Crea sito
José Saramago, Cecità

José Saramago, Cecità

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

José Saramago, Cecità

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono» (La moglie del medico).

 

>>> José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.
 
In un’indefinita città, un uomo fermo al semaforo in attesa del verde, all’improvviso diventa cieco. Si tratta di una cecità anomala, poiché curiosamente i suoi occhi sono accecati non dal nero ma da un bianco luminoso, simile al latte. Un uomo si presta ad accompagnarlo a casa ma poi, dopo averlo lasciato nella sua abitazione, lo deruba dell’auto. Il cieco racconta l’accaduto a sua moglie e i due si recano da un oculista, dove trovano un “vecchio con una benda nera” su un occhio, un “ragazzino strabico”, accompagnato da una donna e una “ragazza dagli occhiali scuri”. Il medico, dopo aver esaminato l’uomo (che in seguito sarà chiamato “il primo cieco”), non sa trovare alcuna spiegazione per quell’improvvisa cecità.
Ben presto la cecità comincia a diffondersi: il “ladro di automobili”, “il medico” e la “moglie del primo cieco” sono tutti colpiti dalla strana malattia. La “moglie del medico” è l’unica a non essere contagiata. L’epidemia, definita “mal bianco”, si diffonde in tutta la città e il governo decide, in attesa di trovare una terapia, di rinchiudere i ciechi in vari edifici, per evitare il contagio. Il medico e sua moglie, l’unica dotata della vista, ma fintasi cieca per non separarsi dal marito, vengono internati in un ex manicomio dove incontrano il primo cieco e sua moglie, la ragazza dagli occhiali scuri, il ladro di automobili, il vecchio con una benda nera e il ragazzino strabico, tutti colpiti dalla malattia contratta nello studio oculistico.
Ogni giorno i soldati messi a sorvegliare che nessuno fugga dalla quarantena, forniscono il cibo agli internati. Inizialmente la distribuzione degli alimenti avviene in modo abbastanza regolare, ma ben presto i rifornimenti scarseggiano e i ciechi si ritrovano abbandonati a se stessi, anche perché la cecità si diffonde tra i soldati e i politici, fino a colpire tutto il paese.
All’interno dell’ex manicomio, inoltre, un gruppo di ciechi (i “ciechi malvagi”) si impossessa di tutte le razioni di cibo provenienti dall’esterno. I ciechi malvagi tengono gli altri internati in uno stato di fame perenne, accentrando nella loro camerata tutto il cibo, lasciando deperire quello in eccesso. Essi poi lo concedono in parte agli altri ciechi ricattandoli, facendosi consegnare tutti gli oggetti di valore. Non esitano neppure a pretendere rapporti sessuali con le donne, pena il blocco di qualsiasi rifornimento di generi alimentari. Vani sono le proteste e i tentativi di ribellione, perché il leader del gruppo è in possesso di una pistola, di cui fa uso più volte.
Così, le donne delle diverse camerate sono costrette a subire ripetutamente inaudite violenze, finché durante uno di questi stupri collettivi la moglie del medico (l’unica ancora dotata della vista) uccide il capo dei ciechi malvagi sgozzandolo con un paio di forbici.
Ma eliminato il capo ne subentra un altro, che si impossessa della pistola. Così, nel tentativo di rendere inoffensivi i “ciechi malvagi”, un’altra donna dà fuoco ai materassi che ostruiscono l’accesso alla loro camerata. Il fuoco però si diffonde e finisce per avvolgere tutto l’edificio. Molti ciechi muoiono, ma una parte di loro (tra cui il gruppo della moglie del medico), riesce a uscire all’aria aperta, poiché non ci sono più soldati a sorvegliare l’uscita dall’ex manicomio.
All’esterno la moglie del medico vede quanto drammatica sia la situazione della città, in totale abbandono, con morti per le strade, gruppi di ciechi che occupano le case altrui e lottano per procurarsi del cibo. La moglie del medico, dopo aver condotto al sicuro in un negozio il suo gruppo, si allontana per procurarsi cibo e lo trova in discreta quantità nel magazzino di un supermercato, che i ciechi non hanno scoperto. Al ritorno non trova la strada e, stremata, si accascia a terra e piange disperata. Un cane le si avvicina e lecca le sue lacrime. Quando alza lo sguardo, la donna vede un cartello con una grande mappa, che le permette di orientarsi e di raggiungere il gruppo, seguita da quello che sarà in seguito chiamato “il cane delle lacrime”.
Il gruppo cerca in qualche modo di organizzarsi, dopo aver trovato rifugio nell’appartamento dell’oculista e della moglie, e tra i suoi membri si instaura un rapporto di amicizia. Tutti riescono decentemente a ripulirsi delle lordure accumulate attraversando la città e a lavarsi, grazie a una provvidenziale pioggia che la moglie del medico riesce a sfruttare. Tuttavia la situazione sembra non avere via d’uscita, destinata anzi a peggiorare, per il persistere dell’epidemia, per la crescente carenza di cibo, per i cadaveri che sempre più si trovano per le strade, per le pessime condizioni igieniche.
A un certo punto, quando la situazione sembra ormai disperata, “il primo cieco” recupera improvvisamente la vista e tutti i ciechi via via guariscono senza alcuna ragione apparente, proprio come all’inizio della vicenda era sopraggiunta l’epidemia.

