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Pirandello, Il viaggio

Pirandello, Il viaggio

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Luigi Pirandello, Il viaggio

Pubblicata per la prima volta nel 1910, inserita successivamente nella raccolta omonima, pubblicata nel 1928. La raccolta Il viaggio costituisce il dodicesimo volume delle “Novelle per un anno” e include racconti quasi tutti già editi tra il 1897 e il 1926. La novella riprende il tema del viaggio, presente in molte altre opere di Pirandello, in modo drammatico ed estremamente acuto. Il viaggio è qui visto come fuga dai confini angusti della propria esistenza, una fuga, purtroppo, tardiva. Solo per poco tempo Adriana, la protagonista, potrà darsi all’amore e vivere una vita autentica, poiché è destinata, senza speranza, a una morte imminente.

 

Da tredici anni Adriana Braggi non usciva più dalla casa antica, silenziosa come una badìa, dove giovinetta era entrata sposa. Non la vedevano più nemmeno dietro le vetrate delle finestre i pochi passanti che di tanto in tanto salivano quell’erta via a sdrucciolo e mezza dirupata, così solitaria che l’erba vi cresceva tra i ciottoli a cespugli.

A ventidue anni, dopo quattro appena di matrimonio, con la morte del marito era quasi morta anche lei per il mondo. Ne aveva ora trentacinque, e vestiva ancora di nero, come il primo giorno della disgrazia; un fazzoletto nero, di seta, le nascondeva i bei capelli castani, non più curati, appena ravviati in due bande e annodati alla nuca. Tuttavia, una serenità mesta e dolce le sorrideva nel volto pallido e delicato.

Di questa clausura nessuno si maravigliava in quell’alta cittaduzza dell’interno della Sicilia, ove i rigidi costumi per poco non imponevano alla moglie di seguire nella tomba il marito. Dovevano le vedove starsene chiuse così in perpetuo lutto, fino alla morte.

Del resto, le donne delle poche famiglie signorili, da fanciulle e da maritate, non si vedevano quasi mai per via: uscivano solamente le domeniche, per andare a messa; qualche rara volta per le visite che di tempo in tempo si scambiavano tra loro. Sfoggiavano allora a gara ricchissimi abiti d’ultima moda, fatti venire dalle primarie sartorie di Palermo o di Catania, e gemme e ori preziosi; non per civetteria: andavano serie e invermigliate in volto, con gli occhi a terra, impacciate, strette accanto al marito o al padre o al fratello maggiore. Quello sfoggio era quasi d’obbligo; quelle visite o quei due passi fino alla chiesa erano per loro vere e proprie spedizioni da preparare fin dal giorno avanti. Il decoro del casato poteva scapitarne; e gli uomini se ne impacciavano; anzi, i più puntigliosi erano loro, perché volevano dimostrare così di sapere e potere spendere per le loro donne.

Sempre sottomesse e obbedienti, queste si paravano com’essi volevano, per non farli sfigurare; dopo quelle brevi comparse, ritornavano tranquille alle cure casalinghe; e, se spose, attendevano a far figliuoli, tutti quelli che Dio mandava (era questa la loro croce); se fanciulle, aspettavano di sentirsi dire un bel giorno dai parenti: eccoti, sposa questo; lo sposavano; quieti e paghi gli uomini di quella supina fedeltà senza amore.

Soltanto la fede cieca in un compenso oltre la vita poteva far sopportare senza disperazione il lento e greve squallore in cui volgevano le giornate, una dopo l’altra tutte uguali, in quella cittaduzza montana, così silenziosa che pareva quasi deserta, sotto l’azzurro intenso e ardente del cielo, con le straducole anguste, male acciottolate, tra le grezze casette di pietra e calce, coi doccioni di creta e i tubi di latta scoperti.

A inoltrarsi fin dove quelle straducole terminavano, la vista della distesa ondeggiante delle terre arse dalle zolfare, accorava. Alido il cielo, alida la terra, da cui nel silenzio immobile, addormentato dal ronzìo degli insetti, dal fritinnìo di qualche grillo, dal canto lontano d’un gallo o dall’abbajare d’un cane, vaporava denso nell’abbagliamento meridiano l’odore di tante erbe appassite, del grassume delle stalle sparso.

In tutte le case, anche nelle poche signorili, mancava l’acqua; nei vasti cortili, come in capo alle vie, c’erano vecchie cisterne alla mercé del cielo; ma anche d’inverno pioveva poco; quando pioveva era una festa: tutte le donne mettevan fuori conche e buglioli, vaschette e botticine, e stavano poi su gli usci con le vesti di baracane raccolte tra le gambe a vedere l’acqua piovana scorrere a torrenti per i ripidi viottoli, a sentirla gorgogliare nelle grondaje e per entro ai doccioni e ai cannoni delle cisterne. Si lavavano i ciottoli, si lavavano i muri delle case, e tutto pareva respirasse più lieve nella freschezza fragrante della terra bagnata.

Gli uomini, tanto o quanto, trovavano nella varia vicenda degli affari, nella lotta dei partiti comunali, nel Caffè o nel Casino di compagnia, la sera, da distrarsi in qualche modo; ma le donne, in cui fin dall’infanzia s’era costretto a isterilire ogni istinto di vanità, sposate senz’amore, dopo avere atteso come serve alle faccende domestiche sempre le stesse, languivano miseramente con un bambino in grembo o col rosario in mano, in attesa che l’uomo, il padrone, rincasasse.
Adriana Braggi non aveva amato affatto il marito.

Debolissimo di complessione e in continuo orgasmo per la cagionevole salute, quel marito l’aveva oppressa e torturata quattr’anni, geloso fin anche del fratello maggiore, a cui sapeva d’aver fatto, sposando, un grave torto, anzi un vero tradimento. Ancora, là, di tutti i figli maschi d’ogni famiglia ricca uno solo, il maggiore, doveva prendere moglie, perché le sostanze del casato non andassero sparpagliate tra molti eredi.

Cesare Braggi, il fratello maggiore, non aveva mai dato a vedere d’essersi avuto a male di quel tradimento; forse perché il padre, morendo poco prima di quelle nozze, aveva disposto che il capo della famiglia rimanesse lui e che il secondogenito ammogliato gli dovesse obbedienza intera.

Entrando nella casa antica dei Braggi, Adriana aveva provato una certa umiliazione nel sapersi così soggetta al cognato. La sua condizione era diventata doppiamente penosa e irritante, allorché il marito stesso, nella furia della gelosia, le aveva lasciato intendere che Cesare aveva già avuto in animo di sposar lei. Non aveva saputo più come contenersi di fronte al cognato; e tanto più il suo imbarazzo era cresciuto, quanto meno il cognato aveva fatto pesare la sua potestà su lei, accolta fin dal primo giorno con cordiale franchezza di simpatia e trattata come una vera sorella.

Era di modi gentili, e nel parlare e nel vestire e in tutti i tratti, d’una squisita signorilità naturale, che né il contatto della ruvida gente del paese, né le faccende a cui attendeva, né le abitudini di rilassata pigrizia, a cui quella vuota e misera vita di provincia induceva per tanti mesi dell’anno, avevano potuto mai; non che arrozzire, ma neppure alterare d’un poco.

Ogni anno, del resto, per parecchi giorni, spesso anche per più d’un mese, s’allontanava dalla cittaduzza e dagli affari. Andava a Palermo, a Napoli, a Roma, a Firenze, a Milano, a tuffarsi nella vita, a prendere – com’egli diceva – un bagno di civiltà. Ritornava da quei viaggi ringiovanito nell’anima e nel corpo.
Adriana, che non aveva mai dato un passo fuori del paese natale nel vederlo rientrare così nella vasta casa antica, ove il tempo pareva stagnasse in un silenzio di morte, provava ogni volta un segreto turbamento indefinibile.
Il cognato recava con sé l’aria d’un mondo, che lei non riusciva nemmeno a immaginare.

E il turbamento le cresceva, udendo le stridule risate del marito che di là ascoltava il racconto delle saporite avventure occorse al fratello; diventava sdegno, ribrezzo poi, la sera, allorché il marito, dopo quei racconti del fratello, veniva a trovarla in camera, acceso, sovreccitato, smanioso. Lo sdegno, il ribrezzo erano per il marito, e tanto più forti quanto più ella vedeva invece il cognato pieno di rispetto, anzi di riverenza per lei.

