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Eugenio Montale, Cigola la carrucola…

Eugenio Montale, Cigola la carrucola…

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Eugenio Montale, Cigola la carrucola nel pozzo

 

Cigola la carrucola del pozzo
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.
 
Da:Eugenio Montale, Ossi di seppia, in Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1977
 Versi endecasillabi con rime e assonanze libere.

 

Già stride la ruota, ti ridona all’atro fondo

 

Analisi del testo

I temi. Nella poesia Montale sembra voler indicare che il passato è inesorabilmente destinato a svanire, annichilito dal trascorrere del tempo. Il cigolio della carrucola avvia la rievocazione del ricordo evanescente di un volto, di un’immagine del passato del poeta. Il secchio colmo d’acqua si fonde con la luce (il momento luminoso della rievocazione), un ricordo dai contorni incerti (trema) affiora alla memoria, emerge dal pozzo profondo dell’oblio. L’immagine di un volto sorridente sembra farsi più nitida e il poeta cerca di baciarne le labbra, di afferrarla, ma subito essa si allontana, deformata inesorabilmente dal trascorrere del tempo e il ricordo svanisce. Quell’immagine che era affiorata alla memoria ripiomba verso il buio profondo del pozzo-tempo. Il tempo passato separa inesorabilmente il poeta da quella fugace visione. La poesia descrive l’impossibilità del recupero memoriale: l’illusione di poter sottrarre al tempo un frammento del proprio passato, un brandello di felicità ormai lontana, è destinata a svanire. L’immagine, accompagnata dallo stridore della carrucola, sprofonda nel buio rappresentato dal trascorrere del tempo, che ci separa inevitabilmente da quel che siamo stati.
La struttura. Il componimento ha una struttura simmetrica: i primi quattro versi descrivono l’emergere del ricordo; il quinto verso indica il tentativo del poeta di afferrarlo, mentre gli ultimi versi descrivono lo svanire del ricordo, il suo allontanarsi nel tempo. Lo stile. La lirica è costituita da un’unica strofa di versi endecasillabi. I versi 7-8 sono un verso spezzato in due emistichi (parti) separati dai puntini di sospensione e dallo spazio bianco. Vi è la presenza di rime irregolari (secchio- vecchio; ride-stride-divide) e numerose sono le assonanze (ricòrdo-ricòlmo, sècchio-cèrchio, accòsto-vòlto, àtro-passàto, defòrma-ridòna), le consonanze e le iterazioni foniche disseminate nel testo, che creano un effetto d’eco e rendono compatto e musicale il ritmo (Cigola la CaRRuCola… tRema un RiCoRdo nel RiColmo seCChio… nel puRo CeRChio… sTRide la Ruota Ridona all’aTRo fondo). Il verbo “Cigola”, parola onomatopeica, richiama il rumore acuto della carrucola che fa risalire il secchio dalla profondità del pozzo, così come il ricordo riemerge faticosamente dalle profondità della memoria. Tuttavia il recupero del ricordo, che affiora alla superficie dell’acqua contenuta nel secchio e che s’illumina alla luce del sole, è evanescente ed effimero (evanescenti labbri v.5). Il senso di precarietà è accentuato dal fonema /r/ (l’allitterazione ricolmo-ricordo), che richiama il tremolio dell’acqua. Il verbo onomatopeico “stride” del verso 8 richiama il suono stridente e sgradevole della carrucola che riporta il secchio sul fondo del pozzo. La breve illusione di felicità e la successiva perdita irreparabile del ricordo è legata alla rima ride-stride dei versi 4 e 7. Non mancano nel testo termini colti come atro, di derivazione dantesca, accanto a termini del linguaggio quotidiano come secchio- pozzo- ruota.
Cigola la carrucola nel pozzo – Esercizi di analisi del testo
  1. Riassumi il contenuto della lirica.
  2. Che cosa “trema” nell’acqua del secchio?
  3. Che cosa accade quando il poeta si avvicina?
  4. Le immagini della poesia hanno un valore simbolico, costituiscono un correlativo oggettivo del sentimento. Completa la tabella individuando di ciascuna il significato:
La carrucola cigola
Il ricordo emerge con fatica
L’acqua sale alla luce
acqua e luce indicano la gioia, la luminosità del ricordo
Il ricordo trema …
 
L’immagine che ride
 
L’avvicinarsi del poeta alle labbra
 
Il deformarsi e lo svanire dell’immagine
 
Il ritornare della visione sul fondo
 
  1. È possibile, per Montale, il recupero memoriale delle proprie esperienze di vita? Quali effetti produce il trascorrere del tempo?
  2. Quali caratteristiche presenta la poesia dal punto di vista metrico, fonetico e lessicale?
  3. Conosci altri autori che hanno affrontato il tema del tempo e della memoria? Confronta la loro concezione con quella di Montale.
  4. Sulla base della tua esperienza personale e di quella di persone che conosci, relativa al tema della memoria, ti sembra di poter condividere la pessimistica visione di Montale? Motiva la tua risposta.

