Crea sito
Adrianopoli assedio orchestra

Adrianopoli assedio orchestra

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Filippo Tommaso Marinetti, Zang Tumb Tumb

 

Zang Tumb Tumb è un poema futurista (pubblicato nel 1914) scritto sull’assedio di Adrianopoli del 1912 durante la guerra bulgaro turca, a cui Marinetti assiste come corrispondente di un quotidiano francese.

La battaglia o assedio di Adrianopoli fu combattuta durante la prima guerra balcanica e si concluse con la presa di Edirne (allora Adrianopoli) da parte della 2ª Armata bulgara.

Il poemetto offre una rappresentazione, in parte verbale e in parte visiva del bombardamento subito nell’ottobre 1912 della città turca di Adrianopoli da parte dei bulgari. Marinetti utilizza caratteri tipografici di varie dimensioni, il grassetto e il corsivo, con lo scopo di immergere con immediatezza il lettore al centro della battaglia.

>>>>>> Vedi su You Tube: L’interpretazione di Marinetti

 

Marinetti, Adrianopoli assedio orchestra

ogni 5 secondi cannoni da assedio sventrare lo spazio con un accordo

tam– tuuumb ammutinamento di 500 echi per azzannarlo sminuzzarlo sparpagliarlo

all’infinito. Nel centro di quei tam– tuuumb spiaccicati ampiezza

50 chilometri quadrati balzare scoppi tagli pugni batterie a tiro rapido Violenza

ferocia regolarità questo basso grave scandere gli strani folli agitatissimi

acuti della battaglia Furia affanno orecchie occhi narici aperti! attenti! forza!

che gioia vedere udire fiutare tutto tutto taratatatata delle mitragliatrici strillare

a perdifiato sotto morsi schiaffi traak– traak frustate pic– pac– pum–

tumb bizzarrie salti altezza 200 metri della fucileria Giù giù in fondo all’orchestra

stagni diguazzare buoi buffali pungoli carri pluff plaff impennarsi di

cavalli flic flac zing zing sciaaack ilari nitriti iiiiiiii….. scalpiccii tintinnii 3

battaglioni bulgari in marcia croooc– craaac (lento due tempi) Sciumi Maritza

o Karvavena croooc– craaac grida degli ufficiali sbatacchiare come piatti d’ottone

pan di qua paack di là cing buuum cing ciak (presto) ciaciacia– ciaciaak

su giù là là intorno in alto attenzione sulla testa ciaack bello! Vampe vampe

vampe vampe vampe vampe ribalta dei forti laggiù dietro quel fumo Sciukri–

Pascià comunica telefonicamente con 27 forti in turco in tedesco allò! Ibrabim!

Rudolf! allò allò! attori ruoli echi suggeritori scenari di fumo foreste applausi

odore di fieno fango sterco non sento più i miei piedi gelati odore di salnitrio

odore di marcio Timpani flauti clarini dovunque basso alto uccelli cinguettare

beatitudine ombrie cip– cip– cip brezza verde don– dan– don– din bèèè

delle mandre Orchestra i pazzi bastonano i professori d’orchestra questi

bastonatissimi suonare suonare Grandi fragori non cancellare precisare ritagliandoli

rumori più piccoli minutissimi rottami di echi nel teatro ampiezza

300 chilometri quadrati Fiumi Maritza Tungia sdraiati Monti Ròdopi ritti

alture palchi loggione 20000 sharpnels sbracciarsi esplodere fazzoletti

bianchissimi pieni d’oro Tum– bum 20000 granate protese strappare con

schianti capigliature nerissime zang– tumb– zang– tum– tuuuumb l’orchestra

dei rumori di guerra gonfiarsi sotto una nota di silenzio nell’alto cielo

pallone sferico dorato che sorveglia i tiri.

Da: Filippo Tommaso Marinetti, in “Lacerba”, 1913, I

Esercizi.
  1. Individua le principali caratteristiche ideologiche e stilistiche del testo, ricollegandole al Manifesto del Futurismo e al Manifesto tecnico della letteratura futurista.

