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Italo Svevo, Psico-analisi

Italo Svevo, Psico-analisi

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Italo Svevo, Psico-analisi (L’esplosione finale)

Capitolo VIII: Psico-analisi
La vita attuale è inquinata alle radici.

 

La “malattia” psichica è curabile attraverso farmaci o terapie psicanalitiche? O la malattia è un dato inevitabile con cui convivere, frutto dell’alienazione della società contemporanea? Divenuto un uomo ricco e di successo, Zeno abbandona la cura, spiegando la propria “guarigione” come accettazione della propria malattia. Egli si accorge di quanto malate siano, in realtà, le convinzioni che sostengono un comportamento “sano”, scopre quanto sia labile il confine fra salute e malattia. Dalla consapevolezza di un male morale che investe tutta la società cui egli appartiene, deriva la diagnosi di una malattia universale, di cui l’uomo stesso è responsabile, per eliminare la quale bisognerebbe ricominciare dalle origini della terra, come in seguito a un’esplosione enorme, che facesse tornare la terra alla sua forma di nebulosa e la liberasse così da parassiti e malattie.

 

La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!

Ma non è questo, non è questo soltanto.

Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.

Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa.

l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

 

Analisi del testo.

La civiltà delle macchine produce inquinamento e alienazione. Nelle parole iniziali traspare una borghese paura delle masse, la paura di una mancanza di ricchezze, di aria e di spazio per tutti.

La malattia è per Zeno un dato ineliminabile, inevitabilmente legato alla civiltà umana, al fatto che l’uomo si è sottratto alla legge della selezione naturale, attraverso le macchine (gli ordigni). Solo un ritorno alle origini, provocato da una grande esplosione che distrugga la terra, potrebbe eliminare parassiti e malattie.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Quali sono le ragioni per cui l’uomo, a differenza delle bestie, è irrimediabilmente ammalato?
  2. Che cosa potrebbe eliminare veramente “parassiti e malattie”?

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Svevo, La moglie Augusta

Svevo, La moglie Augusta

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Italo Svevo, La moglie Augusta. 

Capitolo VI: La moglie e l’amante (La coscienza di Zeno).
…Augusta ch’era la salute personificata.

 

Chi è sano e chi malato? La moglie di Zeno, Augusta, è “sana” ma egli ritiene che quella sua salute abbia bisogno d’essere curata. Salute è un rapporto leggero con la vita, con la realtà, un rapporto fatto di inconsapevolezza e di accettazione; malattia è un rapporto fatto di mille dubbi ed incertezze, di estraneità. Il matrimonio si rivela per Zeno una piacevole sorpresa, un promettente avvio ad un futuro di salute e felicità. Augusta si rivela un’ottima, amorosa moglie e Zeno la ricambia con affetto e riconoscenza. Ella è per lui un esempio di “salute personificata”, vive immersa nel presente, fiduciosa nei valori e nelle autorità della società borghese. Le sue abitudini ripetitive sono per lei fonte di stabilità e di assenza di dubbi. Paradossalmente una parte delle sue certezze è riposta in Zeno, il quale è tutt’altro che affidabile e sicuro, tutt’altro che “sano”.

 

Nella mia vita ci furono varii periodi in cui credetti di essere avviato alla salute e alla felicità. Mai però tale fede fu tanto forte come nel tempo in cui durò il mio viaggio di nozze eppoi qualche settimana dopo il nostro ritorno a casa. Cominciò con una scoperta che mi stupì: io amavo Augusta com’essa amava me. Dapprima diffidente, godevo intanto di una giornata e m’aspettavo che la seguente fosse tutt’altra cosa. Ma una seguiva e somigliava all’altra, luminosa, tutta gentilezza di Augusta ed anche – ciò ch’era la sorpresa – mia. Ogni mattina ritrovavo in lei lo stesso commosso affetto e in me la stessa riconoscenza che, se non era amore, vi somigliava molto. Chi avrebbe potuto prevederlo quando avevo zoppicato da Ada ad Alberta per arrivare ad Augusta?

Scoprivo di essere stato non un bestione cieco diretto da altri, ma un uomo abilissimo. E vedendomi stupito, Augusta mi diceva:  – Ma perché ti sorprendi? Non sapevi che il matrimonio è fatto così? Lo sapevo pur io che sono tanto più ignorante di te! Non so più se dopo o prima dell’affetto, nel mio animo si formò una  speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch’era la salute personificata. Durante il fidanzamento io non avevo neppur intravvista quella salute, perché tutto immerso a studiare me in primo luogo eppoi Ada e Guido. La lampada a petrolio in quel salotto non era mai arrivata ad illuminare gli scarsi capelli di Augusta. Altro che il suo rossore! Quando questo sparve con la semplicità con cui i colori dell’aurora spariscono alla luce diretta del sole, Augusta batté sicura la via per cui erano passate le sue sorelle su questa terra, quelle sorelle che possono trovare tutto nella legge e nell’ordine o che altrimenti a tutto rinunziano.

Per quanto la sapessi mal fondata perché basata su di me, io amavo, io adoravo quella sicurezza. Di fronte ad essa io dovevo comportarmi almeno con la modestia che usavo quando si trattava di spiritismo. Questo poteva essere e poteva perciò esistere anche la fede nella vita. Però mi sbalordiva; da ogni sua parola, da ogni suo atto risultava che in fondo essa credeva la vita eterna. Non che la dicessi tale: si sorprese anzi che una volta io, cui gli errori ripugnavano prima che non avessi amati i suoi, avessi sentito il bisogno di ricordargliene la brevità. Macché! Essa sapeva che tutti dovevano morire, ma ciò non toglieva che oramai ch’eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non s’intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo di non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai più per un altro infinito tempo. Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non potevaessere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall’infettare chi a me s’era confidato. Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano.

Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto. Di domenica essa andava a Messa ed io ve l’accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l’immagine del dolore e della morte. Per lei non c’era, e quella visita le infondeva serenità per tutta la settimana. Vi andava anche in certi giorni festivi ch’essa sapeva a mente. Niente di più, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno.