 

La cecità come metafora dell’indifferenza
Cecità fu pubblicato per la prima volta in Portogallo nel 1995, con il titolo di Ensaio sobre a Cegueira ovvero Saggio sulla cecità. In Italia fu edito da Einaudi l’anno successivo. La cecità è nel romanzo metafora dell’indifferenza: ognuno pensa per sé e cerca di sopravvivere in tutti i modi, spesso a scapito del prossimo. L’indifferenza si manifesta platealmente con il dilagare della cecità, ma era già presente in precedenza nella società. In determinate circostanze gli uomini non esitano ad esternare i loro peggiori istinti, che però fanno già parte del loro essere. Saramago mette a nudo l’individuo e pone in evidenza tutti i suoi limiti, mostrando che il virus più letale è quello dell’indifferenza, dell’assenza di solidarietà e dell’egoismo. Il romanzo vuole far riflettere sul buio della ragione che ha colpito l’uomo, sulla sua irrazionalità, sulla sua assenza di umanità, sulle sue paure e sulle sue fragilità. Nel suo discorso di prolusione al Nobel, Saramago sostiene di aver scritto Cecità “per ricordare a quelli che volessero leggerlo che noi usiamo perversamente la ragione quando umiliamo la vita, che la dignità dell’essere umano è ogni giorno insultata dai poteri del nostro mondo, che la menzogna universale prende il posto delle verità plurali, che l’uomo smette di rispettare se stesso quando perde il rispetto dovuto al suo simile”.

 

La cecità e i meccanismi del potere
Anche lo Stato abdica ai suoi doveri di solidarietà, divenendo mero strumento di oppressione, incapace sia di proteggere gli individui sia di garantire i fondamentali diritti dell’essere umano. Di fronte al diffondersi di un morbo, che nessuno sa come fermare, l’unica decisione di cui le istituzioni si mostrano capaci è quella di rinchiudere i ciechi in un ex manicomio, separandoli così dai “sani”. La risposta “militare” viene scelta come l’unica capace di tenere sotto controllo l’irrazionale, ma si rivelerà del tutto inadeguata, oltre che crudele. I ciechi sono costretti a una quarantena che assumerà i tratti di una drammatica, tragica prigionia. Le  immagini del romanzo richiamano alla memoria i campi di concentramento e di prigionia, con grandi camere e corridoi dove i contagiati sono abbandonati a se stessi e costretti a vivere in condizioni disumane e degradanti. La soppressione di ogni libertà di movimento si accompagna alla repressione e alla cancellazione di ogni diritto, fino al soffocamento completo della dignità umana.
Illuminante l’appello rivolto ai contagiati (ogni giorno ripetuto dagli altoparlanti):
«Al Governo rincresce di essere stato costretto a esercitare energicamente quello che considera suo diritto e suo dovere, proteggere con tutti i mezzi la popolazione nella crisi che stiamo attraversando, quando sembra si verifichi qualcosa di simile a una violenta epidemia di cecità, provvisoriamente designata come mal bianco, e desidererebbe poter contare sul senso civico e la collaborazione di tutti i cittadini per bloccare il propagarsi del contagio (…) La decisione di riunire in uno stesso luogo tutte le persone colpite e, in un luogo prossimo, ma separato, quelle che con esse abbiano avuto qualche tipo di contatto, non è stata presa senza seria ponderazione. Il Governo è perfettamente consapevole delle proprie responsabilità e si aspetta da coloro ai quali questo messaggio è rivolto che assumano anch’essi, da cittadini rispettosi quali devono essere, le loro responsabilità, pensando anche che l’isolamento in cui adesso si trovano rappresenterà, al di là di qualsiasi altra considerazione personale, un atto di solidarietà con il resto della comunità nazionale…».
L’isolamento è spacciato per atto di solidarietà, verso il resto della comunità nazionale. Le decisioni del Governo come esigenze di ordine superiore, per impedire il diffondersi del contagio. Il seguito dell’appello non lascia dubbi: i contagiati non dovranno aspettarsi nulla, sono isolati e abbandonati a se stessi. Si fornirà loro il cibo (peraltro in quantità insufficiente) ma nulla altro e ogni tentativo di fuga sarà stroncato nel sangue senza esitazione.
 