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Manifesto tecnico della letteratura futurista

Manifesto tecnico della letteratura futurista

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Il “Manifesto tecnico della letteratura futurista”

 

Particolarmente importante dal punto di vista letterario è il “Manifesto tecnico della letteratura futurista” (1912), nel quale Marinetti precisa gli strumenti con cui il futurismo vuole scardinare lo stile del passato e creare la letteratura dell’avvenire. Centrale è il rifiuto del punto di vista dell’io, del soggettivismo.
La psicologia va sostituita con l’invadenza ossessiva della materia, fino ad arrivare a una “psicologia intuitiva della materia” stessa. Lo scrittore deve mettersi in rapporto con l’ambiente circostante, lasciandosi attraversare dalle percezioni, registrandole senza filtrarle. Rumore, peso, odore, devono avere in letteratura un rilievo non minore delle altre sensazioni. L’onomatopea diventa protagonista. La sintassi va distrutta: i verbi usati all’infinito, aboliti aggettivi e avverbi, i sostantivi accostati sulla carta senza segni d’interpunzione. La punteggiatura va abolita, mentre vanno introdotti altri segni grafici, notazioni matematiche e musicali. Le parole si deformano, s’allungano e si troncano, in funzione della resa espressiva.
Il Manifesto teorizza l’uso ardito dell’analogia, per cogliere la realtà ed esprimere le intuizioni senza i condizionamenti della logica. Abolite le congiunzioni, le parole devono fondere gli oggetti con le immagini da essi evocate: “piazza-imbuto”, “donna-golfo”. Bisogna perseguire “un maximum di disordine” nel testo. Le immagini non devono essere condizionate dalla struttura logica del discorso ma scaturire dall’”immaginazione senza fili”, dalle “parole in libertà”.
Tra gli autori della raccolta “I poeti futuristi” (1912) troviamo Palazzeschi, Govoni, Buzzi, Cavicchioli, Folgore, D’alba; Mazza, oltre naturalmente a Marinetti. Dall’esperienza delle parole in libertà i futuristi passeranno alle tavole parolibere, il cui interesse visivo supera quello letterario, con l’uso della tecnica del collage e del montaggio. Nel secondo Futurismo prosegue il paroliberismo ma ci sono anche autori che vogliono superare gli aspetti visivo-sperimentali per tornare a nessi logici, come testimonia l’antologia “I poeti futuristi “curata da Marinetti(1925). Successivamente si svilupperà anche un’aeropoesia (parole che volano attraverso l’etere) favorita dalla Radio.


Manifesto tecnico della letteratura futurista

In aeroplano, seduto sul cilindro della benzina, scaldato il ventre dalla testa dell’aviatore, io sentii l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero. Bisogno furioso di liberare le parole, traendole fuori dalla prigione del periodo latino! Questo ha naturalmente, come ogni imbecille, una testa previdente, un ventre, due gambe e due piedi piatti, ma non avrà mai due ali. Appena il necessario per camminare, per correre un momento e fermarsi quasi subito sbuffando!…
Ecco che cosa mi disse l’elica turbinante, mentre filavo a duecento metri sopra i possenti fumaiuoli di Milano. E l’elica soggiunse:
1. Bisogna distruggere la sintassi, disponendo i sostantivi a caso, come nascono.
2. Si deve usare il verbo all’infinito, perché si adatti elasticamente al sostantivo e non lo sottoponga all’io dello scrittore che osserva o immagina. Il verbo all’infinito può, solo, dare il senso della continuità della vita e l’elasticità dell’intuizione che la percepisce.
3. Si deve abolire l’aggettivo perché il sostantivo nudo conservi il suo colore essenziale. L’aggettivo avendo in sé un carattere di sfumatura, è incompatibile con la nostra visione dinamica, poiché suppone una sosta, una meditazione.
4. Si deve abolire l’avverbio, vecchia fibbia che tiene unite l’una all’altra le parole. L’avverbio conserva alla frase una fastidiosa unità di tono.
5. Ogni sostantivo deve avere il suo doppio, cioè il sostantivo deve essere seguìto, senza congiunzione, dal sostantivo a cui è legato per analogia. Esempio: uomo-torpediniera, donna-golfo, folla-risacca, piazza-imbuto, porta-rubinetto.
Siccome la velocità aerea ha moltiplicato la nostra conoscenza del mondo, la percezione per analogia diventa sempre più naturale per l’uomo. Bisogna dunque sopprimere il come, il quale, il così, il simile a. Meglio ancora, bisogna fondere direttamente l’oggetto coll’immagine che esso evoca, dando l’immagine in iscorcio mediante una sola parola essenziale.
6. Abolire anche la punteggiatura. Essendo soppressi gli aggettivi, gli avverbi e le congiunzioni, la punteggiatura è naturalmente annullata, nella continuità varia di uno stile vivo, che si crea da sé, senza le soste assurde delle virgole e dei punti. Per accentuare certi movimenti e indicare le loro direzioni, s’impiegheranno i segni della matematica: +–x: = > <, e i segni musicali.
7. Gli scrittori si sono abbandonati finora all’analogia immediata. Hanno paragonato per esempio l’animale all’uomo o ad un altro animale, il che equivale ancora, press’a poco, a una specie di fotografia. Hanno paragonato per esempio un fox-terrier a un piccolissimo puro-sangue. Altri, più avanzati, potrebbero paragonare quello stesso fox-terrier trepidante, a una piccola macchina Morse. Io lo paragono, invece, a un’acqua ribollente. V’è in ciò una gradazione di analogie sempre più vaste, vi sono dei rapporti sempre più profondi e solidi, quantunque lontanissimi.
L’analogia non è altro che l’amore profondo che collega le cose distanti, apparentemente diverse ed ostili. Solo per mezzo di analogie vastissime uno stile orchestrale, ad un tempo policromo, polifonico e polimorfo, può abbracciare la vita della materia.
[…] Poeti futuristi! Io vi ho insegnato a odiare le biblioteche e i musei, per prepararvi a odiare l’intelligenza, ridestando in voi la divina intuizione, dono caratteristico delle razze latine. Mediante l’intuizione, vinceremo l’ostilità apparentemente irriducibile che separa la nostra carne umana dal metallo dei motori.
Dopo il regno animale, ecco iniziarsi il regno meccanico. Con la conoscenza e l’amicizia della materia, della quale gli scienziati non possono conoscere che le reazioni fisico-chimiche, noi prepariamo la creazione dell’uomo meccanico dalle parti cambiabili. Noi lo libereremo dall’idea della morte, e quindi dalla morte stessa, suprema definizione dell’intelligenza logica. 

