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Edgar Allan Poe, Il pozzo e il pendolo

Edgar Allan Poe, Il pozzo e il pendolo

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Edgar Allan Poe, Il pozzo e il pendolo

 

Impia tortorum longos hic turba furores
Sanguinis innocui non satiata, aluit.
Sospite nunc patria, fracto nunc funeris antro,
Mors ubi dira fuit, vita salsque tenent.
Distici composti per le porte di un mercato che doveva essere eretto sul posto del Club dei Giacobini, a Parigi.
Ero affranto, stremato di angoscia mortale per quella lunga agonia; e quando finalmente mi sciolsero e potei sedermi, sentii che perdevo i sensi. La sentenza – la terribile sentenza di morte – fu l’ultimo degli accenti distinti che mi giunse alle orecchie. Dopo, il suono delle voci degli inquisitori parve perdersi in un ronzio indefinito di sogno. Quel suono destava in me l’idea di una rotazione, probabilmente perché nell’immaginazione si associava al ritmo di una macina da mulino. Ma tutto questo non durò che poco; ben presto non udii più. Tuttavia per qualche tempo ancora, vidi, ma con quale terribile esagerazione!… Vidi le labbra dei giudici vestiti di nero. Mi parevano bianche, più bianche del foglio sul quale ora traccio queste parole; e sottili, sottili sino al grottesco, sottili per l’intensità della loro espressione di durezza, di risoluzione irrevocabile, di severo disprezzo del dolore umano. E vidi uscir da quelle labbra i decreti di quel che per me rappresentava il destino. Le vidi torcersi in una allocuzione mortale. Le vidi formare le sillabe del mio nome, e rabbrividii non udendo il suono seguire il movimento. Vidi anche, per alcuni deliranti attimi d’orrore, la molle e quasi impercettibile ondulazione dei drappi neri che ricoprivano le mura della sala. Allora i miei occhi caddero sui sette grandi candelabri posati sulla tavola. Dapprima, assurgendo a simboli di carità, mi apparvero come snelli angeli bianchi, pronti a salvarmi; ma poi, a un tratto, una nausea mortale soverchiò il mio spirito e sentii ogni fibra del mio corpo vibrare come se avessi toccato il filo di una batteria galvanica e le forme angeliche si mutarono in spettri senza significato, dalla testa di fiamma, per farmi capire che da loro non potevo sperare soccorso. E allora penetrò nella mia mente, come un’armoniosa nota musicale, il pensiero del dolce riposo che ci deve aspettare nella tomba. Era un pensiero che mi vinceva dolcemente e come di sfuggita, e parve impiegare molto tempo ad assumere tutto il suo valore; ma proprio come il mio spirito giungeva finalmente a capirlo bene e immedesimarvisi, scomparvero, per incanto, le figure dei giudici; i grandi candelabri si disfecero nel nulla; le loro fiamme si spensero, sopravvenne il nero delle tenebre; ogni sensazione parve ingoiata da una pazza e precipitosa discesa dell’anima all’Averno. E tutto l’universo fu notte, silenzio, immobilità.
Ero svenuto, tuttavia non dirò che avessi perduto ogni sentimento. Non tenterò di definire, né di descrivere quello che ne rimaneva, ma tutto non era perduto. No; né nel sonno più profondo, né nel delirio, né nello svenimento, né nella morte, né persino nella tomba, tutto non è perduto. Altrimenti non vi è immortalità per l’uomo. Destandoci dal sonno più profondo, laceriamo la tela di ragno di qualche sogno. Tuttavia, un istante dopo (tanto fragile può essere stata la tela) non ricordiamo d’aver sognato. Nel ritornare alla vita dallo svenimento vi sono due gradi: il primo è quello del senso dell’esistenza mentale o spirituale; il secondo quello dell’esistenza fisica. È da presumere che, ove, giunti al secondo grado, potessimo ricordare le impressioni del primo, queste impressioni ci rivelerebbero alquanto dell’abisso di là. E quest’abisso che cos’è? Come, almeno, distinguere le sue ombre da quelle della tomba? Ma se le impressioni di quel che ho definito il primo grado non rispondono al richiamo della volontà, appaiono però, dopo un lungo spazio di tempo, senza esser chiamate, e noi ci domandiamo stupiti di dove possano essere sorte. Chi non è mai svenuto non è colui che nelle braci ardenti vede strani palazzi e volti bizzarramente familiari; non è colui che contempla librantisi nell’aria le tristi visioni che al volgo non è dato conoscere; non è colui che medita sull’olezzo di qualche fiore ignoto; non è colui che sente il suo cervello perdersi nel mistero di una melodia che prima non ha mai fermato la sua attenzione.
Fra le prove ripetute e concentrate, fra gli sforzi energici di ricuperare qualche traccia dello stato del nulla nel quale era in apparenza caduta l’anima mia, vi sono stati momenti in cui ho sognato di riuscirvi; istanti brevissimi nei quali ho evocato ricordi che a mente fredda, più tardi, ho avuto la sicurezza di poter riportare a quello stato di apparente incoscienza. E queste larve di ricordi mi parlano di grandi forme indistinte che mi sollevarono e in silenzio mi portarono in giù – in giù – sino a che la stessa idea dell’infinita discesa non mi riempì d’orribile vertigine. Mi parlano anche di un vago terrore che mi prese l’anima in ragione, appunto, della sovrannaturale calma che avevo nel cuore. Poi mi danno il senso di una improvvisa immobilità delle cose, come se allora quelli che mi trasportavano (spettrale corteggio!) avessero oltrepassato nella discesa i confini dell’infinito e si fossero fermati nella stanchezza della loro fatica. Dopo di questo una sensazione di basso e di umido; e poi tutto è pazzia, la pazzia di una mente che si agita fra cose proibite.
All’improvviso ritrovai il suono e il movimento, il moto tumultuoso del cuore, e, all’orecchio, il suono dei suoi battiti. Poi una pausa, nella quale tutto era vuoto. Poi di nuovo il suono, il movimento e il tatto, una vibrazione, un formicolio che si sperdeva nell’essere. Poi la semplice coscienza di esistere, senza il pensiero; condizione che durò a lungo. Poi, improvvisamente, il pensiero; e un terrore frenetico, e uno sforzo concentrato di capire il mio vero stato. Poi un desiderio vivissimo di ricadere nell’insensibilità. Poi un subitaneo rivivere dell’anima, e un tentativo di muovermi, che riuscì. E allora la piena memoria del processo, dei giudici, dei drappi neri, della sentenza, della mia debolezza, del mio svenimento. Poi la completa dimenticanza di quello che seguì; di tutto quello che molto tempo dopo, e dopo molta applicazione, sono riuscito vagamente a ricordare.
Non avevo intanto aperto ancora gli occhi. Sentivo che ero disteso sul dorso, senza legami. Allungai la mano e pesantemente essa cadde su qualche cosa di umido e duro. La lasciai vari minuti così, e intanto mi sforzavo d’indovinare dove potessi essere, che cosa fosse avvenuto di me. Ero impaziente di servirmi degli occhi, però non osavo. Avevo paura della prima occhiata sugli oggetti intorno a me. Non che mi aspettassi di vedere cose orribili. Era anzi l’idea che non ci fosse nulla da vedere ad atterrirmi. Finalmente, con un’angoscia pazza nel cuore, aprii rapidamente gli occhi. I miei presentimenti più terribili si avveravano. Il buio della notte eterna mi circondava. Feci uno sforzo per respirare. L’intensità delle tenebre sembrava opprimermi, soffocarmi. L’aria era insopportabilmente pesante. Restando a giacere immobile, cercai di esercitare la ragione. Fermai il mio pensiero sul modo di procedere dell’Inquisizione, e partendo da questo punto mi provai a dedurre la mia vera condizione. La sentenza era stata pronunciata; e mi pareva che fosse passato molto tempo da allora. Però, nemmeno per un istante, supposi di essere morto. A dispetto di quanto si legge nei romanzi, una simile idea è del tutto incompatibile con l’esistenza reale. Ma dove e in che stato mi trovavo? Sapevo che di solito le sentenze di morte venivano eseguite negli auto-da-fè, e uno di questi era stato tenuto la sera stessa del giorno nel quale ero stato giudicato. Mi avevano forse ricondotto in cella per aspettare il prossimo sacrifizio che avrebbe avuto luogo solo dopo alcuni mesi? Capii subito che poteva essere così. C’era stato bisogno immediato delle vittime. E poi la mia segreta, come tutte le celle dei condannati a Toledo, era lastricata di pietra, e la luce non vi mancava del tutto.
A un tratto un pensiero spaventoso mi fece affluire il sangue al cuore e per qualche istante ricaddi di nuovo nell’insensibilità. Quando rinvenni, saltai in piedi; un tremito convulso mi scuoteva in ogni fibra. Protesi selvaggiamente le braccia sopra e intorno a me, in tutte le direzioni. Non sentivo niente; tuttavia avevo l’orrore di muovere un passo per non trovarmi a urtare contro i muri di una tomba. Il sudore mi usciva da tutti i pori e sulla fronte si raccoglieva in grosse gocce diacce. L’angoscia dell’incertezza finì per diventare insopportabile, e mi avanzai con cautela, con le braccia tese in avanti, e gli occhi fuori dell’orbita nella speranza di percepire qualche debole raggio di luce. Feci parecchi passi, ma tutto era buio e vuoto. Respirai più liberamente. Sembrava evidente che, almeno, non mi era riserbata la più orribile di tutte le morti.
