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Giovanni Verga (Catania, 1840 – 1922)

Giovanni Verga (Catania, 1840 – 1922)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Giovanni Verga

(Catania, 1840 – 1922)

Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre del 1840 da una famiglia benestante di proprietari terrieri fu educato ai valori patriottici, romantici e risorgimentali, che furono fonte d’ispirazione per i suoi primi romanzi, Amore e patria (1857), I carbonari della montagna (1861) e Sulle lagune (1863).

Nel 1858 s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, ma decise poi di interrompere gli studi per dedicarsi completamente alla letteratura. Durante l’impresa dei Mille s’impegnò nella lotta antiborbonica, prestò servizio nella Guardia Nazionale e si dedicò al giornalismo patriottico.

Firenze

Nel maggio del 1865 soggiornò a Firenze, divenuta capitale d’Italia, dove frequentò i salotti letterari e mondani e dove conobbe Luigi Capuana, con cui strinse una feconda amicizia. Dal 1869 e al 1872 trascorse lunghi periodi a Firenze, dove scrisse i romanzi Una peccatrice (1866) e Storia di una capinera (1871).

Milano

Nel 1872 si trasferì a Milano, attratto dalla vivacità letteraria e artistica della città, dove abitò fino al 1893, con brevi soggiorni in Sicilia. Frequentò i salotti letterari e mondani milanesi e conobbe gli scrittori della Scapigliatura, tra cui i fratelli Boito ed Emilio Praga. Pubblicò tre romanzi di ambiente “mondano”, Eva (1873), Tigre reale ed Eros (1875), che ottennero un grande successo di pubblico. Nel 1874 scrisse anche un “bozzetto siciliano”, Nedda, che esprimeva la sua ricerca di nuovi temi e forme narrative.

Il Ciclo dei vinti

Fu attratto dalla narrativa francese, in particolare da scrittori come Flaubert e Zola, e dalle idee sostenute dall’amico Luigi Capuana, teorico del Verismo. Progettò così di scrivere il ciclo di romanzi “I vinti” (inizialmente intitolato La marea) che doveva comprendere I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso. Nel 1880 fu pubblicata la raccolta di novelle Vita dei campi e nel 1881 I Malavoglia, che riscosse però scarso successo. Negli anni successivi, Verga lavorò alla raccolta Novelle rusticane (1883) e al Mastro don Gesualdo, che uscì nel 1888 a puntate sulla “Nuova Antologia”, e l’anno successivo in volume, dopo un’ampia revisione.

Gli ultimi anni

Dal 1893 lo scrittore tornò a risiedere a Catania. Dopo il gruppo di racconti I ricordi del capitano d’Arce, del 1891, comparvero nel 1894 quelli di Don Candeloro e C.i. Verga tentò anche esperimenti teatrali, scrivendo alcuni drammi, tra cui Cavalleria rusticana (1884), In portineria (1885), La Lupa (1896), Dal tuo al mio (1903). Nel 1907 iniziò la stesura de La duchessa di Leyra (terzo romanzo del “ciclo dei vinti”), di cui però scrisse solo il primo capitolo.

Negli ultimi anni, lo scrittore visse sempre più appartato e solitario e si chiuse in un cupo pessimismo, assumendo posizioni reazionarie come l’approvazione nel 1898 della sanguinosa repressione operata dal generale Bava-Beccaris dei moti popolari a Milano. Nel 1920 fu nominato senatore del Regno d’Italia e il suo ottantesimo compleanno fu celebrato alla presenza di Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruzione, con un intervento di Luigi Pirandello. Morì a Catania il 27 gennaio 1922.

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Verga, Mastro don Gesualdo

Verga, Mastro don Gesualdo

gesualdoVerga, Mastro don Gesualdo (1889)

 

Gesualdo Motta, un muratore che grazie al lavoro frenetico è divenuto un ricchissimo proprietario terriero, sposa per una rivalsa sociale la nobile Bianca Trao, la cui famiglia decaduta gli concede per motivi d’interesse e perché la giovane donna, sedotta da un cugino, non può più aspirare ad un matrimonio adeguato al suo rango.

Per questo Gesualdo lascia l’umile e fedele contadina Diodata che gli ha dato due figli. Il protagonista, che tenta di uscire dal proprio mondo, va fatalmente incontro al fallimento. Disprezzato dai parenti della moglie, dai quali lo separa il profondo divario sociale, non riuscirà neppure a guadagnarsi l’affetto della figlia Isabella (nata in realtà dalla relazione di Bianca con il cugino Ninì), che si vergogna persino del nome del padre. Dopo la morte di Bianca e dopo aver maritato in fretta la figlia con l’attempato duca di Leyra per rimediare ad una fuga d’amore, Gesualdo si ammala di cancro. Sconfitto e solo, muore nel grande palazzo del genero, nella completa indifferenza dei servitori, mentre la figlia e il marito dissipano il suo patrimonio. Rispetto ai Malavoglia, Mastro don Gesualdo presenta alcuni elementi di continuità come l’uso del discorso indiretto libero e la ripresa di moduli linguistici adeguati ai personaggi. Il più evidente elemento innovativo consiste nella molteplicità dei punti di vista e dello stile. Il narratore popolare spesso ritrae i personaggi in modo ironico e li deforma fino a renderli grotteschi. Diversamente da quanto accade nei Malavoglia, il narratore esprime il punto di vista, le reazioni e i giudizi dell’autore, seppure in modo non esplicito, attraverso l’accostamento delle battute, la variazione del registro linguistico o il contrasto dei comportamenti. Inoltre Verga fa ricorso al monologo interiore, che affida alla voce del protagonista l’espressione di sensazioni, pensieri, ricordi, in un libero fluire delle idee. Infine, la narrazione della storia di Isabella è caratterizzata sotto il profilo stilistico dall’utilizzo di una lingua letteraria ed elegante, in contrasto con l’asciuttezza espressiva delle altre parti. Si accentua nell’autore la volontà di denunciare la brutalità della corsa verso la ricchezza. L’interesse personale, il sacrificio della parte più autentica di se stessi in nome dell’amore ossessivo per la “roba” e della scalata sociale, pagati con la solitudine, con l’incomprensione e con il disprezzo altrui, sono i motivi dominanti del romanzo. Nel Mastro don Gesualdo il pessimismo di Verga si fa più cupo e inesorabile: nei Malavoglia ci sono ancora una possibilità di sopravvivenza e un approdo per chi rimane fedele alle leggi della casa e del lavoro, mentre nel Mastro don Gesualdo resta solo una cruda analisi dei meccanismi dell’arricchimento.

Verga, Libertà

Verga, Libertà

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Verga, Libertà

Se avevano detto che c’era la libertà!…
Libertà è una delle novelle più discusse di Verga. Vi si narra la tragica rivolta dei contadini di Bronte che, all’arrivo dei garibaldini nel 1860, si illusero che fosse giunto il momento della redistribuzione delle terre. Il taglio del racconto dimostra con chiarezza che Verga non condivide e non comprende le ragioni dei rivoltosi, ma anzi tende a giustificare la dura repressione di Nino Bixio. Questa posizione sembra anticipare l’ideologia reazionaria e conservatrice verso la quale lo scrittore si orientò sempre più nettamente negli anni della vecchiaia.

