, le cose vanno un po’ diversamente…
Olham abbassò lo sguardo e si guardò le mani. «Ma io sono Olham!»
«Una volta che il robot avesse localizzato e ucciso Olham, si trattava solamente di subentrare nella sua vita. Crediamo che il robot sia stato scaricato dalla navicella otto giorni fa. Probabilmente la sostituzione è avvenuta durante l’ultimo weekend, quando Olham è andato a fare una passeggiata sulle colline.»
«Ma io sono Olham.» Si rivolse a Nelson, che stava seduto ai comandi. «Non mi riconosci? Sono vent’anni che ci conosciamo. Ti ricordi quando andavamo insieme all’università?» Si alzò in piedi. «Io e te eravamo insieme all’università. Eravamo nella stessa stanza.» Si diresse verso Nelson.
«Stammi lontano!» ringhiò Nelson.
«Ascoltami. Ti ricordi il secondo anno? Ricordi quella ragazza? Come si chiamava…» Si grattò la fronte. «Quella con i capelli scuri. Quella che incontrammo da Ted.»
«Smettila! » Nelson agitò freneticamente la pistola. «Non voglio sentire altre stronzate. Tu l’hai ucciso! Tu, lurida… macchina.»
Olham guardò Nelson. «Ti sbagli. Non so cosa sia successo, ma il robot non è riuscito a raggiungermi. Qualcosa deve essere andato storto. Forse la navicella si è schiantata.» Si rivolse a Peters. «Io sono Olham, lo so per certo. Non c’è stato alcun avvicendamento. Sono lo stesso Olham di sempre.»
Si toccò, facendo scorrere le mani sul corpo. «Dev’esserci un modo per dimostrarlo. Riportatemi sulla Terra. Un esame ai raggi X, uno studio neurologico, qualunque tipo di esame ve lo dimostrerà. O forse possiamo trovare la navicella che si è schiantata.»
Né Peters né Nelson dissero nulla.
«Sono Olham» ripeté lui. «So di esserlo. Ma non posso provarlo.»
«Il robot» continuò Peters «non saprebbe di non essere il vero Spence Olham. Diventerebbe Olham con la mente e con il corpo. Gli è stato fornito un sistema di memoria artificiale, di falsi ricordi. Avrebbe lo stesso aspetto, avrebbe gli stessi ricordi, pensieri e interessi, svolgerebbe lo stesso lavoro.
«Ma ci sarebbe una differenza. Dentro il robot c’è una bomba U, pronta a esplodere quando verrà pronunciata la frase di innesco.» Peters si allontanò un poco. «Questa è la differenza. Ecco perché la stiamo portando sulla Luna. Loro la smonteranno e toglieranno la bomba. Forse esploderà, ma non avrà importanza, non sulla Luna.»
Olham si sedette lentamente. 
«Arriveremo tra poco» disse Nelson.
Si sdraiò, cercando di pensare nonostante fosse in preda all’agitazione, mentre la navicella scendeva lentamente al suolo. Sotto di loro c’era la superficie piena di crateri della Luna, l’immensa distesa di rovine. Cosa poteva fare? Cosa lo avrebbe salvato?
«Si prepari» disse Peters.
Entro pochi minuti sarebbe morto. Riusciva a scorgere un puntolino laggiù, una sorta di edificio. C’erano degli uomini nell’edificio, la squadra di demolizione, che stavano aspettando per ridurlo a brandelli. Lo avrebbero squartato, gli avrebbero strappato le braccia e le gambe, lo avrebbero fatto a pezzi. Quando non avrebbero trovato alcuna bomba sarebbero rimasti sorpresi; avrebbero capito, ma troppo tardi.
Olham si guardò intorno nella piccola cabina. Nelson teneva ancora la pistola in pugno. Non c’era alcuna possibilità. Forse se fosse riuscito a trovare un dottore che lo esaminasse… era l’unico modo. Mary avrebbe potuto aiutarlo. Cercava di pensare mentre era in preda all’agitazione, la mente gli correva all’impazzata. Solo pochi minuti, rimanevano pochi minuti. Se fosse riuscito a contattarla, a parlare con lei in qualche modo…
«Tutto bene» disse Peters. La navicella discese lentamente, urtando contro il terreno accidentato. Silenzio.
«Ascoltatemi» disse Olham con voce roca. «Posso dimostrare di essere Spence Olham. Chiamate un dottore. Portatelo qui…»
«Ecco la squadra» indicò Nelson. «Stanno arrivando.» Guardò nervosamente Olham. «Spero che non accada nulla.»