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Eugenio Montale, Ripenso il tuo sorriso

Eugenio Montale, Ripenso il tuo sorriso

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi


Eugenio Montale, Ripenso il tuo sorriso 

(da Ossi di seppia, 1925)

La poesia fa parte della raccolta Ossi di seppia ed è dedicata all’amico Boris Kniaseff. La rievocazione memoriale è fonte di speranza per il poeta, che ricorda il sorriso dell’amico, che si staglia nitidamente nella sua mente.

 

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida

scorta per avventura[1] tra le petraie d’un greto,

esiguo specchio in cui guardi un’ellera[2] i suoi corimbi[3];

e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.

 

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,

se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua[4],

o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua

e recano il loro soffrire con sé come un talismano[5].

 

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie

sommerge i crucci estrosi[6] in un’ondata di calma,

e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia

schietto come la cima d’una giovinetta palma.

 

Quartine di versi liberi.

 

Analisi del testo

Filo conduttore della poesia è il tema della memoria: il poeta ricorda un suo amico (il ballerino russo Boris Kniaseff) e quest’ immagine si rivela consolatoria, come lo scorgere l’acqua in un paesaggio arido e petroso, come il colore acceso e la vitalità di una giovane palma nel grigiore intorno. La poesia è costruita attorno al contrasto tra il paesaggio arido e brullo, simbolo della realtà quotidiana, del presente, e il ricordo luminoso e consolatorio, costituito dalla figura nitida, sincera, ingenua dell’amico. Il poeta non sa dire, ora che l’amico è lontano, se il suo volto sia ancora quello ingenuo e libero d’un tempo o se egli sia come quei nomadi che, fiaccati dal “male di vivere”, sembrano condurre con sé il loro dolore come un talismano.

Se l’interlocutore di molte delle poesie di Montale è una donna, di cui egli vuole conservare il ricordo, in questa lirica il poeta genovese si rivolge a un personaggio maschile. Il ricordo dell’amico gli dà serenità, gli regala un attimo di sollievo dai suoi turbamenti, è come un’oasi che permette al poeta di refrigerarsi e ammirare il cielo sereno.

 

 Esercizi di analisi del testo

  1. Dopo una prima lettura riassumi brevemente il contenuto informativo della lirica in esame.
  2. Nella prima strofa il poeta esprime, in una serie di immagini simboliche, la sua visione della realtà. Individua tali immagini e commentale.
  3. Il ricordo dell’amico è condensato nel suo viso e nel sorriso, nel quale si manifesta, “libera”, la sua “anima” (v. 6). Spiega in che senso il portare con sé la sofferenza per il male del mondo possa essere “un talismano” (v. 8).
  4. Nell’ultima strofa ricorrono espressioni relative sia alla condizione interiore del poeta, sia alla “pensata effigie” (v. 9). Individua e commenta quelle che ti sembrano più significative.

[1] avventura: caso

[2] ellera: edera

[3] corimbi: infiorescenze a grappolo

[4] ingenua: non toccata dal male del mondo

[5] talismano: amuleto, portafortuna

[6] estrosi: inquieti

 

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Eugenio Montale, I limoni

Eugenio Montale, I limoni

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Eugenio Montale, I limoni

(da Ossi di seppia)

 

La poesia fa parte della raccolta Ossi di Seppia che Montale iniziò a scrivere nel 1916. Il poeta esprime il suo desiderio di cogliere nella realtà quotidiana l’improvvisa rivelazione del mistero dell’esistenza. Egli non vuol essere distante dalla vita dei comuni mortali, non pretende di rivelare verità superiori, ma semmai di intravedere nel quotidiano quel “filo da disbrogliare” che ci faccia cogliere una qualche verità. Il poeta si allontana dall’atmosfera rarefatta dei “poeti laureati”, densa di nomi altisonanti, per descrivere una realtà fatta di cose comuni. I limoni sono simbolo di una speranza di vita tutta terrena, semplice e vitale.