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

F. T. Marinetti, Manifesto del Futurismo

F. T. Marinetti, Manifesto del Futurismo

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo

 
Il futurismo è il primo movimento d’avanguardia che si presenta con precisi contorni di contenuti e di principi teorici e con caratteri orientati non solo in un singolo settore artistico ma con il dichiarato proposito di un rinnovamento totale della cultura e dell’arte in generale. Esso investe non solo la letteratura ma anche la pittura, la scultura, l’architettura, il teatro, la musica. L’idea di rinnovamento va ancora oltre, nel senso che intende coinvolgere anche il comportamento dell’uomo e la vita nel suo insieme. Queste intenzioni, enunciate per la prima volta nel manifesto programmatico pubblicato in francese su “Le Figaro” il 20 febbraio 1909 a firma Marinetti, mirano a realizzare un incontro diretto e una continuità tra arte e vita che nella cultura italiana trovava un esempio letterario in D’Annunzio, il quale può essere considerato un “precursore” del futurismo, anche per altri aspetti quali lo sperimentalismo linguistico, il volontarismo e il senso dinamico della energia vitale, l’attenzione a fenomeni tipici del primo Novecento come l’industrializzazione.
La cultura conservatrice (“passatismo”) è colpita nelle sue forme e nei suoi luoghi istituzionali (scuole, musei, università, biblioteche), e in modo analogo vengono attaccate le convenzioni sociali, una concezione di vita banalmente borghese, la cultura dei “buoni sentimenti” che è spesso, secondo il futurismo, una forma di ipocrisia.

 

F. T. Marinetti, Manifesto del Futurismo
1. – Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
2. – Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3. – La letteratura esaltò, fino ad oggi, l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.
4. – Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, e più bello della Vittoria di Samotracia.
5. – Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6. – Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7. – Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi  davanti all’uomo.
8. – Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
9. – Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
10. – Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.
11. – Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa; canteremo le maree multicolori e politiche delle rivoluzioni delle capitali moderne, canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche, le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi, i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichìo di coltelli, i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aereoplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.
È dall’Italia che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente, col quale fondiamo oggi il “Futurismo”, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari.
 