«Quando inizieranno il lavoro noi ce ne saremo già andati» disse Peters. «Andremo via di qui fra un momento.» Indossò la sua tuta pressurizzata. Quando ebbe finito prese la pistola di Nelson. «Lo sorveglierò io per un attimo.»
Anche Nelson indossò la tuta pressurizzata, con movimenti frettolosi e impacciati. «E lui?» Indicò Olham. «Non ne ha bisogno?» 
«No.» disse Peters scuotendo la testa. «I robot probabilmente non hanno bisogno dell’ossigeno.»
Il gruppo di uomini era quasi arrivato alla navicella. Si fermarono, in attesa. Peters fece loro segno.
«Forza!» Agitò la mano e gli uomini si avvicinarono con cautela; rigide, grottesche figure nelle loro tute gonfiate.
«Se aprite lo sportello» disse Olham «io morirò. Sarà un omicidio.»
«Aprite lo sportello» disse Nelson, e afferrò la maniglia.
Olham lo stava guardando. Vide la mano dell’uomo che si stringeva intorno alla barra di metallo. Fra un attimo lo sportello si sarebbe aperto, e l’ossigeno presente nella navicella sarebbe andato via. Lui sarebbe morto, e subito si sarebbero accorti dell’errore. Forse in un altro periodo, in un periodo di pace, gli uomini non si sarebbero comportati in questo modo. non avrebbero mandato a morte un individuo perché avevano paura. Tutti erano spaventati, tutti erano disponibili a sacrificare il singolo in nome della paura collettiva.
Lo stavano per uccidere perché non potevano aspettare di accertarsi della sua colpa. Non c’era abbastanza tempo.
Guardò Nelson, che era suo amico da tanti anni. Erano andati a scuola insieme. Era stato testimone al suo matrimonio. Adesso Nelson stava per ucciderlo. Ma Nelson non era cattivo; non era colpa sua. Erano i tempi. Forse durante le epidemie era successa la stessa cosa. Quando a un uomo compariva una macchia sul corpo probabilmente veniva ucciso, senza un attimo di esitazione, senza prove, sulla base di un sospetto. In tempi pericolosi non c’era altro da fare. Non gliene faceva una colpa. Ma doveva vivere. La sua vita era troppo preziosa per essere sacrificata. Olham pensò rapidamente a una possibile soluzione. Cosa poteva fare? Poteva fare qualcosa? Si guardò intorno.
«Ecco, ci siamo» disse Nelson.
«Hai ragione» osservò Olham. Il suono della sua voce lo sorprese. Era la forza della disperazione. «Non ho bisogno di aria. Apri lo sportello.» 
Si fermarono, guardandolo con un misto di curiosità e di allarme.
«Avanti, apri. Non fa differenza.» La mano di Olham scomparve dentro la giacca. «Mi chiedo quanto lontano riuscirete a correre, voi due.»
«Correre?»
«Avete quindici secondi di vita.» Incrociò le dita dentro la giacca, il braccio era diventato improvvisamente rigido. Si rilassò, sorridendo un po’. «Vi eravate sbagliati sulla frase di innesco. Su questo vi eravate sbagliati. Adesso rimangono quattordici secondi.»
Due visi sconvolti lo guardarono dalle tute pressurizzate. Poi cominciarono ad agitarsi, a correre, ad aprire lo sportello. L’aria sibilò via, disperdendosi nel vuoto. Peters e Nelson uscirono a razzo dalla navicella. Olham fu subito dietro di loro. Afferrò lo sportello e lo chiuse immediatamente. Il sistema di pressurizzazione automatica sobbalzò furiosamente, reimmettendo l’aria. Olham lasciò andare il fiato con un tremito.  Un altro secondo…
Oltre l’oblò i due uomini si erano uniti agli altri. Il gruppo si disperse, correndo in tutte le direzioni. Uno a uno si buttarono giù, proni sul terreno. Olham si sedette al pannello di controllo. Regolò le manopole. Mentre la navicella si innalzava gli uomini al di sotto balzarono in piedi e guardarono in alto, a bocca aperta.
«Mi dispiace,» mormorò Olham «ma devo tornare sulla Terra.» 
Diresse la navicella sulla via del ritorno. Era notte. Tutto intorno alla navicella i grilli frinivano, disturbando la fredda oscurità. Olham si chinò sul videoschermo. Gradualmente si formò un’immagine; la chiamata era stata ricevuta senza problemi. Fece un sospiro di sollievo.
