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Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto

Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Giacomo Leopardi,

La ginestra o il fiore del deserto

Canzone composta nel 1836 presso la Villa Ferrigni (ora rinominata Villa della Ginestra) di Torre del Greco alle pendici del Vesuvio, La ginestra o il fiore del deserto fu pubblicata postuma per la prima volta nell’edizione napoletana dei Canti curata da Antonio Ranieri (1845). Il componimento, che si apre con una citazione dal Vangelo di Giovanni, è considerato il “testamento poetico” di Leopardi, che qui riflette sulla condizione umana. In essa il Leopardi, sviluppando una polemica già altrove affrontata, contro ogni forma di antropocentrismo e soprattutto contro il risorto spiritualismo ottocentesco, riafferma in termini fieri la propria concezione materialistica e pessimistica del mondo. E tuttavia, pur nel suo radicale pessimismo egli elabora un’utopia solidaristica che vorrebbe gli uomini consociati nella lotta contro il comune nemico, la Natura.
Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι µᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς 
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Giovanni, III, 19) 
Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e cólti,
e biondeggiar di spiche, e risonaro
di muggito d’armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fur città famose,
che coi torrenti suoi l’altero monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
ove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrá dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive. 

 

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e vòlti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra sé. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto;
bench’io sappia che obblio
preme chi troppo all’etá propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci die’. Per queste il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

 

Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama sé né stima
ricco d’or né gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma sé di forza e di tesor mendíco
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sí, che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor piú gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede cosí, qual fora in campo
cinto d’oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo;
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede 
quale star può quel c’ha in error la sede.

 

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa,
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo, ove l’uomo è nulla, 
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto; e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente età, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietá prevale.

 

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
cui là nel tardo autunno
maturità senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre,
e le ricchezze che adunate a prova
209.con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; così d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel profondo,
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar là su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e città nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom piú stima o cura
che alla formica: e se più rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

 

Ben mille ed ottocento
anni varcàr poi che spariro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta più mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando più volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontan l’usato
suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente,
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion, l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietà rende all’aperto;
e dal deserto foro
diritto infra le file
de’ mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
per li vacui teatri,
per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per vòti palagi atra s’aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì lungo cammino
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

 

E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
già noto, stenderà l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
309.al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
né sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma più saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.

Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto

Parafrasi

 

 

 

 

 

 

Qui sulle pendici aride
del terribile vulcano
sterminatore Vesuvio, 
che nessun altro arbusto o fiore rallegra,
spargi intorno i tuoi cespugli solitari,
odorosa ginestra,
appagata dai deserti. Ti ho vista anche
abbellire con i tuoi steli le campagne solitarie
che circondano la città (Roma)
che fu un tempo signora di popoli,
e sembra che questi luoghi col loro aspetto
severo e silenzioso sian testimonianza
e ricordo al viandante del perduto impero.
Ti rivedo ora su questo suolo, amante
di luoghi tristi e abbandonati dal mondo
sempre compagna di sorti sventurate.
Questi campi cosparsi
di sterili ceneri, e ricoperti
di lava pietrificata,
che risuona sotto i passi del viandante;
dove la serpe si annida e si contorce al sole
e dove il coniglio torna
all’abituale tana sotterranea;
(essi) furono fiorenti cittadine e campi coltivati,
e biondeggiarono di spighe e risuonarono 
del muggito delle mandrie;
furono giardini e palazzi
gradito rifugio
per gli ozi dei potenti; e furono sede di città famose
che l’indomabile vulcano con i suoi torrenti di lava
eruttando dalla bocca di fuoco distrusse, 
insieme ai suoi abitanti. Ora tutto intorno
la rovina avvolge i luoghi 
dove tu hai radici, o fiore gentile, e come 
per commiserare le altrui miserie, 
diffondi verso il cielo un profumo, 
che consola questo deserto. In questi luoghi
venga chi è solito esaltare e lodare
la condizione umana, e veda quanto
la nostra specie stia a cuore 
all’amorevole natura. E qui
potrà anche valutare esattamente 
l’effettiva potenza del genere umano,
che la crudele nutrice (la natura), quando egli meno se l’aspetta,
distrugge in parte in un momento
con un lieve moto, e può
con moti di poco meno lievi
annientare del tutto in un istante.
Raffigurate su queste pendici 
sono le “magnifiche sorti e progressive”
del genere umano.
 
Qui guarda e qui specchiati,
secolo superbo e sciocco,
che abbandonasti la via fino allora
segnata in avanti dal pensiero rinascimentale
e che rivolti indietro i passi,
del regredire ti vanti,
e progredire lo chiami.
Al tuo insensato bamboleggiare tutti gli ingegni, 
di cui una sorte sciagurata ti fece padre, 
sono intenti ad adularti, benché
a volte, intimamente, ti biasimino
in cuor loro. Non io
andrò sotto terra con tale vergogna;
ma piuttosto il disprezzo nei tuoi confronti,
che ho rinchiuso nel cuore,
avrò prima mostrato il più apertamente possibile;
benché io sappia che l’oblio 
colpisce chi troppo spiacque al proprio tempo.
Di questo male (l’oblio), che avrò in comune
con te, io fin da ora ne rido molto.
Vai sognando la libertà (secol…), e tuttavia vuoi
che di nuovo sia servo il pensiero,
il solo grazie al quale risorgemmo 
dalla barbarie in parte, e con il quale soltanto
si può crescere in civiltà, che sola guida
il destino della società al meglio.
Perciò (secol…) ti spiacque la verità
sull’amara sorte e sull’infelice condizione
che la natura ci ha assegnato. Perciò le spalle,
vigliaccamente hai voltato alla luce (della ragione)
che rese evidente ciò; e, mentre fuggi,
chiami vile chi segue quella via,
e definisci magnanimo solo chi,
beffando se stesso o gli altri, astuto o folle,
eleva il genere umano fin sopra le stelle.
 
Un uomo di misera condizione e di cagionevole salute
che sia d’animo nobile ed elevato,
non chiama né stima se stesso
ricco di beni o vigoroso,
e non si mette ridicolmente in mostra
tra la gente vantando una vita lussuosa
o un corpo vigoroso;
ma senza vergogna si mostra privo
di forza fisica e di beni materiali, e definisce
e valuta, apertamente, la sua condizione
in modo aderente alla verità.
Non penso che sia di animo
magnanimo ma sciocco,
colui che benché nato per morire e allevato nelle pene,
afferma,“sono nato per godere”
e che con il suo fetido orgoglio
riempie i libri, promettendo in terra,
eccelsi destini e straordinarie felicità
che l’universo ignora, non solo questa terra
a popoli che un’onda di maremoto,
una pestilenza, un terremoto
possono distruggere in modo tale che
ne sopravviva a stento il ricordo.
Un uomo veramente nobile è colui
che ha il coraggio di sollevare
i propri occhi mortali contro
il comune destino, e che con parole sincere
senza nulla togliere alla verità,
riconosce il male che ci fu dato in sorte,
e la nostra misera e fragile condizione;
(animo nobile) è quello che si mostra
grande e forte nella sofferenza, e che non
aggiunge alle proprie miserie né gli odi
né le violenze tra fratelli, che sono ancora
più gravi, dando la responsabilità
all’uomo del suo dolore, ma dà la colpa
a colei (la natura) che è davvero colpevole, che
dei mortali è madre perché li genera ma è matrigna
per come li tratta.
(Animo nobile è quello che) costei chiama nemica;
e che pensando che la società umana, com’è vero,
sia stata in origine costituita e ordinata contro di lei,
ritiene tutti gli uomini confederati tra loro
e tutti li abbraccia
con sincero amore, offrendo
ed aspettando un valido e pronto aiuto
negli alterni pericoli e nelle sofferenze
della guerra comune. E crede che sia stolto
armare la propria mano contro un altro uomo,
e tendere un tranello o un danno contro
il proprio vicino, così come sarebbe stolto,
in un campo di battaglia circondato dai nemici,
proprio nel vivo degli assalti,
dimenticando i nemici, intraprendere
aspri scontri con gli amici
e metterli in fuga e seminare morte con la spada
tra i propri guerrieri.
Quando pensieri di questo genere saranno
evidenti al popolo, come lo sono stati un tempo; 
e quando quel terrore che per primo
unì gli uomini contro la malvagia natura
in una catena solidale (la società),
sarà ricondotto in parte
da un autentico sapere, la convivenza civile
onesta e retta,
la giustizia e il senso di pietà avranno allora
ben altra radice che non le presuntuose illusioni,
su cui si fonda la moralità del popolo
che si regge in piedi così come può farlo
tutto ciò che si regge sull’errore.
 
 
Spesso siedo di notte in mezzo a queste terre,
che, desolate, il flusso pietrificato della lava
riveste di colore scuro, e sembra che ancora ondeggi;
e su questa landa desolata,
nel purissimo azzurro del cielo
vedo fiammeggiare dall’alto le stelle,
alle quali il mare da lontano fa da specchio,
e (vedo) tutto il mondo attorno brillare 
di luci scintillanti nel firmamento sereno.
E quando fisso lo sguardo a quelle luci,
che ai miei occhi appaiono solo dei punti,
e invece sono immense, così che in realtà
terra e mare sono un punto 
rispetto a loro; per le quali (stelle)
non solo l’uomo ma la stessa Terra,
dove l’uomo è nulla,
è completamente sconosciuta; e quando contemplo
con meraviglia quegli ammassi di stelle simili a nodi
ancor più infinitamente da noi lontani,
che ci sembrano come una nebbia, alle quali
non l’uomo e non la terra soltanto,
ma tutte insieme le nostre stelle,
insieme con il luminoso sole,
infinite per numero e per mole, o sono ignote
o appaiono come loro sembrano a noi, cioè
un punto di luce fioca; che cosa sembri allora
al mio pensiero,
stirpe dell’uomo? E considerando
il tuo stato sulla terra, di cui è testimonianza
il suolo vulcanico che io calpesto; e d’altra parte
(considerando) che ti reputi assegnata come signora
e fine all’universo; e pensando a quante volte
ti è piaciuto favoleggiare che i creatori dell’universo 
siano scesi per causa tua su questo oscuro granello 
di sabbia, che ha il nome di terra e abbiano
spesso conversato piacevolmente con gli uomini; 
e (considerando) che persino l’età presente 
che pretende di superare tutte le precedenti 
in sapere e in civiltà,
schernisce i saggi (che non ci credono)
e rinnova le false credenze un tempo ridicolizzate;
quale sentimento allora, o umanità infelice,
quali pensieri verso di te, infine, mi prendono il cuore?
Non so so prevalga il riso o la pietà.