Ma, nel mentre continuavo ad avanzare con precauzione, mille vaghe voci che correvano sugli orrori di Toledo vennero ad affollarmisi nella memoria. Si narravano, intorno alle segrete, cose strane, che io avevo sempre considerato come favole; ma così strane, così spaventose da non potersi ripetere che a bassa voce. Ero io forse condannato a morir di fame in quel mondo sotterraneo di buio; o quale altra sorte, forse anche più tremenda, mi attendeva? Che il risultato dovesse essere la morte, e una morte di una amarezza eccezionale, non potevo dubitare, conoscendo troppo bene il carattere de’ miei giudici. Tutto quello che mi occupava e mi tormentava era il modo e l’ora.
Le mie mani protese incontrarono finalmente un ostacolo solido. Era un muro che pareva costruito di pietra, molto liscio, umido, diaccio. Lo seguii, camminando con quella prudente diffidenza che mi avevano ispirata certe antiche narrazioni. Però questo aggirarmi non mi dava il mezzo di stabilire le dimensioni del mio carcere, poiché potevo farne il giro e ritornare al punto donde ero partito senza accorgermene, tanto perfettamente uniforme sembrava il muro. Cercai allora il coltello che avevo in tasca allorché mi condussero al tribunale inquisitoriale; ma era sparito; i miei vestiti erano stati sostituiti da una veste di ruvida saia. Mi era venuta l’idea di conficcar la lama in una screpolatura dell’intonaco, per poter fissare e quindi ritrovare il mio punto di partenza. La difficoltà, tuttavia, era minima; ma nel disordine della mia mente mi sembrò dapprima insormontabile. Stracciai un pezzo dell’orlo del mio vestito e lo posi per terra in tutta la sua lunghezza, ad angolo retto col muro. Seguitando il mio cammino a tastoni intorno alla segreta, non potevo fare a meno di ritrovare quello straccio, al termine del giro. Così almeno supponevo ma non avevo tenuto conto della grandezza dell’ambiente e della mia debolezza. Il terreno era umido e sdrucciolevole. Andai avanti per un po’ di tempo barcollando, poi inciampai e caddi. L’estrema stanchezza mi fece restare così, prostrato a terra, e così il sonno mi prese, poco dopo.
Quando mi svegliai, nel distendere un braccio trovai un pane e una brocca d’acqua. Ero troppo esausto per riflettere su questa circostanza, ma bevvi e mangiai avidamente. Ripresi quindi il cammino intorno alla prigione e, con molta fatica, ritrovai finalmente il pezzo di stoffa. Prima di cadere avevo contato 52 passi, ora, riprendendo il cammino, ne contai altri 48 sino allo straccio. In tutto erano dunque 100 passi; calcolando una yarda ogni due passi, la segreta doveva avere un circuito di 50 yarde. Avevo però incontrato parecchi angoli, e non potevo fare alcuna induzione sulla forma del sotterraneo; poiché di sotterraneo doveva trattarsi.
Avevo ben poco interesse – e certamente nessuna speranza – nel fare queste ricerche; tuttavia una vaga curiosità mi spingeva a continuarle. Staccandomi dal muro, risolvetti di traversare la superficie circoscritta. Da principio avanzai con estrema cautela perché il pavimento, sebbene sembrasse fatto di materiale duro, era coperto di mota sdrucciolevole. Ma in seguito mi feci coraggio e presi a camminar franco, cercando di andare sulla linea più diritta possibile. Potevo aver fatto in questo modo dieci o dodici passi, quando il resto dell’orlo stracciato del mio vestito mi si attorcigliò alle gambe. Inciampai e caddi violentemente in avanti, sul viso.
Confuso dalla caduta, non osservai subito una circostanza abbastanza curiosa, che però, dopo pochi secondi, mentre ero ancora disteso, richiamò la mia attenzione. Ecco: il mio mento toccava terra, ma le labbra e la parte superiore della testa, benché sembrassero trovarsi più in basso del mento, non posavano sul suolo. Nel tempo stesso mi sentivo la fronte bagnata da un vapore diaccio, e un odore, quello caratteristico dei funghi putrefatti, venne a ferirmi le narici. Allungai il braccio e rabbrividii nello scoprire che ero caduto sull’orlo d’un pozzo circolare del quale naturalmente non avevo alcun mezzo di calcolare la grandezza. Tastando la parete proprio di sotto al margine, riuscii a smuovere un piccolo frammento che lasciai cader nell’abisso. Per vari secondi, rimasi con l’orecchio teso ai rimbalzi ch’esso faceva contro le pareti del pozzo nel cadere; finalmente si udì un tonfo sordo seguito da echi rumorosi. Nello stesso momento si produsse un rumore come di una porta aperta e chiusa rapidamente sopra alla mia testa, mentre un debole raggio di luce balenava improvvisamente attraverso l’oscurità, per subito sparire.
Vidi chiaramente la sorte che mi era stata preparata e mi rallegrai dell’opportuno incidente al quale dovevo la salvezza. Un passo ancora, e il mondo non mi avrebbe mai più riveduto. Quella fine evitata così a tempo, era proprio del genere ch’io avevo giudicato favoloso e assurdo in tutto quanto m’era giunto all’orecchio sull’Inquisizione. Le vittime di quella tirannia avevano la scelta fra la morte nelle più tremende agonie fisiche, e la morte nelle più orribili torture morali. Io ero stato riservato a quest’ultima. I miei nervi erano così eccitati dalle lunghe sofferenze, che il suono della mia stessa voce mi faceva rabbrividire. Ero insomma divenuto sotto ogni punto di vista un soggetto adatto al genere di tortura che mi aspettava.
Tremando in tutte le membra, ritornai a tastoni verso il muro, risoluto a lasciarmi morire contro di esso piuttosto che affrontare l’orrore dei pozzi che la mia fantasia moltiplicava nelle tenebre della segreta. In un’altra condizione di spirito, avrei potuto avere il coraggio di finirla di un colpo con le mie miserie saltando in uno di quei baratri; ma allora, ero il più vigliacco degli uomini. Né potevo dimenticare ciò che avevo letto di quei pozzi, costruiti, pareva, in modo da escludere, per chi vi fosse caduto, l’estinzione repentina della vita.
L’agitazione dello spirito mi tenne desto per molte lunghe ore; finalmente però mi assopii di nuovo. Al risveglio, mi trovai a lato, come la prima volta, un pane e una brocca d’acqua. Ero arso dalla sete e vuotai la brocca di un sorso. L’acqua doveva contenere un narcotico, perché avevo appena finito di bere che ricaddi preda di un irresistibile assopimento. Un sonno profondo, un sonno come quello della morte, s’impadronì di me. Quanto tempo durasse, naturalmente, non so dirlo; ma come ebbi riaperti gli occhi un’altra volta, constatai che gli oggetti intorno a me erano divenuti visibili. Grazie a uno strano riflesso sulfureo, di cui sul principio non riuscii a scoprire l’origine, potevo vedere la grandezza e l’aspetto della prigione. Sulla dimensione della quale, trovai che mi ero ingannato di molto. L’intera circonferenza delle mura non poteva misurare, difatti, più di 25 yarde. Per vari minuti quella scoperta mi cagionò un grande turbamento; inutile in verità, poiché cosa poteva aver minore importanza, nelle terribili circostanze in cui mi trovavo, delle dimensioni della mia segreta? Ma il mio spirito prendeva un intenso interesse a simili futilità, e io non mi diedi pace sinché non ebbi trovata la ragione dell’errore commesso nelle mie misure, ragione che mi balenò alla mente d’improvviso. Nel mio primo tentativo di esplorazione avevo contato, fino al momento in cui caddi, cinquantadue passi; dovevo essere stato allora a un passo o due dal pezzo di stoffa, e quindi aver quasi compiuto il giro della prigione, Ma, come ho già detto, mi addormentai, e quando mi destai, dovevo essere, ritornato sui passi fatti, calcolando così una circonferenza quasi doppia del vero. La confusione della mia mente non mi aveva permesso di notare che avevo incominciato il giro col muro alla sinistra e finito col muro alla destra.
Mi ero ingannato anche sulla forma delle pareti. Nel cercare il cammino a tastoni avevo trovato molti angoli, e da questo avevo dedotto l’idea di una grande irregolarità; tanto l’effetto della completa oscurità è potente su chi esce dal letargo o dal sonno! Gli angoli erano semplicemente delle lievi rientranze, o nicchie, che si trovavano nelle pareti a intervalli regolari. La forma generale della cella era quadrata. Quello che avevo preso per muro, ora pareva di ferro o di altro metallo, in lastre enormi, le cui giunture formavano le rientranze di cui ho detto sopra. L’intera superficie di quella costruzione metallica era grossolanamente imbrattata di tutti gli emblemi orribili e ripugnanti ai quali la superstizione sepolcrale dei monaci ha dato origine: figure di diavoli in atteggiamenti di minaccia, scheletri, e altre immagini di un orrore più reale. Osservai che i contorni di quelle mostruosità erano abbastanza definiti, ma che le tinte parevano alterate e sbiadite, come per effetto di un’atmosfera umida. Notai anche che l’impiantito era di pietra. Nel centro si apriva il pozzo circolare alla cui gola ero sfuggito; ma era il solo nella prigione.