«Mary» disse lui. La donna lo guardò e rimase senza fiato.
«Spence! Dove sei? Cosa è successo?»
«Non posso dirtelo. Ascolta, non ho molto tempo per parlare 
Potrebbero interrompere questa chiamata da un momento all’altro. Vai alla sede del Progetto e contatta il dottor Chamberlain. Se non c’è lui, trova un dottore qualsiasi. Portalo a casa e fallo aspettare. Fagli portare tutti gli strumenti, il radiografo, il fluoroscopio, tutto.»
«Ma…»
«Fa’ come ti dico. Sbrigati. Dev’essere pronto fra un’ora.» Olham si piegò ancora di più sullo schermo. «E tutto a posto? Sei sola?»
«Sola?»
«C’è qualcuno con te? Ti ha forse contattato… Nelson o qualcun altro?»
«No. Spence, non capisco.»
«Bene. Ci vediamo a casa tra un’ora. E non dire niente a nessuno. Fai venire lì Chamberlain con un pretesto qualsiasi. Digli che sei molto malata.»
Olham interruppe la conversazione e guardò l’orologio. Un momento dopo lasciò la navicella, uscendo nell’oscurità. Doveva percorrere un chilometro e mezzo.
Cominciò a camminare.
C’era una finestra illuminata, quella dello studio. Rimase un po’ a guardarla, appoggiando le ginocchia alla recinzione. Non si sentiva alcun suono, nessun movimento di nessun tipo. Sollevò l’orologio e lo controllò alla luce delle stelle. Era passata quasi un’ora.
Lungo la strada arrivò un proiettile-insetto, che lo superò.
Olham guardò verso la casa. Il dottore avrebbe dovuto già essere arrivato. Avrebbe dovuto essere dentro, ad aspettare insieme a Mary. Gli venne improvvisamente un pensiero. E se lei non fosse stata in grado di uscire di casa? Forse loro l’avevano intercettata. Forse stava per cadere in trappola.
Ma cos’altro poteva fare? Con i certificati, le fotografie e le cartelle cliniche forniti da un dottore, aveva una possibilità, una possibilità di dimostrare di non essere un robot. Se fosse riuscito a farsi visitare, a sopravvivere abbastanza a lungo da poter essere esaminato…
Poteva dimostrarlo solo così. Probabilmente era l’unico modo. La sua unica speranza si trovava in quella casa. Il dottor Chamberlain era un uomo rispettato. Era a capo dello staff medico del Progetto. Avrebbe potuto accertare la sua identità, la sua parola sull’argomento avrebbe avuto il suo peso. Poteva vincere la loro isteria, la loro follia, con la forza dei fatti.
Follia…, ecco cos’era. Se solo avessero aspettato, avessero agito senza fretta, si fossero presi il tempo necessario. Ma non potevano aspettare. Lui doveva morire, morire subito, senza prove, senza alcun tipo di processo o di esame. Avrebbero potuto accertarlo con un semplice test, ma non avevano tempo per fare il test. Pensavano solo al pericolo, al pericolo e a nient’altro.
Si tirò su e si diresse verso casa. Arrivato al porticato, si fermò davanti alla porta d’ingresso, mettendosi in ascolto. Ancora nulla. La casa era assolutamente tranquilla.
Troppo tranquilla.
Olham rimase sul porticato, senza muoversi. Dentro stavano cercando di restare in silenzio. Perché? Era una casa piccola; ad alcuni metri di distanza, oltre la porta, dovevano esserci Mary e il dottor Chamberlain, Eppure non sentiva nulla, nessuna voce, niente di niente. Guardò la porta. L’aveva aperta e chiusa migliaia di volte, ogni mattina e ogni sera.
Mise la mano sulla maniglia. Poi, all’improvviso, suonò il campanello, che riecheggiò da qualche parte nel retro della casa. Olham sorrise. Sentiva dei movimenti.
Mary aprì la porta. Appena la vide in faccia, lui capì.
Si mise a correre, buttandosi tra i cespugli. Un ufficiale della sicurezza scansò via Mary, sparando. I cespugli vennero crivellati di colpi. Olham strisciò lungo un fianco della casa. Si alzò e ricominciò a scappare, correndo all’impazzata nell’oscurità. Si accese un faro di ricognizione, e vide un cerchio di luce di fronte a lui. 