Morto il marito, Adriana aveva provato un’angoscia piena di sgomento al pensiero di restar sola con lui in quella casa. Aveva, sì, i due piccini che in quei quattro anni le erano nati; ma, benché madre, non era riuscita a superare, di fronte al cognato, la sua nativa timidezza di fanciulla. Questa timidezza, veramente, non era stata mai in lei ritrosia; ma ora sì; e ne incolpava il marito geloso, che l’aveva oppressa con la più sospettosa e obliqua sorveglianza.

Cesare Braggi, con squisita premura, aveva allora invitato la madre di lei a venirsene a stare con la figliuola vedova. E a poco a poco Adriana, liberata dall’esosa tirannia del marito, con la compagnia della madre, aveva potuto, se non acquistare al tutto la pace, tranquillare alquanto lo spirito. S’era dedicata con intero abbandono alla cura dei figliuoli, prodigando loro quell’amore e quelle tenerezze che non avevano potuto trovare uno sfogo nel matrimonio disgraziato.
Ogni anno Cesare aveva seguitato a fare il suo viaggio d’un mese nel Continente, recando doni al ritorno così a lei, come alla nonna e ai nipotini, per i quali aveva sempre avuto le più delicate premure paterne.

La casa, senza il presidio d’un uomo, faceva paura alle donne, segnatamente la notte. Nei giorni ch’egli era assente, pareva ad Adriana che il silenzio, divenuto più profondo, più cupo, tenesse come sospesa sulla casa una grande ignota sciagura; e con infinito sbigottimento udiva stridere la carrucola dell’antica cisterna in capo all’erta via solitaria, se un soffio di vento veniva a scuoterne la fune. Ma poteva egli, per riguardo a due donne e a due piccini che in fondo non gli appartenevano, privarsi di quell’unico svago dopo un anno di lavoro e di noja? Avrebbe potuto non curarsi né tanto né poco di loro, vivere per sé, libero, poiché il fratello gli aveva impedito di formarsi una famiglia sua; e invece – come non riconoscerlo? – tolte quelle brevi vacanze, era tutto dedito alla casa e ai nipotini orfani.

Col tempo, s’era addormentato ogni rammarico nel cuore di Adriana. I figliuoli crescevano, e lei godeva che crescessero con la guida di quello zio. La sua dedizione era divenuta ormai totale, cosicché si maravigliava se il cognato o i figliuoli si opponevano a qualche cura soverchia che si dava di loro. Le pareva di non far mai abbastanza. E a che avrebbe dovuto pensare, se non a loro?

Era stato per lei un gran dolore la morte della madre: era venuta a mancarle l’unica compagnia. Da un pezzo parlava con lei come con una sorella; tuttavia, con la madre accanto, lei poteva pensarsi ancora giovane, qual’era difatti. Sparita la madre, con quei due figliuoli ormai giovinetti, uno di sedici, l’altro di quattordici anni, già alti quasi quanto lo zio, cominciò a sentirsi e a considerarsi vecchia.

Era in quest’animo, allorché per la prima volta le avvenne avvertire un vago malessere, una stanchezza, un’oppressione un po’ a una spalla, un po’ al petto; un certo dolor sordo che le prendeva talvolta anche tutto il braccio sinistro e che di tratto in tratto diventava lancinante e le toglieva il respiro.

Non ne mosse lamento; e forse nessuno lo avrebbe mai saputo, se un giorno a tavola ella non avesse avuto l’assalto d’uno di quei fitti spasimi improvvisi.

Fu chiamato il vecchio medico di casa, il quale fin da principio restò costernato dal ragguaglio di quei sintomi. La costernazione crebbe dopo un lungo e attento esame dell’inferma.

Il male era alla plèura. Ma di che natura? Il vecchio medico, con l’ajuto d’un collega, tentò una puntura esplorativa, senza alcun esito. Poi, notando un certo indurimento nelle glandule sopra e sottoscapolari, consigliò al Braggi di condurre subito la cognata a Palermo, lasciando intendere chiaramente che temeva fosse un tumore interno, forse irrimediabile.

Partire subito non fu possibile. Adriana, dopo tredici anni di clausura, era affatto sprovvista d’abiti per comparire in pubblico e per viaggiare. Bisognò scrivere a Palermo per provvederla con la massima sollecitudine.

Cercò d’opporsi in tutti i modi, assicurando il cognato e i figliuoli che non si sentiva poi così male. Un viaggio? Solo a pensarci, le venivano i brividi. Era poi giusto il tempo che Cesare soleva prendersi le sue vacanze d’un mese. Partendo con lui, gli avrebbe tolto la libertà, ogni piacere. No, no, non voleva a nessun patto! E poi, come, a chi avrebbe lasciato i figliuoli? a chi affidato la casa? Metteva avanti tutte queste difficoltà; ma il cognato e i figliuoli gliele abbattevano con una risata. Si ostinava a dire che il viaggio le avrebbe fatto certo più male. Oh, buon Dio, se non sapeva più neppure come fossero fatte le strade! Non avrebbe saputo muovervi un passo! Per carità, per carità, la lasciassero in pace!

Quando da Palermo arrivarono gli abiti e i cappelli, fu per i due figliuoli un tripudio.

Entrarono esultanti con le grosse scatole avvolte nella tela cerata, in camera della madre, gridando, strepitando, ch’ella dovesse subito subito provarseli. Volevano veder bella la loro mammina, come non la avevano veduta mai. E tanto dissero, tanto fecero, che dovette arrendersi e contentarli.

Erano abiti neri, da lutto anche quelli, ma ricchissimi e lavorati con meravigliosa maestria. Ormai ignara affatto di mode, inesperta, non sapeva da che parte prenderli per vestirsene. Dove e come agganciare i tanti uncinelli che trovava qua e là? Quel colletto, oh Dio, così alto? E quelle maniche, con tanti sbuffi… Usavano adesso così?

Dietro l’uscio, intanto, tempestavano i figliuoli, impazienti:

— Mamma, fatto? Ancora?

Come se la mamma di là stésse ad abbigliarsi per una festa! Non pensavano più alla ragione per cui quegli abiti erano arrivati; non ci pensava più, veramente, nemmeno lei, in quel momento.

Quando, tutta confusa, accaldata, levò gli occhi e si vide nello specchio dell’armadio, provò un’impressione violentissima, quasi di vergogna. Quell’abito, disegnandole con procacissima eleganza i fianchi e il seno, le dava la sveltezza e l’aria d’una fanciulla. Si sentiva già vecchia: si ritrovò d’un tratto in quello specchio, giovane, bella; un’altra!
— Ma che! ma che! Impossibile! — gridò, storcendo il collo e levando una mano per sottrarsi a quella vista.

I figliuoli, udendo l’esclamazione, cominciarono a picchiare forte all’uscio con le mani, coi piedi, a sospingerlo, gridandole che aprisse, che si facesse vedere.

Ma che! no! Si vergognava. Era una caricatura! No, no.

Ma quelli minacciarono di buttar l’uscio a terra. Dovette aprire.

Restarono anch’essi, i figliuoli, abbagliati dapprima da quella trasformazione improvvisa. La mamma cercava di schernirsi, ripetendo: — Ma no, lasciatemi! ma che! impossibile! siete matti? — quando sopravvenne il cognato. Oh, per pietà! Tentò di scappare, di nascondersi, come se egli l’avesse sorpresa nuda. Ma i figliuoli la tenevano; la mostrarono allo zio che rideva di quella vergogna.

— Ma se ti sta proprio bene! — disse egli, alla fine, ritornando serio. — Sù, làsciati vedere.

Si provò ad alzare il capo.

— Mi pare d’essere mascherata…

— Ma no Perché? Ti sta invece benissimo. Vòltati un poco così, di fianco…

Obbedì, sforzandosi di parer calma; ma il seno, ben disegnato dall’abito, le si sollevava al frequente respiro che tradiva interna agitazione cagionata da quell’esame attento e tranquillo di lui, espertissimo conoscitore.

— Va proprio bene. E i cappelli?

— Certe ceste! — esclamò Adriana, quasi sgomenta.

— Eh sì, usano grandissimi.

— Come farò a mettermeli in capo? bisognerà che mi pèttini in qualche altro modo.

Cesare tornò a guardarla, calmo, sorridente; disse:

— Ma sì, hai tanti capelli…

— Sì, sì, brava mammina! Pèttinati subito! — approvarono i figliuoli.