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Marinetti, L’esecrabile sonno

Marinetti, L’esecrabile sonno

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Filippo Tommaso Marinetti, L’esecrabile sonno

Da L’Aeroplano del Papa
Romanzo profetico in versi liberi

 

Suvvia!… È un’indecenza! Svegliatevi!
Presto! se non volete che io sfondi
le vostre finestre con un colpo d’ala!
Credete dunque molto bello ciò che fate,
sdraiati, là, nei vostri letti, a gambe aperte,
con le mani tra le coscie
o coricati sul fianco con le ginocchia piegate,
oppure con le gambe allacciate
a quelle delle vostre donne?
Voi meritate che gli obici
sfondino a un tratto i vostri tetti e vi schiaccino,
marmellate coniugali!
Puah! sembrate caduti a terra,
piatti come sterchi di vacca!
La guerra! La guerra!… Capite,
udite questa grande parola: la Guerra?
Su! È semplicissimo! Bisogna balzare in piedi!
Su ritti! Spalancate
le vostre finestre ed i vostri balconi!
Aprite tutte le porte! E uscite
dalla prigione del sonno,
per seguire a ritmici passi la Guerra,
liberatrice di schiavi!
Ma voi russate! È vergognoso,
è indecente, è immondo!
Tutti, giudici e agenti di polizia,
vi dichiarano che non si può
copulare in mezzo alla strada,
né pisciar fuori dagli orinatoi,
né palpare le donne nella folla,
né violare i ragazzini….
Eh! via!… Si tratta di ben altro!…
Il sonno! Il sonno! Ecco l’unica,
la più esecrabile immoralità!…
Dormendo – capite? – dormendo,
voi offendete le leggi sublimi della vita!
O Sole! O Sole! Fracassa
tutte le vetrate della città,
e spazza fuori dalle case
tutti questi poltroni
che hanno l’inaudita impudenza di dormire!…
In verità, lo stomaco mi si rivolta!
Oh! le pesanti esalazioni di tanti sonni!
Che nausea!
Per fortuna, vi sono ancora
quelli che non vogliono mai andare a letto
perché hanno orrore del letto!
Vi sono quelli che amano alzarsi
la mattina, prestissimo,
e che se ne vanno, orgogliosi di essere soli,
con le loro canne da pesca sulla spalla,
o col fucile ad armacollo,
verso la pesca o la caccia!
E infatti, dormono forse gli uccelli?
Ascoltate il gran popolo dei passeri,
che cinguetta sugli alberi,
rumorosi teatri dai cupi gradini!…
E le rondinelle sputate dai fucili del vento,
le rondinelle che mescolano, lacerano
e arruffano i loro voli capricciosi, le udite?
Passeri e rondini non dormono,
o, per dir meglio, non dormono più!
Tutti gli uccelli si ribellano, gridando il loro disgusto
sul nauseante brodo fangoso
che il sonno distribuisce prodigalmente
in fondo ai refettorii mefitici della notte.
Quanto a voi, Italiani, che udiste
ieri sera le trombe squarciate
della guerra, che fate là immoti,
già predisposti alle cure delle tenebre,
imbalsamatrici di cadaveri?…
Che fate, infornati e caldi
nella farina delle vostre lenzuola,
come pani di cui la morte regolerà la cottura?
Non vedete che le case non dormono,
con le loro chiare facciate che aspettano,
agitate da angosciosi riflessi,
la festa dall’aurora?
Non vedete che le acque non dormono?
Fiumi, canali e ruscelli,
non dormirono mai!
Scorrono sempre gridando:
«Senza riposo! Senza riposo! Senza riposo!…»
E le puttane, dormono forse?
Irrequiete sotto la dirotta pioggia elettrica delle lampade,
dànno la caccia ai sessi impazziti
che la notte ha stanati….
E i cani dei carrettieri?
Camminano abbaiando di tanto in tanto
fra le ruote tonanti
dei carri colossali….
E gli automobili di piazza, dormono forse?
Ah! no!… Sempre desti.
I loro chauffeurs, i loro motori,
che sonnecchiano appena,
son sempre pronti a partire,
tra le gialle fiamme, chiacchierone e smorfiose,
dei lampioni che fanno lunghi inchini….
Sia gloria agli automobili di piazza,
che salvano il mondo
dalla morte totale del sonno!
Gli automobili di piazza sono belli
e orgogliosi come le stelle!
Nemmeno le stelle dormono, ma corrono,
facendo grandi gesti folli
per salvare da collisioni fatali
le prue salienti dei pianeti, che forse
stanno per investirci a tutto vapore?
E quella stella sola, laggiù – la vedete? –
più bianca, dalle braccia più lunghe,
è tutta affaccendata a sgombrare
la soglia dell’orizzonte….
Poi se ne viene a picchiare
con le sue lunghe dita indiamantate e sonore
su ogni finestra chiusa, per avvertire,
per avvertire che arriva la luce
e che le si devono innalzare
degli archi di trionfo!
Guai all’uomo che non balzò sussultando
fuori dal suo letto, allorquando
passò, cantando, la stella del mattino!
Lo giuro in suo nome!…
Se l’umanità s’addormentasse,
tutta, improvvisamente, una notte,
coi suoi nottambuli, i suoi automobili,
le sue guardie, i suoi cani,
le sue rondini e i suoi passeri,
i suoi ruscelli, i suoi fiumi,
le sue puttane e le sue stelle,
morrebbe infallibilmente
alle quattro della mattina!…
Quando non posso volar via
col mio monoplano, io percorro la città,
a notte alta,
con orde pazze di studenti,
rompendo tutti i vetri dei pianterreni,
lanciando nelle finestre aperte
grosse pietre che s’odono
poi ruzzolare fragorosamente nell’interno!
Nulla è più divertente! Ecco, noi prepariamo
con cura minuziosa il blocco e l’assedio metodico