Attraversò la strada e scavalcò una recinzione. Saltò giù e attraversò un cortile. Dietro di lui stavano arrivando degli uomini, ufficiali della sicurezza, che urlavano fra di loro. Olham si fermò un attimo a respirare, con il petto ansimante.
Il volto di lei… e subito aveva capito. Le labbra rigide, gli occhi terrorizzati, traditori. Se fosse andato avanti e se fosse entrato! Avevano intercettato la chiamata ed erano arrivati immediatamente, non appena aveva riagganciato. Probabilmente lei credeva nel loro racconto. Sicuramente anche Mary credeva che fosse un robot.
Olham continuò a correre. Stava seminando gli ufficiali, lasciandoseli alle spalle. A quanto pareva, non erano dei gran corridori. Scalò una collina e scese giù dall’altro versante. Tra poco sarebbe arrivato alla navicella. Ma dove sarebbe andato, questa volta? Rallentò un poco, fino a fermarsi. Riusciva già a scorgere la navicella che si stagliava contro il cielo, dove era atterrato. L’insediamento era dietro di lui; si trovava ai confini della zona selvaggia tra i centri abitati, dove cominciavano le foreste e la desolazione. Attraversò un campo spoglio ed entrò nel folto degli alberi.
Mentre si avvicinava, lo sportello della navicella si aprì.
Ne usci fuori Peters, che si stagliava in controluce. Tra le braccia aveva una pesante arma modello Boris. Olham si fermò, rigido. Peters si guardò intorno, nell’oscurità. «So che sei lì, da qualche parte» disse. «Vieni qui, Olham. Sei circondato dagli ufficiali della sicurezza.»
Olham non si mosse.
«Ascoltami. Ti prenderemo tra pochissimo. A quanto pare tu ancora non credi di essere un robot. La tua chiamata alla donna mostra che sei ancora in preda all’illusione creata dalla memoria artificiale.
«Ma tu sei un robot. Tu sei il robot, e dentro di te c’è una bomba. In qualsiasi momento la frase di innesco potrebbe essere pronunciata, da te, da qualcun altro, da chiunque. Quando ciò accadrà, la bomba distruggerà tutto nel raggio di chilometri. Il Progetto, la donna, tutti noi saremo distrutti. Capisci?» 
Olham non disse nulla. Ascoltava. Gli uomini si stavano avvicinando a lui, avanzando silenziosi attraverso il bosco.
«Se non vieni fuori, verremo noi a prenderti. Sarà solo questione di tempo. Non abbiamo più intenzione di portarti alla Base Luna. Verrai distrutto immediatamente, e dovremo correre il rischio che la bomba esploda. Ho dato l’ordine di far convergere su questa zona ogni ufficiale della sicurezza disponibile. Stiamo setacciando tutta la contea, palmo a palmo. Non hai vie di fuga. Intorno a questo bosco c’è un cordone di uomini armati. Hai ancora circa sei ore di tempo prima che l’ultimo palmo venga esplorato.»
Olham si mosse e fece per andarsene. Peters continuò a parlare; non l’aveva visto. Era troppo buio per vedere chiunque. Ma aveva ragione. Non poteva andare da nessuna parte. Si trovava oltre l’insediamento, all’estrema periferia, al limitare dei boschi. Poteva nascondersi per un po’, ma prima o poi l’avrebbero preso. Era solo questione di tempo.
Olham camminò con calma attraverso il bosco. Chilometro dopo chilometro, ogni parte della contea veniva misurata, spogliata, setacciata, studiata, esaminata. Il cerchio si stringeva senza sosta, costringendolo in uno spazio sempre più ristretto.
Cosa restava da fare? Aveva perso la navicella, l’unica speranza di fuga. Loro erano andati in casa sua; sua moglie era con loro e credeva, senza dubbio, che il vero Olham fosse stato ucciso. Strinse i pugni. Da qualche parte doveva esserci una nave-ago degli Invasori naufragata, e dentro la navicella i resti del robot. Da qualche parte, nelle vicinanze, la navicella si era schiantata e fracassata.
E il robot giaceva lì dentro, distrutto.
Una debole speranza gli sorse nell’animo. E se riusciva a trovarne i resti? Se avesse potuto mostrare loro il luogo del naufragio, i resti della navicella, il robot…
Ma dove? Dove poteva trovarli?