 

Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: – Viva la libertà! –

Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola.

– A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. – A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l’anima! – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! – A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! –

E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli! –

Don Antonio sgattaiolava a casa per le scorciatoie. Il primo colpo lo fece cascare colla faccia insanguinata contro il marciapiede. – Perché? perché mi ammazzate? – Anche tu! al diavolo! – Un monello sciancato raccattò il cappello bisunto e ci sputò dentro. – Abbasso i cappelli! Viva la libertà! – Te’! tu pure! – Al reverendo che predicava l’inferno per chi rubava il pane. Egli tornava dal dir messa, coll’ostia consacrata nel pancione. – Non mi ammazzate, ché sono in peccato mortale! – La gnà Lucia, il peccato mortale; la gnà Lucia che il padre gli aveva venduta a 14 anni, l’inverno della fame, e rimpieva la Ruota e le strade di monelli affamati. Se quella carne di cane fosse valsa a qualche cosa, ora avrebbero potuto satollarsi, mentre la sbrandellavano sugli usci delle case e sui ciottoli della strada a colpi di scure. Anche il lupo allorché capita affamato in una mandra, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia. – Il figliuolo della Signora, che era accorso per vedere cosa fosse – lo speziale, nel mentre chiudeva in fretta e in furia – don Paolo, il quale tornava dalla vigna a cavallo del somarello, colle bisacce magre in groppa. Pure teneva in capo un berrettino vecchio che la sua ragazza gli aveva ricamato tempo fa, quando il male non aveva ancora colpito la vigna. Sua moglie lo vide cadere dinanzi al portone, mentre aspettava coi cinque figliuoli la scarsa minestra che era nelle bisacce del marito. – Paolo! Paolo! – Il primo lo colse nella spalla con un colpo di scure. Un altro gli fu addosso colla falce, e lo sventrò mentre si attaccava col braccio sanguinante al martello.

Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l’oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli: – Neddu! Neddu! – Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch’esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l’aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. – Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; – strappava il cuore! – Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant’anni – e tremava come una foglia. – Un altro gridò: – Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui! –

Non importa! Ora che si avevano le mani rosse di quel sangue, bisognava versare tutto il resto. Tutti! tutti i cappelli! – Non era più la fame, le bastonate, le soperchierie che facevano ribollire la collera. Era il sangue innocente. Le donne più feroci ancora, agitando le braccia scarne, strillando l’ira in falsetto, colle carni tenere sotto i brindelli delle vesti. – Tu che venivi a pregare il buon Dio colla veste di seta! – Tu che avevi a schifo d’inginocchiarti accanto alla povera gente! – Te’! Te’! – Nelle case, su per le scale, dentro le alcove, lacerando la seta e la tela fine. Quanti orecchini su delle facce insanguinate! e quanti anelli d’oro nelle mani che cercavano di parare i colpi di scure!

La baronessa aveva fatto barricare il portone: travi, carri di campagna, botti piene, dietro; e i campieri che sparavano dalle finestre per vender cara la pelle. La folla chinava il capo alle schiopettate, perché non aveva armi da rispondere. Prima c’era la pena di morte chi tenesse armi da fuoco. – Viva la libertà! – E sfondarono il portone. Poi nella corte, sulla gradinata, scavalcando i feriti. Lasciarono stare i campieri. – I campieri dopo! – I campieri dopo! – Prima volevano le carni della baronessa, le carni fatte di pernici e di vin buono. Ella correva di stanza in stanza col lattante al seno, scarmigliata – e le stanze erano molte. Si udiva la folla urlare per quegli andirivieni, avvicinandosi come la piena di un fiume. Il figlio maggiore, di 16 anni, ancora colle carni bianche anch’esso, puntellava l’uscio colle sue mani tremanti, gridando: – Mamà! mamà! – Al primo urto gli rovesciarono l’uscio addosso. Egli si afferrava alle gambe che lo calpestavano. Non gridava più. Sua madre s’era rifugiata nel balcone, tenendo avvinghiato il bambino, chiudendogli la bocca colla mano perché non gridasse, pazza. L’altro figliolo voleva difenderla col suo corpo, stralunato, quasi avesse avuto cento mani, afferrando pel taglio tutte quelle scuri. Li separarono in un lampo. Uno abbrancò lei pei capelli, un altro per i fianchi, un altro per le vesti, sollevandola al di sopra della ringhiera. Il carbonaio le strappò dalle braccia il bambino lattante. L’altro fratello non vide niente; non vedeva altro che nero e rosso. Lo calpestavano, gli macinavano le ossa a colpi di tacchi ferrati; egli aveva addentato una mano che lo stringeva alla gola e non la lasciava più. Le scuri non potevano colpire nel mucchio e luccicavano in aria.

E in quel carnevale furibondo del mese di luglio, in mezzo agli urli briachi della folla digiuna, continuava a suonare a stormo la campana di Dio, fino a sera, senza mezzogiorno, senza avemaria, come in paese di turchi. Cominciavano a sbandarsi, stanchi della carneficina, mogi, mogi, ciascuno fuggendo il compagno. Prima di notte tutti gli usci erano chiusi, paurosi, e in ogni casa vegliava il lume. Per le stradicciuole non si udivano altro che i cani, frugando per i canti, con un rosicchiare secco di ossa, nel chiaro di luna che lavava ogni cosa, e mostrava spalancati i portoni e le finestre delle case deserte.

Aggiornava; una domenica senza gente in piazza né messa che suonasse. Il sagrestano s’era rintanato; di preti non se ne trovavano più. I primi che cominciarono a far capannello sul sagrato si guardavano in faccia sospettosi; ciascuno ripensando a quel che doveva avere sulla coscienza il vicino. Poi, quando furono in molti, si diedero a mormorare. – Senza messa non potevano starci, un giorno di domenica, come i cani! – Il casino dei galantuomini era sbarrato, e non si sapeva dove andare a prendere gli ordini dei padroni per la settimana. Dal campanile penzolava sempre il fazzoletto tricolore, floscio, nella caldura gialla di luglio.

E come l’ombra s’impiccioliva lentamente sul sagrato, la folla si ammassava tutta in un canto. Fra due casucce della piazza, in fondo ad una stradicciola che scendeva a precipizio, si vedevano i campi giallastri nella pianura, i boschi cupi sui fianchi dell’Etna. Ora dovevano spartirsi quei boschi e quei campi. Ciascuno fra sé calcolava colle dita quello che gli sarebbe toccato di sua parte, e guardava in cagnesco il vicino. – Libertà voleva dire che doveva essercene per tutti! – Quel Nino Bestia, e quel Ramurazzo, avrebbero preteso di continuare le prepotenze dei cappelli! – Se non c’era più il perito per misurare la terra, e il notaio per metterla sulla carta, ognuno avrebbe fatto a riffa e a raffa! – E se tu ti mangi la tua parte all’osteria, dopo bisogna tornare a spartire da capo? – Ladro tu e ladro io -. Ora che c’era la libertà, chi voleva mangiare per due avrebbe avuto la sua festa come quella dei galantuomini! – Il taglialegna brandiva in aria la mano quasi ci avesse ancora la scure.

Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall’alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse. Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.

Il generale fece portare della paglia nella chiesa, e mise a dormire i suoi ragazzi come un padre. La mattina, prima dell’alba, se non si levavano al suono della tromba, egli entrava nella chiesa a cavallo, sacramentando come un turco. Questo era l’uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.

Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo – ahi! – ogni volta che mutavano lato. Un processo lungo che non finiva più. I colpevoli li condussero in città, a piedi, incatenati a coppia, fra due file di soldati col moschetto pronto. Le loro donne li seguivano correndo per le lunghe strade di campagna, in mezzo ai solchi, in mezzo ai fichidindia, in mezzo alle vigne, in mezzo alle biade color d’oro, trafelate, zoppicando, chiamandoli a nome ogni volta che la strada faceva gomito, e si potevano vedere in  faccia i prigionieri. Alla città li chiusero nel gran carcere alto e vasto come un convento, tutto bucherellato da finestre colle inferriate; e se le donne volevano vedere i loro uomini, soltanto il lunedì, in presenza dei guardiani, dietro il cancello di ferro. E i poveretti divenivano sempre più gialli in quell’ombra perenne, senza scorgere mai il sole.

Ogni lunedì erano più taciturni, rispondevano appena, si lagnavano meno. Gli altri giorni, se le donne ronzavano per la piazza attorno alla prigione, le sentinelle minacciavano col fucile. Poi non sapere che fare, dove trovare lavoro nella città, né come buscarsi il pane. Il letto nello stallazzo costava due soldi; il pane bianco si mangiava in un boccone e non riempiva lo stomaco; se si accoccolavano a passare una notte sull’uscio di una chiesa, le guardie le arrestavano. A poco a poco rimpatriarono, prima le mogli, poi le mamme. Un bel pezzo di giovinetta si perdette nella città e non se ne  seppe più nulla. Tutti gli altri in paese erano tornati a fare quello che facevano prima. I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini. Fecero la pace. L’orfano dello speziale rubò la moglie a Neli Pirru, e gli parve una bella cosa, per vendicarsi di lui che gli aveva ammazzato il padre. Alla donna che aveva di tanto in tanto certe ubbie, e temeva che suo marito le tagliasse la faccia, all’uscire dal carcere, egli ripeteva: – Sta tranquilla che non ne esce più -. Ormai nessuno ci pensava; solamente qualche madre, qualche vecchiarello, se gli correvano gli occhi verso la pianura, dove era la città, o la domenica, al vedere gli altri che parlavano tranquillamente dei loro affari coi galantuomini, dinanzi al casino di conversazione, col berretto in mano, e si persuadevano che all’aria ci vanno i cenci.

Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale. Tutti quelli che potevano erano accorsi dal villaggio: testimoni, parenti, curiosi, come a una festa, per vedere i compaesani, dopo tanto tempo, stipati nella capponaia – ché capponi davvero si diventava là dentro! e Neli Pirru doveva vedersi sul mostaccio quello dello speziale, che s’era imparentato a tradimento con lui! Li facevano alzare in piedi ad uno ad uno. – Voi come vi chiamate? – E ciascuno si sentiva dire la sua, nome e cognome e quel che aveva fatto. Gli avvocati armeggiavano, fra le chiacchiere, coi larghi maniconi pendenti, e si scalmanavano, facevano la schiuma alla bocca, asciugandosela subito col fazzoletto bianco, tirandoci su una presa di tabacco. I giudici sonnecchiavano, dietro le lenti dei loro occhiali, che agghiacciavano il cuore. Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l’avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell’uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: – Sul mio onore e sulla mia coscienza!…

Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà!… –

Da G. Verga, Novelle rusticane,in Tutte le novelle, Oscar Mondadori, Milano 1988

Analisi del testo.

Nella novella Verga elabora sul piano letterario la vicenda della rivolta contadina di Bronte, un centro agricolo posto sulle pendici dell’Etna, scoppiata tra il 2 e il 5 agosto 1860. I contadini, che videro nell’arrivo di Garibaldi una promessa di liberazione dalla secolare miseria, insorsero e misero a ferro e fuoco il paese. Furono appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. La rivolta degenerò in atti di atrocità rivolti non solo contro gli amministratori delle terre ma anche contro vittime innocenti. Sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i figli, il notaio e il prete, prima che la rivolta si placasse.

Giunto a Bronte per sedare la rivolta, quando la situazione si era già calmata, Nino Bixio fece imprigionare e, dopo un processo sommario, giustiziare il giorno successivo i presunti capi della rivolta, tra cui l’avvocato “liberale” Nicolò Lombardo insieme con altre quattro persone.

La vicenda è stata variamente interpretata dagli storici. Alcuni hanno giustificato la dura repressione di Bixio con l’esigenza di garantire l’ordine, per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Altri hanno sostenuto che, dopo aver sfruttato l’appoggio dei contadini, necessario per la vittoria contro le truppe borboniche, i garibaldini sarebbero poi venuti meno alle promesse di riforma agraria, sotto la pressione delle forze conservatrici, e avrebbero deciso di reprimere il movimento contadino. Nella decisione della repressione pesarono le pressioni degli Inglesi (che avevano facilitato l’impresa dei Mille), perché proprio a Bronte la famiglia dell’ammiraglio Nelson possedeva ben 25000 ettari di terre, di cui si temeva l’esproprio.

Calogero Gasparazzo, uno dei protagonisti dei fatti di Bronte, ha ispirato le strisce a fumetti di Gasparazzo ideata da Roberto Zamarin e pubblicata nel 1972 su Lotta Continua.

La novella si può suddividere in quattro sequenze:

  • La rivolta dei contadini: in cui viene descritta la cieca violenza della folla contro i notabili del paese;
  • L’attesa: in cui Verga evidenzia l’incapacità dei ribelli di organizzare una gestione alternativa;
  • L’arrivo del generale: in cui viene descritto l’arrivo di Bixio e la giustizia sommaria da lui ordinata;
  • Il processo: in cui vengono descritti la permanenza in carcere e il lento svolgersi del processo.

Nella novella la violenza dei contadini prorompe irrefrenabile come un fenomeno naturale, prodotta da una secolare condizione di oppressione e di sfruttamento, nel momento in cui si prospetta, all’improvviso, l’illusoria prospettiva della “libertà”. Verga mette in luce la crudele violenza, la rabbia irrazionale, l’assenza di pietà prodotte dalle prepotenze e dalle ingiustizie subite.

La prima parte della novella è caratterizzata da un ritmo incalzante, che descrive il crescendo di violenze senza tregua, fino al momento in cui la folla, stremata, si placa. Esauritasi la furia omicida, la folla si trova sbandata. Ogni individuo è solo, non più parte di una moltitudine spinta da un unico scopo, distruttivo ma comune.