C’erano un mondo di autorità anche quaggiù che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto. Poi v’erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per salvarci quando – Dio non voglia – ci avesse a toccare qualche malattia. Io ne usavo ogni giorno di quell’autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino quando la malattia mortale m’avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassù e quaggiù, per lei vi sarebbe stata la salvezza. Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire.

Ma vivendole accanto per tanti anni, mai ebbi tale dubbio.

 

Analisi del testo.

Tenera, devota e ricca di incrollabili certezze Augusta rappresenta per Zeno la “salute personificata”. Il rapporto affettivo che lega Zeno alla moglie non è di amore vero. È dato dalla consapevolezza che Augusta, tutto sommato, si è rivelata la donna giusta per lui, anche se lei è stata una scelta di ripiego, dopo il rifiuto delle sue sorelle, e in particolare di Ada di cui Zeno era, o si riteneva, innamorato. D’altra parte la sicurezza e serenità di Augusta sono riposte in Zeno che, paradossalmente, non è affatto sicuro. Egli è un inetto, convinto di essere malato. Il paradosso è che Augusta ripone la sua sicurezza su un uomo che non lo è per nulla, che è pieno di dubbi e di incertezze. Augusta è una donna “semplice”, che trae sicurezza dalle autorità della terra (polizia, medici, ecc.) e del cielo (Dio, la religione), oltre che dalle piccole cose quotidiane della vita: le ore scandite dalla regolarità degli eventi, gli oggetti, i riti di tutti i giorni. Zeno, dopo vani tentativi di darsi la salute, prendendo esempio dalla moglie. Egli tuttavia in fondo considera la sicurezza di Augusta come una malattia, perché non ne vede, in effetti, la fondatezza. Forse anche quella pretesa “salute” ha bisogno di essere curata.

 

Esercizi di analisi del testo.

  1. Sintetizza il contenuto del brano in un massimo di dieci righe. Individua le sequenze in cui è scomponibile il brano.
  2. Che tipo di amore è quello che lo unisce alla donna.
  3. Perché la sicurezza di Augusta nei suoi confronti è mal riposta?
  4. Quali sono le attività “sane” da cui Augusta trae sicurezza nella vita?
  5. Ti sembra che Zeno condivida questa fiducia? (Analizza l’ultimo periodo del testo e commenta la riflessione di Zeno).
  6. Rifletti sul concetto salute/malattia in Svevo.
Produzione.
  1. Illustra gli elementi di frattura tra il romanzo di Svevo e quello ottocentesco facendo riferimento al mutato contesto culturale. Esamina con attenzione le tecniche narrative utilizzate da Svevo nella Coscienza di Zeno e illustra le principali differenze con il romanzo realista e naturalista dell’Ottocento; rifletti, inoltre, sul rapporto fra le scelte narrative e le tematiche della “crisi” che caratterizzano il romanzo del primo Novecento.

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Svevo, La proposta di matrimonio

Svevo, La proposta di matrimonio

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Italo Svevo, La proposta di matrimonio

Capitolo V – La coscienza di Zeno: La storia del mio matrimonio.
Fu così che mi fidanzai.

Oggi è molto più facile, per un giovane, dichiarare il proprio amore. Sono cambiati i modi per farlo e sono venuti meno i riti che caratterizzavano la classica richiesta di fidanzamento: un tempo spettava all’uomo il compito di un lungo corteggiamento e  la famiglia di appartenenza giocava un ruolo molto rilevante. Oggi, solitamente, si tratta invece di una questione che si affronta a due, senza particolari formalità. Dopo la morte del padre, Zeno conosce Giovanni Malfenti, suo futuro suocero, uno spregiudicato commerciante da lui ammirato per l’abilità negli affari e per la forza di carattere. Zeno inizia a frequentare casa Malfenti e osserva le quattro figlie per scegliere la sua futura sposa: tutte hanno il nome che inizia per A, ma ognuna ha una marcata caratteristica. Ada, la più grande e la più bella, Augusta, brutta e con un occhio strabico, Alberta, lo spirito libero, che sogna di esser scrittrice, e infine la piccola, di soli otto anni, Anna. La scelta di Zeno cade su Ada, la sorella maggiore, che cerca di conquistare. Torna a suonare il violino, racconta aneddoti e fatti mai avvenuti, cerca di attirare in ogni modo la sua attenzione, ma inutilmente. Pressato dall’arrivo di altro un corteggiatore, Guido Speier, una sera Zeno dichiara il suo amore ad Ada…

 

Cercai di essere semplice e breve. Vi ero anche costretto perché mi mancava il fiato. Le dissi:

– Io vi amo, Ada. Perché non mi permettereste di parlarne a vostro padre?

Ella mi guardò stupita e spaventata. Temetti che si mettesse a strillare come la piccina, là fuori. Io sapevo che il suo occhio sereno e la sua faccia dalle linee tanto precise non sapevano l’amore, ma tanto lontana dall’amore come ora, non l’avevo mai vista. Incominciò a parlare e disse qualcosa che doveva essere come un esordio. Ma io volevo la chiarezza: un sì o un no! Forse m’offendeva già quanto mi pareva un’esitazione. Per fare presto e indurla a decidersi, discussi il suo diritto di prendersi tempo:

– Ma come non ve ne sareste accorta? A voi non era possibile di credere ch’io facessi la corte ad Augusta!

Volli mettere dell’enfasi nelle mie parole, ma, nella fretta, la misi fuori di posto e finì che quel povero nome di Augusta fu accompagnato da un accento e da un gesto di disprezzo.

Fu così che levai Ada dall’imbarazzo. Essa non rilevò altro che l’offesa fatta ad Augusta:

– Perché credete di essere superiore ad Augusta? Io non penso mica che Augusta accetterebbe di divenire vostra moglie!

Poi appena ricordò che mi doveva una risposta:

– In quanto a me… mi meraviglia che vi sia capitata una cosa simile in testa.