Homo homini lupus
Durante la reclusione nel manicomio, i contagiati non sono in grado, nonostante i tentativi messi in atto da una parte di essi, di darsi un’organizzazione solidale. Per meglio dire, i tentativi in questo senso sono sopraffatti dagli egoismi e dagli istinti di sopraffazione. Essi subiscono una sorta di regressione, che li porta a vivere in uno stato di natura hobbesiano (homo homini lupus), di lotta per la sopravvivenza, in cui vige la legge del più forte. Un gruppo ristretto (i “ciechi malvagi”) esercita una crudele dittatura tramite la violenza e il ricatto. I ciechi malvagi infatti tengono gli altri internati in uno stato di fame perenne, raccogliendo nella loro camerata tutto il cibo che viene portato dall’esterno. E piuttosto che distribuire quello in eccesso agli altri malati lo lasciano marcire. La fame è dunque dovuta, in parte, alla brutalità e all’egoismo di chi ha acquisito il potere di distribuirlo. L’egoismo di pochi predomina e provoca la sofferenza di molti facendo emergere un sadico gusto nell’infliggere dolore e nell’arrecare il male. I “ciechi malvagi” iniziano con il richiedere beni di valore, come ori e gioielli, per poi imporre in modo metodico e crudele lo stupro delle donne, come moneta di scambio per fornire cibo agli altri ciechi.
Ma il buio della ragione si palesa forse ancor più quando i ciechi, abbandonata la quarantena, si ritrovano a vagare per la città devastata, in uno scenario da incubo. Il dono della vista è per la moglie del medico un privilegio ma al tempo stesso una maledizione. Infatti i suoi occhi le mostrano immagini tremende, insopportabili, desolanti: morti per le strade, liquami e rifiuti abbandonati ovunque, cani randagi e famelici e una lotta continua degli uomini per procurarsi un po’ di cibo. A lei toccherà il compito di mettersi alla guida del gruppo, di assumere decisioni determinanti per la sopravvivenza dei suoi compagni.
 
Tra disperazione e speranza
Nel romanzo la solidarietà sembra essere circoscritta alle sole donne, a partire dal trauma dello stupro da parte dei ciechi malvagi. In questo contesto, la figura della “moglie del medico” è senz’altro un personaggio positivo, ma anch’ella è costretta a macchiarsi di crimini per sopravvivere e per proteggere gli altri. La donna, l’unica ancora in grado di vedere, uccide infatti il capo dei “ciechi malvagi”. Poi un’altra donna trova un accendino e decide di dar fuoco alla camerata dei “malvados”, finendo col dare alle fiamme l’intero edificio.
La “moglie del medico” è il punto di riferimento, non solo in quanto guida del suo gruppo durante le peregrinazioni nella città devastata, ma anche perché si è guadagnata la fiducia dei compagni, che riconoscono la sua consapevolezza e correttezza nell’agire. Grazie a lei il gruppo esce dal manicomio per entrare nella città in preda al morbo. Grazie alle sue scelte il gruppo trova riparo, cibo e protezione.
Tuttavia la situazione appare senza via d’uscita. La tragedia collettiva sembra ormai senza ritorno. Anche i medici sono accecati dal “mal bianco” e i protagonisti sono sul punto di perdere qualsiasi speranza. All’improvviso però, quando ormai tutto sembra perduto, il primo cieco riacquista la vista, lasciando intuire che la guarigione dalla cecità è vicina. E via via tutti gli altri ciechi ricominciano a vedere. Non vi è alcuna spiegazione per quanto accaduto, se non quella pronunciata dalla “moglie del medico” alla fine del romanzo:
Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che non vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”.
La cecità non è una menomazione fisica, non riguarda gli occhi ma una condizione insita nella natura umana.
 
Lo stile
Saramago non attribuisce ai personaggi nomi propri ma li identifica tramite espressioni impersonali, come “la moglie del medico”, “la ragazza dagli occhiali scuri”, “il vecchio con la benda”, “il ragazzino strabico” e così via. Inoltre, i dialoghi sono inseriti in una sorta di flusso narrativo, in periodi generalmente lunghi, in cui il segno di punteggiatura prevalente è la virgola, e non sono introdotti dai due punti e dalle virgolette. Le parole dei diversi personaggi sono anch’esse separate dalla virgola, seguita da una parola che inizia con la lettera maiuscola. Queste particolarità dello stile rendono fluida la narrazione, in cui discorso diretto, indiretto e indiretto libero si fondono. Inizialmente queste caratteristiche peculiari possono creare qualche difficoltà al lettore, ma finiscono poi per catturarne l’attenzione e per immergerlo pienamente nella vicenda narrata. Il suo stile, vicino al parlato e ricco di ironia, fonde l’esposizione oggettiva con il commento del narratore e con l’esplorazione del mondo interiore dei personaggi.