Verga evidenzia l’inutilità e l’assurdità della rivolta, data l’assoluta incapacità da parte dei contadini di costruire un assetto sociale alternativo e più giusto: essi hanno bisogno, ora, di quei padroni oppressori contro i quali si sono ribellati. Il ritmo della narrazione, in questa sequenza, è notevolmente rallentato rispetto a quella precedente.

Una nuova accelerazione del ritmo, benché meno accentuata rispetto alla prima parte, caratterizza le vicende relative all’arrivo di Bixio. In particolare è la descrizione della giustizia sommaria ordinata dal generale che colpisce per la sua rapida drasticità, che però non assume i toni drammatici con cui sono descritte le violenze dei contadini (le fucilate sono persino paragonate ai “mortaletti della festa”).

L’ultima sequenza, infine, è caratterizzata da un ritmo lento, ben corrispondente alla lentezza con cui si muove la giustizia e con cui si svolge il processo vero e proprio (“Un processo lungo che non finiva più”). Verga ritiene che ribellarsi all’ordine sociale esistente sia del tutto inutile, poiché esso, benché basato sulla sopraffazione, è un dato naturale senza alternative, destinato nella sostanza a non mutare nei suoi meccanismi di fondo. Ribellarsi ad esso può essere solo causa di ulteriori sofferenze.

Tuttavia nella novella la violenza contadina e la giustizia sommaria di Bixio sono presentate come eventi cruenti ma naturali, mentre il lento procedere della “giustizia” assume un che di artificioso e di innaturale, si presenta come una costruzione formale inevitabile ma vuota di significato, che non sia quello di ribadire ufficialmente che “all’aria ci vanno i cenci”.

La lenta pigrizia con cui i giudici, lamentandosi, sbadigliando e chiacchierando tra di loro, amministrano la giustizia è oggetto di amaro sarcasmo da parte di Verga che, pur non condividendo le motivazioni della rivolta, mette in evidenza l’ipocrisia e la falsità di coloro che, scampato il pericolo, ripristinano l’ordine e lo status quo. Questo in contrapposizione con la sincera disperazione di chi aveva inutilmente sperato nel cambiamento, perché avevano detto che c’era la liberta!, che non può comprendere una giustizia fatta di orpelli formali, lontana dalla propria mentalità.

La libertà apre e chiude la novella dandole una struttura circolare: la rivolta inizia con le parole “Viva la libertà!” e il processo che sancisce il suo fallimento si conclude con le parole del carbonaio “Se avevano detto che c’era la libertà!”, a ribadire l’inutilità del tentativo.

Nella prima parte la narrazione è caratterizzata da frasi molto brevi, spesso in stile nominale, intervallate dal discorso diretto libero (non introdotto da verbi dichiarativi), da ellissi, e dalla prevalenza del passato remoto, che determinano un ritmo serrato. L’agire della folla è cieco, inconsapevole, come una forza della natura. Tale caratteristica è sottolineata dal soggetto sottinteso di alcune costruzioni verbali, come Sciorinarono… suonarono… cominciarono a gridare… e dal paragone della folla, protagonista di questa sequenza, che spumeggiava e ondeggiava come il mare in tempesta o come la piena di un fiume.

Sul piano della durata, le violenze della ribellione sembrano svolgersi tutte nell’arco di una sola giornata, poi una giornata (Aggiornava) è occupata dall’attesa dell’arrivo dei garibaldini, che giungono Il giorno dopo e il processo dura tre anni, nientemeno!. Nell’ultima sequenza, quella che descrive il processo, il ritmo della narrazione è notevolmente rallentato, per i periodi più lunghi e strutturati e per la prevalenza dell’imperfetto.

Secondo i canoni del verismo, il narratore evita ogni commento e si limita a una cronaca degli eventi, soffermandosi su alcuni casi individuali, anche se nell’ultima sequenza sembra assumere il punto di vista popolare.

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Verga, Libertà Esercizi di analisi del testo
  1. La ribellione e il comportamento della folla sono paragonati a fenomeni naturali, irrazionali e inconsapevoli: individua nel testo le espressioni che lo dimostrano.
  2. La folla colpisce indistintamente, pur rivolgendosi contro personaggi che agli occhi dei contadini sono espressione del potere secolare che li opprime. Individua tali personaggi, analizzane il ruolo nella comunità e indica di quali “torti” sono colpevoli.
  3. La furia popolare colpisce anche figure “innocenti”. Chi sono? Quali aspetti le caratterizzano e in che modo la folla giustifica la loro uccisione?
  4. Individua nel testo i tratti che descrivono la figura di Nino Bixio: quale ritratto ne emerge? Ti sembra che Verga ne giustifichi o ne critichi il comportamento?
  5. I giudici e gli avvocati sono descritti con tono sarcastico: indica quali aspetti li caratterizzano.
  6. La “giustizia” che ripristina lo status quo è incomprensibile per coloro che ne sono vittime. Per quale ragione?
  7. Nell’ultima sequenza il narratore assume il punta di vista popolare, attraverso l’artificio della regressione. Individua qualche esempio.
  8. Qual è il giudizio di Verga sulla vicenda e quali sono i punti in cui esso emerge?
  9. Il testo è ricco di espressioni popolari, di similitudini, di proverbi e modi di dire. Evidenziali nel testo. Quale obiettivo si propone secondo te l’autore attraverso tale scelta linguistica?
  10. Quali aspetti caratterizzano il ritmo della narrazione? Quali sono le tecniche che Verga utilizza?

Verga, Novelle rusticane

Verga, Novelle rusticane

vergaVerga, Novelle rusticane

La raccolta delle Novelle rusticane (1883) comprende dodici novelle: Il Reverendo, Cos’è il Re, Don Licciu Papa, Il Mistero, Malaria, Gli orfani, La roba, Storia dell’asino di San Giuseppe, Pane nero, I galantuomini, Libertà e Di là del mare. Esse segnano un ulteriore accentuarsi del pessimismo di Verga.

(altro…)

Verga, ‘Ntoni e padron ‘Ntoni

Verga, ‘Ntoni e padron ‘Ntoni

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Giovanni Verga, ‘Ntoni e padron ‘Ntoni

Da I Malavoglia
Cap. XI – Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro!
 
I giovani sono spesso insofferenti, desiderosi di cambiamento, e quest’esigenza talvolta si traduce nell’allontanamento dal proprio ambiente d’origine. Gli anziani tendono generalmente a richiamare la necessità di non allontanarsi dalle proprie radici, famigliari e ambientali. ‘Ntoni non riesce più ad accettare la vita di stenti cui si vede condannato e vuole andarsene. A contatto con la città si è convinto che la vita che vi si conduce sia facile e piacevole. Solo l’affetto per la madre e il pensiero che abbandonarla le arrecherebbe dolore, non le argomentazioni del nonno, lo trattengono ancora.

 

 

– Orsù, che c’è di nuovo? dillo a tuo nonno, dillo! – ‘Ntoni si stringeva nelle spalle; ma il vecchio seguitava ad accennare di sì col capo, e sputava, e si grattava il capo cercando le parole.