Adriana sorrise mestamente.

— Vedete che mi fate fare? — disse, rivolgendosi anche al cognato.

La partenza fu stabilita per la mattina appresso.

Sola con lui!

Lo seguiva in uno di quei viaggi, a cui un tempo pensava con tanto turbamento. E un solo timore aveva adesso: quello di apparire turbata a lui che le stava davanti, tutto intento a lei, ma tranquillo come sempre.

Questa tranquillità di lui, naturalissima, avrebbe fatto stimare a lei indegno il suo turbamento e tale da doverne arrossire, ove ella, con una finzione quasi cosciente, appunto per non doverne aver vergogna e raffidarsi di sé medesima, non gli avesse dato un’altra cagione: la novità stessa del viaggio, l’assalto di tante impressioni strane alla sua anima chiusa e schiva. E attribuiva lo sforzo che faceva su sé stessa per dominare quel turbamento (il quale tuttavia, così interpretato, non avrebbe avuto nulla di riprovevole) alla convenienza di non darsi a vedere tanto nuova delle cose e maravigliata, di fronte a uno che, per esser da tanti anni esperto di tutto e padrone sempre di sé, avrebbe potuto provarne fastidio e dispiacere. Anche ridicola, infatti, avrebbe potuto apparire, alla sua età, per quella maraviglia quasi infantile che le ferveva negli occhi.
Si costringeva pertanto a frenare l’ilare ansia febbrile dello sguardo e a non voltare continuamente il capo da un finestrino all’altro, come aveva la tentazione di fare per non perdere nulla delle tante cose, su cui i suoi occhi, così in fuga, si posavano un attimo per la prima volta. Si costringeva a nascondere la maraviglia, a dominare quella curiosità, che pure le avrebbe giovato tener desta e accesa, per vincere con essa lo stordimento e la vertigine che il rombar cadenzato delle ruote e quella fuga illusoria di siepi e d’alberi e di colli le cagionavano.
Andava in treno per la prima volta. A ogni tratto, a ogni giro di ruota, aveva l’impressione di penetrare, d’avanzarsi in un mondo ignoto, che d’improvviso le si creava nello spirito con apparenze che, per quanto le fossero vicine, pur le sembravano come lontane e le davano, insieme col piacere della loro vista, anche un senso di pena sottilissima e indefinibile: la pena ch’esse fossero sempre esistite oltre è fuori dell’esistenza e anche dell’immaginazione di lei; la pena d’essere tra loro estranea e di passaggio, e ch’esse senza di lei avrebbero seguitato a vivere per sé con le loro proprie vicende.

Ecco lì le umili case di un villaggio: tetti e finestre e porte e scale e strade: la gente che vi dimorava era, come per tanti anni era stata lei nella sua cittaduzza, chiusa lì in quel punto di terra, con le sue abitudini e le sue occupazioni: oltre a quello che gli occhi arrivavano a vedere, non esisteva più nulla per quella gente; il mondo era un sogno: tanti e tanti lì nascevano e lì crescevano e morivano, senza aver visto nulla di quel che ora andava a veder lei in quel suo viaggio, che era così poco a petto della grandezza del mondo, e che tuttavia a lei sembrava già tanto.

Nel volgere gli occhi, incontrava a quando a quando lo sguardo e il sorriso del cognato, che le domandava:

— Come ti senti?

Gli rispondeva con un cenno del capo:

— Bene.

Più d’una volta il cognato venne a sederlesi accanto per mostrarle e nominarle un paese lontano, ov’era stato, e quel monte là dal profilo minaccioso, tutti gli aspetti di maggior rilievo che si figurava dovessero più vivamente richiamare l’attenzione di lei. Non intendeva che tutte le cose, anche le minime, quelle che per lui erano le più comuni, destavano intanto in lei un tumulto di sensazioni nuove; e che le indicazioni, le notizie ch’egli le dava, anziché accrescere, diminuivano e raffreddavano quella fervida, fluttuante immagine di grandezza, ch’ella, smarrita, con quel sentimento di pena indefinibile, si creava alla vista di tanto mondo ignoto.

Nel tumulto interno delle sensazioni, inoltre, la voce di lui, anziché far luce, le cagionava quasi un arresto bujo e violento, pieno di fremiti pungenti; e allora quel sentimento di pena si faceva più acuto in lei, più distinto. Si vedeva meschina nella sua ignoranza; e avvertiva un oscuro e quasi ostile rincrescimento della vista di tutte quelle cose che ora, troppo tardi per lei, all’improvviso, le riempivano gli occhi e le entravano nell’anima.

A Palermo, scendendo il giorno dopo dalla casa del clinico primario dopo la lunghissima visita, comprese bene dallo forzo che faceva il cognato per nascondere la profonda costernazione, dalla premura affettata con cui ancora una volta aveva voluto farsi insegnare il modo di usare la medicina prescritta e dall’aria con cui il medico gli aveva risposto; comprese bene che questi aveva dato su lei sentenza di morte, e che quella mistura di veleni da prendere a gocce con molta precauzione, due volte al giorno prima dei pasti, non era altro che un inganno pietoso o il viatico di una lenta agonia.

Eppure, appena, ancora un po’ stordita e disgustata dal diffuso odore dell’etere nella casa del medico, uscì dall’ombra della scala sulla via, nell’abbagliamento del sole al tramonto, sotto un cielo tutto di fiamma che dalla parte della marina lanciava come un immenso nembo sfolgorante sul Corso lunghissimo; e vide tra le vetture entro quel baglior d’oro il brulichìo della folla rumorosa, dai volti e dagli abiti accesi da riflessi purpurei, i guizzi di luce, gli sprazzi colorati, quasi di pietre preziose, delle vetrine, delle insegne, degli specchi delle botteghe; la vita, la vita, la vita soltanto si sentì irrompere in subbuglio nell’anima per tutti i sensi commossi ed esaltati quasi per un’ebbrezza divina; né poté avere alcuna angustia, neppure un fuggevole pensiero per la morte prossima e inevitabile, per la morte ch’era pure già dentro di lei, appiattata là, sotto la scapola sinistra, dove più acute a tratti sentiva le punture. No, no, la vita, la vita! E quel subbuglio interno che le sconvolgeva lo spirito, le faceva impeto intanto alla gola, ove non sapeva che cosa, quasi un’antica pena sommossa dal fondo del suo essere le si era a un tratto ingorgata, ed ecco la forzava alle lagrime, pur fra tanta gioja.

— Niente… niente… — disse al cognato, con un sorriso che le s’illuminò vividissimo negli occhi attraverso le lagrime. — Mi par d’essere… non so… Andiamo, andiamo…

— All’albergo?

— No… no…

— Andiamo allora a cenare allo «Châlet» a mare, al Foro Italico; ti piace?

— Sì, dove vuoi.

— Benissimo. Andiamo! Poi vedremo il passeggio al Foro; sentiremo la musica…

Montarono in vettura e andarono incontro a quel nembo sfolgorante, che accecava.

Ah, che serata fu quella per lei, nello «Châlet» a mare, sotto la luna, alla vista di quel Foro illuminato, corso da un continuo fragore di vetture scintillanti, tra l’odore delle alghe che veniva dal mare, il profumo delle zàgare che veniva dai giardini! Smarrita come in un incanto sovrumano, a cui una certa angoscia le impediva di abbandonarsi interamente, l’angoscia destata dal dubbio che non fosse vero quanto vedeva, si sentiva lontana, lontana anche da sé stessa, senza memoria né coscienza né pensiero, in una infinita lontananza di sogno.

L’impressione di questa lontananza infinita la riebbe più intensa la mattina seguente, percorrendo in vettura gli sterminati viali deserti del parco della Favorita, perché, a un certo punto, con un lunghissimo sospiro poté quasi rivenire a sé da quella lontananza e misurarla, pur senza rompere l’incanto né turbare l’ebbrezza di quel sogno nel sole, tra quelle piante che parevano assorte anch’esse in un sogno senza fine.

E senza volerlo, si voltò a guardare il cognato, e gli sorrise, per gratitudine.

Subito però quel sorriso le destò una viva e profonda tenerezza per sé condannata a morire, ora, ora che le si schiudevano davanti agli occhi stupiti tante bellezze maravigliose, una vita, quale anche per lei avrebbe potuto essere, qual’era per tante creature che lì vivevano. E sentì che forse era stata una crudeltà farla viaggiare.