d’una casa addormentata….
Ognuno di noi reca fra le mani grossi sassi
come se fossero astri carbonizzati….
Poi, ad un tratto, tutti i vetri della casa
emettono grida umane
e lunghi singhiozzi di terrore….
Talvolta, si svolgono trattative d’armistizio….
«Portinaio, che ne diresti
se fracassassi i tuoi vetri?»
«Oh! no!… Per pietà! Non lo fate!…»
supplica una voce. «Ebbene, prendi!
Ecco il nostro sasso sublime, nel tuo vetro infranto,
per insegnarti a non imputridire
senza fine, nel tuo letto nero!
Tu mi dirai che lavori dalla mattina alla sera.
Noi facciamo altrettanto…. Che vuol dire?»
Questo non c’impedisce di correre nella notte
come un incubo enorme,
per le piazze, vasi sanguigni,
e per le vie, circonvoluzioni della città,
grande cranio assopito!
Bisogna pure che qualcuno si dia la briga
di rinnovare così lo stupore
nel cervello degli uomini!
Come te, noi abbiam lavorato tutto il giorno,
ma ad onta della stanchezza che ci rompe le gambe,
continuiamo a lavorare
diversamente e ancor meglio!
Poiché bisogna pure che qualcuno s’incarichi
di dipingere le statue nelle piazze alberate,
di sostituire all’insegna d’un dentista
quella imponente d’un avvocato,
o d’appendere alla porta d’un lupanare,
che s’affatica ed ànsima,
il cartello d’un teatro che annunzia: «Riposo»!
Bisogna pure che qualcuno provveda
a lanciar nei canali
le persiane dei pianterreni,
graziose zattere avventurose
che vanno forse a ritrovare, lontano,
lontano, nella campagna,
le loro radici d’alberi segati
e a rivedere i loro amici
d’infanzia vegetale!
Si calano le brache allo spirito filosofico
per sculacciarlo come si deve!…
Che fa quella puttana, col suo sorriso
come una lenza,
sull’acqua torbida e pescosa del marciapiede?
Non si diverte affatto! Per divertirla,
l’afferriamo gentilmente pei fianchi
e ce la mettiamo sulle spalle!
Da una viuzza all’altra, dove si va? Aspettate!
Alt! Silenzio!… Quella finestra aperta,
a pianterreno, russa stranamente!
Soffi di clarinetto, e a quando a quando
sordi ribollimenti di caldaia….
Non è altro che la grossa marea notturna
d’un seno di donna obesa….
Qui s’infradicia l’inondante borghesia
clericale e sudante, dalla faccia di sego….
La chiamano Saggezza, nel rione….
A teatro, essa lascia grondare dal palco
le sue due poppe ripugnanti,
su cui son tatuati questi due sudici nomi:
«Pudore! Morale!»
Ora capirete con quali attente precauzioni
introduciamo la puttana guizzante
per la finestra aperta….
Senza far rumore deponiamo cautamente
il corpo bene aerato
accanto al grosso corpo costipato….
Che cosa accadrà?… Chi ci pensa più?…
Abbiamo altro da fare…. Per esempio?…
Chi di noi ha del mastice?…
Ecco una serratura inglese da ostruire….
Eccone un’altra!…
E poi ci si nasconde, fondendoci nelle rughe
della casa dirimpetto,
ad aspettare il lento piede del borghese che rincasa
dal teatro, senza affannare
la sua paziente stupidità!…
Ah! Ah!… Potrà divertirsi un pezzo
a stappare la serratura
con la sua chiave che non serve più!
Mio Dio! Quante bestemmie e quante
imprecazioni!… La neve intanto
gli fiocca sulla schiena
che tossisce malgrado la costosa pelliccia!…
Divertitevi, pance ben pensanti!
Arrivederci fra poco….
Una carrozza di piazza?… Utilizzabile anch’essa!…
Si apre e si richiude lo sportello,
si finge di salutare qualcuno che è dentro,
e si grida al vetturino: «Alla stazione!»
È semplicissimo: Egli si rimette in cammino
scarrozzando il vuoto!
Un campanello?… «Levatrice»….
«svegliatevi, signora!»
Si suona ancora…. «Presto! Su! Alzatevi! Correte!…
La terra ci partorisce! Siamo noi, i neonati!
Milano sta per mettere al mondo
un nuovo futurista!»
Ora gettiamo a terra quest’altra vetrina
piena di vasi e di cristalli….
Fragore di valanga, di terremoto!…
È l’ora della ricreazione!
Passando via, si fracassano coi bastoni
le vetrate che pensano e guardano….
Poiché, insomma, rispondeteci,
chi vi ha dato
diritto di dormire?… La polizia, siamo noi!
Polizia del disordine e della libertà!
A grandi passi si va per le vie riconquistate,
alta la testa, come re, con la spavalderia
e la superbia dei capitani vittoriosi. È naturale!
Lo vedete! La Città tutta intera
sta supina, atterrita davanti a noi!
Fanciullaggini, dite?
E altri brontolano: «Vandalismi indecenti!…»
Per conto mio, mi auguro di morire prima
d’aver perduto le mie deliziose fanciullaggini
e i miei cari vandalismi!…
Io non sarò mai due vecchierelli tremanti,
un vecchio cuore, un vecchio corpo
incollati come due cani
sotto le risate di quelle folli educande
che sono le stelle!…
Sia maledetto il giovane che adora il suo letto
e che non casca dal sonno tutto il giorno
per aver scatenati i suoi istinti durante la notte!
Sia maledetto il giovane che non è convinto
di essere diventato, finalmente,
padrone della città, dopo mezzanotte,
con tutti i suoi sputacchi lanciati a ventaglio
sull’ordine carceriere
e sul sinistro come-si-deve della società!
Filippo Tommaso Marinetti, L’esecrabile sonno, da: L’aeroplano del Papa: romanzo profetico in versi liberi / F. T. Marinetti, futurista – Milano : Edizioni futuriste di Poesia, 1914