Vidi tutto questo indistintamente e con molto sforzo, poiché la mia posizione si era nel sonno singolarmente mutata. Mi trovavo adesso coricato sul dorso, su una specie di basso telaio di legno, al quale ero solidamente legato con una lunga striscia, che somigliava a una fascia. Questa striscia mi avvolgeva più volte il corpo lasciando liberi la testa e il braccio sinistro solo quel tanto che mi permetteva, con molto sforzo, di prendere il cibo da un piatto di terra posto accanto a me sul suolo. Mi avvidi con terrore che la brocca era stata tolta. Dico terrore, perché ero divorato da una sete insopportabile, esasperare la quale pareva rientrare nel piano dei miei persecutori, a giudicare almeno dal fatto che il cibo messomi accanto era carne terribilmente pepata.
Alzai gli occhi ed esaminai il soffitto della mia prigione. Era a un’altezza di trenta o quaranta piedi e costruito in modo molto simile ai muri laterali. In uno dei suoi scompartimenti si vedeva dipinta una figura molto singolare che assorbì tutta la mia attenzione. Era la figura del Tempo, come di solito viene rappresentato, salvo che, invece di una falce, teneva quello che a prima vista presi per l’immagine di un grosso pendolo, come se ne vedono negli orologi antichi. Vi era qualche cosa però nell’aspetto di quell’ordigno che mi portò ad esaminarlo con maggiore attenzione. Mentre lo guardavo direttamente di sotto in su (poiché si trovava proprio sopra di me) credetti di vederlo muoversi. Un momento dopo questa idea venne confermata. La sua oscillazione era corta e, naturalmente, lenta. Lo stetti a guardare per alcuni minuti con una certa diffidenza e soprattutto con stupore. Stanco alla fine di seguirne il monotono movimento, abbassai gli occhi ad osservare gli altri oggetti della cella.
Un leggero rumore attrasse la mia attenzione e, guardando l’impiantito, vidi alcuni enormi topi che lo attraversavano. Erano usciti dal pozzo, che potevo scorgere alla mia destra, e ancora ne venivano fuori, lestamente, a frotte, con gli occhi voraci, attratti dall’odore della carne. Mi occorse non poca fatica e attenzione per tenerli lontani dal piatto.
Poteva esser trascorsa mezz’ora, forse anche un’ora (poiché io non potevo tener calcolo del tempo che molto imperfettamente), quando alzai di nuovo gli occhi. Quello che vidi allora mi fece restare confuso e stupito. Il percorso del pendolo si era accresciuto di quasi una yarda. Di natural conseguenza ne veniva che la sua velocità era molto aumentata. Ma rimasi soprattutto turbato dall’impressione che mi fece di essere disceso sensibilmente. Osservai – con qual terrore è inutile dire – che la sua estremità inferiore era costituita da una lama, una falce d’acciaio lucente, della lunghezza di circa un piede da corno a corno con le punte rivolte all’insù, e il taglio inferiore evidentemente affilato come un rasoio. E come un rasoio appariva massiccio e pesante, allargantesi dal filo in una struttura ampia e solida. Era appeso a una grossa verga di ottone, e il tutto fischiava oscillando nell’aria.
Non potevo più aver nessun dubbio sul destino preparatomi dalla ingegnosità monacale, così esperta di torture. Gli agenti della Inquisizione si erano accorti della mia scoperta del pozzo – il pozzo, gli orrori del quale erano stati riservati a un eretico temerario come me, – il pozzo immagine dell’inferno e considerato dall’opinione come l’ultima Thule di tutti i loro castighi. Per il più fortunato dei casi, io avevo evitato il salto fatale, e sapevo che l’arte di far del supplizio un agguato e una sorpresa, costituiva un ramo importante di tutto quel fantastico sistema di esecuzioni segrete. Essendo venuta meno la mia caduta nell’abisso, non rientrava nel piano demoniaco di precipitarmici con la forza; e, non essendoci altra alternativa, una morte diversa e più mite mi aspettava. Più mite! Sorrisi, quasi, nella mia agonia, pensando a tale applicazione di una simile espressione.
A che può servire ch’io racconti delle lunghe, lunghe ore di angoscia più che mortale nelle quali contai le oscillazioni vibranti dell’acciaio? Pollice per pollice, linea per linea, in una discesa calcolabile solo a intervalli che mi sembravano secoli, esso si abbassava sempre e sempre. Passarono dei giorni – può darsi molti giorni, – prima che venisse a oscillare tanto vicino al mio viso da farmi vento col suo alito acre. L’odore dell’acciaio affilato mi penetrava nelle narici. Pregai il cielo, lo stancai con le mie preghiere, perché facesse scendere il ferro più rapidamente. Diventavo pazzo furioso e mi sforzai di alzarmi per andare incontro al movimento dell’orribile scimitarra. Poi caddi improvvisamente in una gran calma e giacqui, sorridendo a quella morte scintillante come un bambino a un ninnolo raro.
Seguì un nuovo spazio di tempo di assoluta insensibilità; ma fu breve: ritornato in me, vidi che il pendolo non si era abbassato in modo percettibile. Tuttavia può darsi benissimo che il tempo trascorso sia stato lungo, perché, come sapevo, vi erano dei demoni a spiarmi, i quali, notato il mio svenimento, avevano potuto fermare l’oscillazione a piacer loro. Nel riprendere i sensi, provai un malessere, una debolezza inesprimibile, come per una lunga inanizione. Anche nelle pene attuali, la natura umana richiedeva il suo sostentamento. Con uno sforzo penoso allungai il braccio sinistro per quanto me lo permettevano i legami, e presi il piccolo avanzo di cibo che i topi avevano creduto di lasciarmi. Mentre ne portavo un boccone alle labbra, mi balenò alla mente un pensiero indistinto di gioia, di speranza. Eppure, che cosa vi poteva essere di comune tra me e la speranza? Era, ripeto, un pensiero indistinto; l’uomo ne ha spesso di tali, che non vengono mai completati. Capii che era un pensiero di felicità e di speranza, ma capii anche che era morto sul nascere. Mi sforzai invano di riafferrarlo e completarlo. Le lunghe sofferenze avevano quasi annientato le ordinarie facoltà della mia mente: ero un imbecille, un idiota.
L’oscillazione dell’acciaio procedeva ad angolo retto con la mia lunghezza. Osservai che la lama era disposta in modo da attraversare la regione del cuore. Avrebbe sgraffiato la stoffa della mia veste, poi sarebbe tornata a ripetere la sua operazione – di nuovo –, e di nuovo. Nonostante la spaventosa ampiezza della sua oscillazione (una trentina di piedi o più) e l’energia fischiante della sua discesa, che sarebbe bastata anche a spezzare quelle pareti di ferro, per alcuni minuti, tuttavia, non avrebbe potuto far altro che lacerarmi il vestito. Mi fermai a questo pensiero. Non osavo riflettere più oltre. Mi ci concentrai con un’attenzione ostinata, come se, fermandomi lì, avessi potuto arrestare anche la discesa dell’acciaio. Mi sforzavo di pensare al suono che avrebbe dato la lama tagliando il panno della veste, alla sensazione singolarmente penetrante che lo sfregamento della stoffa produce sui nervi. E a tutte queste futilità continuai a pensare, finché non mi sentii allegare i denti.
Uniformemente, la lama scendeva sempre più giù. Provavo un piacere frenetico nel paragonare la sua velocità dall’alto in basso con quella laterale. A sinistra, a destra, al largo, lontano, con l’urlo di uno spirito dannato, e poi sino a rasentarmi il cuore, col passo furtivo della tigre! Urlavo e ridevo alternativamente, secondo l’idea che prendeva in me il sopravvento.
Giù – certezza senza remissione – sempre più giù! Oscillava ormai a tre pollici dal mio petto! Con uno sforzo violento, furioso, tentai di liberare il braccio sinistro. Era libero soltanto dal gomito alla mano. Potevo con difficoltà portare la mano dal piatto posto vicino a me sino alla bocca, ma non oltre. Se mi fosse riuscito di spezzare le legature al disopra del gomito, avrei afferrato il pendolo e tentato di fermarlo. Sarebbe stato come provare a fermare una valanga! Giù – sempre, incessantemente – sempre inevitabilmente più giù. Affannavo e mi torcevo a ogni vibrazione. A ogni oscillazione mi rattrappivo convulsivamente. Gli occhi seguivano il pendolo nel suo impeto ascendente e discendente con la smania della più insensata disperazione; si chiudevano spasmodicamente al momento della discesa. Benché la morte sarebbe stata un sollievo, oh! quale indicibile sollievo! tremavo in ogni fibra a calcolare quale piccolo abbassamento della macchina poteva ormai bastare a precipitarmi sul petto quell’ascia affilata e lucente. Ed era la speranza che mi faceva tremare in ogni fibra, che mi faceva tirare indietro con tutto il mio essere. Era la speranza che trionfa anche sul patibolo, che parla all’orecchio dei condannati a morte, anche nelle segrete dell’Inquisizione.