Ma poco dopo, quando la vettura finalmente si fermò in fondo a un viale remoto, ed ella, sorretta da lui, ne scese per vedere da vicino la fontana d’Ercole; lì, davanti a quella fontana, sotto il cobalto del cielo così intenso che quasi pareva nero attorno alla fulgida statua marmorea del semidio su l’alta colonna sorgente in mezzo all’ampia conca, chinandosi a guardare l’acqua vitrea, su cui natava qualche foglia, qualche cuora verdastra che riflettevano l’ombra sul fondo; e poi a ogni lieve ondulìo di quell’acqua, vedendo vaporare come una nebbiolina sul volto impassibile delle sfingi che guardano la conca, quasi un’ombra di pensiero si sentì anche lei passare sul volto che come un alito fresco veniva da quell’acqua; e subito a quel soffio un gran silenzio di stupore le allargò smisuratamente lo spirito; e, come se un lume d’altri cieli le si accendesse improvviso in quel vuoto incommensurabile ella sentì d’attingere in quel punto quasi l’eternità, d’acquistare una lucida, sconfinata coscienza di tutto, dell’infinito che si nasconde nella profondità dell’anima misteriosa e d’aver vissuto, e che le poteva bastare, perché era stata in un attimo, in quell’attimo, eterna.

Propose al cognato di ripartire quello stesso giorno. Voleva ritornarsene a casa, per lasciarlo libero, dopo quei quattro giorni sottratti alle sue vacanze. Un altro giorno egli avrebbe perduto per riaccompagnarla; poi poteva riprendere la via, la sua corsa annuale per paesi più lontani, oltre quell’infinito mare turchino. Senza timore poteva, ché di sicuro lei non sarebbe morta così presto, in quel mese delle sue vacanze.

Non gli disse tutto questo; lo pensò soltanto; e lo pregò che fosse contento di ricondurla al paese.

— Ma no, perché? — le rispose egli. — Ormai ci siamo; tu verrai con me a Napoli. Consulteremo là, per maggior sicurezza, qualche altro medico.

— No, no, per carità, Cesare! Lasciami ritornare a casa. È inutile!

— Perché? Nient’affatto. Sarà meglio. Per maggior sicurezza.

— Non basta quello che abbiamo saputo qua? Non ho nulla; mi sento bene, vedi? Farò la cura. Basterà.

Egli la guardò serio e disse:

— Adriana, desidero così.

E allora ella non poté più replicare: vide in sé la donna del suo paese che non deve mai replicare a ciò che l’uomo stima giusto e conveniente; pensò che egli volesse per sé la soddisfazione di non essersi contentato d’un solo consulto, la soddisfazione che gli altri, là in paese, domani, alla morte di lei, potessero dire: — «Egli fece di tutto per salvarla; la portò a Palermo, anche a Napoli…». — O forse era in lui veramente la speranza che un altro medico di più lontano, più bravo, riconoscesse curabile il male, scoprisse un rimedio per salvarla? O forse… ma sì, questo era da credere piuttosto: sapendola irremissibilmente perduta, egli voleva, poiché si trovava in viaggio con lei, procurarle quell’ultimo e straordinario svago, come un tenue compenso alla crudeltà della sorte.

Ma ella aveva orrore, ecco, orrore di tutto quel mare da attraversare. Solo a guardarlo, con questo pensiero, si sentiva mozzare il fiato, quasi avesse dovuto attraversarlo a nuoto.

— Ma no, vedrai, — la rassicurò egli, sorridendo. — Non avvertirai neppure d’esserci, di questa stagione. Vedi com’è tranquillo? E poi vedrai il piroscafo… Non sentirai nulla.

Poteva ella confessargli l’oscuro presentimento che la angosciava alla vista di quel mare, che cioè, se fosse partita, se si fosse staccata dalle sponde dell’isola che già le parevano tanto lontane dal suo paesello e così nuove; in cui già tanta agitazione, e così strana, aveva provato; se con lui si fosse avventurata ancor più lontano, con lui sperduta nella tremenda, misteriosa lontananza di quel mare, non sarebbe più ritornata alla sua casa, non avrebbe più rivalicato quelle acque, se non forse morta? No, neanche a se stessa poteva confessarlo questo presentimento; e credeva anche lei a quell’orrore del mare, per il solo fatto che prima non lo aveva mai neppur veduto da lontano; e, doverci ora andar sopra…

S’imbarcarono quella sera stessa per Napoli.

Di nuovo, appena il piroscafo si mosse dalla rada e uscì dal porto, passato lo stordimento per il trambusto e il rimescolìo di tanta gente che saliva e scendeva per il pontile, vociando, e lo stridore delle grue su le stive; vedendo a grado a grado allontanarsi e rimpiccolirsi ogni cosa, la gente su lo scalo, che seguitava ad agitare in saluto i fazzoletti, la rada, le case, finché tutta la città non si confuse in una striscia bianca, vaporosa, qua e là trapunta da pallidi lumi sotto la chiostra ampia dei monti grigi rossigni; di nuovo si sentì smarrire nel sogno, in un altro sogno maraviglioso, che le faceva però sgranare gli occhi di sgomento, quanto più, su quel piroscafo, pur grande, sì, ma forse fragile se vibrava tutto così ai cupi tonfi cadenzati delle eliche, entrava nelle due immensità sterminate del mare e del cielo.

Egli sorrise di quello sgomento e, invitandola ad alzarsi passandole con una intimità che finora non s’era mai permessa un braccio sotto il braccio, per sorreggerla, la condusse a vedere di là, su la coperta stessa, i lucidi possenti stantuffi d’acciajo che movevano quelle eliche. Ma ella, già turbata di quel contatto insolito, non poté resistere a quella vista e più al fiato caldo, al tanfo grasso che vaporavano di là, e fu per mancare e reclinò e quasi appoggiò il capo su la spalla lui. Si contenne subito, quasi atterrita di quella voglia istintiva d’abbandono a cui stava per cedere.

E di nuovo egli, con maggior premura, le chiese:

— Ti senti male?

Col capo, non trovando la voce, gli rispose di no. E andarono tutti e due, così a braccio, verso la poppa, a guardar la lunga scia fervida fosforescente sul mare già divenuto nero sotto il cielo polverato di stelle, in cui il tubo enorme della ciminiera esalava con continuo sbocco il fumo denso e lento, quasi arroventato dal calore della macchina. Finché, a compir l’incanto, non sorse dal mare la luna; dapprima tra i vapori dell’orizzonte come una lugubre maschera di fuoco che spuntasse minacciosa a spiare in un silenzio spaventevole quei suoi dominii d’acqua; poi a mano a mano schiarendosi, restringendosi precisa nel suo niveo fulgore che allargò il mare in un argenteo pàlpito senza fine. E allora più che mai Adriana sentì crescersi dentro l’angoscia e lo sgomento di quella delizia che la rapiva e la traeva irresistibilmente a nascondere, esausta, la faccia sul petto di lui.

Fu a Napoli, in un attimo, nell’uscire da un caffè-concerto, ove avevano cenato e passato la sera. Solito egli, nei suoi viaggi annuali, a uscire di notte da quei ritrovi con una donna sotto il braccio, nel porgerlo ora a lei, colse all’improvviso sotto il gran cappello nero piumato il guizzo d’uno sguardo acceso, e subito, quasi senza volerlo, diede col braccio al braccio di lei una stretta rapida e forte contro il suo petto. Fu tutto. L’incendio divampò.
Là, al bujo, nella vettura che li riconduceva all’albergo allacciati, con la bocca su la bocca insaziabilmente, si dissero tutto, in pochi momenti, tutto quello che egli or ora, in un attimo, in un lampo, al guizzo di quello sguardo aveva indovinato: tutta la vita di lei in tanti anni di silenzio e di martirio. Ella gli disse come sempre, sempre, senza volerlo, senza saperlo, lo avesse amato; e lui quanto da giovinetta la aveva desiderata, nel sogno di farla sua, così, sua! sua!
Fu un delirio, una frenesia, a cui diedero una violenta lena instancabile la brama di ricompensarsi in quei pochi giorni sotto la condanna mortale di lei, di tutti quegli anni perduti di soffocato ardore e di nascosta febbre; il bisogno d’accecarsi, di perdersi, di non vedersi quali finora l’uno per l’altri erano stati per tanti anni, nelle composte apparenze oneste laggiù, nella cittaduzza dai rigidi costumi, per cui quel loro amore, le loro nozze domani sarebbero apparse come un inaudito sacrilegio.