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Analisi del testo
 
Il testo riportato è tratto da L’esecrabile sonno, che fa parte del romanzo futurista in versi liberi L’aeroplano del Papa (nell’originale, Le monoplan du Pape), composto da Filippo Tommaso Marinetti nel 1912, in francese. Una sua traduzione in italiano fu pubblicata nel 1914 dalle marinettiane Edizioni futuriste di Poesia. 
Dedicato a “Trieste, nostra bella polveriera”, il romanzo predica la necessità di “svaticanare l’Italia” e di muovere guerra all’Austria, un’idea che poteva sembrare ardita nel 1912, in tempi di Triplice Alleanza, ma che divenne di grande attualità nel 1914. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, infatti, in Italia si accese lo scontro tra interventisti e neutralisti (non a caso l’edizione italiana porta il sottotitolo di “romanzo profetico”).
L’Aeroplano del papa esalta e glorifica la violenza, profetizzando la rottura della Triplice Alleanza e il conseguente “svaticanamento” dell’Italia, giungendo a incredibili vette di anticlericalismo: “O Papa, carceriere della terra, / o sorcio mostruoso delle fogne del cuore, / vecchio scarafaggio nutrito d’immondizie, / pistillo osceno nella corolla d’una veste talare, / battaglio di campana funerea! / Tu respiri a stento, / congestionato per aver mangiato tutto il divino del mondo, / tutto l’allettevole azzurro delle anime! 
Non a caso, forse, Marinetti non ripubblicherà più l’opera, che è a tutt’oggi una delle sue meno conosciute.
Nei versi di L’esecrabile sonno Marinetti proclama: “Il sonno! Ecco l’unica esecrabile immoralità!”. E nella parte centrale del testo descrive in tono esalato alcune “gloriose” imprese da lui compiute percorrendo a notte inoltrata le vie di Milano, “con orde pazze di studenti” volte a sconvolgere con violenza la “tranquillità borghese” e il “sinistro come-si-deve della società!”.