 

Il film ” Blindness” è tratto da questo romanzo

 

https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/05/03/cecita-tempo-eterno-della-peste/?refresh_ce=1

https://www.langolodeilibri.it/cecita-saramago-libri-da-leggere/

http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Saramago.pdf

 

>> José Saramago (1922-2010) è lo scrittore portoghese più letto e tradotto nel mondo. I suoi libri più noti sono Memoriale del convento (1984), L’anno della morte di Ricardo Reis (1985), Storia dell’assedio di Lisbona (1990), Il vangelo secondo Gesù Cristo (1993), Cecità (1995), Le intermittenze della morte (2005). Nel 1998 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura, il primo assegnato a uno scrittore di lingua portoghese. Saramago è morto il 18 giugno 2010.

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

Da José Saramago, Cecità
In un’indefinita città, un uomo fermo al semaforo in attesa del verde, all’improvviso diventa cieco. Si tratta di una cecità anomala, poiché curiosamente i suoi occhi sono accecati non dal nero ma da un bianco luminoso, simile al latte. Un uomo si presta ad accompagnarlo a casa ma poi, dopo averlo lasciato nella sua abitazione, lo deruba dell’auto. Il cieco racconta l’accaduto a sua moglie e i due si recano da un oculista, dove trovano un “vecchio con una benda nera” su un occhio, un “ragazzino strabico”, accompagnato da una donna e una “ragazza dagli occhiali scuri”. Il medico, dopo aver esaminato l’uomo (che in seguito sarà chiamato “il primo cieco”), non sa trovare alcuna spiegazione per quell’improvvisa cecità.

 

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica. 

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco. 

Non lo si direbbe. Considerati com’è possibile in questo momento, appena di sfuggita, gli occhi dell’uomo sembrano sani, l’iride si presenta nitida, luminosa, la sclera bianca, compatta come porcellana. Ma le palpebre spalancate, la pelle raggrinzita del viso, le sopracciglia improvvisamente ribelli, il tutto, chiunque può verificarlo, è sconvolto dall’angoscia. Da un momento all’altro, quel che era visibile è scomparso dietro i suoi pugni chiusi, come se l’uomo volesse trattenere all’interno del cervello l’ultima immagine colta, una luce rossa, rotonda, a un semaforo. Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato mentre lo aiutavano a uscire dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui diceva morti. Passerà, vedrà che passerà, a volte sono i nervi, disse una donna. Il semaforo aveva già cambiato colore, alcuni passanti curiosi si avvicinavano al gruppo, e i conducenti che, dietro, non sapevano cosa stesse succedendo, protestavano contro quello che ritenevano un normale incidente di traffico, un faro rotto, un parafango ammaccato, niente che giustificasse quella confusione, Chiamate la polizia, gridavano, togliete da lì quel bidone. Il cieco implorava, Per favore, qualcuno mi porti a casa. La donna che aveva parlato di nervi fu dell’opinione che si dovesse chiamare un’ambulanza, trasportare quel poveretto all’ospedale, ma il cieco disse che no, non così tanto, chiedeva solo di essere accompagnato a piedi fino alla porta del palazzo dove abitava, è qui vicino, mi fareste un grande favore. E la macchina, domandò una voce. Un’altra voce rispose, La chiave è inserita, mettiamola sul marciapiede. Non c’è bisogno, intervenne una terza voce, mi occupo io della macchina e accompagno questo signore a casa. Si udirono mormorii di approvazione. Il cieco si sentì prendere per il braccio, Venga, venga con me, gli diceva la stessa voce. Lo aiutarono a sedersi sul sedile accanto al conducente, gli misero la cintura di sicurezza, Non vedo, non vedo, mormorava fra il pianto, Mi dica dove abita, chiese l’altro. Dai finestrini della macchina spiavano facce voraci, avide di novità. Il cieco si portò le mani agli occhi, le agitò, Niente, è come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l’altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco, Magari aveva ragione quella donna, potrebbero essere i nervi, i nervi sono diabolici, Lo so io che cos’è, è una disgrazia, sì, una disgrazia, Mi dica dove abita, per favore, in quell’istante si sentì l’avviamento del motore. Balbettando, come se la mancanza della vista gli avesse indebolito la memoria, il cieco diede un indirizzo, poi disse, Non so come ringraziarla, e l’altro rispose, Via, non ha importanza, oggi a lei, domani a me, chissà cosa ci aspetta, Ha ragione, chi me l’avrebbe detto, quando sono uscito da casa stamattina, che stava per capitarmi una iattura del genere.

