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Catullo, Odio e amo – Povero Catullo

Catullo, Odio e amo – Povero Catullo

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Gaio Valerio Catullo, Povero Catullo (Carme 8)

Per Catullo il legame con Lesbia, benché di tipo extraconiugale, è basato su un “patto” che comporta fedeltà, lealtà, amicizia, con un valore morale non inferiore al matrimonio. L’infedeltà di Lesbia distrugge questo patto, acuisce il desiderio ma lo rende tormentoso. Nella fase finale l’amore per Lesbia è sentito come una malattia e come insanabile dolore che logora le forze vitali. Di fronte all’impetuosa passione che lo possiede, il poeta non sa e non riesce a reagire.

Povero Catullo, smetti di vaneggiare,

E quel che vedi perduto consideralo perduto.

Un tempo brillarono per te soli splendenti,

Quando andavi dove la tua ragazza ti conduceva

amata quanto amata non sarà mai nessuna.

E là nascevano molti giochi d’amore

che tu volevi e a cui lei non si negava,

Rifulsero davvero per te splendidi soli.

Ma ora lei non vuole più: e anche tu, tuo malgrado, non volere,

e non inseguire colei che fugge, e non vivere infelice,

ma sopporta con determinazione, resisti.

Addio ragazza mia, ormai Catullo resiste,

non ti cercherà né ti pregherà se non lo vuoi.

Ma tu soffrirai, di non essere desiderata.

Sciagurata, guai a te, che misera vita ti resta?

Chi si avvicinerà a te ora? A chi sembrerai bella?

Chi amerai ora? A chi si dirà che appartieni?

Chi bacerai? A chi morderai le labbra?

Ma tu, Catullo, ostinato resisti.

Carmen VIII Miser Catulle…

Miser Catulle, desinas ineptire,

et quod vides perisse perditum ducas.

Fulsere quondam candidi tibi soles,

cum ventitabas quo puella ducebat

amata nobis quantum amabitur nulla.

Ibi illa multa cum iocosa fiebant,

quae tu volebas nec puella nolebat,

fulsere vere candidi tibi soles.

Nunc iam illa non vult: tu quoque impotens noli,

nec quae fugit sectare, nec miser vive,

sed obstinata mente perfer, obdura.

Vale puella, iam Catullus obdurat,

nec te requiret nec rogabit invitam.

At tu dolebis, cum rogaberis nulla.

Scelesta, vae te, quae tibi manet vita?

Quis nunc te adibit? cui videberis bella?

Quem nunc amabis? cuius esse diceris?

Quem basiabis? cui labella mordebis?

At tu, Catulle, destinatus obdura.

 

Analisi del testo

Il carme VIII, della raccolta, ben raffigura i termini ambivalenti e travagliati del rapporto tra il poeta e Lesbia: da un lato il poeta pensa che l’amore sia ormai finito, dall’altro commisera se stesso e rimpiange la felicità passata, i giorni felici in cui l’amore era ricambiato. Poi esorta se stesso a resistere e a non cercare più la donna amata, così come lei adesso non cerca lui. Poi esprime la sua rabbia e si dice certo che la ragazza non troverà nessuno che l’ami come lui, e che per questo lei soffrirà. Di nuovo poi, infine, ribadisce il disperato tentativo di essere determinato a non cercarla.

Il poeta vorrebbe essere forte, non cercarla più, ma il suo animo è tormentato. Il suo attaccamento a lei appare ancora molto forte ed emerge con evidenza nel rimpianto dei tempi felici e nella minaccia (o illusione?) che la donna amata non trovi nessun altro da amare e che l’ami come lui l’ha amata…e ancora l’ama.

Odio e amo (Carme 85)

Odio e amo. Forse ti chiedi, perché lo faccia.

Non so, ma sento che accade e mi tormento.

Carmen LXXXV.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Analisi del testo

In soli due versi il poeta i tratti centrali dell’intera esperienza amorosa con Lesbia, costituita da passione irresistibile, da un lato, e da pena e tormento per i suoi tradimenti. Si tratta di sentimenti anticipati dal poeta nel carme “Un tempo dicevi di far l’amore solo con Catullo”: egli non può non amare, non può non desiderare la donna amata, ma le vuole meno bene, per via dei suoi inganni. Qui, addirittura dice di odiarla. Pone anzi la parola “Odi” (odio) al primo posto, ed è questo forse che vorrebbe fare, odiare Lesbia, perché lei non lo ama più e lo tradisce, ma non riesce a non amarla. Amore e odio sono inestricabilmente connessi e lui la odia proprio perché tanto la ama. Catullo non sa spiegarsi la compresenza di questi sentimenti antitetici e il suo animo è travagliato da passioni che lo tormentano. 