– Sì, sì, qualcosa ce l’hai in testa, ragazzo mio! Qualcosa che non c’era prima. «Chi va coi zoppi, all’anno zoppica».

– C’è che sono un povero diavolo! ecco cosa c’è!

– Bè! che novità! e non lo sapevi? Sei quel che è stato tuo padre, e quel ch’è stato tuo nonno! «Più ricco è in terra chi meno desidera». «Meglio contentarsi che lamentarsi».

– Bella consolazione!

Questa volta il vecchio trovò subito le parole, perché si sentiva il cuore sulle labbra:

– Almeno non lo dire davanti a tua madre.

– Mia madre… Era meglio che non mi avesse partorito, mia madre!

– Sì, accennava padron ‘Ntoni, sì! meglio che non t’avesse partorito, se oggi dovevi parlare in tal modo.

‘Ntoni per un po’ non seppe che dire: – Ebbene! esclamò poi, lo faccio per lei, per voi, e per tutti. Voglio farla ricca, mia madre! ecco cosa voglio. Adesso ci arrabattiamo colla casa e colla dote di Mena; poi crescerà Lia, e un po’ che le annate andranno scarse staremo sempre nella miseria. Non voglio più farla questa vita. Voglio cambiar stato, io e tutti voi. Voglio che siamo ricchi, la mamma, voi, Mena, Alessi e tutti.

Padron ‘Ntoni spalancò tanto d’occhi, e andava ruminando quelle parole, come per poterle mandar giù. – Ricchi! diceva, ricchi! e che faremo quando saremo ricchi?

‘Ntoni si grattò il capo, e si mise a cercare anche lui cosa avrebbero fatto. – Faremo quel che fanno gli altri… Non faremo nulla, non faremo!… Andremo a stare in città, a non far nulla, e a mangiare pasta e carne tutti i giorni.

– Va, va a starci tu in città. Per me io voglio morire dove son nato; – e pensando alla casa dove era nato, e che non era più sua si lasciò cadere la testa sul petto. – Tu sei un ragazzo, e non lo sai!… non lo sai!… Vedrai cos’è quando non potrai più dormire nel tuo letto; e il sole non entrerà più dalla tua finestra!… Lo vedrai! te lo dico io che son vecchio!

Il poveraccio tossiva che pareva soffocasse, col dorso curvo, e dimenava tristamente il capo: – «Ad ogni uccello, suo nido è bello». Vedi quelle passere? le vedi? Hanno fatto il nido sempre colà, e torneranno a farcelo, e non vogliono andarsene.

– Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro! rispondeva ‘Ntoni. Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l’asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girar la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani.

– Ringrazia Dio piuttosto, che t’ha fatto nascer qui; e guardati dall’andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. «Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova». Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà; ed io che non ho più né le tue braccia né la tua salute non ho paura, vedi! «Il buon pilota si prova alle burrasche». Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi; ecco cos’hai! Quando la buon’anima di tuo nonno mi lasciò la Provvidenza e cinque bocche da sfamare, io era più giovane di te, e non aveva paura; ed ho fatto il mio dovere senza brontolare; e lo faccio ancora; e prego Iddio di aiutarmi a farlo sempre sinché ci avrò gli occhi aperti, come l’ha fatto tuo padre, e tuo fratello Luca, benedetto! che non ha avuto paura di andare a fare il suo dovere. Tua madre l’ha fatto anche lei il suo dovere, povera femminuccia, nascosta fra quelle quattro mura; e tu non sai quante lagrime ha pianto, e quante ne piange ora che vuoi andartene; che la mattina tua sorella trova il lenzuolo tutto fradicio! E nondimeno sta zitta e non dice di queste cose che ti vengono in mente; e ha lavorato, e si è aiutata come una povera formica anche lei; non ha fatto altro, tutta la sua vita, prima che le toccasse di piangere tanto, fin da quando ti dava la poppa, e quando non sapevi ancora abbottonarti le brache, che allora non ti era venuta in mente la tentazione di muovere le gambe, e andartene pel mondo come uno zingaro.

In conclusione ‘Ntoni si mise a piangere come un bambino, perché in fondo quel ragazzo il cuore ce l’aveva buono come il pane; ma il giorno dopo tornò da capo.

Giovanni Verga, I Malavoglia 

Analisi del testo.

Il rapporto tra ‘Ntoni e padron ‘Ntoni è centrale nel romanzo. Esso assume le caratteristiche del conflitto tra mentalità e tra generazioni: il nonno legato alla tradizione, alle radici ancestrali, al “nido”; il nipote insofferente del suo destino, desideroso di cambiarlo allontanandosi dal villaggio che egli sente come soffocante. Eppure vi sono tra i due anche aspetti comuni: anche padron ‘Ntoni non si rassegna alla situazione data, combatte eroicamente per cambiarla, pur nell’orizzonte dell’ambiente in cui è nato. ‘Ntoni, dal canto suo, rifiuta quest’ambiente che gli riserva una vita immutabile e un futuro di miseria, ma lo fa anche perché vorrebbe migliorare le condizioni della famiglia, cui anche lui è legato, tanto che l’affetto per la madre gli fa ritardare la decisione di andarsene di casa.

Nel dialogo riportato ‘Ntoni dice: Non voglio più farla questa vita. Voglio cambiar stato, io e tutti voi. Voglio che siamo ricchi, la mamma, voi, Mena, Alessi e tutti.  Padron ‘Ntoni è colpito da queste parole, che lo sconcertano, ma è l’idea che tutta la famiglia possa andare a vivere in città, espressa dal nipote, che lo sconvolge e suscita la sua reazione emotiva  (– Va, va a starci tu in città. Per me io voglio morire dove son nato;). Parlando, come è solito fare, per proverbi, padron ‘Ntoni ribadisce tristemente: – «Ad ogni uccello, suo nido è bello». Ma non si tratta di un’argomentazione convincente per il nipote, che replica: – Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro!

‘Ntoni esprime il suo rifiuto per la vita che è costretto a condurre passando dalla similitudine zoomorfa delle passere a quella di animali che per lui simboleggiano la condizione di sottomissione e di sfruttamento: Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l’asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girar la ruota.

Il nonno si mostra in difficoltà, sul piano delle argomentazioni, e non può che riproporre proverbi che invitano ad accontentarsi della propria condizione e a non cercare pericolosi cambiamenti. Solo sul piano emotivo le sue parole si mostrano alla fine convincenti, in particolare quando fa riferimento a Maruzza, la madre di ‘Ntoni, alla sua vita di sofferenze, che ha sopportato con coraggio, senza lamentarsi, cui la partenza del figlio arrecherebbe ulteriore dolore. L’affetto per la madre risulta, almeno temporaneamente, vincente: ‘Ntoni si mise a piangere come un bambino, perché in fondo quel ragazzo il cuore ce l’aveva buono come il pane; ma il giorno dopo tornò da capo.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Quali sono le ragioni del malcontento di ‘Ntoni?
  2. In che modo padron ‘Ntoni gli risponde?
  3. Il giovane vorrebbe andarsene e il nonno cerca di convincerlo che sbaglia. Individua le argomentazioni di ‘Ntoni e di padron ‘Ntoni: ti sembra che il nonno sia convincente?
  4. Qual è il motivo per cui ‘Ntoni decide temporaneamente di non partire?
  5. Che cos’hanno in comune nonno e nipote, nonostante la diversa visione del mondo?