La frase acre doveva vendicare l’Augusta. Nella mia grande confusione pensai che anche il senso della parola non avesse avuto altro scopo; se mi avesse schiaffeggiato credo che sarei stato esitante a studiarne la ragione. Perciò ancora insistetti:

– Pensateci, Ada. Io non sono un uomo cattivo. Sono ricco… Sono un po’ bizzarro, ma mi sarà facile di correggermi.

Anche Ada fu più dolce, ma parlò di nuovo di Augusta.

– Pensateci anche voi, Zeno: Augusta è una buona fanciulla e farebbe veramente al caso vostro. Io non posso parlare per conto suo, ma credo…

Era una grande dolcezza di sentirmi invocare da Ada per la prima volta col mio prenome. Non era questo un invito a parlare ancora più chiaro? Forse era perduta per me, o almeno non avrebbe accettato subito di sposarmi, ma intanto bisognava evitare che si compromettesse di più con Guido sul conto del quale dovevo aprirle gli occhi.

Fui accorto, e prima di tutto le dissi che stimavo e rispettavo Augusta, ma che assolutamente non volevo sposarla. Lo dissi due volte per farmi intendere chiaramente: “io non volevo sposarla”. Così potevo sperare di aver rabbonita Ada che prima aveva creduto io volessi offendere Augusta.

– Una buona, una cara, un’amabile ragazza quell’Augusta; ma non fa per me.

Poi appena precipitai le cose, perché c’era del rumore sul corridoio e mi poteva essere tagliata la parola da un momento all’altro.

– Ada! Quell’uomo[1] non fa per voi. È un imbecille! Non v’accorgeste come sofferse per i responsi del tavolino? Avete visto il suo bastone? Suona bene il violino, ma vi sono anche delle scimmie che sanno suonarlo. Ogni sua parola tradisce il bestione…

Essa, dopo d’esser stata ad ascoltarmi con l’aspetto di chi non sa risolversi ad ammettere nel loro senso le parole che gli sono dirette, m’interruppe. Balzò in piedi sempre col violino e l’arco in mano e mi soffiò addosso delle parole offensive. Io feci del mio meglio per dimenticarle e vi riuscii. Ricordo solo che cominciò col domandarmi ad alta voce come avevo potuto parlare così di lui e di lei! Io feci gli occhi grandi dalla sorpresa perché mi pareva di non aver parlato che di lui solo. Dimenticai le tante parole sdegnose ch’essa mi diresse, ma non la sua bella, nobile e sana faccia arrossata dallo sdegno e dalle linee rese più precise, quasi marmoree, dall’indignazione. Quella non dimenticai più e quando penso al mio amore e alla mia giovinezza, rivedo la faccia bella e nobile e sana di Ada nel momento in cui essa m’eliminò definitivamente dal suo destino. […]

Dopo essere stato sul punto di abbandonare casa Malfenti, Zeno decide di non potersene andare, perché non può rassegnarsi a non frequentare più quel salotto. Perciò torna indietro e avanza la proposta di matrimonio anche ad Alberta che, con gentile fermezza e con diverse motivazioni, la respinge come ha poco prima fatto Ada. Così, Zeno si guarda intorno…

Mi guardai d’intorno per trovare Augusta. Era uscita sul corridoio con un vassoio sul quale non v’era che un bicchiere semivuoto contenente un calmante per Anna. La seguii di corsa chiamandola per nome ed essa s’addossò alla parete per aspettarmi. Mi misi a lei di faccia e subito le dissi:

– Sentite, Augusta, volete che noi due ci sposiamo?

La proposta era veramente rude. Io dovevo sposare lei e lei me, ed io non domandavo quello ch’essa pensasse né pensavo potrebbe toccarmi di essere io costretto di dare delle spiegazioni. Se non facevo altro che quello che tutti volevano![2]

Essa alzò gli occhi dilatati dalla sorpresa. così quello sbilenco era anche più differente del solito dall’altro. La sua faccia vellutata e bianca, dapprima impallidì di più, eppoi subito si congestionò. Con un filo di voce mi disse:

– Voi scherzate e ciò è male.

Temetti si mettesse a piangere ed ebbi la curiosa idea di consolarla dicendole della mia tristezza.

– Io non scherzo, – dissi serio e triste. – Domandai dapprima la sua mano ad Ada che me la rifiutò con ira, poi domandai ad Alberta di sposarmi ed essa, con belle parole, vi si rifiutò anch’essa. Non serbo rancore né all’una né all’altra. Solo mi sento molto, ma molto infelice.

Dinanzi al mio dolore essa si ricompose e si mise a guardarmi commossa, riflettendo intensamente. Il suo sguardo somigliava ad una carezza che non mi faceva piacere.

– Io devo dunque sapere e ricordare che voi non mi amate? – domandò.

Che cosa significava questa frase sibillina? Preludiava ad un consenso? Voleva ricordare! Ricordare per tutta la vita da trascorrersi con me? Ebbi il sentimento di chi per ammazzarsi si sia messo in una posizione pericolosa ed ora sia costretto a faticare per salvarsi. Non sarebbe stato meglio che anche Augusta m’avesse rifiutato e che mi fosse stato concesso di ritornare sano e salvo nel mio studiolo nel quale neppure quel giorno stesso m’ero sentito troppo male? Le dissi:

– Sì! Io non amo che Ada e sposerei ora voi…

Stavo per dirle che non potevo rassegnarmi di divenire un estraneo per Ada e che perciò mi contentavo di divenirle cognato. Sarebbe stato un eccesso, ed Augusta avrebbe di nuovo potuto credere che volessi dileggiarla. Perciò dissi soltanto:

– Io non so più rassegnarmi di restar solo.

Essa rimaneva tuttavia poggiata alla parete del cui sostegno forse sentiva il bisogno; però pareva più calma ed il vassoio era ora tenuto da una sola mano. Ero salvo e cioè dovevo abbandonare quel salotto, o potevo restarci e dovevo sposarmi? Dissi delle altre parole, solo perché impaziente di aspettare le sue che non volevano venire:

– Io sono un buon diavolo e credo che con me si possa vivere facilmente anche senza che ci sia un grande amore.