Continuò a camminare, perso nei suoi pensieri. Da qualche parte, non molto lontano, probabilmente. Doveva essere stato previsto che la navicella atterrasse vicino al Progetto, dato che il robot avrebbe dovuto percorrere l’ultimo tratto a piedi. Salì sul fianco di una collina e si guardò intorno. Fracassata e bruciata. C’era un qualche indizio, qualche suggerimento? Aveva letto qualcosa, sentito dire qualcosa? Qualche luogo li vicino, raggiungibile a piedi. Qualche località selvaggia, un luogo remoto dove non ci fossero persone.
Di colpo, Olham cominciò a sorridere. Fracassata e bruciata… 
Sutton Wood. Accelerò il passo. 
Era mattino. La luce del sole filtrò attraverso gli alberi schiantati, posandosi sull’uomo accovacciato ai bordi della radura. Ogni tanto Olham lanciava un’occhiata, rimanendo in ascolto. Non erano lontani, sarebbero arrivati entro alcuni minuti. Sorrise.
Sotto di lui, sparsa per la radura tra i tronconi inceneriti del bosco di Sutton Wood, giaceva la massa contorta della navicella naufragata. Risplendeva un po’ alla luce del sole, balenando oscuramente. Non era stato difficile trovarla. Lui conosceva bene Sutton Wood: ci si era arrampicato tante volte nella sua vita, quando era giovane. Sapeva dove avrebbe trovato i resti. C’era un picco che si stagliava netto, senza alcun preavviso.
Una navicella in fase di atterraggio, che non conoscesse Sutton Wood, aveva poche possibilità di schivarlo. Si accovacciò, guardando ai suoi piedi la navicella, o ciò che ne rimaneva.
Olham si alzò in piedi. Riusciva a sentirli, a poca distanza, che avanzavano in gruppo, parlando a bassa voce. Si irrigidì . Tutto dipendeva da chi lo avrebbe visto per primo. Se fosse stato Nelson, non avrebbe avuto alcuna chance. Nelson avrebbe sparato immediatamente. Sarebbe morto prima che loro avessero visto la navicella. Ma se aveva il tempo di chiamarli, di trattenerli per un momento…, era fatta. Una volta vista la navicella, sarebbe stato al sicuro.
Ma se avessero sparato subito…
Si sentì il rumore secco di un ramo incenerito che si spezzava. Apparve una figura, che avanzava con passo incerto. Olham fece un respiro profondo. Rimanevano solo alcuni secondi, forse gli ultimi secondi della sua vita. Alzò le braccia, guardando attentamente.
Era Peters.
«Peters!» Olham agitò le braccia. Peters alzò la pistola, prendendo la mira. «Non sparare!» La sua voce tremò. «Aspetta un minuto. Guarda dietro di me, nella radura.»
«L’ho trovato!» urlò Peters. Gli uomini della sicurezza vennero fuori dal bosco annerito intorno a lui.
«Non sparate. Guardate dietro di me. La navicella, la nave-ago. La navicella degli Invasori. Guardate!»
Peters esitò. La pistola oscillò. 
«È  laggiù» disse Olham, con un tono convulso. «Sapevo che l’avrei trovata qui. Il bosco incendiato. Ora mi credete. Troverete i resti del robot nella navicella. Andate a vedere!»
«C’è qualcosa laggiù» fece notare nervosamente uno degli uomini.
«Sparategli!» disse una voce. Era Nelson.
«Aspetta.» Peters si volse di scatto. «Ho io il comando in questo momento. Che nessuno spari. Forse dice la verità.»
«Sparategli» disse Nelson. «Ha ucciso Olham. In qualunque momento può ucciderci tutti quanti. Se scoppia la bomba…»
«Chiudi il becco!» Peters avanzò su per il pendio. Scrutò in basso. «Guardate.» Fece cenno a due uomini di salire dov’era lui. «Andate laggiù e vedete di cosa si tratta.»
Gli uomini corsero giù per il pendio, attraverso la radura. Si chinarono a guardare tra i resti della navicella.
«Allora?» gridò Peters.
Olham trattenne il respiro. Sorrise un poco. Doveva essere lì; non aveva avuto tempo per controllare di persona, ma doveva essere lì. Improvvisamente un dubbio lo assalì. Supponiamo che il robot avesse vissuto abbastanza da allontanarsi? Supponiamo che il suo corpo fosse stato completamente distrutto, ridotto in cenere dal fuoco?