Osservai che ormai dieci o dodici oscillazioni ancora avrebbero messo in contatto immediato l’acciaio col mio vestito, e con questa osservazione mi entrò nell’animo la calma acuta e concentrata della disperazione. Per la prima volta da molte ore, forse da giorni, pensai. Ero legato con una corda di un sol pezzo. Su qualunque parte della legatura fosse caduto, il primo colpo della falce avrebbe dovuto allentarla in modo da permettere alla mia mano sinistra di svolgerla interamente dal mio corpo. Ma come diventava terribile, in questo caso, la vicinanza dell’acciaio! L’effetto della minima scossa sarebbe stato mortale. Era possibile, del resto, che gli agenti del supplizio non avessero preveduto e provveduto per questa possibilità? Era probabile che la fascia mi attraversasse il petto nel percorso del pendolo? Trepidante di vedermi sparire anche quella debole e verosimilmente ultima speranza, alzai la testa tanto da poter vedere distintamente il mio petto. La fascia mi legava le membra e il corpo in tutti i sensi, eccetto che nel percorso della falce omicida.
Avevo appena lasciato ricadere il capo nella posizione di prima, quando mi balenò alla mente quello che saprei definire solo come l’altra metà indistinta del pensiero di liberazione al quale ho già alluso, e di cui una sola metà mi aveva attraversato vagamente il cervello, nell’atto di portarmi il cibo alle labbra ardenti. Adesso l’idea intera era presente – vaga, appena ragionevole, appena definita – ma completa. Mi posi all’istante, con la nervosa energia della disperazione, a tentarne l’esecuzione.
Da parecchie ore il suolo circostante al tavolato su cui ero disteso, formicolava letteralmente di topi. Erano eccitati, arditi, affamati, i loro occhi rossi fissi su di me, come se non attendessero che la mia immobilità per farmi loro preda. “A qual genere di cibo” pensai “sono stati abituati in quel pozzo?”
A dispetto di tutti i miei sforzi per impedirlo, essi avevano divorato, salvo un piccolo resto, il contenuto del piatto. La mia mano aveva contratto un movimento abituale di va e vieni verso il piatto; e col tempo, la uniformità macchinale del moto le aveva tolto ogni efficacia. Nella loro voracità, le schifose bestiole mi ficcavano spesso le zanne acute nelle dita. Con gli avanzi che mi restavano della carne oleosa e pepata, stropicciai forte la legatura dovunque potevo arrivare; poi; ritirando la mano dal suolo, rimasi immobile e senza fiatare.
Da principio i voraci animali furono spaventati dal cambiamento, dall’improvviso cessare del moto. Indietreggiarono allarmati; molti ritornarono nel pozzo. Ma ciò per un momento solo. Non avevo calcolato invano sulla loro voracità. Osservando che rimanevo immobile, uno o due dei più arditi saltarono sul tavolato e annusarono la fascia. Questo sembrò il segnale di un’invasione generale. Nuove truppe si precipitarono fuori del pozzo. Si attaccarono al legno, lo scalarono e saltarono sul mio corpo a centinaia. Il moto regolare del pendolo non li molestava affatto; evitando i suoi colpi lavoravano di lena sulla fascia oleosa. Si spingevano, brulicavano, s’ammonticchiavano continuamente su di me. Si divincolavano sulla mia gola, le loro labbra diacce cercavano le mie; ero mezzo soffocato dalla loro pressione affollata; un ribrezzo senza nome mi sollevava il petto e mi ghiacciava il cuore di un gelo pesante. Un momento ancora e sentivo che la lotta sarebbe terminata. Percepivo nettamente il distendersi della fascia. Sapevo che doveva esser già aperta in più di un punto. Con una risoluzione più che umana, mi tenevo immobile.
Non mi ero sbagliato nei miei calcoli; non avevo sopportato il patimento invano. Finalmente sentii che ero libero. La fascia’ pendeva a nastri dal mio corpo. Ma il moto del pendolo toccava di già il mio petto. Aveva lacerato il panno della veste. Aveva raggiunto e tagliato la camicia. Fece ancora due oscillazioni e un dolore acutissimo mi percorse ogni nervatura. Ma il momento della liberazione era arrivato. A un gesto della mia mano, i miei liberatori scapparono a truppe. Con un movimento calmo e risoluto, – cauto, obliquo, indietreggiando lentamente – scivolai dalla stretta delle fascie, e lontano dal taglio della scimitarra. Per il momento almeno, ero libero.
Libero, e nelle unghie dell’Inquisizione! Ero appena sceso dal mio letto d’orrore, sul selciato del carcere, quando il moto della macchina infernale cessò, e la vidi tirata su da una forza invisibile, attraverso il soffitto. Questa fu una lezione che mi mise la disperazione nel cuore. Tutti i miei movimenti erano spiati; non c’era più dubbio. Libero! non ero scampato alla morte sotto una forma di agonia che per essere dato a qualche cosa di peggio della morte, sotto un’altra. A questo pensiero, volsi lo sguardo inquieto intorno, sulle barriere di ferro che m’imprigionavano. E vidi che qualche cosa di inusitato, un cambiamento che da principio non seppi misurare distintamente, era avvenuto nella stanza. Per varii minuti di un’astrazione piena di fantasia e di brividi mi perdetti in supposizioni vane e incoerenti. Fu in questo tempo che, per la prima volta, avvertii l’origine della luce solforosa che illuminava la cella. Proveniva da una fessura larga circa un mezzo pollice, che girava tutto intorno alla base delle muraglie della prigione, che così sembravano, e infatti erano, separate interamente dal suolo. Tentai di guardare attraverso quella fessura, ma, come si può supporre, fu invano.
Nel rialzarmi da quel tentativo, il mistero dell’alterazione della stanza si svelò a un tratto al mio intendimento. Ho già osservato che, benché i contorni delle figure sulle mura fossero abbastanza distinti, i colori, però, apparivano confusi e indefiniti. Questi colori avevano ora preso, e sempre più andavano prendendo, uno splendore abbagliante, intensissimo, che alle fantastiche e diaboliche immagini dava un aspetto da far fremere nervi ben più solidi de’ miei. Occhi di diavoli, di una vivacità bizzarra e sinistra, convergevano sopra di me da mille direzioni dove prima non erano visibili, e risplendevano della luce lugubre di un fuoco che invano cercai di supporre immaginario.
Immaginario! Persino nel respirare, veniva alle mie narici il vapore del ferro riscaldato! Un odore soffocante si spandeva per la cella! Un odore ogni momento più cupo si sprigionava dagli occhi fissi sulla mia agonia! Un rosso più intenso coloriva gli orrori dipinti col sangue! Ansimavo! Cercavo il fiato! Non ci poteva esser più dubbio sul progetto dei miei carnefici; oh! i più inesorabili, i più demoniaci degli uomini! Mi ritirai dal metallo ardente verso il centro della cella. Al pensiero dell’ardente distruzione che mi aspettava, l’idea della freschezza del pozzo mi penetrò nell’anima come un balsamo. Mi precipitai verso il suo orlo mortale, aguzzando lo sguardo al fondo. La luce della volta infiammata illuminava le sue più segrete cavità. Tuttavia, per un istante di smarrimento, la mente rifiutò di comprendere il significato di quello che vedevo. Ma poi, a viva forza entrò nell’anima, e si stampò a caratteri di fuoco sulla mia ragione che rabbrividiva. Oh, datemi voce, voce per parlare! Oh! orrore; qualunque orrore piuttosto di quello! Con un urlo balzai lontano dall’orlo del pozzo, e nascondendomi la faccia fra le mani, piansi amaramente.
Il calore cresceva, rapidamente; una volta di più guardai verso l’alto, rabbrividendo come in un accesso di febbre. Un secondo cambiamento era avvenuto nella cella; questa volta evidentemente nella forma. Come prima, invano da principio mi sforzai di capire di che si trattava. Ma non fui lasciato a lungo nel dubbio. La vendetta dell’Inquisizione era stata affrettata dal mio stesso evitarla; non mi era ormai più dato di scherzare col re dei terrori. Prima, la stanza era quadrata. Ora vedevo che aveva due angoli acuti e, di conseguenza, due ottusi. La terribile differenza aumentava, aumentava rapidamente, con un sordo lamentio o brontolio. In un momento, la stanza aveva mutata la sua forma in quella d’una losanga. Ma la trasformazione non si fermò lì; io non desideravo, né speravo che si fermasse. Avrei potuto stringere al petto le mura ardenti, come una veste di pace eterna. La morte! – dissi, – qualunque morte ma non quella del pozzo. Stolido! Come non capire che era nel pozzo, che mi volevano spingere le mura ardenti? Potevo io resistere al loro ardore? E se anche l’avessi potuto, come resistere alla loro pressione? E ora la losanga si stringeva sempre più con una rapidità che non mi lasciava tempo di pensare. Il suo centro, naturalmente nella sua larghezza maggiore, coincideva col baratro spalancato. Indietreggiai, ma le mura restringendosi mi spingevano irresistibilmente in avanti. Venne il momento in cui il mio corpo arso e convulso non trovò più sul pavimento della prigione posto per i piedi. Non lottavo più, ma l’agonia dell’anima mia si esalò in un alto e lungo urlo supremo di disperazione. Sentivo che barcollavo sull’orlo; voltai gli occhi…
Ma ecco un ronzio discorde di voci umane! E uno scoppio, come lo squillo di molte trombe! E un aspro rotolio come di mille tuoni! Le mura di fuoco indietreggiarono rapidamente! Un braccio afferrò il mio proprio mentre stavo per cadere svenuto nel baratro. Era il braccio del generale Lassalle. L’esercito francese era entrato a Toledo. L’Inquisizione era nelle mani dei suoi nemici.
Da Racconti del terrore, Mondadori, 1992 (Traduzione di Delfino Cinelli)