Questa era una frase che nei lunghi giorni precedenti avevo preparata per Ada per indurla a dirmi di sì anche senza sentire per me un grande amore.

Augusta ansava leggermente e taceva ancora. Quel silenzio poteva anche significare un rifiuto, il più delicato rifiuto che si potesse immaginare: io quasi sarei scappato in cerca del mio cappello, in tempo per porlo su una testa salva.

Invece Augusta, decisa, con un movimento dignitoso che mai dimenticai, si rizzò e abbandonò il sostegno della parete. Nel corridoio non largo essa si avvicinò così ancora di più a me che le stavo di faccia. Mi disse:

– Voi, Zeno, avete bisogno di una donna che voglia vivere per voi e vi assista. Io voglio essere quella donna.

Mi porse la mano paffutella ch’io quasi istintivamente baciai. Evidentemente non c’era più la possibilità di fare altrimenti. Devo poi confessare che in quel momento fui pervaso da una soddisfazione che m’allargò il petto. Non avevo più da risolvere niente, perché tutto era stato risolto. Questa era la vera chiarezza.

Fu così che mi fidanzai.

 


[1] Quell’uomo: si tratta di Guido Speier, l’antagonista di Zeno, l’uomo di cui Ada è innamorata.

[2] Quello che tutti volevano: la durezza delle parole di Zeno è dovuta al fatto che si accinge a fare ciò che gli altri vogliono che lui faccia. Nelle sue parole c’è una sorta di rabbiosa rassegnazione: egli segue, controvoglia, la strada scelta da altri per lui.

 

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Zeno fa in successione tre proposte di matrimonio alle sorelle Malfenti. Individa le sequenze in cui ciò accade.
  2. Da che cosa Zeno capisce subito che Ada lo respingerà?
  3. Zeno e Ada parlano di Augusta: che cosa si dicono?
  4. Nell’estremo tentativo di non perdere definitivamente Ada, Zeno parla di Guido: qual è la reazione della ragazza? Che cosa ricorda Zeno di quel momento?
  5. Zeno è sul punto di andarsene ma poi cambia idea: perché?
  6. Zeno decide di proporre anche ad Alberta di sposarlo: quali sono le considerazioni che lo inducono a farlo?
  7. Con quali argomenti Zeno cerca di convincere Alberta e con quali lei respinge la proposta?
  8. Infine Zeno si rivolge ad Augusta: perché nel formulare la sua proposta usa parole dure?
  9. Riassumi il dialogo tra i due e spiega perché Augusta accetta di sposarlo.

 

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Italo Svevo, La proposta di matrimonio – Analisi del testo
Zeno dichiara il suo amore ad Ada che lo rifiuta. Egli commette nei confronti di Ada una serie di gaffe: accompagna il nome di Augusta con un gesto di disprezzo, poi dà dell’imbecille a Guido, l’uomo da lei amato. Respinto, egli ripiega senza successo sulla sorella Alberta. Infine si rivolge alla brutta Augusta che, inaspettatamente, accetta di sposarlo, nonostante egli dichiari di non amarla. Per Zeno sembra indifferente quale delle tre donne accetti di sposarlo: certo, è innamorato di Ada, la più bella, e il rifiuto subìto è per lui una dolorosa ferita, anche a distanza di anni, ma alla fine della comica successione delle dichiarazioni, dopo il sì di Augusta, il protagonista è pervaso da “una soddisfazione che m’allargò il petto”. Egli, eternamente incapace di decisioni proprie, è soddisfatto perché altri hanno deciso per lui.
Avrebbe potuto andarsene, ma alla fine, pur tra mille tentennamenti, ha preferito fare quello che la famiglia Malfenti aveva già deciso per lui, che finalmente imbocca la strada “giusta”, anche perché non sa rinunciare a frequentare un ambiente che rappresenta per lui la “salute”.
Il matrimonio rappresenta, infatti, per Zeno un tentativo di pervenire alla “salute”. Nella futura moglie Zeno cerca un sostituto della figura materna, capace al contempo di avvicinarlo al suocero, Giovanni Malfenti, che per lui è come un sostituto del padre. In fondo Ada è per Zeno troppo “impegnativa”, troppo “bella e seria”, incapace di apprezzare la sua ironia. Augusta è una soluzione di ripiego, che si rivela tutto sommato migliore di quel che Zeno pensasse: diviene una sana figura materna, che certo è impossibile amare con passione, capace però di accudirlo con affetto.

Svevo, Lo schiaffo del padre

Svevo, Lo schiaffo del padre

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Svevo, Lo schiaffo del padre 

Capitolo IV, La morte di mio padre
– Non è colpa mia! Fu quel maledetto dottore che voleva obbligarti di star sdraiato!

 

Il rapporto tra genitori e figli è tra i più importanti dell’esistenza di qualsiasi essere umano. Anche quando si presenta in termini conflittuali, non può che contenere una forte dose di coinvolgimento emotivo ed affettivo. Il distacco dai genitori è un fatto naturale, nel momento in cui il figlio acquisisce la maturità e l’autonomia che gli permetteranno di intessere nuove relazioni. Anche quando la separazione è traumatica e caratterizzata da forti contrasti, essa contiene forti ambivalenze affettive che, secondo la visione freudiana, hanno la loro origine nel cosiddetto complesso di Edipo. Nella vita di Zeno un aspetto importante è rappresentato dal rapporto col padre. Egli rievoca, in particolare, il momento drammatico della morte, seguito dal proposito dell’ennesima “ultima sigaretta”. La perdita della madre a 15 anni aveva avuto un effetto di rafforzamento del suo carattere, nel senso di una maggior fermezza e concretezza di propositi, mentre la morte del padre rappresenta per Zeno una “catastrofe”.