Marinetti, All’Automobile da corsa

Marinetti, All’Automobile da corsa

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Filippo Tommaso Marinetti, A mon Pégase

Da “La Ville Charnelle”

 

Dieu véhément d’une race d’acier,
Automobile ivre d’espace,
qui piétines d’angoisse, le mors aux dents
stridentes!
O formidable monstre japonais aux yeux de forge,
nourri de flamme et d’huiles minérales,
affamé d’horizons et de proies sidérales,
je déchaîne ton coeur aux teuf-teufs diaboliques,
et tes géants pneumatiques, pour la danse
que tu mènes sur les blanches routes du monde.
Je lâche enfin tes brides métalliques… Tu
t’élances,
avec ivresse, dans l’Infini libérateur!…
Au fracas des abois de ta voix…
voilà que le Soleil couchant emboîte
ton pas véloce, accélérant sa palpitation
sanguinolente au ras de l’horizon…
Il galope là-bas, au fond des bois… regarde!…

Qu’importe, beau démon?…
Je suis à ta merci…Prends-moi!
Sur la terre assourdie malgré tous ses échos,
sous le ciel aveuglé malgré ses astres d’or,
je vais exaspérant ma fièvre et mon désir
à coups de glaive en pleins naseaux!…
Et d’instant en instant, je redress ma taille
pour sentir sur mon cou qui tressaille
s’enrouler les bras frais et duvetés du vent.

Ce sont tes bras charmeurs et lointains qui
m’attirent!
ce vent, c’est ton haleine engloutissante,
insondable Infini qui m’absorbes avec joie!…
Ah! Ah!… des moulins noirs, dégingandés,
ont tout à coup l’air de courir
sur leurs ailes de toile baleinée
comme sur des jambes démesurées…

Voilà que les Montagnes s’apprétent à lancer
sur ma fuite des manteaux de fraîcheur
somnolente…
Là! Là! regardez! à ce tournant sinistre!…
Montagnes, ô Bétail monstrueux, ô Mammouths
qui trottez lourdement, arquant vos dos immenses
vous voilà dépassés…noyés…
dans l’échevau des brumes!…
Et j’entends vaguement
le fracas ronronnant que plaquent sur les routes
vos jambes colossales aux bottes de sept lieues…

Montagnes aux frais manteaux d’azur!…
Beaux fleuves respirant au clair de lune!… Plaines ténébreuses! je vous dépasse au grand galop
de ce monstre affolé… Etoiles, mes Etoiles,
entendez-vous ses pas, le fracas des abois
et ses poumons d’airain croulant interminablement?
J’accepte la gageure…avec Vous, mes Etoiles!…
Plus vite!… encore plus vite!…
Et sans répit, et sans repos!…
Lachez les freins!… Vous ne pouvez?..
Brisez-les donc!…
Que le pouls du moteur centuple ses élans!

Hurrah! Plus de contact avec la terre immonde!…
Enfin, je me détache et je vole en souplesse
sur la grisante plénitude
des Astres ruisselants dans le grand lit du ciel!

F.T. Marinetti, All’Automobile da corsa

[A mon Pégase]

>>> Alle origini delle corse automobilistiche

Veemente dio d’una razza d’acciaio,

Automobile ebbrrra di spazio,

che scalpiti e frrremi d’angoscia

rodendo il morso con striduli denti…

Formidabile mostro giapponese,

dagli occhi di fucina,

nutrito di fiamma

e d’olî minerali,

avido d’orizzonti e di prede siderali…

io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,

scateno i tuoi giganteschi pneumatici,

per la danza che tu sai danzare

via per le bianche strade di tutto il mondo!…

Allento finalmente

le tue metalliche redini,

e tu con voluttà ti slanci

nell’Infinito liberatore!

All’abbaiare della tua grande voce

ecco il sol che tramonta inseguirti veloce

accelerando il suo sanguinolento

palpito, all’orizzonte…

Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù!…

Che importa, mio dèmone bello?