Si leccò le labbra. Il sudore gli imperlò la fronte. Nelson lo stava guardando fisso, con il volto ancora livido. Il suo petto ansimava.
«Uccidetelo, » disse Nelson «prima che sia lui a uccidere noi.»
I due uomini si alzarono in piedi.
«Cosa avete trovato?» chiese Peters, continuando a tenere puntata la pistola. «C’è qualcosa?»
«Sì, sembra di sì. E una nave-ago, questo è vero. E c’è qualcos’altro.»
«Andrò a dare un’occhiata.» Peters superò Olham, che lo guardò mentre scendeva lungo la collina e risaliva un po’ fino a raggiungere gli uomini. Anche gli altri lo stavano seguendo con lo sguardo.
«È una specie di corpo» disse Peters. «Guardate!»
Olham scese giù insieme a loro. Si misero in circolo, guardando in basso.
Sul terreno, piegata e contorta in modo bizzarro, c’era una forma grottesca. Sembrava umana, tranne per il fatto che era piegata in modo così strano, le braccia e le gambe divaricate in tutte le direzioni. La bocca era aperta; gli occhi avevano un’espressione vitrea.
«Come una macchina rotta» mormorò Peters. Olham sorrise debolmente.
«Allora’?» chiese.
Peters lo guardò «È incredibile. Avevi detto la verità.»
«Il robot non mi ha mai raggiunto» disse Olham. Tirò fuori una sigaretta e la accese. «Si è distrutto quando la navicella si è schiantata. Voi eravate troppo occupati con la guerra per chiedervi come mai un bosco fuori mano avesse improvvisamente preso fuoco e fosse bruciato. Ora lo sapete.»
Rimase lì a fumare, guardando gli uomini. Stavano trascinando i resti grotteschi fuori dalla navicella. Il corpo era rigido, anche le braccia e le gambe.
«Adesso troverete la bomba» disse Olham. Gli uomini distesero il corpo sul terreno. Peters si chinò a guardarlo.
«Mi sembra di vederne un angolo.» Allungò la mano, toccando il corpo.
Il petto del cadavere era stato aperto. All’interno dello squarcio risplendeva qualcosa, qualcosa di metallico. Gli uomini guardarono quella cosa metallica, senza parlare.
«Ci avrebbe distrutti tutti, se fosse sopravvissuto» disse Peters. «Quella scatola di metallo.»
Silenzio.
«Penso che ti dobbiamo la nostra riconoscenza» disse Peters a Olham. «Dev’essere stato un incubo per te. Se tu non fossi fuggito, noi avremmo…». Si interruppe.
Olham gettò la sigaretta. «Sapevo, naturalmente, che il robot non mi aveva raggiunto. Ma non potevo provarlo in nessun modo. A volte non è possibile dimostrare una cosa così su due piedi. Era questo il problema. Non c’era modo di dimostrare che ero ancora io.»
«Cosa ne dici di prenderti una vacanza?» disse Peters. «Penso che potremmo concederti un mese. Potresti prendertela comoda, rilassarti.»
«In questo momento voglio solo tornare a casa» rispose Olham.
«Bene, allora torniamo a casa» concluse Peters. «Come vuoi tu.»
Nelson si era accovacciato sul terreno, accanto al cadavere. Allungò la mano verso il bagliore di metallo visibile all’interno del petto.
«Non lo toccare!» disse Olham. «Potrebbe ancora esplodere. È  meglio lasciare che se ne occupi più tardi la squadra di demolizione.»
Nelson non disse nulla. Improvvisamente infilò la mano dentro il petto e afferrò il pezzo di metallo, tirandolo fuori.
«Cosa stai facendo?» gridò Olham. 
Nelson si alzò in piedi. Stringeva in  mano l’oggetto di metallo. Il suo volto era vuoto per il terrore. Era un coltello di metallo, un coltello-ago degli Invasori, sporco di sangue.
«Questo lo ha ucciso» sussurrò Nelson. «Il mio amico è stato ucciso con questo.»
Guardò Olham. «Tu l’hai ucciso con questo e l’hai lasciato vicino alla navicella.»
Olham stava tremando. Cominciò a battere i denti. Passò con lo sguardo dal coltello al corpo. «Questo non può essere Olham» disse. La sua mente girava a vuoto, e tutto girava intorno a lui. «Forse mi sono sbagliato?»
Rimase a bocca aperta.
«Ma allora se quello è Olham, io sono…» Non completò il periodo, solo la prima frase. L’esplosione fu visibile fino ad Alpha Centauri. 