L’antitesi iniziale (Odi et amo), che esprime da un lato lo slancio della passione amorosa e dall’altro il tormento e la sofferenza per il rifiuto o per il tradimento, rappresenterà uno dei “topoi” letterari più frequenti nella cultura occidentale. 

Un tempo dicevi di far l’amore solo con Catullo (Carme 72)

Lesbia, che rassicurava Catullo sulla sua fedeltà, che diceva di preferirlo a Giove stesso, lo tradisce. Fragili le promesse degli amanti. L’amore non è che una magnifica fiamma destinata a spegnersi…

Un tempo dicevi di far l’amore solo con Catullo,

Lesbia, e di non preferire a me neanche Giove.

Ti ho amata non come si ama un’amante,

Ma come un padre ama i figli e i generi.

Ora ti conosco; e anche se più ardente è il mio desiderio

per me tuttavia sei più vile e insignificante.

“Come è possibile?” chiedi. Perché una tale offesa

induce chi ama ad amare di più, ma a voler meno bene.

Carmen LXXII

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,

Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.

Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,

sed pater ut gnatos diligit et generos.

Nunc te cognovi; quare etsi impensius uror,

multo mi tamen es vilior et levior.

“Qui potis est?” inquis. Quod amantem iniuria talis

cogit amare magis, sed bene velle minus.

Analisi del testo

La poesia contrappone passato e presente, come indicato dai tempi verbali: nei primi quattro versi Catullo ricorda il passato mentre nei versi successivi fa riferimento al presente. Il poeta ricorda a Lesbia le vane parole del passato, quando l’amata diceva di anteporlo a chiunque altro, persino a Giove. Sempre riferendosi al passato il poeta sottolinea l’eccezionalità del suo amore, che non era un sentimento comune e puramente erotico ma simile piuttosto all’affetto, alla tenerezza e all’amore di un padre per i propri figli.

Ma ora, al presente appunto, il poeta ha veramente conosciuto di che cosa sia capace Lesbia, di quali tradimenti. Il poeta brucia d’amore per lei ancora più ardentemente, mentre al tempo stesso ella è per lui molto più spregevole e insignificante.

Catullo immagina che Lesbia gli chieda come sia possibile questa apparente contraddizione e spiega che un tradimento così vile e inaspettato induce chi ama veramente ad amare di più ma a stimare e a voler bene molto di meno. 

Catullo sente che per lui non è possibile cessare d’amare Lesbia, benché a un’accresciuta intensità dell’attrazione erotica corrisponda una minore intensità dell’affetto e della stima, dopo che ha conosciuto la vera natura della donna amata.

Nel testo latino il termine “nosse” (conoscere) applicato all’amore ha l’evidente connotazione erotica di “conoscere sessualmente”. A essa si contrappone la razionale conoscenza espressa da “te cognovi” (ti conosco), messa in risalto dall’avversativa “Nunc” (Ora).

Il poeta vorrebbe essere l’unico vero amore di Lesbia, e non condividerla con altri. La gelosia si accompagna alla disillusione, alla delusione e all’orgoglio ferito, che spingono Catullo a desiderare più intensamente la donna, ma a darle meno valore, poiché l’ha ingannato e tradito.

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Solo con te farei l’amore, dice la donna mia (Carme 70)

 

Solo con te farei l’amore, dice la donna mia, 

solo con te, anche se mi volesse Giove. 

Dice: ma ciò che dice una donna a un amante impazzito 

devi scriverlo sul vento, sull’acqua che scorre.

Carmen LXX

Nulli se dicit mulier mea nubere malle

quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.

Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti,

in vento et rapida scribere oportet aqua.

Catullo, …mille baci e ancora cento

Catullo, …mille baci e ancora cento

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Catullo, Carme V

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,

rumoresque senum severiorum

omnes unius aestimemus assis!

Soles occidere et redire possunt;

nobis cum semel occidit brevis lux,

nox est perpetua una dormienda.

Da mi basia mille, deinde centum,

dein mille altera, dein secunda centum,

deinde usque altera mille, deinde centum;

dein, cum milia multa fecerīmus,

conturbabimus illa, ne sciamus,

aut ne quis malus invidere possit,

cum tantum sciat esse basiorum.

Metro: Endecasillabi faleci.

Gaio Valerio Catullo, …mille baci e ancora cento

Migliaia di baci, chiede Catullo a Lesbia, per fermare il tempo e godersi la vita. La prima parte del testo si basa su due contrapposizioni: amanti/vecchi inaciditi; luce (vita)/notte (morte). La seconda parte dilata all’infinito il numero dei baci. La frase conclusiva, infine, allude nuovamente all’invidia degli altri nei confronti degli innamorati. Il messaggio è un invito a lasciarsi andare all’amore senza curarsi delle critiche, perché la vita è breve.