 

Ascoltami, i poeti laureati 
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere 
mezzo seccate agguantano i ragazzi 
qualche sparuta anguilla: 
le viuzze che seguono i ciglioni, 
discendono tra i ciuffi delle canne 
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
 
Meglio se le gazzarre degli uccelli 
si spengono inghiottite dall’azzurro: 
più chiaro si ascolta il susurro 
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove, 
e i sensi di quest’odore 
che non sa staccarsi da terra 
e piove in petto una dolcezza inquieta. 
Qui delle divertite passioni 
per miracolo tace la guerra, 
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

 

Vedi, in questi silenzi in cui le cose 
s’abbandonano e sembrano vicine 
a tradire il loro ultimo segreto, 
talora ci si aspetta 
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, 
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta 
nel mezzo di una verità. 
Lo sguardo fruga d’intorno, 
la mente indaga accorda disunisce 
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce. 
Sono i silenzi in cui si vede 
in ogni ombra umana che si allontana 
qualche disturbata Divinità.

 

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo  
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra 
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. 
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta 
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima. 
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte 
ci si mostrano i gialli dei limoni; 
e il gelo dei cuore si sfa, 
e in petto ci scrosciano 
le loro canzoni 
le trombe d’oro della solarità.

 

 

Analisi del testo

limoniLa lirica, che apre la raccolta “Ossi di seppia” del 1925, è una sorta di manifesto poetico con cui Montale prende le distanze dalla poesia accademica della tradizione e in particolare dal suo linguaggio aulico.
Alla poesia raffinata e aulica dei “poeti laureati”, che hanno familiarità con piante “dai nomi poco usati”, Montale contrappone la propria umile poesia, che si trova a proprio agio nel parlare di una realtà più comune costituita da un paesaggio povero e scabro, che vive di presenze consuete e concrete: le strade costeggiate da “erbosi/fossi“, il gioco dei ragazzi che nelle “pozzanghere/mezzo seccate” catturano “qualche sparuta anguilla“, le “viuzze” che attraversano i canneti e s’immettono negli orti.
In questa realtà semplice e brulla, l’odore dei limoni è capace di donare, anche “a noi poveri“, un po’ di pace e di felicità (“la nostra parte di ricchezza“); quell’odore così terreno dona al cuore una dolcezza inquieta, che allontana per un momento dalle travagliate passioni del mondo.
Mentre il poeta è immerso nel silenzio della natura che sembra abbandonarsi, ed essere sul punto di rivelare il suo segreto, ha l’impressione di poter intravedere un punto critico, un anello debole nel meccanismo del mondo, il filo da sciogliere che finalmente possa rivelarci la verità, il mistero dell’esistenza.
Nel silenzio della sera l’uomo ha l’illusione di vedere in ogni figura che si allontana una divinità misteriosa. L’avversativa del v. 37 segna il chiudersi di ogni speranza (“Ma l’illusione manca…”): “il tempo/nelle città rumorose” annulla il ricordo della campagna immersa nella calura estiva, la natura è scomparsa e anche il cielo, “l’azzurro si mostra/ soltanto a pezzi”; la pioggia autunnale e “il tedio dell’inverno sulle case” soffocano la vita, togliendo la luce alle cose e portando tristezza nell’animo. Se però un giorno ci capita di vedere in un cortile il giallo dei limoni, attraverso un portone semi-chiuso, tornano in noi il calore della vita e la felicità di una nuova illusione.
La poesia ha un tono discorsivo e colloquiale: il poeta si rivolge direttamente al lettore, in forma confidenziale (l’esortazione “Ascoltami”, che ricorda l’“Ascolta” della Pioggia nel pineto dannunziana). Si tratta di un componimento che fa uso delle forme del parlato (“Io, per me, amo le strade”) ma non rinuncia all’uso di termini rari e ricercati (divertite passioni; languisce; cimase; s’affolta/il tedio). 
Dal punto di vista metrico il testo si compone di quattro strofe di versi liberi, prevalentemente endecasillabi cui si accompagnano settenari e doppi settenari. Non mancano rime interne (laureati/usati, umana/allontana), consonanze e assonanze (piante/acanti; gazzarre/azzurro) e frequenti sono anche le allitterazioni e le affinità foniche. La lirica è intessuta di una fitta trama di figure retoriche tra cui il chiasmo (luce avara – amara l’anima v. 42), l’anafora (Qui…qui vv. 18-20), la sinestesia (…le trombe d’oro della solarità v. 49). 