 

 

Come il piccolo frutto di un albero,
che nell’autunno inoltrato la maturazione
fa precipitare a terra senza altra forza,
schiaccia, annienta e cancella
in un attimo i dolci nidi di un popolo di formiche, 
scavati nella terra molle
con gran lavoro, e le gallerie
e le provviste di cibo che con lungo affaticarsi
le laboriose formiche avevano raccolto 
a gara con previdenza
nella stagione estiva; allo stesso modo, 
piombando dall’alto, scagliata in alto verso il cielo
dalle viscere tuonanti del vulcano
un’oscura e rovinosa valanga
di ceneri e di pomici e di sassi 
mescolata a ruscelli incandescenti di lava,
o un’immensa piena di massi liquefatti 
e di metalli fusi e di terra rovente
che scende furiosa tra l’erba,
lungo le pendici del monte scendendo
come un’immensa piena
sconvolse e distrusse e ricoprì
in pochi istanti
le città che il mare bagnava
là sulla costa: così ora su quelle città
pascolano le capre, e nuove città
sorgono dall’altra parte, a cui fanno
da sgabello le città sepolte, e l’alto monte
quasi calpesta col suo piede le mura crollate.
La natura non ha, per il genere umano,
più stima o cura che per le formiche: 
e se la strage è più rara tra gli uomini che tra le formiche,
ciò non accade d’altra parte se non perché
l’uomo ha generazioni meno feconde.
 

 

Sono passati ben mille e ottocento
anni da quando scomparvero, sepolte
dalla forza della lava infuocata, le popolose città,
eppure ancora oggi il contadino al lavoro
nei vigneti, che la zolla morta ed incenerita
nutre a fatica in questi campi,
solleva lo sguardo
timoroso alla vetta funesta del vulcano
che per nulla divenuta più mite,
ancor sovrasta tremenda, ancora minaccia
strage per lui, per i suoi figli
e per i loro miseri averi. E spesso
il poveretto sul tetto
della sua rustica casa, restando sveglio
insonne tutta la notte all’aria aperta,
e sobbalzando più volte di paura, osserva ansioso
il procedere della temuta lava, che si riversa
inesauribile dalle viscere del vulcano
sul pendio sabbioso, al cui bagliore rilucono
la marina di Capri
e il porto di Napoli e Mergellina.
E se la vede avvicinarsi, o se per caso sente
l’acqua gorgogliare nel fondo
del pozzo di casa, sveglia in fretta i figli
e la moglie, e mentre fugge via, con tutto quel
che delle loro cose possono raccattare,
vede da lontano il suo consueto nido
e il piccolo campo,
che fu per lui unica difesa alla fame,
preda della lava incandescente
che sopraggiunge crepitando, e inesorabile
si distende per sempre su di essi (la casa e il campo).
Torna ai raggi del sole
dopo un oblio di secoli, l’estinta
Pompei, come uno scheletro
sepolto, riesumata dalla terra alla luce
per desiderio di ricchezza o per pietà;
e dalla piazza deserta
dritto in mezzo alle fila
dei colonnati diroccati il pellegrino
contempla da lontano la doppia cima del monte
(il Vesuvio e il monte Somma), 
e la cresta fumante,
che ancora minaccia le rovine sparse.
E nell’orrore della notte che nasconde ogni cosa
attraverso i teatri vuoti
attraverso i templi diroccati e attraverso le case 
in rovina, dove il pipistrello nasconde i propri nati,
come una sinistra fiaccola
che si aggiri lugubre per i vuoti palazzi,
corre il bagliore della lava mortale,
che da lontano fra le ombre notturne
rosseggia e tinge (di rosso) i luoghi tutt’intorno.
Così indifferente all’uomo, alle età
che egli chiama antiche, e al susseguirsi
delle generazioni umane (dagli avi ai nipoti),
la natura rimane sempre giovane e vigorosa, 
e anzi procede per un così lungo cammino
da sembrare immobile. Intanto crollano i regni,
si estinguono i popoli e i linguaggi: ella non se ne
avvede: e l’uomo si arroga il vanto dell’eternità.
 
E tu, flessibile ginestra,
che adorni di cespugli odorosi
queste campagne deserte,
anche tu presto soccomberai alla crudele
potenza della lava (sotterraneo foco),
che ritornando ai luoghi
già devastati, stenderà sui tuoi flessibili arbusti
il suo avido flutto. E piegherai
sotto il peso mortale il tuo capo innocente
senza resistere:
ma senza averlo piegato fino allora
supplicando invano e codardamente
di fronte al tuo futuro oppressore; ma senza
averlo eretto (il capo) con folle orgoglio verso le stelle, 
né sul deserto, dove 
sei cresciuta e hai dimora
non per tua scelta ma per caso;
ma più saggia, ma tanto
meno insensata dell’uomo, poiché non hai mai creduto
che la tua specie fosse dal destino 
o da te stessa resa immortale.

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Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto

Analisi del testo

 

La ginestra o il fiore del deserto è un lungo poemetto di 317 versi in cui confluisce una grande varietà di toni e di temi. Esso costituisce una sorta di “testamento spirituale” del poeta, che morì l’anno successivo alla sua stesura.
Il poeta pone come epigrafe un versetto tratto dal Vangelo di Giovanni: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. In esso la luce è quella della fede e della rivelazione, mentre Leopardi, con una sorta di ribaltamento, vede nella luce la consapevolezza della tragica condizione umana, mentre le tenebre rappresentano le concezioni spiritualistiche e ottimistiche, la fede cieca nel progresso e nella centralità dell’uomo nell’universo.

 

Prima strofa (vv. 1-51)
La ginestra e l’unico segno di vita sulle pendici desolate del Vesuvio, dove un tempo sorgevano giardini, palazzi e popolose città, distrutte dall’eruzione del vulcano. L’umile fiore abbellisce questi luoghi deserti, dove coloro che glorificano la potenza dell’uomo dovrebbero venire a constatarne la fragilità e quanto la natura se ne curi.
Tre immagini caratterizzano la descrizione del paesaggio: il “formidabil monte” con la sua potenza distruttiva; le “erme contrade” attorno a Roma, immagine di desolazione e abbandono; le “ceneri infeconde” e l’”impietrata lava” che reificano la totale assenza di vita di quei luoghi. 
In questo contesto la ginestra è “contenta dei deserti” che abbellisce e “consola” con il suo profumo.
Il poeta invita chi “d’esaltar con lode il nostro stato ha in uso” a verificare in questo luogo un tempo abitato e ridente e ora desertico “quanto/è il gener nostro in cura/all’amante natura”, perché, dice ironicamente, “dipinte in queste rive/son dell’umana gente/le magnifiche sorti e progressive”. Qui è la testimonianza di quanto valga l’uomo e di quanto la natura si curi di lui.

 

Seconda strofa (vv. 52-86)
L’Ottocento viene definito da Leopardi “secol superbo e sciocco”, perché ha abbandonato il pensiero rinascimentale e illuministico fondato sulla ragione, che aveva liberato in parte l’uomo dalla barbarie. Sicché codardamente gli intellettuali esaltano la stupidità dell’epoca presente e occultano l’aspra sorte del genere umano. Il poeta non si unisce al coro ottimistico degli intellettuali suoi contemporanei e denuncia l’atteggiamento retrogrado del suo secolo. Questa età esalta in modo arrogante e folle il proprio presunto progresso, mentre di fatto sta regredendo, e recupera una visione della realtà falsa e illusoria. Leopardi esprime il proprio disprezzo per gli intellettuali suoi contemporanei che seguono ingannevoli dottrine di tipo provvidenzialistico e ottimistico. Essi hanno abbandonato la via della ragione e rifiutano di riconoscere la verità della sorte infelice assegnata dalla natura al genere umano.

 

Terza strofa (vv. 87-157)
Riconoscere la propria fragilità e le proprie miserie, senza mascherare ridicolmente la propria condizione di miseria non è segno di debolezza. Non è da persona magnanima occultare la condizione umana, illudendo gli uomini di chissà quale felice destino li attenda. Nobile uomo è invece chi, riconosciuta la natura come la vera, comune nemica e rifiutando di accusare gli altri uomini dei propri mali e di combatterli, si stringe a loro in una solidale guerra contro di lei. Così ha avuto origine la società umana, che si è stretta in social catena per difendersi dai pericoli dell’empia natura.
La vera grandezza d’animo consiste nel riconoscere la dura verità: l’uomo è in completa balia della natura e contro di lei si devono coalizzare gli sforzi di tutti gli esseri umani. Solo unendosi contro il comune nemico, e fondandosi su una veritiera analisi della propria condizione, gli uomini potranno fondare una convivenza civile più umana, più giusta e duratura, capace di rendere meno aspre le loro sofferenze.