 

 

Avevamo tanto poco di comune fra di noi, ch’egli mi confessò che una delle persone che più l’inquietavano a questo mondo ero io. Il mio desiderio di salute m’aveva spinto a studiare il corpo umano. Egli, invece, aveva saputo eliminare dal suo ricordo ogni idea di quella spaventosa macchina. Per lui il cuore non pulsava e non v’era bisogno di ricordare valvole e vene e ricambio per spiegare come il suo organismo viveva. Niente movimento perché l’esperienza diceva che quanto si moveva finiva coll’arrestarsi. Anche la terra era per lui immobile e solidamente piantata su dei cardini. Naturalmente non lo disse mai, ma soffriva se gli si diceva qualche cosa che a tale concezione non si conformasse. M’interruppe con disgusto un giorno che gli parlai degli antipodi[1]. Il pensiero di quella gente con la testa all’ingiù gli sconvolgeva lo stomaco.

Egli mi rimproverava due altre cose: la mia distrazione e la mia tendenza a ridere delle cose più serie. In fatto di distrazione egli differiva da me per un certo suo libretto in cui notava tutto quello ch’egli voleva ricordare e che rivedeva più volte al giorno. Credeva cosí di aver vinta la sua malattia e non ne soffriva più. Impose quel libretto anche a me, ma io non vi registrai che qualche ultima sigaretta.

In quanto al mio disprezzo per le cose serie, io credo ch’egli avesse il difetto di considerare come serie troppe cose di questo mondo. Eccone un esempio: quando, dopo di essere passato dagli studii di legge a quelli di chimica, io ritornai col suo permesso ai primi, egli mi disse bonariamente: – Resta però assodato che tu sei un pazzo. […]

Fu allora che avvenne la scena terribile che non dimenticherò mai e che gettò lontano lontano la sua ombra, che offuscò ogni mio coraggio, ogni mia gioia. Per dimenticarne il dolore, fu d’uopo che ogni mio sentimento fosse affievolito dagli anni.

L’infermiere mi disse:

– Come sarebbe bene se riuscissimo di tenerlo a letto. Il dottore vi dà tanta importanza!

Fino a quel momento io ero rimasto adagiato sul sofà. Mi levai e andai al letto ove, in quel momento, ansante più che mai, l’ammalato s’era coricato. Ero deciso: avrei costretto mio padre di restare almeno per mezz’ora nel riposo voluto dal medico. Non era questo il mio dovere?

Subito mio padre tentò di ribaltarsi verso la sponda del letto per sottrarsi alla mia pressione e levarsi. Con mano vigorosa poggiata sulla sua spalla, gliel’impedii mentre a voce alta e imperiosa gli comandavo di non moversi. Per un breve istante, terrorizzato, egli obbedì. Poi esclamò:

– Muoio!

E si rizzò. A mia volta, subito spaventato dal suo grido, rallentai la pressione della mia mano. Perciò egli poté sedere sulla sponda del letto proprio di faccia a me. Io penso che allora la sua ira fu aumentata al trovarsi – sebbene per un momento solo – impedito nei movimenti e gli parve certo ch’io gli togliessi anche l’aria di cui aveva tanto bisogno, come gli toglievo la luce stando in piedi contro di lui seduto. Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto!

Non lo sapevo morto, ma mi si contrasse il cuore dal dolore della punizione ch’egli, moribondo, aveva voluto darmi. Con l’aiuto di Carlo lo sollevai e lo riposi in letto. Piangendo, proprio come un bambino punito, gli gridai nell’orecchio:

– Non è colpa mia! Fu quel maledetto dottore che voleva obbligarti di star sdraiato!

Era una bugia. Poi, ancora come un bambino, aggiunsi la promessa di non farlo più:

– Ti lascerò movere come vorrai.

L’infermiere disse:

– È morto.

Dovettero allontanarmi a viva forza da quella stanza. Egli era morto ed io non potevo più provargli la mia innocenza!

Nella solitudine tentai di riavermi. Ragionavo: era escluso che mio padre, ch’era sempre fuori di sensi, avesse potuto risolvere di punirmi e dirigere la sua mano con tanta esattezza da colpire la mia guancia.

Come sarebbe stato possibile di avere la certezza che il mio ragionamento era giusto? Pensai persino di dirigermi a Coprosich. Egli, quale medico, avrebbe potuto dirmi qualche cosa sulle capacità di risolvere e agire di un moribondo. Potevo anche essere stato vittima di un atto provocato da un tentativo di facilitarsi la respirazione! Ma col dottor Coprosich non parlai. Era impossibile di andar a rivelare a lui come mio padre si fosse congedato da me. A lui, che m’aveva già accusato di aver mancato di affetto per mio padre!

Fu un ulteriore grave colpo per me quando sentii che Carlo, l’infermiere, in cucina, di sera, raccontava a Maria: – Il padre alzò alto alto la mano e con l’ultimo suo atto picchiò il figliuolo. – Egli lo sapeva e perciò Coprosich l’avrebbe risaputo.

Quando mi recai nella stanza mortuaria, trovai che avevano vestito il cadavere. L’infermiere doveva anche avergli ravviata la bella, bianca chioma.

La morte aveva già irrigidito quel corpo che giaceva superbo e minaccioso. Le sue mani grandi, potenti, ben formate, erano livide, ma giacevano con tanta naturalezza che parevano pronte ad afferrare e punire. Non volli, non seppi più rivederlo.

Poi, al funerale, riuscii a ricordare mio padre debole e buono come l’avevo sempre conosciuto dopo la mia infanzia e mi convinsi che quello schiaffo che m’era stato inflitto da lui moribondo, non era stato da lui voluto. Divenni buono, buono e il ricordo di mio padre s’accompagnò a me, divenendo sempre più dolce. Fu come un sogno delizioso: eravamo oramai perfettamente d’accordo, io divenuto il più debole e lui il più forte.