Si stupì che fossero ancora fermi, Perché non ci muoviamo, domandò, è rosso, rispose l’altro, Ah, fece il cieco, e ricominciò a piangere. Da quel momento in poi non avrebbe potuto più sapere quando il semaforo era rosso. 

Proprio come aveva detto il cieco, la casa era lì vicino. Ma i marciapiedi erano tutti occupati da automobili, non trovarono dove mettere la macchina, perciò furono costretti ad andare a cercar posto in una delle traverse. Lì, per via del marciapiede troppo stretto lo sportello del sedile accanto al conducente sarebbe stato a poco più di un palmo dal muro, e quindi il cieco, per non dover sottostare all’angoscia di trascinarsi da un sedile all’altro, con la leva del cambio e il volante a ostacolarlo, dovette uscire prima. Abbandonato lì in mezzo alla strada, sentendo il terreno sfuggirgli sotto i piedi, tentò di contenere il dolore che gli saliva in gola. Agitava le mani davanti alla faccia, nervosamente, come se nuotasse in quel che aveva definito un mare di latte, e la bocca gli si stava già aprendo per lanciare un grido di aiuto quando, all’ultimo momento, la mano dell’altro gli sfiorò leggermente il braccio, Si calmi, la conduco io. Cominciarono a camminare molto lentamente, per paura di cadere il cieco trascinava i piedi, ma così inciampava sulle irregolarità del marciapiede, Abbia pazienza, stiamo quasi per arrivare, mormorava l’altro, e un po’ più avanti domandò, C’è qualcuno a casa che possa prendersi cura di lei, e il cieco rispose, Non so, mia moglie non sarà ancora tornata dal lavoro, oggi mi è capitato di uscire prima, e guarda cosa mi succede, Vedrà, non sarà niente, non ho mai sentito di qualcuno che si sia ritrovato cieco così all’improvviso, E io che mi vantavo addirittura di non usare gli occhiali, non ne ho mai avuto bisogno, E allora, lo vede. Erano arrivati davanti alla porta del palazzo, due donne del vicinato guardarono curiose la scena, quel vicino condotto per il braccio, ma nessuna delle due ebbe idea di domandare, Le è entrato qualcosa negli occhi, non gli venne in mente, e tantomeno lui avrebbe potuto rispondere, Sì, mi è entrato un mare di latte. Una volta dentro il palazzo, il cieco disse, Grazie mille, scusi per il disturbo che le ho causato, adesso me la cavo da solo. Per carità, salgo con lei, non starei tranquillo se la lasciassi qui. Entrarono con difficoltà nell’ascensore stretto, A che piano abita, Al terzo, non immagina quanto le sia grato. Non mi ringrazi, oggi a lei, Sì, ha ragione, domani a lei. L’ascensore si fermò, uscirono sul pianerottolo, Vuole che l’aiuti ad aprire la porta, Grazie, questo credo di poterlo fare. Tirò fuori dalla tasca un piccolo mazzo di chiavi, le tastò, una per una, lungo il dentellato, disse, Dev’essere questa, e, toccando la serratura con la punta delle dita, tentò di aprire la porta, Non è questa, Mi faccia vedere, l’aiuto io. La porta si aprì al terzo tentativo. Allora il cieco domandò, rivolto verso l’interno, Ci sei. Non rispose nessuno, e lui, Lo dicevo io, non è ancora arrivata. Con le mani alzate davanti a sé, brancolando, percorse il corridoio, poi si voltò con cautela, orientando la faccia nella direzione in cui calcolava si trovasse l’altro, Come potrò mai ringraziarla, disse, Non ho fatto altro che il mio dovere, si giustificò il buon samaritano, non mi ringrazi, e aggiunse, Vuole che l’aiuti a sistemarsi, che le faccia compagnia finché non arriva sua moglie. All’improvviso tutto quello zelo insospettì il cieco, ovviamente non avrebbe fatto entrare in casa uno sconosciuto che, in fin dei conti, poteva star benissimo escogitando, in quel preciso momento, come sottomettere, legare e tramortire lo sventurato cieco indifeso, per poi impossessarsi di quanto avesse trovato di valore. Non è necessario, non si disturbi, disse, sono a posto, e mentre chiudeva la porta lentamente ripeté, Non è necessario, non è necessario. 