 

Quarta strofa (vv. 158-201)
Spesso di notte il poeta contempla il cielo punteggiato di stelle. Davanti all’immensità del firmamento la terra non è che un minuscolo granello di sabbia e nella vastità dell’universo l’intero sistema solare non è che un punto di luce fioca. Eppure l’umanità continua a credersi padrona e fine dell’universo. Di fronte a questa assurda pretesa e al riaffiorare di miti antropocentrici del passato, il poeta è combattuto tra il riso (per questo sciocco orgoglio) e pianto (di commiserazione).

 

Quinta strofa (vv. 202-236)
Nella quinta strofa il poeta mette a confronto la condizione degli uomini e delle formiche: come un frutto maturo cadendo da un ramo distrugge in un attimo un formicaio costruito con tanta fatica, così l’eruzione del vulcano distrusse in pochi attimi popolose città.
La natura distrugge con la stessa indifferenza e facilità uomini e formiche. Se di queste ultime fa strage con maggior frequenza, è solo perché sono più numerose degli uomini.

 

Sesta strofa (vv. 237-296)
Mentre la quarta strofa fa leva sul tema della vastità degli spazi cosmici, la sesta mette a confronto il tempo umano con il tempo eterno della natura.
Sono passati diciotto secoli dall’eruzione catastrofica del Vesuvio e l’uomo è tornato a vivere in quei luoghi, ma è sempre sotto l’incubo del vulcano, come il “villanello” che guarda inquieto la vetta del monte ed è sempre all’erta e pronto a fuggire. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce l’antica Pompei ma il Vesuvio è sempre là, minaccioso, e tra le rovine della città si scorge il lugubre bagliore della lava portatrice di morte. Le epoche umane passano, cadono i regni e i popoli, mentre la natura dura, uguale a se stessa.

 

Settima strofa (vv. 297-317)
Intanto la ginestra continua a vivere la sua precaria esistenza sotto la minaccia del vulcano e a diffondere il proprio profumo. La distruzione colpirà anche lei, che non cercherà di resistere ma piegherà il capo sotto il peso della lava. Non l’avrà però inutilmente piegato prima, implorando inutilmente e vilmente di essere risparmiata. Non l’avrà sollevato verso le stelle con forsennato orgoglio, tanto più saggia dell’uomo poiché non si illude, come il genere umano, di avere un destino d’immortalità. 

 

 

L’arido vero e le superbe fole.
Leopardi afferma la necessità di affrontare l’arido vero. Questa profonda convinzione si manifesta come disprezzo e riso nei confronti di quanti si illudono, per volontà consolatoria e debolezza o viceversa per superbia intellettuale, che l’uomo sia destinato all’immortalità o a “magnifiche sorti e progressive”. 
Leopardi polemizza da un lato contro lo spiritualismo cristiano ma anche contro quel pensiero illusoriamente ottimista circa le possibilità di un “progresso” legato allo sviluppo delle scienze e delle tecniche. La polemica di Leopardi contro il pensiero ottocentesco, che ha recuperato le “superbe fole”, ovvero le credenze e le superstizioni umane, in particolare quelle di natura finalistica e provvidenziale, che interpretano il mondo come concepito in funzione dell’essere umano. Essa si fonda sulla constatazione di un evidente “regresso” della cultura rispetto alle acquisizioni compiute a partire dal Rinascimento e dall’Illuminismo.

 

La ginestra
Il riconoscimento dell’arido vero non è condizione di felicità, ma il presupposto indispensabile per riconoscere la comune, dura condizione umana, da cui può originare una solidale “social catena”. Gli uomini, deposto il loro stupido orgoglio, come la ginestra dovrebbero affrontare con fermezza la realtà, unendosi nell’affrontare il “deserto” della vita. La ginestra è una metafora dell’uomo che ha raggiunto una profonda consapevolezza filosofica, e della poesia che leva con coraggio la sua voce nonostante la definitiva caduta di ogni illusione.

 

L’arido vero e la poesia. 
Leopardi è convinto della necessità di affrontare virilmente l’arido vero, facendone materia di poesia. Egli sul piano formale sostituisce al lessico vago e indefinito degli idilli un “linguaggio antimelodico e aggressivo, che morde ed esacerba la realtà” (Binni).

 

 

Leopardi, Dialogo di Tristano e di un Amico

Leopardi, Dialogo di Tristano e di un Amico

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e di un Amico

Questo dialogo fu composto nel 1832 come risposta e protesta nei confronti delle critiche aspre e malevoli all’edizione milanese (1827) delle Operette morali, critiche che fra l’altro attribuivano il radicale pessimismo dell’autore alla sua infermità fisica. Tristano/Leopardi di finge di aver mutato parere, di essersi convertito all’ottimismo ottocentesco. Questo accade all’inizio di ogni suo intervento in cui enuncia alcune tesi che mostrerebbero questa sua conversione. Salvo poi, subito dopo, ribaltarle e criticarle con sarcasmo, tanto che a un certo punto l’Amico percepisce la pungente ironia di Tristano.

Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico come al vostro solito.

Tristano. Sì, al mio solito.

Amico. Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi sembra una gran brutta cosa.

Tristano. Che cosa dovrei dire? Avevo fisso in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice.

Amico. Infelice sì forse. Eppure, alla fine…

Tristano. No no, anzi felicissima. Ora ho cambiato opinione. Ma quando scrissi questo libro avevo  quell’assurdità per la testa. E ne ero tanto convinto che tutt’altro mi sarei aspettato piuttosto che sentire qualcuno mettere in dubbio le osservazioni che facevo al proposito, sembrandomi che la coscienza di ogni lettore dovesse prontamente confermarle. Pensai che magari si potesse discutere sull’utilità o sul danno di tali osservazioni, non della loro verità. Pensai anzi che i miei lamenti, essendo i mali comuni a tutti gli uomini, sarebbero stati condivisi nel profondo da chiunque li ascoltasse. Invece vidi negare, non qualche passaggio particolare ma il libro nel suo insieme. Sentii affermare che la vita non è infelice e che se a me appariva tale doveva essere perché ero colpito da malattia o da una qualche altra mia disgrazia particolare. Dapprima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso e per più giorni pensai di trovarmi in un altro mondo poi, tornato in me stesso, mi risentii un po’. Poi risi. Mi dissi, infatti, che gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono vivere tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua. E così fanno, anche quando la metà del mondo sa che la verità è tutt’altra. Per chi vuole o deve vivere in un paese, è opportuno che lo creda uno dei migliori della terra abitabile e perciò lo crede tale. Gli uomini, generalmente, volendo vivere, devono credere che la vita sia bella e pregevole e tale la credono. Si adirano quindi contro chi la pensa diversamente. Infatti, il genere umano crede sempre non alla verità ma a ciò che è o che sembra più opportuno. Il genere umano, che ha creduto e crederà a tante scempiaggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. 

Nessun filosofo che insegnasse una di queste tre cose avrebbe fortuna o seguaci, specie tra il popolo. Infatti, oltre che tutte e tre sono poco adatte a chi vuole vivere, le prime due offendono la superbia degli uomini, la terza e anche le altre due richiedono coraggio e forza d’animo per essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d’animo ignobile e gretto, pronti sempre a sperar bene, perché sempre dediti a cambiare la propria opinione di ciò che è bene secondo le necessità della loro vita. Prontissimi ad arrendersi, come dice Petrarca, al loro destino, prontissimi e decisi a consolarsi di qualunque sventura. Ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che è loro negato o di ciò che hanno perduto, ad adattarsi a qualsiasi condizione, a qualsiasi sorte, anche la più iniqua e la più barbara. Quando poi siano privati d’ogni cosa desiderabile, sono capaci di vivere di credenze false, in modo così determinato e convinto che potrebbero sembrare le più vere o le più fondate del mondo. Personalmente, così come l’Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così io rido del genere umano innamorato della vita. Giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, e oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo zimbello della natura e del destino. Parlo sempre degli inganni non dell’immaginazione, ma dell’intelletto. Se questi miei sentimenti siano causati da malattia non so. So tuttavia che, malato o sano, disprezzo la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogni puerile inganno, e ho il coraggio di sostenere l’assenza di ogni speranza, di guardare con coraggio il deserto della vita, di non mascherare nessun aspetto dell’infelicità umana, e di accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa ma vera. Se essa non è utile ad altro, procura almeno agli uomini forti la nobile soddisfazione di vedere strappata ogni copertura all’occulta e misteriosa crudeltà del destino umano. Io dicevo queste cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d’invenzione mia, vedendola tanto rifiutata da tutti, come si respingono le cose nuove o mai sentite. Ma poi, riflettendo, ricordai che essa era tanto nuova quanto Salomone, quanto Omero e i poeti e filosofi più antichi che si conoscano. Tutti costoro descrivono immagini, raccontano storie, esprimono giudizi che denunciano l’estrema infelicità dell’uomo. Alcuni sostengono che l’uomo è il più infelice degli esseri viventi, alcuni dicono che sarebbe meglio non nascere o, se si è nati, morire nella culla. Altri affermano che muore giovane chi è caro agli Dei e altri ancora infinite altre cose di questo genere. Inoltre, mi ricordai che dall’antichità fino a ieri o all’altro ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un altro, avevano ripetuto o confermato queste teorie. 

Sicché di nuovo mi stupii e per molto tempo provai meraviglia, sdegno e riso. Finché, approfondendo l’argomento, riconobbi che l’infelicità dell’uomo era uno degli errori inguaribili dell’intelletto, e che dimostrare la falsità di quest’opinione e la felicità della vita, era una delle grandi scoperte del secolo decimo nono. Allora mi rasserenai, e confesso che avevo torto a credere quello che credevo.

Amico. E avete cambiato opinione?

Tristano. Sicuro. Volete voi che io mi opponga alle verità scoperte dal secolo decimo nono?

Amico. E credete a tutto quello cui crede il secolo?

Tristano. Certamente. Di che vi stupite?

Amico. Credete dunque alla possibilità infinita dell’uomo di perfezionarsi?

