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Walpole, Il castello di Otranto

Walpole, Il castello di Otranto

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Horace Walpole, Il castello di Otranto

(1764)

Horace Walpole (1717-1797) nacque a Londra in una famiglia di funzionari reali. Finiti gli studi, compì un lungo viaggiò in Europa. Di ritorno in Inghilterra, ottenne un seggio in parlamento e comprò una casa sul Tamigi, nella periferia londinese, che riadattò a castello neogotico e nella quale visse il resto della sua vita.

Il castello di Otranto è la sua opera più celebre ed è considerata capostipite di un nuovo genere divenuto molto popolare: il romanzo gotico. Con l’espediente narrativo del manoscritto ritrovato, Walpole ambienta la sua vicenda nei secoli passati, in un Medioevo letterario fatto di castelli, sotterranei, profezie, magie. Questo alone di mistero emerge già da queste prime pagine: al castello stanno per celebrarsi le nozze di Corrado ed Isabella; mentre si attende il giovane sposo, che sembra scomparso nel nulla, giunge la notizia del ritrovamento del suo corpo.

Manfredi, principe di Otranto, aveva un figlio e una figlia: quest’ultima, una vergine di rara bellezza, aveva diciotto anni e si chiamava Matilda. Corrado, il figlio, di tre anni più giovane, era un fanciullo pallido e malaticcio, di natura tutt’altro che promettente; eppure era il prediletto del principe, che non aveva mai mostrato alcun segno d’affetto per Matilda. Manfredi aveva combinato per suo figlio un matrimonio con Isabella, figlia del marchese di Vicenza, la quale era già stata consegnata dai suoi tutori nelle mani di Manfredi, così che le nozze potessero venire celebrate non appena la salute cagionevole di Corrado lo avesse permesso. L’impazienza di Manfredi riguardo alla cerimonia era stata notata dai familiari e dai vicini. I familiari, in verità, timorosi del carattere severo del principe, non osavano dar voce alle proprie supposizioni circa questa sua urgenza. La moglie Ippolita, un’amabile gentildonna, si arrischiava a volte ad accennare ai pericoli di un così precoce matrimonio per il loro unico figlio, considerandone la giovane età e la debolezza del corpo; ma non ricevette mai altra risposta se non di biasimo[1] per la sua stessa sterilità, poiché ella aveva dato al principe un solo erede. Gli affittuari e i sudditi erano meno cauti nei loro ragionamenti: essi attribuivano queste nozze affrettate al terrore del principe di vedere compiuta un’antica profezia, che si diceva fosse stata pronunziata, ovvero Che il castello e la signoria di Otranto sarebbero stati perduti dall’attuale famiglia, allorché il vero padrone diverrà troppo grande per abitarvi. Era difficile venire a capo di questa profezia, e ancor meno facile comprendere cosa avesse a che fare con il matrimonio in questione. Ma quei misteri, o contraddizioni, non impedirono al popolo di rimanere attaccato alle proprie credenze.

Lo sposalizio del giovane Corrado venne fissato per il giorno del suo compleanno. Gli ospiti erano riuniti nella cappella del castello, e ogni cosa era pronta per l’inizio del divino ufficio, ma Corrado ancora non compariva. Manfredi, insofferente del minimo ritardo, non avendo scorto il figlio ritirarsi, inviò uno dei suoi attendenti a cercare il giovane principe. Il servo non stette via neppure il tempo necessario per attraversare la corte antistante l’appartamento di Corrado, e tornò correndo, senza fiato e sconvolto, gli occhi spalancati e la schiuma alla bocca. Non parlava, ma indicava il cortile. L’assemblea fu presa dal terrore e dallo stupore. La principessa Ippolita, senza comprendere cosa fosse accaduto, ma ansiosa per il figlio, svenne. Manfredi, meno preoccupato che incollerito per il procrastinarsi[2] delle nozze, nonché per il folle contegno[3] del domestico, domandò imperioso cosa dunque stesse succedendo. L’uomo non rispose, ma continuò a indicare il cortile; infine, dopo che numerose domande gli vennero rivolte, gridò: «Oh, l’elmo! l’elmo». Nel frattempo qualcuno degli ospiti era corso nel cortile, donde si udiva un confuso vociare, e urla di orrore e sorpresa. Manfredi, che cominciava a preoccuparsi non vedendo comparire il figlio, si mosse egli stesso per appurare che cosa avesse cagionato[4] quella strana confusione. Matilda rimase indietro, curando di assistere sua madre; Isabella restò con lei per lo stesso motivo, e per evitare di mostrare la propria impazienza nei confronti dello sposo, per il quale, invero, non aveva concepito grande affetto.

La prima cosa che Manfredi vide fu un gruppo di servi che tentavano di sollevare un oggetto che gli apparve come una montagna di fosche piume. Rimase a fissarla senza credere ai suoi occhi. «Cosa state facendo?», gridò Manfredi adirato; «Dov’è mio figlio?» Un profluvio di voci rispose: «Oh, mio signore! il principe! il principe! l’elmo!». Scosso dalle grida lamentevoli e timoroso non sapeva bene di cosa, avanzò affrettatamente. Ma quale spettacolo per gli occhi di un padre! Scorse suo figlio squartato e quasi sepolto sotto un enorme elmo, cento volte più grande di qualunque casco mai destinato a essere umano, e ricoperto da una quantità altrettanto enorme di piume nere.

L’orrore della scena, l’ignoranza di tutti circa il modo in cui tale sciagura fosse capitata, e soprattutto lo straordinario fenomeno di cui egli stesso era testimone, tolsero la parola al principe. Egli fissò gli occhi su quel che invano desiderava fosse null’altro che una visione, ma sembrava meno intento a riflettere sulla perdita del figlio, che non assorto in contemplazione dello straordinario oggetto che l’aveva cagionata. Toccò ed esaminò l’elmo fatale: né i resti laceri e sanguinanti del giovane principe poterono stornare[5] lo sguardo di Manfredi dal portento che si ergeva dinanzi a lui. Tutti coloro che avevano conosciuto la sua speciale predilezione per il giovane Corrado rimasero tanto sorpresi per l’insensibilità del loro principe, quanto sbalorditi essi stessi dal miracolo dell’elmo. Trasportarono il cadavere sfigurato nella sala, pur senza riceverne l’ordine da Manfredi. Parimenti[6], egli non mostrò alcun riguardo per le dame che erano rimaste nella cappella. Al contrario, non pensando minimamente alle infelici principesse, sua moglie e sua figlia, le prime parole che pronunziò furono: «Prendetevi cura della signora Isabella».

da Il castello di Otranto, trad. M. Prayer, Milano, Newton Compton, 1993


[1] Biasimo: rimprovero.

[2] il procrastinarsi: il rinvio continuo.

[3] contegno: atteggiamento

[4] cagionato: procurato.

[5] stornare: distogliere.

[6] Parimenti: ugualmente, allo stesso modo.

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