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Poe La maschera della morte rossa

Poe La maschera della morte rossa

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di Giorgio Baruzzi

Edgar Allan Poe, La maschera della morte rossa

Una terribile epidemia devasta il paese. Un principe cerca di sottrarsi alla “morte rossa” isolandosi in una delle sue abbazie assieme a un migliaio di amici, scelti tra le dame e i cavalieri di corte. Tra quelle solide mura essi si sentono al sicuro, protetti dalla pestilenza, e trascorrono il tempo tra feste e danze. Ma durante una sfarzosa festa in maschera…
Da tempo la “morte rossa” devastava il paese.

Mai epidemia era stata più fatale, o più spaventosa. Il sangue era la sua manifestazione e il suo suggello, il rosso e l’orrore del sangue. Essa appariva con dolori acuti, uno stordimento improvviso, poi un sanguinare diffuso dai pori, infine sopravveniva la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime rappresentavano il marchio della pestilenza che precludeva ai colpiti ogni aiuto e ogni comprensione da parte dei propri simili. E l’attacco, il progredire e la conclusione del male si risolvevano nello spazio di mezz’ora.

Ma il principe Prospero era una creatura felice, indomabile e preveggente.

Quando le sue terre furono a metà spopolate, egli radunò al proprio cospetto un migliaio di amici sani e spensierati scelti tra i cavalieri e le dame della sua corte, e con costoro si ritirò nell’inviolato isolamento di una delle tante sue abbazie merlate.

Era una costruzione enorme, splendida, creata dal gusto eccentrico e sfarzoso del principe in persona.

Un muro forte e altissimo la circondava. Questo muro era munito di cancelli di ferro. Appena furono entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le serrature. Erano decisi a non lasciare alcuna possibilità di entrata o di uscita agli improvvisi scatti di disperazione o di demenza che potevano nascere all’interno. L’abbazia era ampiamente fornita di viveri, e con tante precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Che il mondo esterno pensasse a se stesso: nel frattempo era follia addolorarsi o pensare. Il principe si era preoccupato di provvedere a tutti i mezzi di divertimento: vi erano buffoni, “improvvisatori”, ballerini, musicanti, vi era la Bellezza, vi era il vino. Tutte queste cose e la sicurezza regnavano là dentro: fuori infuriava la “morte rossa”. Fu verso il finire del quinto o del sesto mese del proprio isolamento, e mentre la pestilenza fuori era al colmo della sua virulenza, che il principe Prospero decise di offrire ai suoi mille amici un ballo mascherato d’insolito splendore.

Fu uno spettacolo d’inaudita raffinatezza, questa mascherata; ma desidero descrivere le stanze in cui essa si svolse.

Ve n’erano sette, che formavano un unico maestoso appartamento. In molti palazzi però simili fughe di stanze formano una veduta lunga e diritta, mentre le porte a due battenti scorrono sin quasi entro le pareti su ciascun lato, in modo da permettere di abbracciare tutta l’estensione dell’appartamento con una sola occhiata. Qui però la cosa era molto diversa, com’era facile aspettarsi dall’amore del duca per il BIZZARRO.

Le camere erano disposte in modo talmente irregolare che lo sguardo stentava a comprenderne poco più di una alla volta. A ogni venti o trenta metri vi era una svolta brusca e a ogni svolta l’effetto era diverso. A destra e a manca, nel mezzo di ciascuna parete, un’alta e slanciata finestra gotica dava su un corridoio chiuso che assecondava le tortuosità dell’appartamento. Queste finestre erano di vetro colorato e il loro colore variava secondo la tinta predominante delle decorazioni della stanza entro la quale ciascuna finestra si apriva. La stanza sull’estremo lato orientale era drappeggiata, per esempio, di turchino; e di un turchino intenso erano le finestre. La seconda stanza aveva gli ornamenti e le tappezzerie purpuree, e purpuree pure erano le invetriate. La terza stanza era tutta verde, e altrettanto le finestre. La quarta era arredata e illuminata in colore arancione, la quinta di bianco, la sesta di violetto.

La settima stanza era pesantemente avvolta in panneggi di velluto nero che pendevano ovunque dal soffitto e dalle pareti,

ricadendo in pesanti pieghe su un tappeto della stessa stoffa e colore. In quest’unica stanza però la tinta delle finestre non corrispondeva alle decorazioni. Le invetriate erano di colore scarlatto, di un sanguigno cupo.

Ora in nessuna di quelle sette stanze vi era una sola lampada o candelabro, pur tra la profusione di ornamenti dorati sparsi qua e là o pendenti dai soffitti. Nessuna luce di nessun genere vi era che emanasse da lampada o candela entro la fuga di stanze, ma nei corridoi che ne accompagnavano i serpeggiamenti era appoggiato, di contro a ciascuna finestra, un pesante tripode, reggente un braciere acceso, il cui fuoco proiettava i suoi raggi attraverso il vetro istoriato da cui la stanza era in tal modo vividamente illuminata. Questo produceva un’infinità di immagini variopinte e fantastiche.

Ma nella stanza nera, la occidentale, l’effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui neri panneggi attraverso le invetriate tinte di sanguigno era spettrale all’estremo,

e produceva sulle fisionomie di coloro che vi entravano un’apparenza talmente irreale, che pochi tra gli ospiti dell’abbazia avevano l’ardire di porre piede in quel locale. In questa stanza vi era pure, poggiato contro la parete occidentale, un gigantesco orologio d’ebano. Il suo pendolo oscillava innanzi e indietro con un brusio sordo, cupo, monotono; e allorché la lancetta dei minuti compiva il giro del quadrante e l’ora batteva, proveniva dai polmoni di bronzo dell’orologio un suono chiaro e forte e profondo e straordinariamente musicale, ma così stranamente accentuato che, allo scoccare di ogni ora i musicanti dell’orchestra erano costretti ad arrestarsi per un attimo durante l’esecuzione dei loro pezzi, e ad ascoltare quel suono; così anche le coppie danzanti cessavano forzatamente le loro evoluzioni, e in tutta la gaia compagnia subentrava come un breve smarrimento, e mentre ancora echeggiavano i rintocchi dell’orologio, si poteva notare che i più storditi impallidivano e i più vecchi e tranquilli si passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa fantasticheria e meditazione.