Tristano. Senza dubbio.

Amico. Credete quindi che la specie umana stia di giorno in giorno migliorando?

Tristano. Certo. È ben vero che talvolta penso che gli uomini dell’antichità fossero fisicamente forti ciascuno come quattro di noi. E il corpo è l’uomo perché, a parte tutto il resto, la generosità, il coraggio, le passioni, la capacità di agire, la capacità di godere e tutto ciò che fa nobile e viva la vita dipendono dal vigore del corpo, e non ci sono senza quello. Un individuo debole di corpo non è un uomo ma un bambino, anzi peggio. Infatti, il suo destino è di guardare gli altri che vivono e può tutt’al più chiacchierare, ma la vita non è per lui. Perciò nell’antichità la debolezza del corpo fu infamante, anche nei secoli più civili. Tra noi, invece, già da molto tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, considerato cosa troppo bassa e spregevole. Si pensa piuttosto allo spirito e volendo appunto coltivare lo spirito si rovina il corpo, senza accorgersi che rovinando questo, si rovina viceversa anche lo spirito. Ammesso che si possa rimediare a ciò nell’educazione, non lo si potrebbe senza cambiare radicalmente la moderna condizione della società. Non è possibile rimediare senza cambiare gli altri aspetti della vita privata e pubblica, che nell’antichità favorivano di per sé il miglioramento o la conservazione del corpo, mentre oggi concorrono a deteriorarlo. La conseguenza è che, paragonati agli antichi, noi siamo poco più che bambini e che gli antichi in confronto a noi furono veri uomini. Parlo così degli individui paragonati agli individui, come delle masse (per usare questa graziosissima parola moderna) paragonate alle masse. 

Inoltre gli antichi furono di gran lunga più virili di noi anche per quanto riguarda la morale e la filosofia. Tuttavia non mi lascio smuovere da tali piccole obiezioni e sono convinto che la specie umana sia in costante progresso.

Amico. Allora credete che il sapere, o come si dice, i lumi, crescano continuamente.

Tristano. Certamente. Anche se vedo che quanto cresce la volontà d’imparare, tanto diminuisce quella di studiare. E c’è da stupirsi che il numero degli studiosi, ma veri studiosi, che si potevano contare centocinquant’anni fa e anche un po’ dopo era di gran lunga maggiore di quello odierno. E non mi si dica poi che i dotti sono pochi perché in genere le conoscenze non sono più riservate ad alcuni individui, ma suddivise fra molti, e che la quantità di questi compensa la rarità di quelli. Le conoscenze non sono come le ricchezze, che si dividono e si concentrano dando la stessa somma. Quando tutti sanno poco si sa poco, perché la scienza va dietro alla scienza, e non si dissemina. L’istruzione superficiale non può essere davvero divisa fra molti, ma semmai comune a molti non dotti. Il resto del sapere non appartiene se non a chi sia dotto, e in gran parte a chi sia molto colto. Fatta eccezione per i casi accidentali, solo chi sia dottissimo, e fornito personalmente di un grande patrimonio di conoscenze, può far crescere e progredire veramente il sapere umano. Ora, eccetto forse in Germania, dove la cultura non è stata ancora estirpata, non vi sembra che l’emergere di uomini molto dotti divenga ogni giorno meno possibile? Faccio queste riflessioni tanto per parlare e per fare un po’ di filosofia, o forse per cavillare, non perché io non sia persuaso di ciò che dite. Anzi, anche se vedessi il mondo tutto pieno d’ignoranti impostori da un lato e d’ignoranti presuntuosi dall’altro, tuttavia crederei, come credo, che il sapere e i lumi crescano di continuo.

Amico. Di conseguenza, credete che questo secolo sia superiore a tutti i passati.

Tristano. Sicuro. Così hanno creduto di sé tutti i secoli, anche i più barbari, e così crede il mio secolo, e io con lui. Se poi mi chiedeste in che cosa esso sia superiore agli altri secoli, se nelle cose materiali o in quelle spirituali, mi rifarei alle cose dette prima.

Amico. Insomma, per dirla in due parole, voi pensate quello che pensano i giornali circa la natura e i destini degli uomini e delle cose (poiché ora non parliamo di letteratura né di politica)?

Tristano. Appunto. Credo e abbraccio la profonda filosofia dei giornali che, uccidendo ogni altra letteratura e ogni altro studio, in particolare quelli difficili e faticosi, sono guida e luce della nostra epoca. Non è forse vero?

Amico. Verissimo. Se quel che dite lo dite sul serio e non per burla, siete diventato dei nostri.

Tristano. Sì certamente, dei vostri.

Amico. Oh, che farete allora del vostro libro? Volete che giunga ai posteri con quelle opinioni così contrarie a quelle che ora avete maturato?

Tristano. Ai posteri? Io rido, perché voi scherzate, e se per caso non scherzaste, riderei ancor di più. Non dico per me, ma per quanto riguarda gli individui o le cose individuali del nostro secolo. Capite bene che non c’è da curarsi dei posteri, che ne sapranno tanto, quanto ne seppero gli antenati. Gl’individui sono spariti dinanzi alle masse, dicono elegantemente i pensatori moderni. Perciò è inutile che l’individuo si dia tanto da fare perché, quale che sia il suo merito, non gli resta più da sperare, né da sveglio né in sogno, neppure nella misera ricompensa della gloria. Lasci fare alle masse. Però vorrei che gli esperti di individui e di masse che oggi illuminano il mondo mi spiegassero che cosa le masse siano senza gli individui, giacché sono composte di individui. Ma a proposito del libro e dei posteri: i libri in particolare, che oggi sono scritti in un tempo minore di quel che serve per leggerli, vedete bene che, poiché costano per quello che valgono, così durano in proporzione a quello che costano. Sono convinto che il prossimo secolo tirerà una bellissima riga sopra l’immensa bibliografia del nostro secolo. Ovvero dirà: ci sono intere biblioteche piene di libri costati venti, trenta anni di fatiche, altri meno ma tutti moltissimo lavoro. Leggiamo prima questi, perché è probabile ricavare da loro un’utilità maggiore. Quando non ci sarà altro leggere, allora si leggeranno i libri improvvisati. Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono sono costretti a nascondersi per la vergogna, come quel tipo che camminava dritto in un paese di zoppi. E questi bravi ragazzi vogliono fare quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, facendolo però da ragazzi, a un tratto, senza alcun impegno che li prepari. Anzi, vogliono che il livello cui è giunta la civiltà e la natura del tempo presente e futuro, li liberino per sempre da ogni necessità di lavoro e impegno di lunga durata, per divenire capaci di fare le cose.

Pochi giorni or sono, un mio amico, pratico di amministrazione e di incombenze, mi diceva che anche la mediocrità è divenuta rarissima. Quasi tutti sono incompetenti e incapaci di svolgere quelle attività o quei compiti cui sono stati preposti, per bisogno, per caso o per scelta. In questo in sembra che stia la differenza tra il nostro e gli altri secoli. In tutti i secoli i grandi uomini sono stati rarissimi, ma mentre nei secoli precedenti è prevalsa la mediocrità, nel nostro secolo prevale la nullità. Oggi che tutti vogliono saper fare tutto, sono talmente forti il frastuono e la confusione che non si presta nessuna attenzione ai pochi grandi. Questi sicuramente ci sono, ma in mezzo all’immensa moltitudine dei concorrenti, non riescono a farsi strada. Così, dato che tutti gli incapaci si credono grandi, l’oscurità e la nullità divengono il destino comune sia degli inetti che dei veri grandi. Tuttavia, viva la statistica! Vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo! E viva sempre il diciottesimo secolo! Forse povero di cose, ma ricchissimo di parole, che come si sa è stato sempre un ottimo segno. Consoliamoci, perché per altri sessantasei anni, questo secolo sarà il solo a spiegare le sue ragioni.

Amico. Mi sembra di cogliere, nelle vostre parole, una certa ironia. Dovreste almeno ricordarvi che questo è un secolo di transizione.

Tristano. Quale conclusione ne possiamo ricavare? Tutti i secoli sono stati e saranno, più o meno, di transizione. La società umana non sta mai ferma, e non ci sarà mai un secolo nel quale essa possa conservarsi com’è. Perciò, questa bellissima parola non è un’attenuante per il nostro secolo, non più di quel che lo sia per tutti gli altri. Resta piuttosto da verificare se la nostra società, seguendo la via che oggi segue, possa portare dal bene al meglio o dal male al peggio. Forse volete dire che quella che viviamo è un’epoca di transizione per eccellenza, con il passaggio rapido verso una nuova civiltà molto diversa dalle precedenti. Se è così, mi viene da ridere di questo passaggio rapido, perché i cambiamenti è meglio che siano lenti. Se accadono in breve tempo, dopo poco si torna indietro, e li si deve rifare a poco a poco. Così è sempre successo. Infatti, la natura non procede a salti e forzando la natura non si ottengono risultati che durino. O meglio, quelle trasformazioni precipitose sono solo apparenti, non reali.

Amico. Vi prego, non fate di questi discorsi con troppe persone, perché vi procurerete molti nemici.

Tristano. Poco importa. Ormai né nemici né amici mi faranno gran male.

Amico. O più probabilmente sarete disprezzato, come uno che poco s’intende della moderna filosofia e che poco si cura del progresso della civiltà e dei lumi.

Tristano. Mi dispiace molto, ma che cosa dovrei fare? Se mi disprezzeranno, cercherò di farmene una ragione.

Amico. Ma alla fine, avete cambiato opinione o no? Che cosa si dovrà fare di questo libro?

Tristano. Bruciarlo è la soluzione migliore. Non volendolo bruciare, conservarlo come un libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, come testimonianza dell’infelicità dell’autore. Infatti, in confidenza, mio caro amico, io credo che voi e tutti gli altri siate felici. Quanto a me, però, con permesso vostro e del secolo, sono infelicissimo e mi credo tale, e neanche tutti i giornali dei due mondi potranno persuadermi del contrario.