 

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Verga, L’attesa di Maruzza

Verga, L’attesa di Maruzza

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di Giorgio Baruzzi

Verga, L’attesa di Maruzza

Il naufragio della Provvidenza (I Malavoglia – cap. III)
Un lutto famigliare può essere fonte, oltre che di sofferenza per la perdita di una persona amata, di preoccupazioni sul piano economico. È ciò che accade ai Malavoglia, che dopo la morte di Bastianazzo si trovano in gravi difficoltà, perché hanno perduto con lui un’essenziale fonte di sostentamento e devono restituire allo zio Crocifisso il denaro dell’acquisto a credito di un carico di lupini. Ma mentre i Malavoglia sono prima di tutto addolorati per la perdita di Bastianazzo, gli  abitanti del villaggio giudicano la perdita del carico di lupini come la disgrazia maggiore. Verga mette a confronto queste due prospettive radicalmente diverse, quella che fa prevalere gli affetti e quella per la quale sono più importanti i beni materiali.

 

Dopo la mezzanotte il vento s’era messo a fare il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese, e a scuotere le imposte. Il mare si udiva muggire attorno ai fariglioni che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di sant’Alfio, e il giorno era apparso nero peggio dell’anima di Giuda. Insomma una brutta domenica di settembre, di quel settembre traditore che vi lascia andare un colpo di mare fra capo e collo, come una schioppettata fra i fichidindia. Le barche del villaggio erano tirate sulla spiaggia, e bene ammarrate alle grosse pietre sotto il lavatoio; perciò i monelli si divertivano a vociare e fischiare quando si vedeva passare in lontananza qualche vela sbrindellata, in mezzo al vento e alla nebbia, che pareva ci avesse il diavolo in poppa; le donne invece si facevano la croce, quasi vedessero cogli occhi la povera gente che vi era dentro.
Maruzza la Longa non diceva nulla, com’era giusto, ma non poteva star ferma un momento, e andava sempre di qua e di là, per la casa e pel cortile, che pareva una gallina quando sta per far l’uovo. Gli uomini erano all’osteria, e nella bottega di Pizzuto, o sotto la tettoia del beccaio, a veder piovere, col naso in aria. Sulla riva c’era soltanto padron ‘Ntoni, per quel carico di lupini che vi aveva in mare colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta, e il figlio della Locca, il quale non aveva nulla da perdere lui, e in mare non ci aveva altro che suo fratello Menico, nella barca dei lupini. Padron Fortunato Cipolla, mentre gli facevano la barba, nella bottega di Pizzuto, diceva che non avrebbe dato due baiocchi di Bastianazzo e di Menico della Locca, colla Provvidenza e il carico dei lupini.
– Adesso tutti vogliono fare i negozianti, per arricchire! diceva stringendosi nelle spalle; e poi quando hanno perso la mula vanno cercando la cavezza.
Nella bottega di suor Mariangela la Santuzza c’era folla: quell’ubbriacone di Rocco Spatu, il quale vociava e sputava per dieci; compare Tino Piedipapera, mastro Turi Zuppiddu, compare Mangiacarrubbe, don Michele il brigadiere delle guardie doganali, coi calzoni dentro gli stivali, e la pistola appesa sul ventre, quasi dovesse andare a caccia di contrabbandieri con quel tempaccio, e compare Mariano Cinghialenta. Quell’elefante di mastro Turi Zuppiddu andava distribuendo per ischerzo agli amici dei pugni che avrebbero accoppato un bue, come se ci avesse ancora in mano la malabestia di calafato, e allora compare Cinghialenta si metteva a gridare e bestemmiare, per far vedere che era uomo di fegato e carrettiere.
Lo zio Santoro, raggomitolato sotto quel po’ di tettoia, davanti all’uscio, aspettava colla mano stesa che passasse qualcheduno per chiedere la carità. – Tra tutte e due, padre e figlia, disse compare Turi Zuppiddu, devono buscarne dei bei soldi, con una giornata come questa, e tanta gente che viene all’osteria.
– Bastianazzo Malavoglia sta peggio di lui, a quest’ora, rispose Piedipapera, e mastro Cirino ha un bel suonare la messa; ma i Malavoglia non ci vanno oggi in chiesa; sono in collera con Domeneddio, per quel carico di lupini che ci hanno in mare.
Il vento faceva volare le gonnelle e le foglie secche, sicché Vanni Pizzuto col rasoio in aria, teneva pel naso quelli a cui faceva la barba, per voltarsi a guardare chi passava, e si metteva il pugno sul fianco, coi capelli arricciati e lustri come la seta; e lo speziale se ne stava sull’uscio della sua bottega, sotto quel cappellaccio che sembrava avesse il paracqua in testa, fingendo aver discorsi grossi con don Silvestro il segretario, perché sua moglie non lo mandasse in chiesa per forza; e rideva del sotterfugio, fra i peli della barbona, ammiccando alle ragazze che sgambettavano nelle pozzanghere.
– Oggi, andava dicendo Piedipapera, padron ‘Ntoni vuol fare il protestante come don Franco lo speziale.
– Se fai di voltarti per guardare quello sfacciato di don Silvestro, ti dò un ceffone qui dove siamo; borbottava la Zuppidda colla figliuola, mentre attraversavano la piazza. – Quello lì non mi piace.
La Santuzza, all’ultimo tocco di campana, aveva affidata l’osteria a suo padre, e se n’era andata in chiesa, tirandosi dietro gli avventori. Lo zio Santoro, poveretto, era cieco, e non faceva peccato se non andava a messa; così non perdevano tempo all’osteria, e dall’uscio poteva tener d’occhio il banco, sebbene non ci vedesse, ché gli avventori li conosceva tutti ad uno ad uno soltanto al sentirli camminare, quando venivano a bere un bicchiere.
– Le calze della Santuzza, osservava Piedipapera, mentre ella camminava sulla punta delle scarpette, come una gattina – le calze della Santuzza, acqua o vento, non le ha viste altri che massaro Filippo l’ortolano; questa è la verità.
– Ci sono i diavoli per aria! diceva la Santuzza facendosi la croce coll’acqua santa. – Una giornata da far peccati!
La Zuppidda, lì vicino, abburattava avemarie, seduta sulle calcagna, e saettava occhiatacce di qua e di là, che pareva ce l’avesse con tutto il paese, e a quelli che volevano sentirla ripeteva: – Comare la Longa non ci viene in chiesa, eppure ci ha il marito in mare con questo tempaccio! Poi non bisogna stare a cercare perché il Signore ci castiga! – Persino la madre di Menico stava in chiesa, sebbene non sapesse far altro che veder volare le mosche!
– Bisogna pregare anche pei peccatori; rispondeva la Santuzza; le anime buone ci sono per questo.
– Sì, come se ne sta pregando la Mangiacarrubbe, col naso dentro la mantellina, e Dio sa che peccatacci fa fare ai giovanotti!
La Santuzza scuoteva il capo, e diceva che mentre si è in chiesa non bisogna sparlare del prossimo – «Chi fa l’oste deve far buon viso a tutti», rispose la Zuppidda, e poi all’orecchio della Vespa: – La Santuzza non vorrebbe si dicesse che vende l’acqua per vino; ma farebbe meglio a non tenere in peccato mortale massaro Filippo l’ortolano, che ha moglie e figliuoli.