Che nozze? No! Perché lo avrebbe costretto a quell’atto quasi sacrilego per tutti? perché lo avrebbe legato a sé che aveva ormai tanto poco da vivere? No, no: l’amore, quell’amore frenetico e travolgente, in quel viaggio di pochi giorni; viaggio d’amore, senza ritorno; viaggio d’amore verso la morte.

Non poteva più ritornare laggiù, davanti ai figliuoli. Lo aveva ben presentito, partendo; lo sapeva che, passando il mare, sarebbe finita per lei. E ora, via, via, voleva andar via, più sù, più lontano, così in braccio a lui, cieca, fino alla morte.

E così passarono per Roma, poi per Firenze, poi per Milano, quasi senza veder nulla. La morte, annidata in lei, con le sue trafitture, li fustigava, e fomentava l’ardore.

— Niente! — diceva a ogni assalto, a ogni morso. — Niente…

E porgeva la bocca, col pallore della morte sul volto.

— Adriana, tu soffri…

— No, niente! Che m’importa?

L’ultimo giorno, a Milano, poco prima di partire per Venezia, si vide nello specchio, disfatta. E quando, dopo il viaggio notturno, le si aprì nel silenzio dell’alba la visione di sogno, superba e malinconica, della città emergente dalle acque, comprese che era giunta al suo destino; che lì il suo viaggio doveva aver fine.

Volle tuttavia avere il suo giorno di Venezia. Fino alla sera, fino alla notte, per i canali silenziosi, in gondola. E tutta la notte rimase sveglia, con una strana impressione di quel giorno: un giorno di velluto.
Il velluto della gondola? il velluto dell’ombra di certi canali? Chi sa! Il velluto della bara.
Com’egli, la mattina seguente, scese dall’albergo per andare a impostare alcune lettere per la Sicilia, ella entrò nella camera di lui: scorse sul tavolino una busta lacerata; riconobbe i caratteri del maggiore dei suoi figliuoli: si portò quella busta alle labbra e la baciò disperatamente; poi entrò nella sua camera; trasse dalla borsa di cuojo la boccetta con la mistura dei veleni intatta; si buttò sul letto disfatto e la bevve d’un sorso.

Luigi Pirandello, Novelle per un anno, a cura di M. Costanzo, III, Milano, Mondadori, 1990.

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Pirandello, Il viaggio – Analisi del testo

 
La vedova Adriana Braggi, protagonista della novella Il viaggio, vive in una casa isolata. La donna, sposatasi a 18 anni, vive chiusa in casa senza mai uscirne, da ben 13 anni. Adriana ha 35 anni e da quando è rimasta vedova di un marito che non ha mai amato, quasi non si affaccia più alla finestra e vive da reclusa, come se fosse morta anche lei, assieme al marito. Questo, d’altronde, le impone la sua condizione di vedova e di donna, in una Sicilia in cui le donne, per convenzione sociale profondamente interiorizzata, sono sottomesse ai loro mariti-padroni e ridotte a una condizione di schiavitù psicologica. Pur avendo un aspetto trascurato, la donna tuttavia conserva “una serenità mesta e dolce” che “le sorride(va) nel volto pallido e delicato”.

Cesare, fratello maggiore del marito di Adriana, da lei amato inconsapevolmente, è un instancabile viaggiatore e ogni volta che fa ritorno dai suoi viaggi sul continente porta a casa, oltre ai regali, l’eco e il fascino del mondo che si apre fuori dal suo, così ristretto. Al suo ritorno Adriana prova ogni volta un turbamento indefinito e una repulsione per il marito che si reca da lei in camera da letto sovreccitato dalla narrazione delle avventure galanti del fratello.

Dopo la morte del fratello, Cesare si occupa della sua famiglia, di Adriana e dei suoi figli nonché della madre di lei, andata a vivere con loro. Continua, di tanto in tanto, a compiere i suoi viaggi.

Qualche tempo dopo la morte di sua madre, Adriana si ammala gravemente. Il medico diagnostica un cancro e suggerisce al cognato di accompagnarla a Palermo da uno specialista. Così la donna si trova a dover compiere un viaggio che la porterà lontano dalla piccola città in cui vive e da cui non si è mai allontanata.

Inizialmente vorrebbe rifiutarsi di partire, ma poi cede di fronte alle insistenze dei due figli e del cognato. Un primo mutamento in lei inizia quando indossa i vestiti nuovi acquistati a Palermo appositamente per il viaggio, che la trasformano in una donna ancor giovane, piacente e sensuale.

Per la prima volta nella sua vita Adriana si allontana dal suo paese, per la prima volta viaggia in treno. Quel che vede durante il viaggio appare ai suoi occhi straordinario e la donna a stento maschera la meraviglia infantile del suo sguardo, avido di quelle immagini che le scorrono davanti.

A Palermo Adriana riceve la sentenza di morte, che trapela dallo sguardo di “costernazione” di Cesare e dall’eccessiva gentilezza del primario, che prescrive ad Adriana una “mistura di veleni da prendere a gocce con molta precauzione, due volte al giorno prima dei pasti”.

I due visitano Palermo e Adriana è ancora più emozionata e sconvolta. È stupefatta e incantata dalle tante bellezze che vede e da tutta quella vita che le scorre accanto, ma anche rattristata e angosciata per la consapevolezza che a breve l’attende la morte. Immersa nella contemplazione della fontana d’Ercole “come se un lume d’altri cieli le si accendesse improvviso in quel vuoto incommensurabile ella sentì d’attingere in quel punto quasi l’eternità, d’acquistare una lucida, sconfinata coscienza di tutto, dell’infinito che si nasconde nella profondità dell’anima misteriosa e d’aver vissuto, e che le poteva bastare, perché era stata in un attimo, in quell’attimo, eterna”.

Vorrebbe tornare a casa, al suo paese e dai suoi figli, lasciando così Cesare libero di proseguire i suoi viaggi. Ma il cognato la vuole con sé, e lei non può sottrarsi perché “vide in sé la donna del suo paese che non deve mai replicare a ciò che l’uomo stima giusto e conveniente”. Pensa che il cognato voglia mostrare di aver fatto di tutto per salvarla, o che speri veramente di poter trovare un rimedio, o forse, di questo è più convinta, che voglia farle vivere un’esperienza straordinaria di viaggio per compensarla del dover morire.

Il terrore della donna di dover attraversare il mare per raggiungere Napoli in realtà nasconde la consapevolezza che quell’allontanamento sarà verosimilmente senza ritorno, che farà ritorno a casa solo da morta. Di nuovo, il viaggio in mare è carico di emozioni e di una commozione angosciata.

A Napoli, la passione sopita per anni esplode (“L’incendio divampò”) tra Adriana e Cesare, quando quest’ultimo scorge sul viso di lei “sotto il gran cappello nero piumato il guizzo d’uno sguardo acceso”. Si dicono tutto, tutto quello che per lunghi anni hanno taciuto. E si amano appassionatamente, avidamente, disperatamente, consapevoli di dover bruciare in così poco tempo un amore che così a lungo hanno soffocato. Adriana soffre e non vorrebbe morire, e poiché la fine è ineluttabile si abbandona alla passione, ingorda del vivere, negli ultimi giorni della sua vita.

Vivono i loro giorni d’amore a Roma, Firenze, Milano. A Milano la donna comprende che è finita. Partono per Venezia, dove all’alba le appare “la visione di sogno, superba e malinconica, della città emergente dalle acque”. Capisce (decide) che è lì che il suo viaggio avrà fine. Gode della sua giornata a Venezia, fino alla notte insonne, in cui ripensa al bellissimo giorno, del quale ricorda il velluto: “Il velluto della gondola? il velluto dell’ombra di certi canali? […] Il velluto della bara”.

La mattina seguente, mentre Cesare si assenta brevemente, Adriana si butta sul letto e beve d’un sorso tutta la boccetta del veleno/medicinale, anticipando con questo gesto estremo la sua inevitabile fine.

 

Io sono il fu Mattia Pascal

Io sono il fu Mattia Pascal

Adriano Meis

Adriano Meis

Pirandello, Enrico IV.

Pirandello, Enrico IV.

Enrico_IVPirandello, Enrico IV.