Amico. Non so quali siano le ragioni di questa vostra infelicità. D’altra parte, se uno è felice o infelice, non può saperlo se non il diretto interessato.

Tristano. Certo. Inoltre vi dico sinceramente, che io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, né vengo a patti con lui, come fanno gli altri uomini. Oso desiderare la morte, e desiderarla più di ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità che così intensamente solo pochissimi credo che l’abbiano desiderata. Non vi parlerei in questo modo se non fossi ben certo che, giunta l’ora, i fatti non smentiranno le mie parole. Infatti, benché io ancora non veda segni certi della fine della mia vita, sento tuttavia dentro di me qualcosa che mi fa presagire con certezza che quel momento non sia lontano. Sono troppo maturo per la morte, mi sembra troppo assurdo e incredibile di dovere, così morto come sono spiritualmente e così esaurite in me tutte le illusioni della vita, vivere ancora quaranta o cinquant’anni, che la natura mi potrebbe riservare. Al solo pensiero rabbrividisco. Come però accade per i mali che sopraffanno la nostra immaginazione, così mi sembra che questo sia un incubo impossibile da verificarsi. Anzi, se qualcuno mi parla di un avvenire lontano come di qualcosa che mi riguardi, non posso trattenermi dal sorridere fra me e me, tanta è la mia sicurezza che la strada che mi resta da percorrere non sia lunga. Questo, posso dire, è il solo pensiero che mi sorregge. Libri e studi, che spesso mi stupisco di avere tanto amato, progetti di grandi imprese e speranze di gloria e d’immortalità sono cose delle quali è persino passato il tempo di sorridere.

Dei progetti e delle speranze di questo secolo non rido: desidero con tutto il cuore che abbiano il maggior successo possibile. Lodo, ammiro e onoro sinceramente le buone intenzioni, ma non invidio i posteri né coloro che vivranno ancora a lungo. In altri momenti ho invidiato gli sciocchi, gli stolti e i presuntuosi. Volentieri mi sarei cambiato con loro. Oggi non invidio più né stolti né saggi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solo con loro mi cambierei. Ogni mia immaginazione piacevole, ogni mio pensiero dell’avvenire, nelle mie riflessioni in solitudine, riguarda la morte e solo quella. Quando penso alla morte, il ricordo dei sogni della mia giovinezza e il pensiero di essere vissuto invano, non mi turbano più come un tempo. Quando giungerà la morte, morirò così tranquillo e contento come se mai avessi sperato e desiderato nient’altro al mondo. Questo è il solo favore che può riconciliarmi con il destino. Se mi proponessero da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro pulita da ogni macchia, dall’altro di morire oggi, e dovessi scegliere, io direi morire oggi, e non mi servirebbe tempo per decidere.

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Analisi del testo

Il Dialogo di Tristano e di un amico fu composto da Leopardi nel 1832 e pubblicato in posizione finale al posto del Timandro nella seconda edizione delle Operette Morali del 1834, in cui svolge la funzione di “prefazione a posteriori e apologia del libro”. Nella prima parte del dialogo troviamo la protesta e l’indignazione di Leopardi per la riduttiva e ingiusta limitazione della validità filosofica del suo pensiero, attribuito da alcuni alla sua malattia. Segue poi la sarcastica polemica contro i pretesi “lumi” del secolo decimonono. 

Tristano (Leopardi) finge di aver mutato parere, di essersi convertito all’ottimismo ottocentesco. Questo accade all’inizio di ogni suo intervento in cui enuncia alcune tesi che mostrerebbero questa sua conversione. Salvo poi, subito dopo, ribaltarle e criticarle con sarcasmo, tanto che a un certo punto l’Amico percepisce la pungente ironia di Tristano.

All’inizio del dialogo Tristano dichiara di aver cambiato la propria opinione pessimistica sulla vita. Inizialmente irritato per le critiche ricevute, dice di aver compreso che gli uomini sono come i mariti, che vogliono credere fedeli le proprie mogli, anche se tutti sanno che non lo sono. In altri termini gli uomini vogliono credere che la vita è bella e non si faranno mai convincere del contrario: non si faranno mai convincere di non saper nulla, di non esser nulla e di non aver nulla da sperare. Gli uomini sono codardi e deboli, ma lasciarsi ingannare è da sciocchi. Tristano rifiuta ogni ingannevole consolazione, guarda con coraggio il deserto della vita, con una filosofia che certo è dolorosa ma vera.

Tristano conferma la convinzione “che la specie umana stia di giorno in giorno migliorando”. Ma subito dopo sostiene che gli antichi erano più forti e generosi di noi, perché davano pari importanza al corpo e allo spirito, mentre la società contemporanea, che dice di privilegiare lo spirito e che disprezza il corpo, finisce per deprimere entrambi. Se il corpo è debole, infatti, anche lo spirito lo diventa.

Tristano conferma l’idea dell’Amico “che il sapere, o come si dice, i lumi, crescano continuamente”. Subito dopo però sostiene che nella società moderna scarseggiano gli uomini di grande cultura e si tende a un appiattimento che mortifica gli individui. Tutti vogliono fare tutto, senza adeguata preparazione e senza fatica. Molti sono così coloro che agiscono con approssimazione, improvvisazione, incompetenza. La cosiddetta diffusione della cultura- sostiene Leopardi – è andata a scapito della possibilità di far emergere le persone veramente grandi e capaci. I grandi uomini sono sempre stati pochi e la norma, in tutti i tempi, è stata la mediocrità. Ma nel secolo decimo nono è divenuta la nullità.

Nella parte conclusiva del Dialogo, Tristano/Leopardi dice di desiderare la morte sopra ogni cosa e che lo preoccupa il pensiero di poter vivere ancora a lungo, anche se questa gli sembra un’eventualità quasi impossibile. Il ricordo delle illusioni e dei sogni della giovinezza non lo rattrista più come un tempo. Lungi ormai da pretese di fama e di gloria, l’unica sorte che invidia è quella dei morti.

Il nome del protagonista, Tristano, il nome del protagonista rinvia all’etimologia latina dell’aggettivo tristis, “triste”, ed evoca sia la tragica vicenda dell’eroe di un romanzo cavalleresco medioevale sia il tono ironico del romanzo di Laurence Sterne La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo.

Testo originale: Dialogo di Tristano e di un Amico

Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito.

Tristano. Sì, al mio solito.

Amico. Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa.

Tristano. Che v’ho a dire? io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice.

Amico. Infelice sì forse. Ma pure alla fine.

Tristano. No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella pazzia in capo, come vi dico. E n’era tanto persuaso, che tutt’altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch’io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d’ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa dell’utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità: anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d’infermità, o d’altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno; anche quando la metà del mondo sa che il vero è tutt’altro. Chi vuole o dee vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare.

Nessun filosofo che insegnasse l’una di queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono coraggio e fortezza d’animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d’animo ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l’arme, come dice il Petrarca,(1) alla loro fortuna, prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque sorte più iniqua e più barbara, e quando sieno privati d’ogni cosa desiderabile, vivere di credenze false, così gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo. Io per me, come l’Europa meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl’inganni non dell’immaginazione, ma dell’intelletto. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano. Io diceva queste cose fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d’invenzione mia; vedendola così rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose nuove e non più sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai ch’ella era tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l’estrema infelicità umana; e chi di loro dice che l’uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore in giovanezza, ed altri altre cose infinite su questo andare.(2) E anche mi ricordai che da quei tempi insino a ieri o all’altr’ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le stesse dottrine.

Sicché tornai di nuovo a maravigliarmi: e così tra la maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo: finché studiando più profondamente questa materia, conobbi che l’infelicità dell’uomo era uno degli errori inveterati dell’intelletto, e che la falsità di questa opinione, e la felicità della vita, era una delle grandi scoperte del secolo decimonono. Allora m’acquetai, e confesso ch’io aveva il torto a credere quello ch’io credeva.

Amico. E avete cambiata opinione?

Tristano. Sicuro. Volete voi ch’io contrasti alle verità scoperte dal secolo decimonono?

Amico. E credete voi tutto quello che crede il secolo?

Tristano. Certamente. Oh che maraviglia?

Amico. Credete dunque alla perfettibilità indefinita dell’uomo?

Tristano. Senza dubbio.

Amico. Credete che in fatti la specie umana vada ogni giorno migliorando?

Tristano. Sì certo. È ben vero che alcune volte penso che gli antichi valevano, delle forze del corpo, ciascuno per quattro di noi. E il corpo è l’uomo; perché (lasciando tutto il resto) la magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita, dipende dal vigore del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perché la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita non è per lui. E però anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli più civili. Ma tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito; e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo; senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito. E dato che si potesse rimediare in ciò all’educazione, non si potrebbe mai senza mutare radicalmente lo stato moderno della società, trovare rimedio che valesse in ordine alle altre parti della vita privata e pubblica, che tutte, di proprietà loro, cospirarono anticamente a perfezionare o a conservare il corpo, e oggi cospirano a depravarlo. L’effetto è che a paragone degli antichi noi siamo poco più che bambini, e che gli antichi a confronto nostro si può dire più che mai che furono uomini. Parlo così degl’individui paragonati agl’individui, come delle masse (per usare questa leggiadrissima parola moderna) paragonate alle masse.

Ed aggiungo che gli antichi furono incomparabilmente più virili di noi anche ne’ sistemi di morale e di metafisica. A ogni modo io non mi lascio muovere da tali piccole obbiezioni, credo costantemente che la specie umana vada sempre acquistando.

Amico. Credete ancora, già s’intende, che il sapere, o, come si dice, i lumi, crescano continuamente.