– Per me, rispose la Vespa, gliel’ho detto a don Giammaria, che non voglio più starci fra le Figlie di Maria se ci lasciano la Santuzza per superiora.
– Allora vuol dire che l’avete trovato il marito? rispose la Zuppidda.
– Io non l’ho trovato il marito, saltò su la Vespa con tanto di pungiglione. Io non sono come quelle che si tirano dietro gli uomini anche in chiesa, colle scarpe verniciate, e quelli altri colla pancia grossa.
Quello della pancia grossa era Brasi, il figlio di padron Cipolla, il quale era il cucco delle mamme e delle ragazze, perché possedeva vigne ed oliveti.
– Va a vedere se la paranza è bene ammarrata; gli disse suo padre facendosi la croce.
Ciascuno non poteva a meno di pensare che quell’acqua e quel vento erano tutt’oro per i Cipolla; così vanno le cose di questo mondo, che i Cipolla, adesso che avevano la paranza bene ammarrata, si fregavano le mani vedendo la burrasca; mentre i Malavoglia diventavano bianchi e si strappavano i capelli, per quel carico di lupini che avevano preso a credenza dallo zio Crocifisso Campana di legno.
– Volete che ve la dica? saltò su la Vespa; la vera disgrazia è toccata allo zio Crocifisso che ha dato i lupini a credenza. «Chi fa credenza senza pegno, perde l’amico, la roba e l’ingegno».
Lo zio Crocifisso se ne stava ginocchioni a piè dell’altare dell’Addolorata, con tanto di rosario in mano, e intuonava le strofette con una voce di naso che avrebbe toccato il cuore a satanasso in persona. Fra un’avemaria e l’altra si parlava del negozio dei lupini, e della Provvidenza che era in mare, e della Longa che rimaneva con cinque figliuoli. – Al giorno d’oggi, disse padron Cipolla, stringendosi nelle spalle, nessuno è contento del suo stato e vuol pigliare il cielo a pugni.
– Il fatto è, conchiuse compare Zuppiddu, che sarà una brutta giornata pei Malavoglia.
– Per me, aggiunse Piedipapera, non vorrei trovarmi nella camicia di compare Bastianazzo.
La sera scese triste e fredda; di tanto in tanto soffiava un buffo di tramontana, e faceva piovere una spruzzatina d’acqua fina e cheta: una di quelle sere in cui, quando si ha la barca al sicuro, colla pancia all’asciutto sulla sabbia, si gode a vedersi fumare la pentola dinanzi, col marmocchio fra le gambe, e sentire le ciabatte della donna per la casa, dietro le spalle. I fannulloni preferivano godersi all’osteria quella domenica che prometteva di durare anche il lunedì, e fin gli stipiti erano allegri della fiamma del focolare, tanto che lo zio Santoro, messo lì fuori colla mano stesa e il mento sui ginocchi, s’era tirato un po’ in qua, per scaldarsi la schiena anche lui.
– E’ sta meglio di compare Bastianazzo, a quest’ora! ripeteva Rocco Spatu, accendendo la pipa sull’uscio.
E senza pensarci altro mise mano al taschino, e si lasciò andare a fare due centesimi di limosina.
– Tu ci perdi la tua limosina a ringraziare Dio che sei al sicuro, gli disse Piedipapera; per te non c’è pericolo che abbi a fare la fine di compare Bastianazzo.
Tutti si misero a ridere della barzelletta, e poi stettero a guardare dall’uscio il mare nero come la sciara, senza dir altro.
– Padron ‘Ntoni è andato tutto il giorno di qua e di là, come avesse il male della tarantola, e lo speziale gli domandava se faceva la cura del ferro, o andasse a spasso con quel tempaccio, e gli diceva pure: – Bella Provvidenza, eh! padron ‘Ntoni! Ma lo speziale è protestante ed ebreo, ognuno lo sapeva.
Il figlio della Locca, che era lì fuori colle mani in tasca perché non ci aveva un soldo, disse anche lui:
– Lo zio Crocifisso è andato a cercare padron ‘Ntoni con Piedipapera, per fargli confessare davanti a testimoni che i lupini glieli aveva dati a credenza.
– Vuol dire che anche lui li vede in pericolo colla Provvidenza.
– Colla Provvidenza c’è andato anche mio fratello Menico, insieme a compare Bastianazzo.
– Bravo! questo dicevamo, che se non torna tuo fratello Menico tu resti il barone della casa.
– C’è andato perché lo zio Crocifisso voleva pagargli la mezza giornata anche a lui, quando lo mandava colla paranza, e i Malavoglia invece gliela pagavano intiera; rispose il figlio della Locca senza capir nulla; e come gli altri sghignazzavano rimase a bocca aperta.
Sull’imbrunire comare Maruzza coi suoi figlioletti era andata ad aspettare sulla sciara, d’onde si scopriva un bel pezzo di mare, e udendolo urlare a quel modo trasaliva e si grattava il capo senza dir nulla. La piccina piangeva, e quei poveretti, dimenticati sulla sciara, a quell’ora, parevano le anime del purgatorio. Il piangere della bambina le faceva male allo stomaco, alla povera donna, le sembrava quasi un malaugurio; non sapeva che inventare per tranquillarla, e le cantava le canzonette colla voce tremola che sapeva di lagrime anche essa.
Le comari, mentre tornavano dall’osteria coll’orciolino dell’olio, o col fiaschetto del vino, si fermavano a barattare qualche parola con la Longa senza aver l’aria di nulla, e qualche amico di suo marito Bastianazzo, compar Cipolla, per esempio, o compare Mangiacarrubbe, passando dalla sciara per dare un’occhiata verso il mare, e vedere di che umore si addormentasse il vecchio brontolone, andavano a domandare a comare la Longa di suo marito, e stavano un tantino a farle compagnia, fumandole in silenzio la pipa sotto il naso, o parlando sottovoce fra di loro. La poveretta, sgomenta da quelle attenzioni insolite, li guardava in faccia sbigottita, e si stringeva al petto la bimba, come se volessero rubargliela. Finalmente il più duro o il più compassionevole la prese per un braccio e la condusse a casa. Ella si lasciava condurre, e badava a ripetere: – Oh! Vergine Maria! Oh! Vergine Maria! – I figliuoli la seguivano aggrappandosi alla gonnella, quasi avessero paura che rubassero qualcosa anche a loro. Mentre passavano dinanzi all’osteria, tutti gli avventori si affacciarono sulla porta, in mezzo al gran fumo, e tacquero per vederla passare come fosse già una cosa curiosa.
– Requiem eternam, biascicava sottovoce lo zio Santoro, quel povero Bastianazzo mi faceva sempre la carità, quando padron ‘Ntoni gli lasciava qualche soldo in tasca.
La poveretta che non sapeva di essere vedova, balbettava: – Oh! Vergine Maria! Oh! Vergine Maria!
Dinanzi al ballatoio della sua casa c’era un gruppo di vicine che l’aspettavano, e cicalavano a voce bassa fra di loro. Come la videro da lontano, comare Piedipapera e la cugina Anna le vennero incontro, colle mani sul ventre, senza dir nulla. Allora ella si cacciò le unghie nei capelli con uno strido disperato e corse a rintanarsi in casa.
– Che disgrazia! dicevano sulla via. E la barca era carica! Più di quarant’onze di lupini!
Da G. Verga, I Malavoglia, cit.