Tirò un sospiro di sollievo sentendo il rumore dell’ascensore che scendeva. Con un gesto meccanico, senza ricordarsi dello stato in cui si trovava, scostò il coperchietto dello spioncino e sbirciò fuori. Era come se ci fosse un muro bianco dall’altro lato. Sentiva il contatto della ghiera metallica sull’arcata sopracciliare, sfiorava con le ciglia la minuscola lente, ma non riusciva a vederle, l’insondabile biancore copriva tutto. Sapeva di essere a casa sua, la riconosceva dall’odore, dall’atmosfera, dal silenzio, distingueva i mobili e gli oggetti al solo toccarli, passandovi sopra le dita, leggermente, ma era già come se tutto si stesse stemperando in una specie di strana dimensione, senza direzioni né riferimenti, senza nord né sud, senza basso né alto. Come probabilmente hanno fatto tutti, a volte aveva giocato con se stesso, nell’adolescenza, al gioco del E se fossi cieco, ed era arrivato alla conclusione, dopo cinque minuti a occhi chiusi, che la cecità, senza alcun dubbio una terribile disgrazia, avrebbe comunque potuto essere relativamente sopportabile se la vittima di una simile sventura avesse mantenuto un ricordo sufficiente, non solo dei colori, ma anche delle forme e dei piani, delle superfici e dei contorni, supponendo, è chiaro, che la suddetta cecità non fosse di nascita. Era arrivato persino al punto di pensare che il buio in cui i ciechi vivevano fosse in definitiva soltanto la semplice assenza di luce, che ciò che chiamiamo cecità fosse qualcosa che si limitava a coprire l’apparenza degli esseri e delle cose, lasciandoli intatti al di là di quel velo nero. Adesso, però, si ritrovava immerso in un biancore talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili. 

Nel muoversi in direzione del soggiorno, e malgrado la prudente lentezza con cui avanzava, facendo scivolare la mano esitante lungo la parete, fece cadere per terra un vaso di fiori che non si aspettava. Se n’era dimenticato, o forse lo aveva lasciato lì sua moglie uscendo, con l’intenzione di trovargli poi un posto adatto. Si chinò per valutare la gravità del disastro. L’acqua si era sparsa sul pavimento incerato. Fece per raccogliere i fiori, ma non pensò ai pezzi di vetro, una scheggia lunga, sottilissima, gli s’infilò in un dito, e lui riprese a lacrimare di dolore, di abbandono, come un bambino, accecato dal biancore in una casa che, nel tardo pomeriggio, cominciava già a scurirsi. Senza mollare i fiori, sentendo il sangue scorrere, si contorse per tirar fuori di tasca il fazzoletto e, alla meglio si avvolse il dito. Poi, brancolando, inciampando, aggirando i mobili, camminando con cautela per non infilare i piedi sotto i tappeti, raggiunse il divano dove lui e la moglie guardavano la televisione. Si sedette, si mise i fiori sulle ginocchia e, con molta cura, srotolò il fazzoletto. Il sangue, appiccicoso al tatto, lo turbò, forse perché non lo poteva vedere, pensò, il suo sangue si era trasformato in una viscosità incolore, in qualcosa in un certo qual modo estraneo che tuttavia gli apparteneva, ma come una minaccia di sé contro se stesso. Piano piano, palpeggiando lievemente con la mano sana, cercò la sottile scheggia di vetro, aguzza come una minuscola spada, e con le unghie del pollice e dell’indice a mo’ di pinza riuscì a estrarla intera. Riavvolse nel fazzoletto il dito ferito, ben stretto per bloccare il sangue, e vinto, esausto, si abbandonò sul divano. Un minuto dopo, per uno di quei non rari cedimenti del corpo che, per rinunciare, sceglie certi momenti di angoscia o di disperazione, mentre, se si basasse esclusivamente sulla logica, tutti i suoi nervi dovrebbero esser desti e tesi, avvertì una sorta di spossatezza, una sonnolenza più che un vero e proprio sonno, ma altrettanto pesante. Immediatamente sognò di giocare al gioco del E se fossi cieco, sognava di chiudere e aprire gli occhi diverse volte, e ogni volta, come di ritorno da un viaggio di ritrovare ad attenderlo, salde e inalterate, tutte le forme e i colori, il mondo a lui noto. Al di sotto di questa certezza tranquillizzante avvertiva, tuttavia, il rodere sordo di un dubbio, forse si trattava di un sogno ingannevole, un sogno da cui prima o poi si sarebbe dovuto svegliare, ma senza poi sapere quale realtà ci sarebbe stata ad attenderlo. In seguito, ammesso che l’espressione abbia un significato applicata a quel senso di spossamento che non durò più di alcuni istanti, e già in quello stato di semiveglia che prelude al risveglio, considerò seriamente che non era bene mantenersi in una tale indecisione, mi sveglio, non mi sveglio, mi sveglio, non mi sveglio, arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare, Cosa ci faccio qui, con questi fiori sulle ginocchia e gli occhi chiusi, quasi avessi paura di aprirli, Cosa ci fai lì a dormire, con quei fiori sulle ginocchia, gli stava domandando la moglie. 