Esercizi di analisi del testo

  1. Riassumi le tre sequenze in cui si può dividere la poesia (prime due strofe, terza, quarta strofa).
  2. Quale tipo di linguaggio poetico è oggetto polemico all’inizio della poesia?
  3. Quali sono le caratteristiche del paesaggio descritto dal poeta?
  4. Quale illusione “manca” e perché?
  5. Che cosa rappresentano simbolicamente i limoni nella poesia di Montale?

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Montale, I limoni-Parafrasi

Ascolta, i poeti laureati si trovano a loro agio tra piante rare dai nomi inconsueti: bossi ligustri o acanti. Io amo le strade che conducono ai fossati erbosi, dove i ragazzi in pozzanghere quasi asciutte catturano qualche rara anguilla: le piccole vie che costeggiano gli argini dei fossati discendono tra i canneti e s’immettono negli orti, tra le piante di limoni. 
Meglio se il clamore degli uccelli si dissolve nell’azzurro del cielo: si percepisce più chiaro il mormorio dei rami degli alberi di limoni nell’aria quasi immobile e l’intensità dell’odore dei loro frutti, che è tutt’uno con la terra e che riversa nel cuore una dolcezza inquieta. In questi luoghi la guerra delle passioni si acquieta, qui anche noi persone semplici possiamo godere un po’ di ricchezza: l’odore dei limoni. 
Vedi, in questi silenzi in cui sembra che le cose stiano per rivelare all’uomo il loro estremo segreto, talvolta ci si aspetta di scoprire un errore della Natura, il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, il filo da sciogliere che finalmente possa rivelarci la verità. Lo sguardo esplora attorno, la mente indaga, collega, separa mentre il profumo dei limoni si diffonde al calar della sera. Sono i momenti di silenzio in cui si ha l’illusione di vedere in ogni figura che si allontana, una qualche infastidita divinità. 
Ma questa illusione termina e il tempo ci riporta nelle città caotiche dove il cielo può essere osservato solo a tratti tra gli alti edifici. La pioggia percuote la terra; si intensifica la noia dell’inverno sulle case, la luce diminuisce e l’animo diventa malinconico.  Fin quando un giorno, da un portone socchiuso in mezzo agli alberi di un cortile si intravedono i gialli frutti dei limoni, e si scioglie la tristezza del cuore e i limoni riversano nei nostri cuori la loro musica come trombe d’oro della solarità.

Montale, La Bufera e altro

Montale, La Bufera e altro

buferaMontale, La Bufera e altro

(1940-1954)

La terza raccolta poetica di Montale, La bufera e altro, ospita liriche in gran parte già pubblicate su varie riviste. La prima edizione completa esce nel 1956, seguita da una seconda edizione l’anno successivo, mentre quella definitiva è del 1977.

(altro…)

Montale, Ti libero la fronte dai ghiaccioli

Montale, Ti libero la fronte dai ghiaccioli

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Montale, Ti libero la fronte dai ghiaccioli – Analisi del testo

La poesia Ti libero la fronte dai ghiaccioli fa parte della raccolta Le occasioni, pubblicata nel 1939, quando lo spettro del secondo conflitto mondiale si concretizzava con l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche. La poesia è dedicata a Irma Brandeis, chiamata col nome di Clizia, giovane studentessa ebrea-americana venuta a Firenze per studiare Dante. Con lei Montale aveva intrecciato una relazione d’amore che durò per qualche anno, fino a quando la donna non fece ritorno negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali.

Il poeta immagina che Clizia giunga in aereo volando attraverso lo spazio siderale, come un angelo. Nel suo volo Clizia sfida i cicloni e gli alti cieli, per portare il suo messaggio salvifico, e il poeta immagina di detergerle la fronte su cui si è formata una corona di ghiaccio.