Ma non appena quei rintocchi tacevano, subito tutti erano pervasi da un lieve riso; i musicanti si guardavano tra loro e sorridevano quasi a beffarsi del proprio nervosismo e della propria esitazione, e sussurrando si ripromettevano gli uni agli altri che il prossimo scoccare della pendola non li avrebbe più sorpresi e scossi a quel modo;

ma quando, al termine di sessanta minuti (un periodo che comprende tremilaseicento secondi del Tempo che fugge) di nuovo si udivano i rintocchi dell’orologio, ecco che quello stesso smarrimento e incertezza e concentrazione s’impadronivano degli astanti.

Nonostante ciò, tuttavia, la festa era gaia e splendida. I gusti del duca erano specialissimi. Egli possedeva una conoscenza sagace dei colori e degli effetti. Disprezzava i “decora” dettati semplicemente dalla moda. I suoi progetti erano audaci e bizzarri, e le sue ideazioni splendevano di sfarzo barbarico. Forse qualcuno avrebbe potuto giudicarlo pazzo, ma così non lo ritenevano i suoi seguaci: bisognava ascoltarlo e udirlo e vivergli dappresso per essere CERTI che non lo fosse. Era stato lui a dirigere personalmente gran parte degli abbellimenti temporanei delle sette stanze, in occasione di quella grande festa, ed era stato il suo gusto personale a conferire carattere alle maschere.

Erano certamente maschere grottesche.

Sfavillanti e luccicanti, erano, piccanti e fantastiche; assomigliavano a molto di quel che poi si è veduto nell’ERNANI. Alcune di queste maschere erano figure d’arabesco, con membra e ornamenti strampalati. Altre parevano le fantasie deliranti di un pazzo. Molte altre ancora erano bellissime, molte capricciose, molte BIZZARRE, alcune terribili, e non poche avrebbero potuto suscitare disgusto. In realtà nelle sette stanze si avvicendavano senza posa miriadi di sogni.

E questi, i sogni, si torcevano qua e là, assumendo colore nelle stanze e provocando la sensazione che la musica ossessionante dell’orchestra non fosse che l’eco dei loro passi. Ed ecco che ancora la pendola d’ebano, nella sala del velluto, batte le ore. Ed ecco che ancora per un attimo tutto è immobilità e silenzio, tranne la voce dell’orologio. I sogni s’irrigidiscono e si raggelano nel punto in cui stavano volteggiando, ma gli echi della suoneria muoiono lontani, non sono durati che un istante, e un riso sommesso, leggero, fluttua e l’insegue mentre essi si dileguano.

Ed ecco che la musica si rinturgidisce, e i sogni rivivono, e nuovamente si attorcono ancora più gai che per l’innanzi, colorandosi ai riflessi delle finestre variopinte attraverso cui si rifrange in mille raggi il bagliore dei tripodi.

Ma verso la camera più occidentale delle sette nessuna maschera osa ora avventurarsi;

poiché la notte sta ormai trascolorando, e dalle invetriate sanguigne si irradia una luce più rossiccia, e la cupezza degli scuri drappeggi sgomenta, e a colui il cui piede si posa sul nero tappeto giunge dal vicino orologio d’ebano un rintocco smorzato, più solenne, più veemente, di quanto possa giungere agli orecchi di COLORO che si abbandonano al piacere e alla gaiezza nelle stanze più lontane. Ma le altre stanze erano fittamente affollate, e in esse il cuore della vita pulsava febbrilmente.

E la festa proseguì turbinosa, finché all’orologio incominciarono i primi rintocchi della mezzanotte.

E la musica cessò, come ho detto, e le evoluzioni dei ballerini s’interruppero, e come prima vi fu un inquieto arresto di ogni cosa. Questa volta però alla pendola stavano scoccando dodici colpi, e così fu forse che più pensiero, con più tempo, poté insinuarsi nelle menti dei più riflessivi fra la turba dei baldorianti. E questo fu forse anche il motivo per il quale prima che gli ultimi echi dell’ultimo rintocco si perdessero e si smorzassero nel silenzio, più d’uno tra la folla ebbe modo di avvertire la presenza di una figura mascherata che sino a quel momento non aveva attratta l’attenzione di alcuno. Ed essendosi rapidamente diffusa all’intorno in un sussurro la voce di questa nuova presenza, si levò alfine da tutta la compagnia un fremito, un mormorio, dapprima di disapprovazione e di sorpresa… e infine di spavento, di orrore, di disgusto.

In un’accolta di fantasmi quale io ho descritta è facile immaginare che un’apparizione normale non avrebbe certamente suscitato tanto scompiglio. In realtà la licenza sfrenata di quella notte non aveva quasi limiti, ma la figura in questione avrebbe superato in crudeltà fantastica lo stesso Erode, e aveva persino oltrepassato i confini pure immensi della stravaganza del principe. Anche i cuori degli esseri più sfrenati hanno corde che non possono essere toccate senza che vibrino di emozione. Anche per gli esseri più perduti, per i quali la vita e la morte sono ugualmente motivo di beffa, esistono cose di cui non è possibile beffarsi.

Tutti gli astanti insomma sentivano ormai acutamente che nel costume e nel portamento dello straniero non vi erano né spirito né decenza.

La figura era alta e scarna, e avvolta da capo a piedi nei vestimenti della tomba. La maschera che ne nascondeva il viso era talmente simile all’aspetto di un cadavere irrigidito che anche l’occhio più attento avrebbe stentato a scoprire l’inganno.

Eppure tutto ciò avrebbe potuto essere sopportato, se non approvato, dai gaudenti forsennati che si aggiravano per quelle sale: ma il travestimento aveva spinto tant’oltre la sfrontatezza da assumere le sembianze della “morte rossa“. Le sue vesti erano intrise di SANGUE, e la sua vasta fronte e tutti i lineamenti della sua faccia erano spruzzati dell’orrore scarlatto.

Allorché gli occhi del principe Prospero caddero su questa spettrale immagine (che con movimenti tardi e solenni, come per meglio sostenere il proprio ruolo, si aggirava tra i danzatori). Lo si vide contorcersi, a un primo momento, in un lungo brivido forse di terrore, forse di disgusto; ma subito dopo la sua fronte si invermigliò di collera. – Chi osa? – domandò con voce rauca ai cortigiani che lo attorniavano, – chi osa insultarci con questa irrisione sacrilega? Prendetelo e smascheratelo, affinché possiamo sapere chi impiccheremo all’alba ai merli del nostro castello!

Quando proferì queste parole il principe Prospero si trovava nella stanza turchina, ovvero la stanza orientale.

Esse rimbombarono alte e chiare per tutte le sette stanze, poiché il principe era un uomo vigoroso e forte, e a un cenno della sua mano la musica si era taciuta. Nella stanza turchina stava il principe, attorniato da un gruppo di cortigiani pallidi. A tutta prima, non appena egli ebbe parlato, questo gruppo ebbe un lieve moto irrompente in direzione dell’intruso, il quale in quell’attimo si trovava pure vicino e ora con passo solenne e deciso si approssimava ancor più al principe. Ma per un misterioso innominato terrore che l’aspetto pauroso della maschera aveva ispirato a tutti i presenti, nessuno osò stendere una mano per afferrarla, cosicché lo sconosciuto poté passare a un metro di distanza dalla persona del principe senza che alcuno lo trattenesse, e mentre la folla, come colta da un unico subitaneo impulso, si ritraeva dal centro delle stanze verso le pareti, egli proseguì indisturbato nel proprio cammino, ma sempre con quel passo maestoso e misurato che lo aveva distinto sin dal primo momento, attraverso la stanza turchina a quella purpurea, dalla stanza purpurea alla verde, dalla stanza verde alla stanza arancione, e poi alla bianca, e da questa si spinse persino nella stanza violetta, prima che venisse fatto un movimento risoluto per fermarlo.

Fu allora però che il principe Prospero, accecato di collera e vergognoso per la propria momentanea codardia, si buttò precipitosamente attraverso le sei stanze,

non seguito da alcuno, causa il terrore mortale che aveva raggelato tutti quanti i presenti. Impugnava alta sul capo una spada sguainata, e si era avvicinato, rapido, impetuoso, a pochissimi passi dalla figura, retrocedente, quando questa, giunta all’estremità della stanza di velluto, si volse bruscamente e affrontò il proprio inseguitore.

Si intese un grido lacerante, e la spada si abbatté in uno sfavillio sul nero del tappeto,

sopra il quale, un attimo dopo, cadde prostrato nella morte il principe Prospero. Allora, raccogliendo in sé il folle coraggio della disperazione, un gruppo di baldorianti si precipitò nella stanza nera e afferrò il travestito, la cui alta figura stava eretta e immobile entro l’ombra della pendola d’ebano, ma un gemito di indicibile orrore uscì dai loro petti quando essi si accorsero che le vesti funerarie e la maschera cadaverica che avevano strette con tanta violenta rudezza non contenevano alcuna forma tangibile.