Tristano. Certissimo. Sebbene vedo che quanto cresce la volontà d’imparare, tanto scema quella di studiare. Ed è cosa che fa maraviglia a contare il numero dei dotti, ma veri dotti, che vivevano contemporaneamente cencinquant’anni addietro, e anche più tardi, e vedere quanto fosse smisuratamente maggiore di quello dell’età presente. Né mi dicano che i dotti sono pochi perché in generale le cognizioni non sono più accumulate in alcuni individui, ma divise fra molti; e che la copia di questi compensa la rarità di quelli. Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove tutti sanno poco, e’ si sa poco; perché la scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia. L’istruzione superficiale può essere, non propriamente divisa fra molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del sapere non appartiene se non a chi sia dotto, e gran parte di quello a chi sia dottissimo. E, levati i casi fortuiti, solo chi sia dottissimo, e fornito esso individualmente di un immenso capitale di cognizioni, è atto ad accrescere solidamente e condurre innanzi il sapere umano. Ora, eccetto forse in Germania, donde la dottrina non è stata ancora potuta snidare, non vi par egli che il veder sorgere di questi uomini dottissimi divenga ogni giorno meno possibile? Io fo queste riflessioni così per discorrere, e per filosofare un poco, o forse sofisticare; non ch’io non sia persuaso di ciò che voi dite. Anzi quando anche vedessi il mondo tutto pieno d’ignoranti impostori da un lato, e d’ignoranti presuntuosi dall’altro, nondimeno crederei, come credo, che il sapere e i lumi crescano di continuo.

Amico. In conseguenza, credete che questo secolo sia superiore a tutti i passati.

Tristano. Sicuro. Così hanno creduto di se tutti i secoli, anche i più barbari; e così crede il mio secolo, ed io con lui. Se poi mi dimandaste in che sia egli superiore agli altri secoli, se in ciò che appartiene al corpo o in ciò che appartiene allo spirito, mi rimetterei alle cose dette dianzi.

Amico. In somma, per ridurre il tutto in due parole, pensate voi circa la natura e i destini degli uomini e delle cose (poiché ora non parliamo di letteratura né di politica) quello che ne pensano i giornali?

Tristano. Appunto. Credo ed abbraccio la profonda filosofia de’ giornali, i quali uccidendo ogni altra letteratura e ogni altro studio, massimamente grave e spiacevole, sono maestri e luce dell’età presente. Non è vero?

Amico. Verissimo. Se cotesto che dite, è detto da vero e non da burla, voi siete diventato de’ nostri.

Tristano. Sì certamente, de’ vostri.

Amico. Oh dunque, che farete del vostro libro? Volete che vada ai posteri con quei sentimenti così contrari alle opinioni che ora avete?

Tristano. Ai posteri? Io rido, perché voi scherzate; e se fosse possibile che non ischerzaste, più riderei. Non dirò a riguardo mio, ma a riguardo d’individui o di cose individuali del secolo decimonono, intendete bene che non v’è timore di posteri, i quali ne sapranno tanto, quanto ne seppero gli antenati. Gl’individui sono spariti dinanzi alle masse, dicono elegantemente i pensatori moderni. Il che vuol dire ch’è inutile che l’individuo si prenda nessun incomodo, poiché, per qualunque suo merito, né anche quel misero premio della gloria gli resta più da sperare né in vigilia né in sogno. Lasci fare alle masse; le quali che cosa sieno per fare senza individui, essendo composte d’individui, desidero e spero che me lo spieghino gl’intendenti d’individui e di masse, che oggi illuminano il mondo. Ma per tornare al proposito del libro e de’ posteri, i libri specialmente, che ora per lo più si scrivono in minor tempo che non ne bisogna a leggerli, vedete bene che, siccome costano quel che vagliono, così durano a proporzione di quel che costano. Io per me credo che il secolo venturo farà un bellissimo frego sopra l’immensa bibliografia del secolo decimonono; ovvero dirà: io ho biblioteche intere di libri che sono costati quali venti, quali trenta anni di fatiche, e quali meno, ma tutti grandissimo lavoro. Leggiamo questi prima, perché la verisimiglianza è che da loro si cavi maggior costrutto; e quando di questa sorta non avrò più che leggere, allora metterò mano ai libri improvvisati. Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto, senza altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al quale è pervenuta la civiltà, e che l’indole del tempo presente e futuro, assolvano essi e loro successori in perpetuo da ogni necessità di sudori e fatiche lunghe per divenire atti alle cose.

Mi diceva, pochi giorni sono, un mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che anche la mediocrità è divenuta rarissima: quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessità o fortuna o elezione gli ha destinati. In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch’è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell’immensa moltitudine de’ concorrenti, non è più possibile di aprirsi una via. E così, mentre tutti gl’infimi si credono illustri, l’oscurità e la nullità dell’esito diviene il fato comune e degl’infimi e de’ sommi. Ma viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo! e viva sempre il secolo decimonono! forse povero di cose, ma ricchissimo e larghissimo di parole: che sempre fu segno ottimo, come sapete. E consoliamoci, che per altri sessantasei anni, questo secolo sarà il solo che parli, e dica le sue ragioni.

Amico. Voi parlate, a quanto pare, un poco ironico. Ma dovreste almeno all’ultimo ricordarvi che questo è un secolo di transizione.

Tristano. Oh che conchiudete voi da cotesto? Tutti i secoli, più o meno, sono stati e saranno di transizione, perché la società umana non istà mai ferma, né mai verrà secolo nel quale ella abbia stato che sia per durare. Sicché cotesta bellissima parola o non iscusa punto il secolo decimonono, o tale scusa gli è comune con tutti i secoli. Resta a cercare, andando la società per la via che oggi si tiene, a che si debba riuscire, cioè se la transizione che ora si fa, sia dal bene al meglio o dal male al peggio. Forse volete dirmi che la presente è transizione per eccellenza, cioè un passaggio rapido da uno stato della civiltà ad un altro diversissimo dal precedente. In tal caso chiedo licenza di ridere di cotesto passaggio rapido, e rispondo che tutte le transizioni conviene che sieno fatte adagio; perché se si fanno a un tratto, di là a brevissimo tempo si torna indietro, per poi rifarle a grado a grado. Così è accaduto sempre. La ragione è, che la natura non va a salti, e che forzando la natura, non si fanno effetti che durino. Ovvero, per dir meglio, quelle tali transizioni precipitose sono transizioni apparenti, ma non reali.

Amico. Vi prego, non fate di cotesti discorsi con troppe persone, perché vi acquisterete molti nemici.

Tristano. Poco importa. Oramai né nimici né amici mi faranno gran male.

Amico. O più probabilmente sarete disprezzato, come poco intendente della filosofia moderna, e poco curante del progresso della civiltà e dei lumi.

Tristano. Mi dispiace molto, ma che s’ha a fare? se mi disprezzeranno, cercherò di consolarmene.

Amico. Ma in fine avete voi mutato opinioni o no? e che s’ha egli a fare di questo libro?

Tristano. Bruciarlo è il meglio. Non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità dell’autore: perché in confidenza, mio caro amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io quanto a me, con licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tale mi credo; e tutti i giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il contrario.

Amico. Io non conosco le cagioni di cotesta infelicità che dite. Ma se uno sia felice o infelice individualmente, nessuno è giudice se non la persona stessa, e il giudizio di questa non può fallare.

Tristano. Verissimo. E di più vi dico francamente, ch’io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi. Né vi parlerei così se non fossi ben certo che, giunta l’ora, il fatto non ismentirà le mie parole; perché quantunque io non vegga ancora alcun esito alla mia vita, pure ho un sentimento dentro, che quasi mi fa sicuro che l’ora ch’io dico non sia lontana. Troppo sono maturo alla morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di dovere, così morto come sono spiritualmente, così conchiusa in me da ogni parte la favola della vita, durare ancora quaranta o cinquant’anni, quanti mi sono minacciati dalla natura. Al solo pensiero di questa cosa io rabbrividisco. Ma come ci avviene di tutti quei mali che vincono, per così dire, la forza immaginativa, così questo mi pare un sogno e un’illusione, impossibile a verificarsi. Anzi se qualcuno mi parla di un avvenire lontano come di cosa che mi appartenga, non posso tenermi dal sorridere fra me stesso: tanta confidenza ho che la via che mi resta a compiere non sia lunga. E questo, posso dire, è il solo pensiero che mi sostiene. Libri e studi, che spesso mi maraviglio d’aver tanto amato, disegni di cose grandi, e speranze di gloria e d’immortalità, sono cose delle quali è anche passato il tempo di ridere.

Dei disegni e delle speranze di questo secolo non rido: desidero loro con tutta l’anima ogni miglior successo possibile, e lodo, ammiro ed onoro altamente e sincerissimamente il buon volere: ma non invidio però i posteri né quelli che hanno ancora a vivere lungamente. In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade, nella mia solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di là non sa uscire. Né in questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima età, e il pensiero d’esser vissuto invano, mi turbano più, come solevano. Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null’altro avessi sperato né desiderato al mondo. Questo è il solo benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall’altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi.

Leopardi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

Leopardi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere

Composto a Firenze nel 1832 e pubblicato nell’edizione delle Operette morali del 1834, il dialogo presenta, con tono apparentemente ironico e leggero, la disillusa visione della vita di Leopardi.

 

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi, lunari nuovi! Servono almanacchi signore?

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Sì signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore. Sicuramente illustrissimo, felicissimo!

Passeggere. Come l’anno passato?

Venditore. Molto, molto più felice!

Passeggere. Come due anni fa?

Venditore. Di più, di più molto di più illustrissimo!

Passeggere. Ma allora, come quale altro? Non vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi ultimi anni?

Venditore. Signor no, proprio non mi piacerebbe.

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da quando vendete almanacchi?

Venditore. Saranno vent’anni illustrissimo.