Philip K. Dick, Blade Runner (Il cacciatore di androidi)

Philip K. Dick, Blade Runner (Il cacciatore di androidi)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Philip K. Dick, Blade Runner (Il cacciatore di androidi)

Traduzione di Riccardo Duranti, Fanucci Editore,
[Titolo originale: Do Androids Dream of Electric Sheep?]

 

Una gioviale scossetta elettrica, trasmessa dalla sveglia automatica incorporata nel modulatore d’umore che si trovava vicino al letto, destò Rick Deckard. Sorpreso – lo sorprendeva sempre il trovarsi sveglio senza alcun preavviso – si alzò dal letto con indosso il pigiama multicolore e si stiracchiò. Ora, nell’altro letto, anche Iran, sua moglie, schiuse gli occhi grigi, tutt’altro che gioviali, sbatté le palpebre, quindi gemette e li richiuse.

«Hai programmato il tuo Penfield a volume troppo basso», le disse. «Te lo alzo e ti sveglierai come si deve e…»

«Giù le mani dai miei programmi». La voce della donna aveva un tono di tagliente amarezza. «Non voglio svegliarmi». Le si sedette accanto, si chinò su di lei, e le spiegò con dolcezza. «Se regoli la scossa su un livello abbastanza alto, sarai contenta di svegliarti, capito? Al livello C supera la soglia che blocca lo stato di coscienza; con me, perlomeno, funziona». Con premura e delicatezza, perché si sentiva ben disposto verso il mondo – lui aveva scelto il livello D – la toccò sulla spalla nuda, pallida.

«Toglimi di dosso quelle manacce da sbirro!» esclamò Iran.

«Non sono uno sbirro». Si sentì irritato, ora, senza che avesse digitato il codice corrispondente.

«Sei peggio di uno sbirro», disse la moglie, gli occhi ancora chiusi. «Sei un assassino al soldo degli sbirri».

«In vita mia non ho mai ucciso un essere umano». L’irritazione si era intensificata, adesso; si era mutata in aperta ostilità.

Iran precisò: «Solo quei poveri droidi».

«Però mi pare tu non abbia mai in alcun modo esitato a spendere il denaro delle taglie che porto a casa per una qualsiasi cosa che per un attimo riesce ad attrarre la tua attenzione». Si alzò e si portò al quadro di comando del suo modulatore d’umore. «Invece di risparmiare», disse, «così da permetterci di comprare una pecora vera, per rimpiazzare quella finta, quella elettrica, su di sopra. Ci possiamo permettere solo un animale elettrico. E pensare la fatica che ho fatto in tutti questi anni per farmi una posizione!». Alla tastiera si trovò indeciso tra il codice di un inibitore talamico (che avrebbe bloccato lo stato d’animo arrabbiato) o di uno stimolante talamico (che l’avrebbe reso sufficientemente stizzoso da prevalere nel battibecco).

«Se digiti il codice», disse Iran, occhi aperti e vigili, «per ottenere un astio maggiore, guarda che lo faccio anch’io. Chiederò il massimo e allora vedrai un litigio che farà impallidire qualsiasi discussione che abbiamo mai avuto finora. Fai quel numero e vedrai; mettimi alla prova». Si alzò anche lei, lesta, si portò al quadro di controllo del proprio modulatore d’umore e gli rivolse uno sguardo di sfida. Aspettava.

Lui sospirò, sconfitto dalla minaccia. «Digito il codice di quello che c’è sulla mia agenda per oggi». Consultando il programma del 3 gennaio 1992, vide che gli si richiedeva un atteggiamento professionale, da uomo d’affari. «Se io digito il codice secondo programma», disse cauto, «sei d’accordo a farlo anche tu?» Attese, astuto quanto basta da non impegnarsi prima che la moglie accondiscendesse a seguire il suo esempio.

«La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria», disse Iran.

«Cosa? Perché hai messo in programma una cosa del genere?» Andava contro la finalità del modulatore d’umore. «Nemmeno sapevo si potesse programmare a quel modo», disse cupo.

«Me ne stavo qui seduta, un pomeriggio», disse Iran, «come al solito ero sintonizzata su Buster Friendly e i suoi Simpatici Amichetti, e lui stava parlando di una grande notizia che era sul punto di dare quando si è inserita quell’orribile pubblicità, quella che odio; quella delle Braghette in Piombo Montibank. Così per un minuto ho tolto l’audio. E così ho sentito il palazzo, questo edificio; ho sentito gli…» Fece un gesto per indicare tutto intorno a sé.

«Appartamenti vuoti», completò la frase Rick. A volte anche lui li sentiva la notte, quando avrebbe dovuto essere già addormentato. Eppure, a quell’epoca, un condapp abitato a metà si collocava nella parte alta della classifica di densità abitativa; fuori, in ciò che prima della guerra era stata la fascia suburbana, si potevano trovare edifici completamente vuoti… almeno, così aveva sentito dire. Aveva lasciato che quell’informazione rimanesse di seconda mano; come la maggior parte della gente, non ci teneva a farne esperienza diretta.