Ritornai e per molto tempo rimasi nella religione della mia infanzia. Immaginavo che mio padre mi sentisse e potessi dirgli che la colpa non era stata mia, ma del dottore. La bugia non aveva importanza perché egli oramai intendeva tutto ed io pure. E per parecchio tempo i colloqui con mio padre continuarono dolci e celati come un amore illecito, perché io dinanzi a tutti continuai a ridere di ogni pratica religiosa, mentre è vero – e qui voglio confessarlo – che io a qualcuno giornalmente e ferventemente raccomandai l’anima di mio padre. È proprio la religione vera quella che non occorre professare ad alta voce per averne il conforto di cui qualche volta – raramente – non si può fare a meno.

 

[1] Antipodi: Ogni punto della superficie del nostro pianeta ha un antipodo, un luogo, cioè, che si trova esattamente all’estremità opposta del globo, tanto che una retta che parta dal luogo in cui ci si trova e scenda verticalmente verso il centro della Terra, se prolungata, uscirebbe sulla superficie terrestre proprio all’antipodo.

 

 

Esercizi di analisi del testo
  1. Con quali espressioni Zeno definisce la morte di suo padre?
  2. Il rapporto tra Zeno e il padre è spesso conflittuale. Quale opinione ha Zeno del padre e quale opinione ha il padre di Zeno?
  3. In che cosa consiste la “scena terribile che non dimenticherò mai”? Riassumila
  4. In che modo viene vissuta da Zeno questa vicenda? Perché si può parlare di “complesso di Edipo”?
 

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Svevo, Lo schiaffo del padre – Analisi del testo

Una sera di fine marzo il padre Zeno si sente male e durante la notte le sue condizioni peggiorano rapidamente. All’alba giunge il dottor Coprosich, che diagnostica un incurabile edema cerebrale. L’applicazione delle sanguisughe produce nel malato un temporaneo miglioramento. Poi, una notte, la fine: Zeno cerca di costringere a letto il padre ma questi dice “Muoio”; Zeno allenta la presa, il padre si alza in piedi, solleva in alto una mano, la lascia ricadere sul volto del figlio poi crolla a terra morto. A Zeno resta per tutta la vita il dubbio di aver ricevuto un’estrema punizione da parte del padre morente, anche se, nei ricordi seguenti, i suoi rapporti col padre gli appaiono ormai in una luce positiva.
Il capitolo è interamente dedicato dalla narrazione della morte del padre. L’evento è centrale nella vita del protagonista, sottolineato dall’ennesima ultima sigaretta. Nel capitolo emerge con evidenza come tutti gli avvenimenti siano descritti dal punto di vista e dal sentire di Zeno, per il quale la morte del padre rappresenta “l’avvenimento più importante della mia vita”… “una vera, grande catastrofe”.
Di fronte al padre malato Zeno si accorge dell’affetto che lo lega a lui, in contrasto con i precedenti rapporti che, pur non essendo apertamente conflittuali, erano caratterizzati da reciproca diffidenza, da incomprensione ed estraneità: il padre lo considera un incapace, un inetto; Zeno risponde con l’indifferenza e con l’ironia, persino con il disprezzo. Zeno imputa al padre una rozza assenza di apertura mentale e di problematicità. Il padre considera Zeno “una delle persone che più l’inquietavano in questo mondo”, soprattutto per la sua disattenzione e per la “tendenza a ridere delle cose più serie”. Il rapporto tra Zeno e il padre è un rapporto ambivalente: desiderio edipico della sua morte, da un lato, bisogno di protezione e di sicurezza dall’altro. Quando, trentenne, si accorge che sta per perderlo, è in preda all’angoscia e ai sensi di colpa.
Lo schiaffo con cui il vecchio lo colpisce prima di morire, probabile gesto involontario di un moribondo, viene vissuto da Zeno come un’estrema punizione, che alimenta ulteriormente i suoi rimorsi. Egli si sente come un bambino punito e invoca il suo perdono. Questo sentimento è rafforzato dalle parole dell’infermiere che, raccontando l’accaduto a Maria, la domestica, attribuisce al padre del protagonista un’estrema volontà consapevole di punirlo. Il rimorso perdura nel tempo, nonostante l’apparente rappacificazione postuma davanti al feretro. Zeno riconosce la forza e l’autorità paterna, a lungo negata, ma il padre è ormai defunto e quindi ormai impotente.

Svevo, Il fumo

Svevo, Il fumo

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Italo Svevo, Il fumo.

Da  La coscienza di Zeno
Capitolo III – Il fumo.
Penso che la sigaretta abbia un gusto piú intenso quand’è l’ultima.

 

Il vizio del fumo è fortemente diffuso e produce notevoli danni alla salute, esso anzi costituisce una delle principali cause di morte. Eppure il vizio del fumo è durissimo da vincere, come ben sanno fumatori ed ex fumatori. Così, il proposito fallito di fumare l’ultima sigaretta da parte del protagonista può essere ben compreso. Nato come gesto di libertà e di ribellione alla superiorità paterna, esso assurge a simbolo della sua inettitudine, della sua incapacità, della sua assenza di determinazione, della sua malattia…

 

 

Ricordo di aver fumato molto, celato in tutti i luoghi possibili. Perché seguito da un forte disgusto fisico, ricordo un soggiorno prolungato per una mezz’ora in una cantina oscura insieme a due altri fanciulli di cui non ritrovo nella memoria altro che la puerilità del vestito: Due paia di calzoncini che stanno in piedi perché dentro c’è stato un corpo che il tempo eliminò. Avevamo molte sigarette e volevamo vedere chi ne sapesse bruciare di piú nel breve tempo. Io vinsi, ed eroicamente celai il malessere che mi derivò dallo strano esercizio. Poi uscimmo al sole e all’aria. Dovetti chiudere gli occhi per non cadere stordito.

Mi rimisi e mi vantai della vittoria. Uno dei due piccoli omini mi disse allora:

– A me non importa di aver perduto perché io non fumo che quanto m’occorre.

Ricordo la parola sana e non la faccina certamente sana anch’essa che a me doveva essere rivolta in quel momento.

Ma allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astensione dal fumo. Ricordo questa parola assoluta! Mi ferí e la febbre la colorí: Un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce attorno ad un vuoto.