Passeggere. A quale di questi vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? Veramente, non saprei…

Passeggere. Non ricordate nessun anno in particolare, che vi sia parso felice?

Venditore. No, sinceramente non ricordo, illustrissimo.

Passeggere. Eppure, la vita è bella. Non è vero?

Venditore. Ma certo, questo risaputo.

Passeggere. Non vorreste rivivere questi vent’anni, e magari anche quelli prima, fin da quando nasceste?

Venditore. Eh, caro signore, magari si potesse.

Passeggere. Rivivere la vostra vita, così com’è stata, con i piaceri e dispiaceri?

Venditore. Questo proprio no!

Passeggere. Oh, ma allora, che altra vita vorreste rifare? La vita che ho fatto io? O quella di un principe? O di chi altro? Non credete che ciascuno risponderebbe come voi, che dovendo rifare la stessa, identica vita non vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Penso proprio di sì.

Passeggere. E anche voi non tornereste indietro, a questa condizione, non essendovi altra possibilità?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei!

Passeggere. Ma allora che vita vorreste?

Venditore. Una vita così, come dio me la mandasse, senza tante condizioni.

Passeggere. Una vita a caso, senza saperne nulla, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Proprio così.

Passeggere. E così vorrei anch’io, se dovessi rinascere, e così vorrebbero tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a quest’anno, ha trattato tutti male. E che ciascuno è convinto che sia stato più il male che il bene che gli è toccato. Nessuno, infatti, vorrebbe rinascere per rivivere la stessa vita, con tutto il suo bene e con tutto il suo male. Quella vita che è una cosa bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce, non è la vita passata ma la vita futura. Con l’anno nuovo il caso comincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e avrà inizio la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

Passeggere. Dunque, mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore. Ecco, illustrissimo. Questo vale trenta soldi.

Passeggere. Ecco trenta soldi.

Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi, lunari nuovi!!

Analisi del testo

Il venditore riflette l’opinione corrente dell’uomo comune, convinto che l’anno nuovo sarà più felice di quello precedente. Il passeggere, che raffigura lo stesso Leopardi, mette in crisi questo suo ottimismo. Il venditore non sa dire quale degli anni precedenti egli vorrebbe rivivere. Anzi, nessuno di essi. Entrambi riconoscono, allora, che gli anni trascorsi non sono stati felici e che nessuno vorrebbe rivivere la vita già vissuta.

Meglio sarebbe, invece, tornare indietro per vivere una vita nuova e sconosciuta. Il venditore è apparentemente convinto che la vita sia bella, mentre il passeggere è consapevole che l’unica vita bella non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Tuttavia egli comprende e perdona le illusioni degli uomini, non vuole privare il venditore delle sue speranze e alla fine acquista l’almanacco più bello.

L’idea centrale del dialogo la ritroviamo in questo passo dello Zibaldone:

«[…] nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiamo provato più male che bene; e se noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione o ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti

(Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, pp. 42-83, 229-30)

Testo originale_ Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? 

Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?

Venditore. Si signore.

Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo? 

Venditore. Oh illustrissimo sì, certo.

Passeggere. Come quest’anno passato?

Venditore. Più più assai.

Passeggere. Come quello di là?

Venditore. Più più, illustrissimo.

Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Venditore. Signor no, non mi piacerebbe. 

Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?

Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.

Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Venditore. Io? non saprei.

Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Venditore. No in verità, illustrissimo.

Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Venditore. Cotesto si sa.

Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? 

Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Venditore. Cotesto non vorrei.

Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Venditore. Lo credo cotesto.

Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Venditore. Signor no davvero, non tornerei.

Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?

Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Venditore. Appunto.

Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Venditore. Speriamo.

Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Passeggere. Ecco trenta soldi.

Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. 

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Leopardi, A Silvia

Leopardi, A Silvia

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

giacomo-leopardi

La poesia “A Silvia” è una canzone libera (“a selva”) con versi endecasillabi e settenari che si alternano e rime irregolari. Si struttura in sei strofe il cui contenuto in sintesi è il seguente:

  • Prima e seconda strofa: descrizione di Silvia, delle sue azioni e dei suoi pensieri.
  • Terza strofa: descrizione delle azioni, dei pensieri, dei sentimenti del poeta.
  • Quarta strofa: ricordo delle comuni speranze e riflessione sull’atroce delusione di cui la Natura è responsabile.
  • Quinta strofa: la morte di Silvia e le sua adolescenza troncata.
  • Sesta strofa: la fine delle speranza del poeta e la prospettiva della morte.

 

Silvia, rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete

Stanze, e le vie dintorno,

Al tuo perpetuo canto,

Allor che all’opre femminili intenta

Sedevi, assai contenta

Di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.

 

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D’in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti,

E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Quel ch’io sentiva in seno.

 

Che pensieri soavi,

Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

La vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

Perché non rendi poi

Quel che prometti allor? perché di tanto

Inganni i figli tuoi?

 

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,

Da chiuso morbo combattuta e vinta,

Perivi, o tenerella. E non vedevi

Il fior degli anni tuoi[1];

Non ti molceva il core

La dolce lode or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Né teco le compagne ai dì festivi

Ragionavan d’amore.

 

Anche peria fra poco

La speranza mia dolce: agli anni miei

Anche negaro i fati

La giovanezza. Ahi come,

Come passata sei,

Cara compagna dell’età mia nova,

Mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo? questi

I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi

Onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte dell’umane genti?

All’apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano.

 

Analisi del testo

Parafrasi:

Silvia, ricordi ancora quel momento della tua vita terrena, quando la bellezza risplendeva nei tuoi occhi sorridenti e timidi, e tu, lieta e pensierosa, stavi per oltrepassare la soglia della giovinezza? Risuonavano le quiete  stanze e le vie circostanti al tuo continuo canto, quando dedita ai lavori femminili sedevi, assai felice per quel futuro indefinito e lieto che immaginavi. Era maggio, profumato da tanti fiori: tu eri solita trascorrere il giorno in questo modo. Io, abbandonando talvolta gli studi amati e gli scritti frutto di fatica, su cui si consumava la mia adolescenza e la miglior parte di me, dai balconi del palazzo paterno ascoltavo il suono della tua voce e il rumore prodotto dalla tua mano che tesseva. Contemplavo il cielo sereno, le vie illuminate dal sole e gli orti, e da una parte il mare da lontano, dall’altra le montagne. Lingua umana non può descrivere cosa provassi nel cuore. Quali pensieri dolci, quali speranze, quali sentimenti, o Silvia mia!Come allora ci appariva la vita umana e il futuro! Quando ripenso a tanta speranza, mi sento opprimere da una pena crudele ed inconsolabile, e torno a sentire il dolore della mia sventura. O Natura, o natura, perché non mantieni le promesse che fai ai giovani, in età adulta? Perché inganni a tal punto i tuoi figli? Tu, prima che l’inverno facesse inaridire la vegetazione, morivi in tenera età, combattuta e stroncata da una malattia incurabile. E non potevi vivere gli anni migliori della vita; non ti addolcivano il cuore la dolce lode dei tuoi neri capelli, o gli sguardi innamorati e timidi; né con te parlavano d’amore le coetanee nei giorni di festa. Di lì a poco perivano anche le mie dolci speranze: il destino vietò alla mia esistenza la giovinezza. Ahi come sei fuggita velocemente cara compagna della mia giovinezza, mia rimpianta speranza! Questo è il mondo, questi i piaceri, l’amore, i progetti, gli avvenimenti di cui tanto ragionammo insieme? Questo è il destino degli uomini? All’apparire della cruda realtà tu, misera, cadesti: e con la mano indicavi da lontano la fredda morte ed una tomba spoglia.

Dopo anni di quasi silenzio poetico, di uno stato d’animo poco incline alla poesia, in occasione di un <<grato>> soggiorno pisano (1827-28) il Leopardi sente rinascere in sé il bisogno di quella forma espressiva, che trova una prima realizzazione nel Risorgimento (aprile 1828) in cui egli appunto descrive il risorgere dei propri affetti, la rinnovata capacità di illudersi e concepire sentimenti poetici. A Silvia (19-20 aprile 1828), di pochi giorni successiva, è il primo risultato veramente compiuto di questa nuova stagione della poesia leopardiana.

Dopo pochi versi introduttivi che annunciano l’intento evocativo, la rimembranza, due strofe rappresentano l’età delle speranze di Silvia e del poeta da giovani. La strofa centrale interrompe la rievocazione, per riassumerne e spiegarne il significato. Seguono altre due strofe che tornano a rappresentare Silvia e il poeta, ma nella fase di morte delle speranze: negli ultimi versi la figura di Silvia diviene allegoria, in un quadro costruito ormai su emblemi e astrazioni (la speranza che si allontana all’apparir del vero, la mano che mostra la nuda tomba). Si evidenzia chiaramente una tesi ben presente nelle Operette morali: è proprio della natura umana sperare nella felicità, ma è inevitabile che tale speranza sia disattesa poiché la natura non è finalizzata a soddisfare le aspettative degli individui.

La misura delle strofe è libera, libero l’alternarsi dei settenari e degli endecasillabi, libere le rime ora rare ora più insistenti; ciascuna strofa si chiude con un settenario che rima con uno dei versi precedenti. Le rime sono meno frequenti nella prima evocazione di Silvia, mentre divengono più fitte ed evidenti quando si accentua il tono polemico e disperato del poeta. A livello lessicale assumono rilievo parole “tipicamente poetiche” per la loro indefinitezza di espressione, come rimembri, vago, lontano, o per la loro pregnanza letteraria, come limitare, opre, leggiadri, veroni, ostello.