E allora tutti compresero e riconobbero la presenza della “morte rossa” giunta come un ladro nella notte,

e a uno a uno i gaudenti giacquero nelle sale irrorate di sangue delle loro gozzoviglie, e ciascuno morì nell’atteggiamento disperato in cui era caduto. E la vita della pendola d’ebano si estinse con quella dell’ultimo dei baldorianti. E le fiamme dei tripodi si spensero.

E l’Oscurità, la Decomposizione e la Morte rossa regnarono indisturbate su tutto. 
 
Analisi del testo

Il Principe Prospero si rinchiude in un’abbazia con un gruppo di amici per sottrarsi a una tremenda pestilenza (la morte rossa).

L’abbazia è solida, protetta da alte mura massicce, munite di cancelli di ferro. Appena entrati, i cortigiani ne saldano le serrature, per impedire ad altri di entrare. Largamente fornita di viveri, l’abbazia appare come un luogo sicuro, lontano dalla minaccia del contagio.

Dopo alcuni mesi di permanenza, mentre fuori la pestilenza infuria il principe Prospero organizza la più sontuosa delle feste, un ballo mascherato d’insolito splendore.

A questo punto il narratore descrive le sette stanze in cui si svolge il ballo mascherato, ciascuna contraddistinta da un colore diverso. La descrizione si sofferma, in particolare, sulla settima stanza, quella che presenta l’aspetto più inquietante.

Il racconto si gioca sul contrasto tra il tentativo di creare un’atmosfera rassicurante e festosa e l’inquietudine che tuttavia attanaglia i convitati.

A mezzanotte, al suono metallico della pendola, che tanto angoscia i baldorianti da interromperne il ballo, compare una nuova maschera. Tutti ne restano sconvolti e anche il principe, pur gridando minacciosamente nei suoi confronti, resta per qualche momento inerte e spaventato. Poi si precipita all’inseguimento dell’intruso, che passa di stanza in stanza, fino a giungere in prossimità dell’ultima, la stanza in cui il colore dominante è il nero, con le vetrate di un colore rosso sanguigno.

Qui la maschera si arresta ad affrontare il principe, che getta un grido e cade a terra morto. Alcuni cortigiani trovano allora il coraggio di entrare nella stanza e di strappare le vesti e la maschera alla misteriosa figura, ma si accorgono con terrore che nulla vi si nasconde sotto. La morte rossa è giunta fino a loro “come un ladro nella notte”, per portare la morte, la distruzione e il disfacimento totale.

Esercizi di analisi del testo
  1. Quali caratteristiche presenta l’abbazia in cui il Principe Prospero si rinchiude con gli amici per sottrarsi alla pestilenza?
  2. Che cosa caratterizza le sette stanze in cui si svolge il ballo mascherato e che cosa rende particolarmente inquietante la settima stanza?
  3. A mezzanotte, al suono della pendola che tanto turba i baldorianti, compare una nuova maschera: che cosa la rende tanto spaventosa? Analizza le reazioni dei convitati e del principe Prospero all’apparire della nuova figura mascherata.
  4. Appare evidente nel racconto il rapporto tra l’aspetto della settima stanza, il suono dell’orologio, il comparire della maschera e la conclusione della storia: quale relazione ti sembra esserci?
  5. Il racconto si gioca sul contrasto tra il tentativo di creare un’atmosfera rassicurante e festosa e l’inquietudine che tuttavia attanaglia i festanti. Indica quali ti sembrano i punti in cui il narratore mette in evidenza il primo aspetto e quelli in cui emerge il secondo.
  6. Il narratore in questo racconto è esterno, a differenza di molti racconti di Poe. Come spieghi questa scelta? Sarebbe possibile un narratore esterno con questa conclusione?

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Edgar Allan Poe, Il gatto nero.

Edgar Allan Poe, Il gatto nero.

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di Giorgio Baruzzi

Edgar Allan Poe, Il gatto nero

 
Prendete un gatto nero, un uomo alcolizzato e sua moglie. Che cosa ne può derivare? Poe crea una sorta di triangolo malefico. L’uomo dapprima maltratta, poi uccide il gatto impiccandolo, e resta turbato dalla strana immagine che compare sul muro della sua casa, divorata da un incendio, l’immagine di un gatto con un cappio al collo. Poi un secondo gatto, in tutto simile al primo. E ci si aspetta che anche questo sia ucciso, ma il protagonista sbaglia bersaglio e uccide la moglie. I gatti sono astuti e vendicativi. Il protagonista si sente furbo, ma è il gatto alla fine a vincere e a consegnarlo al boia.

 

Per il racconto più straordinario, e al medesimo tempo più comune, che sto per narrare, non aspetto né pretendo di essere creduto.

Sarei davvero pazzo a pretendere che si presti fede a un fatto a cui persino i miei sensi respingono la loro stessa testimonianza. Eppure pazzo non sono, e certamente non vaneggio. Ma domani morrò, e oggi voglio scaricare la mia anima. Mio scopo immediato è di porre innanzi al mondo, in modo piano, succinto, e senza commenti, una serie di casi semplicemente domestici. Nel loro concatenarsi questi fatti mi hanno terrificato, mi hanno torturato, mi hanno annientato. Non tenterò tuttavia di spiegarli. Per me essi non hanno rappresentato che orrore; a molti invece più che terribili essi sembreranno BAROQUES. In seguito forse un intelletto saprà condurre il mio fantasma al senso comune, un intelletto più calmo, più logico, meno eccitabile del mio, il quale scorgerà nelle circostanze che io descrivo con terrore, null’altroché un normale susseguirsi di cause e di effetti naturalissimi.

Sin dall’infanzia sono stato conosciuto per la docilità e la mitezza del mio carattere.

Ero talmente tenero di cuore, anzi, che i miei compagni mi avevano preso a soggetto delle loro beffe. Amavo soprattutto gli animali, e i miei genitori mi avevano concesso di possedere una grande varietà di bestiole preferite. Passavo con questi animaletti la maggior parte del mio tempo, e la mia più perfetta felicità consisteva nel nutrirli e nell’accarezzarli. Questo tratto caratteristico della mia indole crebbe in me coll’andare degli anni e, divenuto adulto, trassi da ciò una delle mie principali fonti di soddisfazione. A coloro che abbiano provato un vivo affetto verso un cane fedele e intelligente non occorrerà che io spieghi la natura e l’intensità del piacere derivante da questa tendenza. Vi è qualcosa nell’amore spoglio di egoismo e ricco di sacrificio di una bestia senz’anima, che va direttamente al cuore di colui che abbia frequenti occasioni di saggiare la pacchiana amicizia e l’instabile fedeltà del cosiddetto UOMO. Mi sposai giovane, e fui felice di ritrovare in mia moglie una tendenza non contrastante con la mia. Avendo notato la mia debolezza verso gli animali domestici, non perdeva occasione di procurarmi quelli che mi piacevano. Avevamo diversi uccelli, dei pesciolini, un bel cane, alcuni conigli, una scimmietta, e UN GATTO. Quest’ultimo era un animale bellissimo, di grossezza notevole, completamente nero, e straordinariamente intelligente. Parlando della sua intelligenza, mia moglie che in cuor suo non era scevra di una certa punta di  superstizione, faceva frequenti allusioni all’antica credenza popolare secondo la quale tutti i gatti neri siano streghe travestite. Non che ella si  esprimesse mai SERIAMENTE su questo punto, e cito questo particolare soltanto perché mi capita ora, proprio per caso, di ricordarlo. Pluto, così si chiamava il gatto, era il mio animale preferito e il mio compagno di giochi. Io soltanto gli davo da mangiare, ed egli mi seguiva dovunque, per casa: anzi duravo fatica a impedirgli di accompagnarmi persino per la strada.

La nostra amicizia si protrasse così per parecchi anni, durante i quali il mio temperamento e il mio carattere in genere,

ad opera del demone Intemperanza (arrossisco nel confessarlo), subirono un radicale mutamento verso il peggio. Ero divenuto di giorno in giorno più scontroso, più irritabile, sempre più incurante dei sentimenti altrui. Ero giunto a usare verso mia moglie un linguaggio sconveniente. Alla fine arrivai persino alla violenza personale contro di lei. Naturalmente anche le mie bestiole ebbero a soffrire di questo mutamento del mio carattere. Non solo le trascuravo, ma le maltrattavo. Verso Pluto comunque sentivo ancora abbastanza tenerezza per trattenermi dal picchiarlo, mentre non mi facevo scrupolo di percuotere i conigli, la scimmia, persino il cane, se essi per caso o per affetto mi si mettevano tra i piedi. Ma il mio male peggiorava, quale male infatti è peggiore dell’alcool? E infine persino Pluto, il quale ormai invecchiava, ed era di conseguenza alquanto stizzoso, persino Pluto cominciò a subire gli effetti del mio cattivo carattere.