Nel testo la figura femminile assume i connotati della donna-angelo di ascendenza stilnovista e dantesca. Tuttavia la donna-angelo di Montale, a differenza della Beatrice di Dante, è immersa pienamente in una dimensione terrena, subisce le conseguenze delle sofferenze umane, è ferita, angosciata (hai le penne lacerate/dai cicloni, ti desti a soprassalti), e il poeta veglia sul suo sonno agitato. La figura di Beatrice per Dante ha un significato profondamente religioso, mentre Montale utilizza i temi e i concetti della religione cristiana nell’ambito di una cultura laica. Clizia è come un fantasma della mente, che ha il potere di liberare il poeta dalla mediocrità del presente e dall’oscurità del periodo storico.

È mezzogiorno, ma attraverso la finestra s’intravede l’ombra nera di un nespolo, nel cielo c’è un sole invernale, incapace di dare calore. L’ostilità del mondo esterno è simbolicamente rappresentata mediante il correlativo (allunga…/l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole/freddoloso), il cui effetto straniante è amplificato dall’enjambement.

Il riquadro della finestra segna il confine tra lo spazio privato e un mondo esterno agitato da forze cieche e minacciose. A queste due dimensioni spaziali si aggiunge quella da cui proviene la donna-angelo, una dimensione che resta inaccessibile agli uomini e di cui solo il poeta ha consapevolezza. La donna si fa portatrice di un messaggio di salvezza ma molti uomini (“ombre che scantonano nel vicolo“) ne ignorano la presenza e proseguono nel loro cammino tragico e inconsapevole, ignari della possibilità del miracolo (“non sanno ancora che sei qui“).

Eugenio Montale, Ti libero la fronte dai ghiaccioli

 
La lirica, un mottetto, fa parte della seconda sezione della raccolta Le occasioni, dedicata a Clizia, figura di donna ideale, donna angelo che porta al poeta la salvezza. I mottetti (antichi componimenti francesi) che compongono questa sezione furono definiti dal poeta stesso «un romanzetto autobiografico» e delineano la sua psicologia di uomo che vive «assediato dalla presenza-assenza di una donna amata».

 

Ti libero la fronte dai ghiaccioli

che raccogliesti traversando l’alte

nebulose; hai le penne lacerate

dai cicloni, ti desti a soprassalti[1].

Mezzodì: allunga nel riquadro[2] il nespolo

l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole

freddoloso; e l’altre ombre[3] che scantonano

nel vicolo non sanno che sei qui.

 
Le occasioni, in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1984

 


[1] ti desti a soprassalti: ti svegli di soprassalto.

[2] riquadro: quello della finestra in cui appare l’ombra scura del nespolo.

[3] l’altre ombre: le ombre dei passanti.

 

Parafrasi: Ti detergo la fronte dal ghiaccio formatosi mentre attraversavi in alto le nuvole; hai le penne lacerate dagli uragani, ti svegli di soprassalto. È mezzogiorno: dalla finestra l’ombra scura del nespolo si allunga, in cielo resiste un sole incapace di riscaldare; e le altre ombre che attraversano il vicolo non sanno che sei qui.

 

Clizia

Nelle Occasioni l’aspettativa che forma l’occasione poetica è suscitata da figure di donne, tra le quali la più importante è Clizia, cui è dedicata, con altre poesie, la sezione dei Mottetti. Il nome fittizio designa una donna reale, IRMA BRANDEIS, ed è contemporaneamente simbolo della sua trasfigurazione poetica. Clizia appare, infatti, in varie forme (come «angelo», «nube», «procellaria», «uccello della tempesta») e il suo nome è quello mitologico della ninfa innamorata di Apollo, il sole, la quale non staccava mai gli occhi dal suo dio, finché fu tramutata in girasole. Clizia, la donna amata «da lontano», presente solo nel ricordo del poeta, può condurre alla luce, al varco e sembra perciò dotata di un potere salvifico di rivelazione.

 

 

Esercizi di analisi del testo
  1. Riassumi il contenuto della lirica (max 5 righe).
  2. Quali sono nella prima strofa gli indizi della provenienza celeste di Clìzia?
  3. In che senso si può affermare che la donna-angelo è umanizzata? Quali ne sono i segni?
  4. Quali sono le immagini che indicano la percezione negativa, da parte del poeta, della sua epoca?
  5. Perché si può affermare che la funzione salvifica della donna è riconosciuta solo dal poeta?
  6. Individua gli enjambement e indica quale funzione svolgono.
  7. I versi hanno tutti la stessa lunghezza. Conta le sillabe del primo verso: che tipo di verso è?
  8. I versi sono legati da rime o da assonanze? Quali?
 

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