Quando il dottore mi lasciò, mio padre (mia madre era morta da molti anni) con tanto di sigaro in bocca restò ancora per qualche tempo a farmi compagnia. Andandosene, dopo di aver passata dolcemente la sua mano sulla mia fronte scottante, mi disse:

– Non fumare, veh!

Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: “Giacché mi fa male non fumerò mai piú, ma prima voglio farlo per l’ultima volta”. Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi:

– Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!

Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima.

Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo[1]. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare piú e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono[2] ancora tali. La ridda[3] delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. Meno violento è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza. Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto. Posso anzi dire, che da qualche tempo io fumo molte sigarette… che non sono le ultime[4].

Sul frontispizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato[5]:

“Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!”.

Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono. M’ero arrabbiato col diritto canonico[6] che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benché ridotta in un matraccio[7]. Quell’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività[8] (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo.

Per sfuggire alla catena[9] delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge.

Pur troppo! Fu un errore e fu anch’esso registrato da un’ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro. Fu importante anche questa e mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo[10] coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio. M’ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale. Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco?

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità[11]? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente[12]. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell’igienista[13] vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?

Una volta, allorché da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date. Probabilmente lasciai quella stanza proprio perché essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo piú possibile di formarne in quel luogo degli altri.

Penso che la sigaretta abbia un gusto piú intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sé stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà[14] e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ piú lontano.

Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori piú varii ed anche ad olio. Il proponimento, rifatto con la fede piú ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore. Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre. Del secolo passato ricordo una data che mi parve dovesse sigillare per sempre la bara in cui volevo mettere il mio vizio[15]: “Nono giorno del nono mese del 1899”. Significativa nevvero? Il secolo nuovo m’apportò delle date ben altrimenti musicali: “Primo giorno del primo mese del 1901”. Ancor oggi mi pare che se quella data potesse ripetersi, io saprei iniziare una nuova vita.

Ma nel calendario non mancano le date e con un po’ d’immaginazione ognuna di esse potrebbe adattarsi ad un buon proponimento. Ricordo, perché mi parve contenesse un imperativo supremamente categorico[16], la seguente: “Terzo giorno del sesto mese del 1912 ore 24”[17]. Suona come se ogni cifra raddoppiasse la posta.

L’anno 1913 mi diede un momento d’esitazione. Mancava il tredicesimo mese per accordarlo con l’anno. Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta.

Molte date che trovo notate su libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! Ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni singola cifra nega la precedente. Molti avvenimenti, anzi tutti, dalla morte di Pio IX[18] alla nascita di mio figlio, mi parvero degni di essere festeggiati dal solito ferreo proposito. Tutti in famiglia si stupiscono della mia memoria per gli anniversarii lieti e tristi nostri e mi credono tanto buono!

Per diminuirne l’apparenza balorda[19] tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta. Si dice con un bellissimo atteggiamento: “mai piú!”. Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito. Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai. Da me, solo da me, ritorna[20].

 


[1] il secondo… primo: il secondo dei disturbi non è il fumo, ma lo sforzo per liberarsene senza riuscirci.
[2] finirono… sono: l’alternarsi del tempo “passato”(il tempo delle memorie) e del tempo “presente” (il tempo dell’io  narrante, che ricorda) crea il cosiddetto  “tempo misto”, in cui le riflessioni e gli avvenimenti si confondono sino a coincidere nell’interiorità del narratore.
[3] ridda: è un ballo. In senso figurato è un movimento confuso e disordinato.
[4] non sono le ultime: le sigarette non vengono fumate con il proposito di liberarsi dal vizio.
[5] ornato: elemento decorativo.
[6] diritto canonico: sono tutte le norme giuridiche che  la  Chiesa  pone  nei rapporti con i fedeli.
[7] matraccio: è un vaso di vetro di forma sferica, con un lungo collo, usato negli esperimenti scientifici.
[8] il desiderio di attività: nei  personaggi sveviani c’è il desiderio di lasciare nel mondo un segno della  propria presenza e della propria volontà.
[9] catena: Svevo gioca sul doppio senso del termine “catena”: a) associazione degli atomi di carbonio in un composto organico; b) legame, composto di anelli di ferro, che impedisce i movimenti.
[10] complicazioni… del suo: sono i problemi giuridici riguardanti i  rapporti di proprietà.
[11] che io… incapacità?: scaricando la responsabilità sull’amore per la sigaretta, Zeno si costruirebbe un alibi per sottrarsi ai sensi di colpa che deriverebbero dalla consapevolezza della propria inettitudine.
[12] latente: nascosta.
[13] igienista: è colui che studia precise norme di pulizia per combattere i fattori che danneggiano la salute.
[14] si protesta… libertà: si  afferma  la  propria  libertà  dall’obbligo  di rispettare gli impegni.
[15] sigillare… il mio vizio: tra  la  serietà  dei  propositi  (vincere il vizio del  fumo)  e  l’umorismo  delle  tante immagini scelte per descriverli, si  crea un contrasto che porta Zeno, ormai vecchio e più saggio, a ironizzare su quella serietà.
[16] imperativo… categorico: l’espressione è molto divertente  perché,  con l’aggiunta dell’avverbio “supremamente”, stravolge in chiave umoristica il kantiano concetto filosofico dell’imperativo categorico. Il filosofo tedesco  Immanuel Kant  nell’etica pone a base  degli  atti  morali  l’imperativo categorico. Esso è l’ordine inderogabile a cui l’individuo deve obbedire per puro  senso  del dovere.
[17] <<Terzo… ore 24>>… posta: ogni numero è il doppio del precedente: 3, 6, (19) 12, 24.
[18] Pio IX: è il pontefice morto nel 1878.
[19] balorda: sciocca, stolta.
[20] tempo… ritorna: il tempo, non più inteso come mera successione  cronologica dei fatti, è ricondotto alla percezione che ne ha il soggetto. Diviene, insomma, una sorta di “tempo misto”, il tempo della coscienza e della memoria.
 

 

Esercizi di analisi del testo.