Non aveva atteso la risposta. Ostentatamente si era messa a raccogliere i cocci del vaso e ad asciugare il pavimento, mentre brontolava, con una irritazione che non cercava di dissimulare, Avresti potuto farlo tu, invece di sdraiarti lì a dormire, come se non c’entrassi per niente. Lui non parlò, si proteggeva gli occhi stringendo le palpebre, improvvisamente agitato da un pensiero, E se aprissi gli occhi e la vedessi, si domandava, in preda a un’ansiosa speranza. La moglie si avvicinò, notò il fazzoletto macchiato di sangue, la sua irritazione si spense in un istante, Poverino, com’è che ti è successo, domandava compassionevole, mentre svolgeva l’improvvisata fasciatura. Allora lui, con tutte le sue forze, desiderò di vedere la moglie inginocchiata ai suoi piedi, lì, dove sapeva che era, e poi, con la certezza di non vederla, aprì gli occhi, Finalmente ti sei svegliato, dormiglione, disse lei sorridendo.

Si fece silenzio, e lui disse, Sono cieco, non ti vedo. La moglie lo rimproverò, Piantala con gli scherzi stupidi, su certe cose non ci si scherza, Magari fosse uno scherzo, la verità è che sono cieco sul serio, non vedo niente, Per favore, non mi spaventare, guardami, qui, sono qui, la luce è accesa, Lo so che ci sei, ti sento, ti tocco, immagino che tu abbia acceso la luce, ma io sono cieco. Lei cominciò a piangere, gli si aggrappò, Non è vero, dimmi che non è vero. I fiori erano scivolati per terra, sul fazzoletto macchiato, il sangue aveva ripreso a gocciolare dal dito ferito, e lui, come se in altre parole volesse dire Tra due mali il minore, mormorò, Vedo tutto bianco, e si lasciò andare a un triste sorriso. La moglie gli si sedette accanto, lo abbracciò forte, lo baciò sulla fronte, sulle guance, dolcemente sugli occhi, Vedrai che passerà, non eri mica malato, nessuno si ritrova cieco così, da un momento all’altro, Forse, Raccontami com’è andata, cosa hai sentito, quando, dove, no, non ancora, aspetta, la prima cosa da fare è parlare con uno specialista, ne conosci qualcuno, No, né tu né io usiamo gli occhiali, E se ti portassi all’ospedale, Per occhi che non vedono non devono esserci servizi di pronto soccorso, Hai ragione, la cosa migliore è andare direttamente da un medico, vado a cercare sull’elenco telefonico, uno che abbia uno studio qui vicino. Si alzò, domandò ancora, Noti qualche differenza, Nessuna, disse lui, Attenzione, adesso spengo la luce, dimmi, adesso, Niente, Niente cosa, Niente, vedo sempre lo stesso bianco, per me è come se la notte non ci fosse. 

Sentiva la moglie sfogliare rapidamente l’elenco telefonico, tirare su col naso per trattenere le lacrime, sospirando, dicendo infine, Questo qui, speriamo ci possa ricevere. Fece un numero, domandò se era quello dello studio, se il dottore c’era, se poteva parlargli, no, no, il dottore non mi conosce, è per un caso molto urgente, sì, per favore, capisco, allora lo dico a lei, ma la prego di trasmetterlo al dottore, il fatto è che mio marito è diventato cieco all’improvviso, sì, sì, come le dico, all’improvviso, no, non è un paziente del dottore, mio marito non usa gli occhiali, non li ha mai usati, sì, aveva un’ottima vista, come me, anch’io vedo bene, ah, grazie mille, aspetto, aspetto, sì, dottore, sì, all’improvviso, dice di vedere tutto bianco, non so come sia successo, non ho avuto neanche il tempo di domandarglielo, sono arrivata poco fa e l’ho trovato in questo stato, vuole che glielo domandi, ah, la ringrazio moltissimo, dottore, veniamo immediatamente, immediatamente. Il cieco si alzò, Aspetta, disse la moglie, fammi medicare prima questo dito, scomparve per alcuni momenti, ritornò con una boccetta di acqua ossigenata, un’altra di mercurocromo, cotone, una scatoletta di cerotti. Mentre lo medicava gli domandò, Dove hai lasciato la macchina, e d’un tratto, Ma tu, così come stai, non potevi guidare, o eri già a casa quando, No, è stato per strada, mentre ero fermo a un semaforo, una persona mi ha fatto il favore di accompagnarmi, la macchina è lì, nella strada accanto, Bene, allora scendiamo, aspettami davanti alla porta che vado a prenderla io, dove hai messo le chiavi, Non lo so, lui non me le ha restituite, Lui, chi, L’uomo che mi ha portato a casa, era un uomo, Te le avrà lasciate lì, vado a vedere, Non vale la pena che le cerchi, non è entrato, Ma le chiavi devono pur essere da qualche parte, Sicuramente se n’è dimenticato, se l’è portate via senza rendersene conto, Ci mancava anche questo, Usa le tue, poi vedremo, Bene, andiamo, dammi la mano. Il cieco disse, Se mi tocca restare così, la faccio finita, Per favore, non dire fesserie, ci basta già quanto ci è successo, A essere cieco sono io, non tu, tu non puoi sapere che cosa mi è successo, Il medico ti rimetterà a posto, vedrai. 