«In quell’istante», continuò Iran, «quando ho tolto l’audio, ero d’umore 382; avevo appena composto il numero. Benché percepissi intellettualmente quel vuoto, non lo sentivo. La prima reazione è stata quella di ringraziare il cielo che ci potevamo permettere un modulatore d’umore Penfield. Ma poi mi sono resa conto di quanto fosse malsano percepire l’assenza di vita, non solo in questo palazzo ma ovunque, e non reagire; capisci? Credo di no. Ma questo veniva una volta considerato segno di malattia mentale; la chiamavano “assenza di affetto adeguato“. Così ho lasciato l’audio a zero e mi sono messa alla tastiera del modulatore d’umore per fare qualche esperimento. Alla fine ho trovato la combinazione della disperazione». Il volto scuro, spavaldo, mostrava soddisfazione come se avesse con-seguito un risultato di valore. «E così l’ho messa in agenda due volte al mese; ritengo sia un lasso di tempo ragionevole per disperarsi di tutto, di esser rimasti qui sulla Terra dopo che chiunque fosse sufficientemente svegliò è emigrato, non credi? »

«Ma in uno stato d’animo così», obiettò Rick, «finisce che ci rimani dentro, non digiti più un codice per uscirne. Una disperazione del genere, sulla realtà globale, si autoperpetua».

«Io programmo un codice automatico per tre ore dopo», ribatté melliflua la moglie. «Un 481. Consapevolezza delle molteplici possibilità che mi si aprono davanti nel futuro; nuova speranza che…»

«Lo conosco il 481», la interruppe. Aveva composto molte volte quella combinazione, ci faceva molto affidamento. «Senti», le disse, sedendosi sul letto e prendendole le mani per attirarla a sé, «anche con l’interruzione automatica è pericoloso entrare in uno stato di de-pressione, di qualsiasi tipo. Lascia perdere quello che hai in agenda e io lascio perdere il mio programma. Facciamo insieme un 104, ci entriamo tutti e due, poi tu resti lì mentre per me riprogrammo l’atteggiamento professionale. Così riuscirò a fare un salto in terrazza a dare un’occhiata alla pecora e poi andrò in ufficio; e intanto saprò che tu non te ne stai qui immersa in pensieri tetri senza la TV». Lasciò le lunghe dita sottili e attraversò l’ampia camera verso il salotto che ancora tratteneva un leggero sentore delle sigarette della sera prima. Si chinò ad accendere la TV.

Dalla camera giunse la voce di Iran. «Non sopporto la TV prima di colazione».

«Fai l’888», disse Rick mentre l’apparecchio si riscaldava. «Desiderio di guardare la TV, qualsiasi cosa trasmetta».

«Adesso non ho voglia di fare un bel niente», rispose Iran.

«Allora fai il 3», le disse.

«Non posso digitare un numero che stimola nella corteccia cerebrale il desiderio di comporre un codice! Se non voglio fare un numero, quello è il numero che voglio fare meno di tutti, perché poi mi verrebbe voglia di comporre un altro numero, e aver voglia di comporre un numero è al momento la voglia che sento meno; me ne voglio solo star qui seduta sul letto a fissare il pavimento». La voce le si era fatta affilata, carica di toni freddi e deprimenti, e l’anima le si rapprendeva e cessava di muoversi, e come una specie di onnipresente e pesantissima pellicola istintiva, un’inerzia quasi assoluta, si depositava su di lei.

Rick alzò il volume della TV e la voce di Buster Friendly rimbombò riempiendo la stanza. «…Oh-oh, gente! È giunto il momento di un breve aggiornamento sul tempo di oggi. Il satellite Mangusta ci dice che la pioggia di polvere sarà molto pronunciata intorno a mezzogiorno, ma poi tenderà a diminuire. Perciò tutti voi, amici, che vorrete avventurarvi all’aperto…»

Iran apparve al suo fianco, con le frange della lunga camicia da notte che sfioravano il pavimento, e spense la TV. «OK, cedo; faccio un numero. Quello che tu vuoi che io sia, qualsiasi cosa; estatica beatitudine sessuale… Mi sento talmente male che sopporterei perfino quella. Che diamine! Tanto, che differenza fa?»

«Faccio io un numero per tutti e due», disse Rick, e la ricondusse in camera. Sulla tastiera di lei, Rick batté il 594: compiaciuto riconoscimento della superiore saggezza del marito in ogni campo. Sulla propria tastiera digitò il codice di un atteggiamento creativo e senza preclusioni nei confronti del lavoro, anche se non ne aveva molto bisogno; in fondo, era il suo stato d’animo abituale e innato, anche senza ricorso alla stimolazione cerebrale artificiale del Penfield.

Romanzo e film

Blade runner

http://www.anonimacinefili.it/2017/10/02/blade-runner-le-differenze-libro-film-ridley-scott/ 

http://www.anonimacinefili.it/2017/10/04/blade-runner-2049-perche-e-cosi-straordinario-recensione-senza-spoiler/ 

http://www.anonimacinefili.it/2017/10/03/blade-runner-2049-regista-ci-racconta-girare-sequel-un-capolavoro/ 

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