Verga, L’attesa di Maruzza – Analisi del testo.

Il capitolo è tutto costruito sulla contrapposizione tra i Malavoglia e gli abitanti del villaggio. In esso prosegue la rappresentazione della vita di Aci Trezza, iniziata nei capitoli precedenti: i personaggi si presentano da sé, attraverso le loro parole e i loro gesti.
L’arrivo della bufera induce tutti a pensare che il destino della Provvidenza e di Bastianazzo sia segnato e Verga focalizza l’attenzione sul diverso modo di vivere la crescente certezza della tragedia che si è consumata in mare. Le chiacchiere e i pettegolezzi di paese si arricchiscono di questo nuovo argomento, con le sue conseguenze. Vi è nel villaggio chi critica i Malavoglia per aver voluto intraprendere la carriera di commercianti, cercando di migliorare la propria condizione sociale (- Adesso tutti vogliono fare i commercianti per arricchire!). Quel che gli abitanti di Trezza rimarcano più volte è l’aspetto economico della disgrazia: per loro la perdita del carico dei lupini fa passare in secondo piano la morte di Bastianazzo. Tale opinione viene da loro implicitamente attribuita agli stessi Malavoglia (…i Malavoglia diventavano bianchi e si strappavano i capelli, per quel carico di lupini che avevano preso a credenza dallo zio Crocifisso Campana di legno).
Al contrario i Malavoglia, in particolare Maruzza, mostrano non con le parole (Maruzza la Longa non diceva nulla…) ma con i gesti (non poteva star ferma un momento) l’angoscia e il dolore che li travaglia nell’attesa di conoscere la sorte di Bastianazzo. Non è con le parole, d’altronde, ma con i gesti che le vicine informano Maruzza della morte del marito: …comare Piedipapera e la cugina Anna le vennero incontro, colle mani sul ventre, senza dir nulla. Allora ella si cacciò le unghie nei capelli….
Di fronte alla figura sofferente della donna, che attraversa il villaggio accompagnata dai figli, sembrano acquietarsi per un momento il chiacchiericcio e i pettegolezzi di paese. Tutta Aci Trezza sembra essere veramente commossa di fronte alla sventura. Ma la conclusione del capitolo ribadisce, ancora una volta, che l’ottica del villaggio non è quella dei sentimenti, bensì quella dei valori materiali: – Che disgrazia! dicevano sulla via. E la barca era carica! Più di quarant’onze di lupini!
Fin dall’inizio del capitolo è evidente l’applicazione del cosiddetto “artificio della regressione”, con l’adozione da parte del narratore di un punto di vista e di un linguaggio che riflettono la cultura del mondo rappresentato. La bufera è descritta con una serie di metafore, di similitudini e di espressioni popolari: … il vento s’era messo a fare il diavolo, come se sul tetto ci fossero tutti i gatti del paese…. Il mare si udiva muggire … che pareva ci fossero riuniti i buoi della fiera di sant’Alfio… il giorno era apparso nero peggio dell’anima di Giuda…
Evidente anche l’applicazione dell’artificio dello “straniamento”, con cui Verga mette in luce la gretta mentalità degli abitanti di Trezza. Si pensi, in particolare, alla continua sottolineatura del danno economico subito dai Malavoglia, che è nella loro ottica la vera tragedia, mentre passa in secondo piano la morte di Bastianazzo: Sulla riva c’era soltanto padron ‘Ntoni, per quel carico di lupini che vi aveva in mare colla Provvidenza e suo figlio Bastianazzo per giunta e il figlio della Locca, il quale non aveva nulla da perdere lui, e in mare non ci aveva altro che suo fratello Menico; i Malavoglia … sono in collera con Domeneddio, per quel carico di lupini che ci hanno in mare. Ecco quindi che, in quest’ottica, la vera disgrazia è toccata allo zio Crocifisso che ha dato i lupini a credenza. Con spietato sarcasmo Verga mostra al lettore, mediante le parole e i comportamenti dei personaggi, l’egoismo, la grettezza, l’ipocrisia e la crudeltà che affiora dai dialoghi della comunità.
Persino in chiesa proseguono pettegolezzi e commenti malevoli, come quello della Zuppidda su Maruzza che non ci viene in chiesa, eppure ci ha il marito in mare con questo tempaccio! Poi non bisogna stare a cercare perché il Signore ci castiga!. Amaramente ironica la descrizione dello zio Crocifisso che se ne stava ginocchioni a piè dell’altare dell’Addolorata, con tanto di rosario in mano, e intuonava le strofette con una voce di naso che avrebbe toccato il cuore a satanasso in persona mentre fra un’avemaria e l’altra si parlava del negozio dei lupini.
All’ottica del villaggio si contrappone quella dei Malavoglia, con il loro dolore per la morte di Bastianazzo, con la loro integrità e con la loro onestà. Ma in un mondo cinico e spietato, qual è quello che la “fiumana del progresso” sta creando, si tratta di qualità destinate ad avere ben poca fortuna.

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Verga, L’attesa di Maruzza.
Il naufragio della Provvidenza.
Esercizi di analisi del testo
  1. Verga racconta l’attesa di un evento tragico e determinante: quale?
  2. Protagonisti della prima parte del capitolo sono soprattutto gli abitanti del villaggio, con i loro commenti e le opinioni espresse. Per ciascun personaggio, raggruppa parole e comportamenti e fai una sorta di carta d’identità.
  3. Protagonista della parte conclusiva (da “Sull’imbrunire…”) è Maruzza la Longa, moglie di Bastianazzo: che cosa caratterizza il suo comportamento?
  4. Il capitolo è costruito sulla contrapposizione tra la mentalità del villaggio ed il sentire dei Malavoglia: spiega in che modo viene espresso tale contrasto.
  5. Verga non interviene con giudizi espliciti, ma la particolare struttura del capitolo lascia intuire quale sia la sua opinione. Prova ad esprimerla, indicando in che modo ti sembra che essa emerga.
  6. Nella descrizione iniziale della bufera il narratore fa uso di similitudini ed espressioni popolari: individuale e di ciascuna spiega il significato. Quale scopo si propone Verga con questa scelta di stile?
  7. Anche in altri punti del capitolo troviamo espressioni popolari, modi di dire, proverbi: individuali e spiegane il significato.