 

Analisi del testo

  1. Individua gli elementi che descrivono Silvia e il poeta relativamente a: Aspetto fisico – età /Azioni – comportamento / Pensieri – stati d’animo
  2. In che modo sono descritti Silvia e il poeta? Quali elementi li accomunano?
  3. Silvia è simbolo della giovinezza e della speranza per il poeta: in quali punti del testo viene descritto il destino di Silvia? Dove emerge il collegamento con il destino del poeta?
  4. La poesia contrappone i sogni e le illusioni di Silvia e del poeta alla dura realtà. Individua le espressioni che richiamano questa contrapposizione.
  5. Nel testo è presente anche una contrapposizione tra la stagione delle speranze e quella della loro tragica fine: indica quali sono e qual è la motivazione di questa antitesi.
  6. La poesia si fonda poi sulla contrapposizione tra passato e presente. Quali sono le espressioni che fanno riferimento al ricordo del passato e qual è il tempo verbale usato in prevalenza per rievocarlo?
  7. In quale punto della poesia Leopardi si rivolge alla Natura e quale accusa le rivolge?
  8. Il “tu” del verso 61 è ambiguo: può essere riferito alla Speranza e alla sua fine ma potrebbe anche riferirsi a Silvia e alla sua morte. Qual è la tua interpretazione e quali sono, a tuo parere, le ragioni di tale ambiguità?
  9. Nel testo sono presenti metafora, personificazione, metonimia e anafora. Prova ad individuarle e spiegane almeno una di ciascuna tipologia.
  10. Sul piano fonico gli elementi più rilevanti sono costituiti dal gruppo fonetico /vi/ (presente anche in Silvia, di cui salivi è anagramma) e dal fonema /a/ (spesso seguita o preceduta dalla /n/ o dalla /r/ che ne dilatano il suono). Individua nel testo queste caratteristiche e cerca di spiegarne la funzione.

Produzione

11.Quale ti sembra essere il messaggio contenuto nella poesia? Quale la tesi espressa, in particolare nei versi “O Natura o Natura…”?

12.Ricostruisci la struttura argomentativa della poesia (tesi – esemplificazione della tesi – conclusione), mettendo in evidenza il parallelismo tra il destino di Silvia e quello del poeta.


[1] Il fior degli anni tuoi: la giovinezza.

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Leopardi, A se stesso

Leopardi, A se stesso

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di Giorgio Baruzzi

Leopardi, A se stesso 

Per Leopardi l’amore è la più potente delle illusioni, l’ultima a morire nella sua poesia. Esso è concepito come passione totale che coinvolge l’individuo nella sua interezza. Questo canto, che fa parte del ciclo di Aspasia, fu composto dopo il crollo dell’ultima illusione del poeta: l’amore per Fanny Targioni Tozzetti. L’essenza della vita non è altro che “vanità” cioè inconsistenza e caducità (amaro e noia/la vita, altro mai nulla). Caduta ogni speranza il passato si contrappone al presente come momento dell’inganno estremo, il solo che poteva dare un senso, addolcire l’amarezza della vita.

 

Or poserai per sempre[1],

stanco mio cor[2]. Perì l’inganno estremo,

ch’eterno io mi credei[3]. Perì. Ben sento,

In noi di cari inganni,

Non che la speme, il desiderio è spento[4].

Posa per sempre. Assai

Palpitasti[5]. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, né di sospiri è degna

la terra[6]. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo[7].

T’acqueta omai. Dispera

L’ultima volta[8]. Al gener nostro il fato

Non donò che il morire[9]. Omai disprezza

Te, la natura, il brutto

Poter che, ascoso, a comun danno impera[10],

E l’infinita vanità del tutto[11].

Parafrasi: 

Ora riposerai per sempre stanco mio cuore. È morta l’ultima illusione, che io ritenni eterna. È finita. Ne sono certo, in noi è cessata non solo la speranza ma il desiderio stesso di sperare.  Riposa per sempre. Molto hai sofferto. Nessuna cosa merita il tuo agitarti, e la terra non è degna di affanni. La vita è solo dolore e noia, nient’altro mai; e il mondo è fango. Acquietati infine. Disperati per l’ultima volta. Al genere umano il destino non ha donato che il morire. Ormai non dar peso a te stesso, alla natura, il malvagio potere che, nascosto, domina a danno di tutti, e l’infinità vanità di ogni cosa.

Analisi del testo.

Il crollo di ogni illusione è il tema dominante della lirica. Essa segna il distacco dalla fase giovanile dell’illusione, recuperata attraverso la memoria negli idilli del ’28-’30. La negazione di qualsiasi illusione porta il poeta ad affermare coraggiosamente un’amara verità: l’essenza della vita non è altro che “vanità” cioè inconsistenza e caducità (amaro e noia/la vita, altro mai nulla). Caduta ogni speranza il passato si contrappone al presente come momento dell’inganno estremo, il solo che poteva dare un senso e addolcire l’amarezza della vita. Nel presente doloroso si intravede solo un futuro in cui l’assenza dei moti del cuore (or poserai per sempre/stanco mio cor) lascia intuire la pace eterna della morte.

Con lucida razionalità Leopardi prende coscienza della propria condizione di infelicità, che corrisponde alla condizione di tutti gli uomini. Lo stile sintetico e incisivo riflette questo nuovo atteggiamento del poeta. I periodi sono brevi (dodici in sedici versi), prevale la paratassi, il tono è epigrafico e sentenzioso. L’uso del passato remoto (perì, palpitasti) sottolinea l’impossibilità di ogni speranza e di ogni illusione. L’andamento del discorso poetico è spezzato da continui enjambements che, con le pause interne segnate da punti fermi, disegnano una diversa disposizione ritmica rispetto ai versi. Ben nove delle undici pause sono poste all’interno del verso (vv. 2, 3, 6, 7, 11, 12, 13).

Il frantumarsi del discorso e il rapido succedersi di brevi frasi fanno da freno all’effusione lirica e all’abbandono alla memoria. I nessi aggettivo-sostantivo (cari inganni…) e avverbio-verbo (assai palpitasti..) sono isolati e posti in rilievo. Rispetto alle forme letterarie del tempo, Leopardi si stacca dalla tradizione, liberandosi dalle convenzioni delle strofe e delle rime e giunge all’essenzialità dell’espressione capace di creare un ritmo che diventa esso stesso espressione del sentimento. Il lessico è spoglio, ridotto all’essenziale, ci sono pochi aggettivi, prevalgono verbi e sostantivi. Le parole scelte da Leopardi per esprimere sofferenza e disillusione non sono più quelle, vaghe e indefinite, della sua poesia precedente. Sono invece scarne, precise, ricche di espressività: terra, mondo, natura, noia, vita, fato, vanità.

Pochi sono gli aggettivi che tratteggiano lo stato d’animo del poeta: stanco cor, cari inganni, spento desiderio. Molti, invece, sono i verbi che descrivono i suoi sentimenti: poserai, perì, sento, posa, palpitasti, t’acqueta, dispera, disprezza. L’assonanza che collega il Dispera del v. 11 col disprezza del v. 13, rinforza il legame di significato, negativo per entrambi i termini, accomunati dall’ eguale prefisso. Molti termini, inoltre, si ripetono in forme diverse: poserai/posa, (vv. 1 e 6), Peri (vv. 2 e 3), inganno/inganni (vv. 2 e 4), omai (vv. 11 e 13).

Esercizi di analisi del testo

  1. Tema centrale è quello della caduta dell’ultima illusione, quella dell’amore. Con quale espressione Leopardi esprime questo concetto?
  2. La negazione di qualsiasi illusione porta il poeta ad affermare coraggiosamente un’amara verità sull’essenza della vita: quale?
  3. In contrasto con il passato, momento dell’illusione, quale atteggiamento assume il poeta?
  4. L’andamento del discorso poetico è spezzato da continui enjambements e da pause interne segnate da punti fermi: quale effetto producono?
  5. Dopo aver individuato il numero di periodi in relazione ai versi, indica quali sono le caratteristiche sintattiche della poesia.
  6. Che tipo di lessico caratterizza il testo?
  7. Il poeta si rivolge “a se stesso”. Anche a te sarà capitato di guardare dentro il tuo animo, di scavare nei tuoi pensieri più profondi, di riflettere. Prova a descrivere, in poesia o in prosa, i pensieri, i sentimenti, le emozioni da te provati.

 

 


[1] Or poserai per sempre: ormai riposerai per sempre. Il poeta esprime la ferma volontà di non cedere mai più alle illusioni.

[2] stanco mio cor: l’animo del poeta è prostrato per il susseguirsi delle disillusioni.

[3] Perì l’inganno estremo/ch’eterno io mi credei: fu distrutto l’ultimo inganno del cuore, l’illusione d’amore che io pensai fosse eterno.

[4] ben sento … spento: Le dolci illusioni del poeta sono crollate ed egli non ha più desiderio di provarle.

[5] Posa per sempre. Assai / palpitasti: è ripetuta in tono più pacato l’esortazione del primo verso a riposare. Troppo il cuore del poeta ha sofferto e si è agitato.

[6] Non val… terra: nessuna cosa merita i tuoi palpiti e il mondo non merita i tuoi sospiri, le tue sofferenze.

[7] Amaro e noia… mondo: la vita umana è costituita dall’alternarsi di dolore (amaro) e di noia; il mondo è fango.

[8] T’acqueta omai. Dispera l’ultima volta: Calmati oramai. Cessa di disperarti, abbandonando per l’ultima volta, definitivamente, le illusioni.

[9] Al gener nostro … morire: la morte è l’unico dono concesso dal fato al genere umano.

[10] disprezza… impera: disprezza te stesso e la natura, il malvagio potere che nascostamente domina a danno degli uomini. Il disprezzo verso se stesso è rivolto alle palpitazioni e illusioni del proprio cuore.

[11] e l’infinita vanità del tutto: l’espressione richiama il vanitas vanitatum et omnia vanitas (“vanità delle vanità e tutto è vanità”) dell’Ecclesiaste.

 

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