Uscirono. Giù da basso, nell’atrio del portone, la moglie accese la luce e gli sussurrò all’orecchio, Aspettami qui, se spunta qualche vicino parlagli con naturalezza, di’ che mi stai aspettando, guardandoti nessuno penserà che non vedi, evitiamo di star lì a parlare dei fatti nostri, Sì, ma non tardare. La moglie uscì di corsa. 

Non entrò né uscì nessun vicino. Per esperienza, il cieco sapeva che le scale erano illuminate solo finché si sentiva il meccanismo del contatore automatico, perciò continuava a premere il pulsante ogni qualvolta si faceva silenzio. La luce, questa luce, per lui si era trasformata in rumore. Non capiva perché la moglie tardasse tanto, la strada era lì accanto, ottanta, cento metri, Se ritardiamo il medico
se ne va via, pensò. Non poté evitare un gesto meccanico, alzare il polso sinistro e abbassare gli occhi per vedere l’ora. Strinse le labbra come se fosse stato colpito da un improvviso dolore, e ringraziò la sorte che in
quel momento non fosse spuntato un vicino, perché all’istante, alla prima parola che gli avessero rivolto, sarebbe scoppiato in lacrime. Una macchina si fermò in strada, Finalmente, pensò, ma subito dopo fu colpito dal rumore del motore, Questo è un diesel, è un tassì, disse, e spinse di nuovo l’interruttore della luce. Stava entrando la moglie, nervosa, frastornata, Il tuo santo protettore, l’anima buona, ci ha portato via la macchina, Non può essere, non avrai visto bene, Chiaro che ho visto bene, io ci vedo bene, le ultime parole le uscirono involontariamente, Mi avevi detto che la macchina era nella strada accanto, si corresse, e non c’è, oppure l’hanno lasciata in un’altra, No, no, era quella, ne sono certo, E allora è sparita, In tal caso, le chiavi, Ha approfittato del tuo disorientamento, del frangente in cui ti trovavi, e ci ha derubati, E io che, per paura, non l’ho neanche fatto entrare in casa, se fosse rimasto a farmi compagnia fino al tuo arrivo non avrebbe potuto rubarci la macchina, Andiamo, c’è il tassì che aspetta, ti giuro che darei persino un anno di vita perché quel furfante diventasse cieco pure lui, Non parlare così forte, E gli rubassero tutto quanto possiede, Può darsi che si faccia vedere, Eccome, domani ci bussa alla porta dicendo che è stata una distrazione, chiedendo scusa, e informandosi se stai un po’ meglio. […]

La moglie informò la segretaria di essere quella persona che aveva telefonato mezz’ora prima per il marito, e lei li fece passare in una saletta dove aspettavano altri malati. C’era un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico accompagnato da una donna che doveva essere sua madre, una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall’oculista. La moglie guidò il marito verso una sedia libera e, visto che non ce n’erano altre, rimase in piedi accanto a lui, Dovremo aspettare, gli mormorò all’orecchio. Lui capì il perché, aveva sentito le voci dei presenti, adesso era afflitto da una diversa preoccupazione, pensava che quanto più tardi il medico lo avesse esaminato, tanto più profonda la cecità sarebbe diventata, e quindi incurabile, senza rimedio. Si agitò sulla sedia, inquieto, stava per comunicare quelle sue apprensioni alla moglie, ma in quel momento la porta si aprì e la segretaria disse loro, Signori, prego, accomodatevi, e rivolgendosi agli altri malati, L’ha ordinato il dottore, il caso di questo signore è urgente. La madre del ragazzo strabico protestò che il diritto è il diritto, e che c’era prima lei, e aspettava da più di un’ora. Gli altri malati la sostennero a voce bassa, ma nessuno, e neanche lei, ritenne prudente insistere nel reclamo, non sia mai che il medico se ne risentisse e si vendicasse dell’impertinenza facendoli aspettare ancora di più, non si sa mai. Il vecchio dall’occhio bendato fu magnanimo, Lasciatelo stare, poveraccio, quello lì sta peggio di noi.  […]

Quella notte il cieco sognò di essere cieco.