Enrico IV è un dramma in tre atti, scritto nel 1921 e rappresentato con grande successo nel febbraio del 1922 al “Teatro Manzoni” di Milano. Il protagonista è un giovane aristocratico romano che durante una festa in costume, in cui veste i panni di Enrico IV, cade da cavallo e, impazzito in seguito al trauma ricevuto, crede di essere davvero Enrico IV.

(altro…)

Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore.

Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore. 

Vogliamo vivere, signore!

 
Il dramma teatrale è del 1921. È l’opera che rese celebre quasi all’improvviso Luigi Pirandello, trascinandolo anche in una iniziale polemica critica. Fu rappresentata per la prima volta il 9 maggio 1921 al Teatro Valle di Roma, ad opera della Compagnia di Dario Niccodemi. È considerata la prima opera della trilogia del teatro nel teatro, comprendente ‘Questa sera si recita a soggetto’ e ‘Ciascuno a suo modo’. Incentrata sul problema dell’autonomia del personaggio, l’opera presenta sei personaggi appena abbozzati che pretendono dal loro autore una vita vera.

 

L’uscere (col berretto in mano)

Scusi, signor Commendatore.

Il capocomico (di scatto, sgarbato)

Che altro c’è?

L’uscere (timidamente)

Ci sono qua certi signori, che chiedono di lei.

Il Capocomico e gli Attori si volteranno stupiti a guardare dal palcoscenico giù nella sala.

Il capocomico (di nuovo sulle furie)

Ma io qua provo! E sapete bene che durante la prova non deve passar nessuno!

Rivolgendosi in fondo:

Chi sono lor signori? Che cosa vogliono?

Il padre (facendosi avanti, seguito dagli altri, fino a una delle due scalette)

Siamo qua in cerca d’un autore

Il capocomico (fra stordito e irato)

D’un autore? Che autore?

Il padre

D’uno qualunque, signore.

Il capocomico

Ma qui non c’è nessun autore, perché non abbiamo in prova nessuna commedia nuova.

La Figliastra (con gaja vivacità, salendo di furia la scaletta).

Tanto meglio, tanto meglio, allora, signore! Potremmo esser noi la loro commedia nuova.

Qualcuno degli attori (fra i vivaci commenti e le risate degli altri)

Oh, senti, senti!

Il padre (seguendo sul palcoscenico la Figliastra).

Già, ma se non c’è l’autore!

Al Capocomico:

Tranne che non voglia esser lei…

La Madre, con la Bambina per mano, e il Giovinetto saliranno i primi scalini della scaletta e resteranno lì in attesa. Il Figlio resterà sotto, scontroso.

Il capocomico

Lor signori vogliono scherzare?

Il padre

No, che dice mai, signore! Le portiamo al contrario un dramma doloroso.

La figliastra

E potremmo essere la sua fortuna!

Il capocomico

Ma mi facciano il piacere d’andar via, che non abbiamo tempo da perdere coi pazzi!

Il padre (ferito e mellifluo)

Oh, signore, lei sa bene che la vita è piena d’infinite assurdità, le quali sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere.

Il capocomico

Ma che diavolo dice?

Il padre

Dico che può stimarsi realmente una pazzia, sissignore, sforzarsi di fare il contrario; cioè, di crearne di verosimili, perché pajano vere. Ma mi permetta di farle osservare che, se pazzia è, questa è pur l’unica ragione del loro mestiere.

Gli Attori si agiteranno, sdegnati.

Il capocomico (alzandosi e squadrandolo)

Ah sì? Le sembra un mestiere da pazzi, il nostro?

Il padre

Eh, far parer vero quello che non è; senza bisogno, signore: per giuoco… Non è loro ufficio dar vita sulla scena a personaggi fantasticati?

Il capocomico (subito facendosi voce dello sdegno crescente dei suoi Attori)

Ma io la prego di credere che la professione del comico, caro signore, è una nobilissima professione! Se oggi come oggi i signori commediografi nuovi ci danno da rappresentare stolide commedie e fantocci invece di uomini, sappia che è nostro vanto aver dato vita – qua, su queste tavole – a opere immortali!

Gli Attori, soddisfatti, approveranno e applaudiranno il loro Capocomico.

Il padre (interrompendo e incalzando con foga).

Ecco! benissimo! a esseri vivi, più vivi di quelli che respirano e vestono panni! Meno reali, forse; ma più veri! Siamo dello stessissimo parere!

Gli Attori si guardano tra loro, sbalorditi.

Il direttore

Ma come! Se prima diceva…

Il padre

No, scusi, per lei dicevo, signore, che ci ha gridato di non aver tempo da perdere coi pazzi, mentre nessuno meglio di lei può sapere che la natura si serve da strumento della fantasia umana per proseguire, più alta, la sua opera di creazione.

Il capocomico

Sta bene, sta bene. Ma che cosa vuol concludere con questo?

Il padre

Niente, signore. Dimostrarle che si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla… o donna. E che si nasce anche personaggi!

Il capocomico (con finto ironico stupore)

E lei, con codesti signori attorno, è nato personaggio?

Il padre

Appunto, signore. E vivi, come ci vede.

Il Capocomico e gli Attori scoppieranno a ridere, come per una burla.

Il Padre (ferito)

Mi dispiace che ridano così, perché portiamo in noi, ripeto, un dramma doloroso, come lor signori possono argomentare da questa donna velata di nero.

Così dicendo porgerà la mano alla Madre per aiutarla a salire gli ultimi scalini e, seguitando a tenerla per mano, la condurrà con una certa tragica solennità dall’altra parte del palcoscenico, che s’illuminerà subito di una fantastica luce. La Bambina e il Giovinetto seguiranno la Madre; poi il Figlio, che si terrà discosto, in fondo; poi la Figliastra, che s’apparterà anche lei sul davanti, appoggiata all’arcoscenico. Gli Attori, prima stupefatti, poi ammirati di questa evoluzione, scoppieranno in applausi come per uno spettacolo che sia stato loro offerto.

Il capocomico (prima sbalordito, poi sdegnato)

Ma via! Facciano silenzio!

Poi, rivolgendosi ai Personaggi:

E loro si levino! Sgombrino di qua!

Al Direttore di scena:

Perdio, faccia sgombrare!

Il direttore di scena (facendosi avanti, ma poi fermandosi, come trattenuto da uno strano sgomento)

Via! Via!

Il padre (al Capocomico)

Ma no, veda, noi…

Il capocomico (gridando)

Insomma, noi qua dobbiamo lavorare!

Il primo attore

Non è lecito farsi beffe così…

Il padre (risoluto, facendosi avanti)

Io mi faccio maraviglia della loro incredulità! Non sono forse abituati lor signori a vedere balzar vivi quassù, uno di fronte all’altro, i personaggi creati da un autore? Forse perché non c’è là

indicherà la buca del Suggeritore

un copione che ci contenga?

La Figliastra (facendosi avanti al Capocomico, sorridente, lusingatrice)

Creda che siamo veramente sei personaggi, signore, interessantissimi! Quantunque, sperduti.

Il Padre (scartandola)

Sì, sperduti, va bene!

Al Capocomico subito:

Nel senso, veda, che l’autore che ci creò, vivi, non volle poi, o non potè materialmente, metterci al mondo dell’arte. E fu un vero delitto, signore, perché chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna non ha neanche bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché – vivi germi – ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità!

Il capocomico

Tutto questo va benissimo! Ma che cosa vogliono loro qua?

Il padre

Vogliamo vivere, signore!

Il capocomico (ironico)

Per l’eternità?

Il padre

No, signore: almeno per un momento, in loro.

 

https://www.youtube.com/watch?time_continue=48&v=kjpfKafnPMk 

 

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Analisi del testo.

Il dramma, in tre atti, messo in scena al “Teatro Valle” di Roma nel 1921, subì un clamoroso insuccesso, ma pochi mesi dopo al “Manzoni” di Milano ottenne un altrettanto clamoroso successo. 

Una compagnia teatrale sta provando “Il giuoco delle parti” di Pirandello quando sul palcoscenico si presentano sei “personaggi”: il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Essi dichiarano che l’autore, dopo averli creati nella sua fantasia, non ha voluto scrivere il testo, perciò chiedono al capocomico di mettere in scena la loro storia, che essi raccontano in modo disorganico, interrompendosi a vicenda. 

Il Padre, che ha avuto il Figlio dalla Madre, ha lasciato che questa, innamoratasi del suo segretario, andasse a vivere con lui, avendone altri tre figli: la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. 