Io sono in tua balìa!… Prrrendimi!… Prrrendimi!…

Sulla terra assordata, benché tutta vibri

d’echi loquaci;

sotto il cielo accecato, benché folto di stelle,

io vado esasperando la mia febbre

ed il mio desiderio,

scudisciandoli a gran colpi di spada.

E a quando a quando alzo il capo

per sentirmi sul collo

in soffice stretta le braccia

folli del vento, vellutate e freschissime…

Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane

che mi attirano, e il vento

non è che il tuo alito d’abisso,

o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!…

Ah! ah! vedo a un tratto mulini

neri, dinoccolati,

che sembran correr su l’ali

di tela vertebrata

come su gambe prolisse…

Ora le montagne già stanno per gettare

sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,

là, a quella svolta bieca.

Montagne! Mammut, in mostruosa mandra,

che pesanti trottate, inarcando

le vostre immense groppe,

eccovi superate, eccovi avvolte

dalla grigia matassa delle nebbie!…

E odo il vago echeggiante rumore

che sulle strade stampano

i favolosi stivali da sette leghe

dei vostri piedi colossali…

O montagne dai freschi mantelli turchini!…

O bei fiumi che respirate

beatamente al chiaro di luna!

O tenebrose pianure!… Io vi sorpasso a galoppo

su questo mio mostro impazzito!…

Stelle! mie stelle! l’udite

il precipitar dei suoi passi?…

Udite voi la sua voce, cui la collera spacca…

la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia…

e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni

crrrrollanti a prrrrecipizio

interrrrrminabilmente?…

Accetto la sfida, o mie stelle!…

Più presto!… Ancora più presto!…

E senza posa, né riposo!…

Molla i freni! Non puoi?

Schiàntali, dunque,

che il polso del motore centuplichi i suoi slanci!

Urrrrà! Non più contatti con questa terra immonda!

Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo

sull’inebriante fiume degli astri

che si gonfia in piena nel gran letto celeste!

Da: Filippo Tommaso Marinetti, Lussuria– Velocità, in Poesia del Novecento, a cura di E. Sanguineti, Einaudi, Torino, 1969.

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

F.T. Marinetti, All’Automobile da corsa – Analisi del testo

Tra fine Ottocento e primo Novecento nuovi mezzi di trasporto e comunicazione fanno irruzione nella società, rivoluzionandone il modo di vivere e di sentire. Convinti assertori della modernità, del progresso meccanico, tecnologico, i Futuristi vedono in essa l’occasione per vivere con ritmi più arditi e veloci, consoni alle reali capacità, ambizioni e desideri dell’uomo, che una mentalità “passatista” tendeva a comprimere, perché legata al quieto vivere, all’immobilismo, ai valori trasmessi dalle tradizioni e dall’idillio campestre, ostile alla frenesia e al turbinio del modello urbano.

All’Automobile da corsa (la traduzione italiana di A mon Pégase) e contenuta in Lussuria-Velocità (1921), versione italiana di una parte della Ville charnelle del 1908. 

Il testo è un inno alla macchina, e alla velocità. L’automobile (per i Futuristi un sostantivo maschile)  è emblema della civiltà delle macchine, proiettata verso il futuro. 

L’automobile è paragonato/definito come “dio d’una razza d’acciaio”, come un cavallo scalpitante al galoppo, come un “mostro giapponese”. La macchina assume tratti animali e umani, è un demone a bordo del quale il poeta attraversa pianura e montagne, inebriandosi di folle velocità. La straordinaria galoppata di Marinetti a bordo del suo automobile, si conclude con il distacco “da questa terra immonda” per spiccare in volo verso le stelle. 

Fin dall’inizio, nel testo sono presenti numerose metafore: Veemente dio d’una razza d’acciaio; ebbrrra di spazio; scalpiti e frrremi d’angoscia rodendo il morso con striduli denti…. Esse presentano l’automobile come un essere vivente straordinariamente potente, dai tratti divini e mostruosi, scalpitante come un cavallo. Inoltre, l’uso insistito dell’onomatopea (ebbrrra; frrremi; Prrrendimi!… Prrrendimi!; crrrrollanti a prrrrecipizio interrrrrminabilmente) tende a riprodurre il rombo del suo potente rumore , della “sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia…”.