 

Carme V
Viviamo intensamente, mia Lesbia, e amiamoci
e le maldicenze dei vecchi inaciditi
valutiamole tutte un soldo bucato!
I soli possono tramontare e risorgere;
a noi invece, una volta tramontata questa breve luce
toccherà dormire un’eterna notte, senza fine.
Dammi mille baci e ancora cento,
Poi altri mille, poi di nuovo cento,
poi senza fermarti altri mille, e ancora cento.
Poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia,
li rimescoleremo, per non saperne il numero
o perché nessun uomo malvagio possa guardarci con odio
sapendo quanto grande sia il numero dei nostri baci.
 

Analisi del testo

Lesbia è lo pseudonimo letterario con cui il poeta nasconde la reale identità della destinataria del testo, Clodia, la donna amata dal poeta. Il nome è strettamente connesso a Saffo, poetessa greca VII-VI secolo a.C. originaria dell’isola di Lesbo, nota per le poesie erotiche e amorose (e per la leggenda che la vuole suicida per amore). Il nome Lesbia evoca qui grazia, bellezza, fascino e intelligenza. 

Nel componimento Catullo esalta la vita, illuminata dalla passione amorosa. Il poeta esorta Lesbia a godere pienamente della vita, a viverla intensamente, non curandosi dei pettegolezzi dei vecchi moralisti e arcigni ai quali va dato il peso di un misero “asse”, moneta di infimo valore. La vita è troppo breve per curarsi di loro. Mentre il sole, con la sua luce, tramonta e risorge, la luce della nostra vita, una volta tramontata, non si accende più e siamo destinati a una notte eterna, buia e senza fine.

Quel che importa è allora vivere intensamente l’amore, di cui i baci sono la più alta celebrazione. Migliaia e migliaia di baci, un numero tanto grande che, una volta rimescolati, se ne perda il conto. Nessuno deve poter invidiare la felicità dei due amanti, che si esprime nell’infinità dei baci scambiati. Nessuno, con il suo odio e la sua invidia, deve poter scagliare su di loro il malocchio.

 

Comprensione e analisi del testo.

  1. Nei primi tre versi Catullo rivolge a Lesbia una duplice esortazione, espressa tramite due verbi: quale?
  2. Spiega l’espressione “e le maldicenze dei vecchi inaciditi//valutiamole tutte un soldo bucato!”.
  3. Che cosa significa il verso “I soli possono tramontare e risorgere”?
  4. Nei versi 3 e 4 sono presenti due immagini contrapposte, “breve luce” e “un’eterna notte, senza fine”. Cosa significano?
  5. Individua le figure retoriche e spiegane il significato: 
    • “breve luce”
    • “noi dormiremo un’unica notte senza fine”
    • “Dammi mille baci e ancora cento”

 

Gaio Valerio Catullo nasce a Verona probabilmente nell’87 a. C. Poco più che ventenne si trasferisce a Roma, dove viene in contatto con i gruppi intellettuali della città e in particolare con il gruppo dei “poeti nuovi”, cioè i poeti alla moda, di gusto ellenizzante, così definiti da Cicerone perché si presentavano sulla scena letteraria romana come innovatori. Vicenda centrale della sua vita è la passione per Lesbia (probabilmente Clodia, moglie di Quinto Metello Celere). Nel 57 a. C., per dimenticare Lesbia, e per riassestare le proprie finanze, Catullo parte per la Bitinia al seguito del pretore Memmio. Concluso il viaggio torna a Sirmione, dove trascorre gli ultimi anni della sua vita. Muore forse nel 54 a. C.
Carmi. Libro che comprende 116 poesie di varia natura, ordinate secondo criteri metrici (epigrammi, elegie), alcune brevi (“nugae”), altre più ampie ed erudite (“carmina docta”), composte imitando i modelli ellenistici. Lo stile colto è mitigato da espressioni tratte dalla lingua parlata.
Un nucleo importante dei Carmi di Catullo è costituito dai componimenti dedicati all’amore per Lesbia, il cui vero nome era Clodia. La donna apparteneva all’aristocrazia romana, e fu coinvolta in diversi scandali dell’epoca. Moglie di Quinto Metello Celere, morto nel 59 a.C. e forse avvelenato dalla donna stessa, divenne poi amante di Celio Rufo e fu denigrata da Cicerone per i suoi “liberi costumi” amorosi. Catullo intrattenne una travagliata relazione amorosa con questa donna colta e spregiudicata, alternando a momenti di felicità momenti di torturante gelosia, caratterizzati da abbandoni e riconciliazioni, speranze e amarissime disillusioni. 

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