Dopo molti anni, il Padre per caso ha incontrato la Figliastra in una casa d’appuntamenti, dove è costretta a prostituirsi da quando le è morto il padre naturale, e solo l’intervento della Madre ha evitato che si consumasse un rapporto dalle caratteristiche incestuose. Il Padre, pentito e addolorato, ha accolto in casa propria la Moglie e i figli non suoi, creando una situazione difficilissima: il Figlio si è chiuso in se stesso, mentre la Figliastra gli continua a dimostrare un’aperta ostilità. Il capocomico, colpito dalla vicenda, accetta di metterla in scena, a patto che siano i suoi attori a recitare. Iniziano le prove, ma vengono di continuo interrotte dalle obiezioni dei “personaggi”, che non si riconoscono nell’interpretazione degli attori e chiedono di essere essi stessi a recitare, in quanto il dramma, anziché “rappresentato”, sarebbe “vissuto” direttamente. 

Alla fine il capocomico si lascia convincere, e durante un’ennesima lite tra il Padre, la Madre, il Figlio e la Figliastra, la Bambina cade in una vasca da giardino e muore. Il Giovinetto, che non si è mosso per salvarla, si uccide con una pistola. Né il capocomico né gli attori sanno più se quanto è accaduto sia realtà o finzione. 

Oppresso come da un incubo, il capocomico fa accendere le luci in sala, e finalmente la tensione si scioglie. Restano sulla scena le ombre del Figlio, della Madre e del Padre, mentre risuona la stridula risata della Figliastra. 

Con questo dramma Pirandello dà inizio alla trilogia del “teatro nel teatro” (Sei personaggi in cerca d’autore, Questa sera si recita a soggetto e Ciascuno a suo modo), con cui distrugge la costruzione scenica tradizionale. Lo scrittore abolisce la suddivisione in atti e scene e trasforma lo spazio teatrale in un luogo di confronto tra varie interpretazioni della realtà. I Sei personaggi hanno trasformato la percezione stessa del teatro, che rivela se stesso. Pirandello vede la vita umana come teatrale. I protagonisti non sono uomini, ma personaggi che rappresentano se stessi in un testo che «non ha atti né scene».

L’autore intende rappresentare il dramma dell’incomunicabilità, che deriva dai rapporti inautentici e dalle convenzioni sociali. L’ambiente del teatro, che viene rappresentato, è emblema di tale inautenticità. Inevitabile una solitudine, senza rimedi.

Voler rappresentare la vita vera sulla scena è pazzia, di cui però la vita stessa è intrisa, poiché essa “è piena d’infinite assurdità, le quali sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere.”.

L’arte e la fantasia umane sono strumenti di cui la natura si serve “per proseguire, più alta, la sua opera di creazione”. I personaggi da essa creati sono meno reali ma più vivi e più veri: chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più! Morrà l’uomo, lo scrittore, strumento della creazione; la creatura non muore più! E per vivere eterna non ha neanche bisogno di straordinarie doti o di compiere prodigi. Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni

Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca

Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Luigi Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca

(dalla novella La morte addosso)
 L’uomo dal fiore in bocca è un atto unico, rappresentato per la prima volta il 21 febbraio del 1923 a Roma, al Teatro degli Indipendenti, diretto da Anton Giulio Bragaglia. L’uomo dal fiore in bocca è un titolo enigmatico, che costringe lo spettatore a seguire con attenzione lo svolgimento dialogico. Due persone si incontrano, di notte, al caffè di una stazione e mentre uno dei due attende il treno, dopo aver perso quello precedente, l’uomo dal fiore in bocca lo sconcerta con le sue singolari e amare riflessioni sulla vita e sulla morte. Gli parla di come si sforzi di convincersi della vanità della vita, osservando con puntiglio maniacale quella degli estranei. Solo alla fine del dialogo, mentre il suo interlocutore è sempre più sconcertato, gli rivela il suo terribile segreto… L’uomo dal fiore in bocca è tratto dal racconto Caffè notturno, pubblicato nel 1918 e ristampato nel 1923 con il titolo definitivo di La morte addosso.
Persone del dialogo
L’uomo dal fiore in bocca
Un pacifico avventore
N. B. – Verso la fine, ai luoghi indicati, sporgerà due volte il capo dal cantone un’ombra di donna, vestita di nero, con un vecchio cappellino dalle piume piangenti.
Si vedranno in fondo gli alberi d’un viale, con le lampade elettriche che traspariranno di tra le foglie. Ai due lati, le ultime case d’una via che immette in quel viale. Nelle case a sinistra sarà un misero Caffè notturno con tavolini e seggiole sul marciapiede. Davanti alle case di destra, un lampione acceso. Allo spigolo dell’ultima casa a sinistra, che farà cantone sul viale, un fanale anch’esso acceso. Sarà passata da poco la mezzanotte. S’udrà da lontano, a intervalli, il suono titillante d’un mandolino.
Al levarsi della tela, l’Uomo dal fiore in bocca, seduto a uno dei tavolini, osserverà a lungo in silenzio l’Avventore pacifico che, al tavolino accanto, succhierà con un cannuccio di paglia uno sciroppo di menta.
 