  1. In quale circostanza il protagonista decide per la prima volta di fumare un’ultima sigaretta?
  2. In quali importanti occasioni Zeno fuma l’ultima sigaretta?
  3. Perché per Zeno è così importante l’ultima sigaretta?
  4. Zeno adduce degli alibi per giustificare la propria incapacità di smettere di fumare: indicali.
  5. Il tema della malattia è centrale: spiega in un breve testo in che cosa consiste la malattia di Zeno e in che rapporto sta con il vizio del fumo.
  6. Uno degli elementi di riflessione presenti nel brano è quello del tempo. Quale concezione ne emerge?
  7. L’uso dell’ironia e dell’autoironia caratterizza il romanzo ed anche questo brano. In quali punti del testo sono presenti? Che funzione svolgono?

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Italo Svevo, Il fumo. – Analisi del testo.

 

Il brano rievoca i numerosi ma vani tentativi, compiuti da Zeno nel corso degli anni, per liberarsi dal vizio del fumo. Emergono qui alcuni dei temi principali del romanzo, come la continua mancanza di determinazione nel tener fede ai propositi e gli elaborati artifici con cui il protagonista tenta di fornire a se stesso un alibi per i propri fallimenti.

Zeno si rifugia nell’ironia e in una distaccata saggezza, con cui si diverte a dissacrare gli aspetti più seri dell’esistenza. Numerose le similitudini e le metafore (“fumare come un turco”, “sigillare la bara”), le ripetizioni, i giochi di parole, che danno alla rievocazione un tono di sorridente autoironia.

Inoltre, il tempo narrativo rompe con la tradizione, nel senso che “presente” e “passato” non sono più intesi cronologicamente, ma si fondono nell’interiorità dell’io narrante. Il tempo della narrazione, insomma, diventa una sorta di “tempo misto”, il tempo della coscienza e della memoria.

Il nucleo tematico del capitolo è quello dell’ultima sigaretta. Le vicende narrate coprono un periodo che va dall’infanzia del protagonista al 1913. In un continuo alternarsi di presente e passato, Zeno racconta di come da bambino si procurasse di nascosto le sigarette, di come le sigarette, amate e odiate al tempo stesso, rappresentassero in qualche modo per lui uno strumento di autoaffermazione, con cui sfidare l’autorità paterna. A vent’anni Zeno è colto da un fortissimo mal di gola e il medico gli impone l’assoluta astensione dal fumo, ma proprio questo divieto accentua il suo desiderio di fumare. Inoltre scopre il grande piacere di fumare pensando che si tratti dell’ultima sigaretta, tanto che questa diventa una seconda malattia.

Con l’alibi dell’ultima sigaretta Zeno prova, oltre alla soddisfazione di un desiderio, anche il piacere di infrangere un divieto. Innumerevoli, da quel momento, i propositi falliti di smettere di fumare. La sua esistenza è disseminata di molte “ultime sigarette”, che egli associa ad altrettante date, più o meno significative, annotandole sui libri o sulle pareti. L’atteggiamento di Zeno nei confronti del fumo è indicativo della sua ambivalenza psicologica, è simbolo della sua inettitudine. La malattia non è semplicemente il vizio del fumo, ma soprattutto l’inefficacia dei suoi innumerevoli tentativi di smettere di fumare. Zeno anzi ipotizza “che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità”.

Svevo, Prefazione del dottor S.

Svevo, Prefazione del dottor S.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Italo Svevo, Prefazione del dottor S.

(da La coscienza di Zeno)
Fin dalla prefazione del romanzo l’ironia si presenta come elemento centrale del romanzo. L’ironia è un modo per dire e non dire, per dire senza troppo ferire, salvo quando si muta in sarcasmo, assumendo accenti più aggressivi, con la volontà esplicita di ferire. Il medico sembra qui aver bisogno del suo paziente e se questi rifiuta la cura perché la ritiene inefficace ne è profondamente offeso, perché questo mette in discussione la sua autorità. Che farebbero i medici se non vi fossero malati…?

 

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.

Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.

Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!…

Dottor S.

Italo Svevo, Prefazione, da La coscienza di Zeno, 1923

Edizione: I. Svevo, Romanzi. Parte seconda, Milano 1969, p. 599.

 

Analisi del testo.

Lo psicanalista cui Zeno Cosini si è rivolto per curare la propria malattia, indispettito perché il suo paziente ha deciso improvvisamente di interrompere la cura, decide di pubblicare per vendetta le sue memorie sperando che “gli dispiaccia”. Un ribaltamento del rapporto medico-paziente, evidente anche nell’intenzione di dividere il ricavato a condizione che il paziente riprenda la terapia.

Il dottor S. è convinto che la sua scelta terapeutica sia stata in fondo valida, benché possa apparire poco ortodossa agli esperti di psicanalisi. I risultati ottenuti, secondo il dottore, sono stati incoraggianti, e sarebbero stati ancora migliori se il paziente non si fosse sottratto alla cura. Nelle sue memorie, avverte, sono contenute verità e bugie che meriterebbero un’attenta analisi.

 

Esercizi di analisi del testo.

  1. Dopo una prima lettura, riassumi il contenuto informativo del testo in non più di dieci righe.
  2. Quali personaggi entrano in gioco in questo testo? E con quali ruoli?
  3. Quali informazioni circa il paziente si desumono dal testo?
  4. Quale immagine si ricava del Dottor S.?
  5. Il Dottor S. ha indotto il paziente a scrivere la sua autobiografia. Perché?
  6. Rifletti sulle diverse denominazioni del romanzo: “novella” (r. 1), “autobiografia” (r. 4), “memorie” (r. 9).
  7. Esponi le tue osservazioni in un commento personale di sufficiente ampiezza.
Produzione
  1. Proponi una tua interpretazione complessiva del brano e approfondiscila con opportuni collegamenti al romanzo nella sua interezza o ad altri testi di Svevo. In alternativa, prendendo spunto dal testo proposto, delinea alcuni aspetti dei rapporti tra letteratura e psicoanalisi, facendo riferimento ad opere che hai letto e studiato.

 

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