L’uomo dal fiore. Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è… Ha perduto il treno?
L’avventore. Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.
L’uomo dal fiore. Poteva corrergli dietro!
L’avventore. Già. E` da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegli impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini… Più carico d’un somaro! Ma le donne – commissioni… commissioni… – non la finiscono più. Tre minuti, creda, appena sceso di vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita; due pacchetti per ogni dito.
L’uomo dal fiore. Doveva esser bello! Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.
L’avventore. E mia moglie? Ah sì! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?
L’uomo dal fiore. Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.
L’avventore. Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!
L’uomo dal fiore. Ma sì che lo so. Appunto perché lo so.
Pausa
Dicono tutte che non avranno bisogno di niente.
L’avventore. Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare. Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, più brutto è, più misero e lercio, e più imbizzarriscono a pararlo con tutte le loro galanterie più vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto è la loro professione… – «Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo… di quest’altro… e potresti anche, se non ti secca (caro, il «se non ti secca») … e poi, giacché ci sei, passando di là… – Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? – «Uh, ma che dici? Prendendo una vettura…» – Il guajo è che, dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.
L’uomo dal fiore. Oh bella! E perciò?
L’avventore. Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in trattoria; poi, per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è vero?
L’uomo dal fiore. Non chiude, nossignore.
Pausa
E così, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?
L’avventore. Perché me lo domanda? Non vi stanno forse sicuri? Erano tutti ben legati…
L’uomo dal fiore. No, no, non dico!
Pausa
Eh, ben legati, me l’immagino: con quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta…
Pausa
Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rossa, levigata… ch’è per se stessa un piacere vederla… così liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza… La stendono sul banco e poi con garbo disinvolto vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben piegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di più per amore dell’arte; poi ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte; allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legare l’involto, e legano così rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.
L’avventore. Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio.
L’uomo dal fiore. Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.
Pausa
Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio… Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea.
Pausa – Poi, cupo, come a se stesso:
Ma mi serve. Mi serve questo.
L’avventore. Le serve? Scusi… che cosa?
L’uomo dal fiore. Attaccarmi così – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.
Pausa
Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì…
L’avventore. Sì, perché… dico, deve essere un bel piacere codesto che lei prova, immaginando tante cose…
L’uomo dal fiore (con fastidio, dopo averci pensato un po’). Piacere? Io?
L’avventore. Già… mi figuro…
L’uomo dal fiore. Mi dica un po’. E` stato mai a consulto da qualche medico bravo?
L’avventore. Io no, perché ? Non sono mica malato!
L’uomo dal fiore. Non s’allarmi! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per essere visitati.
L’avventore. Ah, sì. Mi toccò una volta d accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.
L’uomo dal fiore. Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale…
Pausa
Ci ha fatto attenzione? Divano di stoffa scura, di foggia antica… quelle seggiole imbottite, spesso scompagne… quelle poltroncine… E` roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lì per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, bello. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti a cui basta questo arredo così, alla buona, decente, sobrio. Vorrei sapere se lei, quando andò con la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando.
L’avventore. Io no, veramente…
L’uomo dal fiore. Eh già; perché non era malato..
Pausa
Ma neanche i malati spesso ci badano, compresi come sono del loro male.
Pausa
Eppure, quante volte certuni stanno li intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono.
Pausa
Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il rivedere la seggiola su cui poc’anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch’esso col suo male segreto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla.
Pausa
Ma che dicevamo? Ah, già… Il piacere dell’immaginazione. – Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di medici, dove i clienti stanno in attesa del consulto!
L’avventore. Già… veramente…
L’uomo dal fiore. Non vede la relazione? Neanche io.
Pausa
Ma è che certi richiami d’immagini, tra loro lontane, sono così particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze così singolari, che l’uno non intenderebbe più l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie.
Pausa
Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: – Avrebbero piacere quelle seggiole d’immaginare chi sia il cliente che viene a sedere su loro in attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita? – Nessun piacere. E così io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un’occupazione simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che lo aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidi che posso supporre in lei.
L’avventore. Uh, tanti, sa!
L’uomo dal fiore. Ringrazii Dio, se sono fastidi soltanto.
Pausa
C’è chi ha di peggio, caro signore.
Pausa
Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla.
Con cupa rabbia:
E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. Il gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua… a queste noje… a tante stupide illusioni… insulse occupazioni… Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza… questa che ora qua è una noja… e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura… sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà… che gusto, queste lagrime… E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla… specialmente quando si sa che è questione di giorni. 
A questo punto dal cantone a destra sporgerà il capo a spiare la donna vestita di nero.
Ecco… vede là? dico là, a quel cantone… vede quell’ombra di donna? – Ecco, s’è nascosta!
L’avventore. Come ? Chi. . . chi era ?…
L’uomo dal fiore. Non l’ha vista? S’è nascosta.
L’avventore. Una donna?
L’uomo dal fiore. Mia moglie, già.
L’avventore. Ah! la sua signora ?
L’uomo dal fiore (dopo una pausa). Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d’andarla a prendere a calci. Ma sarebbe inutile. E` come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che più lei le prende a calci, e più le si attaccano alle calcagna.
Pausa
Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare. Non mangia, non dorme più. Mi viene appresso, giorno e notte, così, a distanza. E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti. – Non pare più una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverati per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; e ha appena trentaquattro anni.
Pausa
Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia: – Stupida! – scrollandola. Si piglia tutto. Resta li a guardarmi con certi occhi… con certi occhi che, le giuro, mi fan venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi a distanza.
Di nuovo a questo punto, la donna sporgerà il capo.
Ecco, guardi… sporge di nuovo il capo dal cantone.
L’avventore. Povera signora!
L’uomo dal fiore. Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch’io me ne stessi a casa, quieto, tranquillo, a coccolarmi in mezzo a tutte le sue più amorose e sviscerate cure; a godere dell’ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c’era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola del salotto da pranzo. – Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l’assurdità… ma no, che dico l’assurdità! la màcabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di li a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale. Case, perdio, di pietra e travi, sene sarebbero scappate! Immagini i cittadini di Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi placidi placidi per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell’uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. – Le sembra possibile?
L’avventore. Ma forse la sua signora…
L’uomo dal fiore. Mi lasci dire ! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso… Lei passa per via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: «Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso ». E con quelle due dita protese, la piglia e butta via… Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano quieti e tranquilli a ciò che faranno domani e doman l’altro. Ora io,
Si alzerà.
caro signore, ecco… venga qua…
Lo farà alzare e lo condurrò sotto il lampione acceso.
qua sotto questo lampione… venga… le faccio vedere una cosa… Guardi, qua, sotto questo baffo… qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… più dolce d’una caramella: – Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma… La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto: – «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!»
Pausa
Ora mi dica lei, se con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e quieto, come quella disgraziata vorrebbe.
Pausa
Le grido: – Ah sì, e vuoi che ti baci? – «Sì, baciami» – Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l’altra settimana, s’è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m’ha preso la testa e mi voleva baciare… baciare in bocca… Perché dice che vuol morire con me.
Pausa
È pazza…
Poi con ira:
A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro… lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco… cavare la rivoltella e ammazzare uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno…
Riderà.
No no, non tema, caro signore: io scherzo!
Pausa
Me ne vado.
Pausa
Ammazzerei me, se mai…
Pausa
Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche… Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo… come due labbra succhiose… Ah, che delizia!
Riderà. – Pausa
Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura.
Pausa
Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra…
Pausa
E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. – All’alba, lei può fare la strada a piedi. – I1 primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò.
Pausa
Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando.
Riderà. Poi:
Buona notte, caro signore.
E s’avvierà, canticchiando a bocca chiusa il motivetto del mandolino lontano, verso il cantone di destra; ma a un, certo punto, pensando che la moglie sta li ad aspettarlo, volterà e scantonerà dall’altra parte, seguito con gli occhi dal pacifico avventore quasi basito.
Luigi Pirandello, Dalle novelle al teatro, a cura di Paolo Briganti, edizioni scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1990

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L’uomo dal fiore in bocca – Analisi del testo

 
Come altri drammi di Pirandello anche “L’uomo dal fiore in bocca” è derivato da una sua novella, “Caffè notturno” (1918) poi intitolata La morte addosso (1923). L’atto unico fu allestito per la prima volta il 21 febbraio a Roma, al Teatro degli Indipendenti, diretto da Anton Giulio Bragaglia. 
Nel caffè di una stazione, un uomo destinato a morire per un epitelioma, un cancro alla bocca, dialoga con un avventore sconosciuto che attende il treno. L’avventore vive in modo tranquillo quanto futile la propria vita quotidiana senza pensare alla morte che può insidiarla, ma il lungo monologo del protagonista, che riflette con angoscia sul senso della vita e della morte, finisce per sconcertarlo. L’uomo dal fiore in bocca cerca invano di sottrarsi alla propria solitudine tormentosa conversando con gli altri per identificarsi con gli aspetti normali dell’esistenza altrui e dimenticare così la propria, sapendo di essere condannato a una morte incombente.
L’uomo dal fiore in bocca esprime il senso del suo tenace accanimento alla vita, senza però cadere nel patetico, affidandosi invece all’ironia e all’umorismo: chiama “fiore” il tumore maligno che lo condanna.
Egli osserva dall’esterno la vita altrui, riservando un’attenzione maniacale, ad esempio, ai commessi dei negozi intenti a confezionare un pacco regalo, con l’intento di convincersi che la vita “è sciocca e vana…” e che quindi non deve importare che finisca. Egli ha bisogno di disprezzare la vita, per poter accettare l’idea di staccarsene e non sopporta le cure affettuose della moglie che cerca inutilmente di accudirlo. 
Tuttavia, proprio perché sa di essere condannato a morire tra breve, per quanto la vita possa apparire ridicola, l’attaccamento a essa, quel gusto insaziabile di esistere e di godere fino in fondo ciò che essa dona è in lui insopprimibile: certe buone albicocche… Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo… come due labbra succhiose… Ah, che delizia!”. 
Così, nella conclusione, l’uomo dal fiore in bocca dice all’avventore: “… mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. All’alba, lei può fare la strada a piedi. Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò… Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando… Buona notte, caro signore…”. Poi si allontana nel buio della notte, mentre il suo interlocutore, quasi sbigottito (“basito”), lo segue con gli occhi. 
Anche l’ambiente ha un valore simbolico: la stazione alla vita umana come a un inesorabile viaggio verso la morte; l’ora notturna indica il buio, il vuoto, la solitudine cui fatalmente siamo condannati; il suono del mandolino in lontananza rappresenta il fascino della vita, pur nella sua assurdità, per chi sa che essa sta per volgere alla fine.
 
Esercizi di analisi del testo
  1. Che cos’è il “fiore in bocca” che dà il titolo alla commedia?
  2. Il titolo della novella da cui l’atto unico è tratto è “La morte addosso”. Come spieghi questo titolo?
  3. Il protagonista vuole convincersi della futilità della vita: in quale modo? Dalla conclusione dell’atto unico, ti sembra che si possa affermare che vi è riuscito? Perché?
  4. Anche in questo testo sono presenti i temi pirandelliani del contrasto tra vita e forma e dell’incomunicabilità. Spiega in che modo vengono trattati.

https://www.youtube.com/watch?v=D-JskU0CqYc 

https://www.youtube.com/watch?v=V8TTdjaj6zI (Vittorio Gassman)

https://www.raiplay.it/video/2017/05/Luomo-dal-fiore-in-bocca-4e882c1a-880d-42e1-b417-2d3bd55b673c.html (Michele Placido)