Una sera, ritornando a casa dai miei vagabondaggi per la città, ubriaco fradicio,

ebbi la sensazione che il gatto evitasse la mia presenza. Lo afferrai, e l’animale, allora, spaventato dalla mia violenza, mi produsse sulla mano, con i suoi denti, una lieve ferita. In un attimo fui invaso da una furia demonica. Non mi riconoscevo più. Era come se la mia anima originaria mi si fosse a un tratto spiccata dal corpo, e una malvagità peggio che infernale, alimentata dal gin, pervase ogni fibra del mio essere. Mi tolsi di tasca un temperino, lo apersi, afferrai la povera bestia per la gola, e deliberatamente gli feci saltare l’occhio dall’orbita. Arrossisco, avvampo, rabbrividisco, mentre la mia penna descrive questa inaudita atrocità. Allorché col mattino la ragione mi ritornò, dopo che il sonno aveva fatto dileguare lungi da me i fumi dell’orgia notturna, provai un sentimento per metà di orrore, per metà di rimorso, per il delitto di cui mi ero reso colpevole; ma non era che un sentimento debole e ambiguo, e l’anima ne rimase intatta. Mi rituffai nei miei eccessi, e ben presto affogai nel vino ogni ricordo del mio misfatto.

Coll’andare del tempo tuttavia il gatto guarì. Certo la sua occhiaia vuota aveva un aspetto pauroso,

ma l’animale non pareva soffrire più alcun dolore. Si aggirava per la casa come al solito, ma com’era da aspettarsi, fuggiva terrorizzato non appena mi vedeva. Mi era rimasto ancora abbastanza del mio vecchio cuore per sentirmi a tutta prima addolorato da questo evidente disgusto da parte di una creatura che un tempo mi aveva tanto amato. Ben presto però a questo sentimento succedette una viva irritazione. E infine si impadronì di me, per sommergermi in modo definitivo e irrevocabile, lo spirito della PERVERSITA’. Di questo spirito la filosofia non si cura. Eppure sono sicuro, quanto sono sicuro che la mia anima vive, che la perversità è uno degli impulsi più primitivi del cuore umano, una di quelle facoltà o sentimenti primari non analizzabili che dirigono il carattere dell’Uomo. Chi non ha almeno cento volte commessa un’azione sciocca o vile, per nessun altro motivo se non perché sa che non dovrebbe commetterla? Non proviamo noi una tendenza perenne, a dispetto di ogni nostra migliore saggezza, a violare ciò che è la LEGGE, soltanto perché la riconosciamo tale? Questo spirito di perversità, ripeto, produsse in me il decadimento finale. Era questo insondabile anelito dell’anima A TORTURARE SE STESSA, a violentare la propria stessa natura, a fare il male soltanto per amore del male, che mi sospinse a continuare e infine a consumare l’offesa che avevo inflitta alla bestia innocente.

Un mattino, a sangue freddo le passai un cappio al collo e la impiccai al ramo di un albero;

la impiccai, con le lagrime che mi sgorgavano dagli occhi e col più amaro rimorso nel cuore; la impiccai perché sapevo che mi aveva amato, e perché sentivo che non mi aveva dato alcun motivo di offesa; la impiccai perché sapevo che così facendo commettevo un peccato, un peccato mortale che avrebbe posto in tale pericolo la mia anima immortale da sottrarla (se una cosa simile fosse possibile) perfino all’infinita misericordia dell’Infinitamente Misericordioso e Infinitamente Terribile Iddio.

La notte di quel giorno in cui avevo compiuto questo gesto crudele fui risvegliato nel sonno da grida di “al fuoco! Al fuoco!”.

I cortinaggi del mio letto erano in fiamme, tutta la casa ardeva. Fu con grande difficoltà che mia moglie, una domestica e io stesso riuscimmo a salvarci dall’incendio. La distruzione fu totale. Tutta la mia sostanza venne inghiottita dal disastro, e da quel momento in avanti io mi abbandonai alla disperazione. Non ho affatto la debolezza di cercar di stabilire un nesso di causa e di effetto tra questa sciagura e l’atrocità da me commessa. Ma sto enumerando una catena di fatti, e non desidero perciò lasciare incompiuto anche un solo eventuale anello.

Il giorno successivo all’incendio mi recai a ispezionare le macerie.

Tutti i muri della casa erano caduti, a eccezione di uno solo. Si trattava di un muro divisorio, non molto massiccio, che si trovava verso il mezzo della casa, e contro il quale aveva sempre poggiato la testa del mio letto. In questo punto l’intonaco aveva in gran parte resistito all’azione del fuoco, un particolare che io attribuii al fatto essere stata quella parete appunto ripulita di fresco. Intorno a questo muro si era radunata una densa folla, e molte persone sembravano esaminare un certo tratto di parete con attenzione minutissima e ansiosa. Le parole “Strano!”, e “Incredibile!”, e altre espressioni consimili eccitarono la mia curiosità. Mi avvicinai e vidi, quasi fosse scolpita in BAS-RELIEF sulla superficie bianca, l’immagine di un gatto gigantesco. L’effetto era reso con una precisione che aveva veramente del fantastico. Intorno al collo dell’animale penzolava una corda. A tutta prima, nel trovarmi di fronte a quella apparizione, poiché non potevo considerarla altrimenti, fui invaso da uno sbalordimento e da un terrore incontrollabili. Ma in seguito la ragione mi venne in soccorso. Mi rammentai di avere impiccato il gatto in un giardino adiacente alla casa. Quando era stato dato l’allarme d’incendio questo giardino era stato immediatamente invaso dalla folla, e tra questa qualcuno doveva aver tolto l’animale dall’albero e doveva averlo gettato attraverso la finestra aperta, nella mia stanza. Forse avevano fatto questo con l’intenzione di svegliarmi. La caduta di altre pareti aveva schiacciato la vittima della mia crudeltà nella massa dell’intonaco spalmato di fresco; e la calce di questo, unitamente alle fiamme a all’ammoniaca esalante dalla carogna avevano poi compiuto la raffigurazione che io ora vedevo dinanzi.  Per quanto riuscissi a placare con questa riflessione il mio cervello, se non completamente la mia coscienza, e giustificare così il fatto sorprendente che ho testé narrato, non mi fu tuttavia possibile sottrarmi alla profonda impressione che esso aveva provocato sulla mia fantasia.

Per mesi interi non riuscii a liberarmi del fantasma del gatto,

e durante tutto quel tempo il mio spirito fu tormentato da un sentimento indefinito che poteva sembrare, ma non era, rimorso. Giunsi sino al punto di rimpiangere la perdita dell’animale e a guardarmi attorno, nei sordidi ambienti che ormai frequentavo d’abitudine, in cerca di qualche altro esemplare della stessa specie, se non proprio del tutto identico, da poter coccolare, e grazie al quale sostituire la bestiola perduta.

Una notte, mentre sedevo, in stato di semistupidimento, in una taverna malfamata,

la mia attenzione fu improvvisamente attratta da un oggetto nero che posava sul coperchio di una delle tante botti enormi piene di gin o di rum costituenti il principale arredamento della stanza. Già da alcuni minuti stavo fissando proprio il coperchio di quella botte, e fui perciò sorpreso di non essermi accorto prima dell’oggetto che vi era adagiato sopra. Mi avvicinai e lo toccai con la mano. Era un gatto nero enorme, grosso quanto Pluto, e che gli assomigliava in tutto tranne che per un unico particolare. Pluto non aveva un solo pelo bianco in tutto il corpo, mentre questo gatto aveva l’intera zona del petto ricoperta di una larga se pure indefinita macchia bianca. Non appena lo toccai l’animale si alzò immediatamente, si mise a ronfare forte, si strofinò contro la mia mano, parve insomma felice della mia attenzione verso di lui. Era dunque proprio il gatto di cui andavo in cerca. Offersi subito al taverniere di acquistarlo, ma l’uomo dichiarò di non avere alcun diritto su quella bestia, poiché non ne sapeva nulla, né mai l’aveva veduta prima. Seguitai ad accarezzarlo, e mentre mi disponevo a ritornare a casa, l’animale dimostrò subito una evidente intenzione di accompagnarmi. Naturalmente ne fui ben contento, e di quando in quando mi chinavo a lisciargli il pelo pur seguitando a procedere nel mio cammino. Non appena giunto a casa la bestia si addomesticò subito e divenne immediatamente il coccolo di mia moglie. Per parte mia mi accorsi ben presto che in me sorgeva contro l’animale una viva antipatia. Era proprio il contrario di quanto avevo preveduto, ma non so perché o come fosse, la sua manifesta tenerezza verso la mia persona mi indispettiva e disgustava. Gradatamente questi sentimenti di ribrezzo e di insofferenza si tramutarono in un odio profondo. Evitavo l’animale; un vago senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudeltà mi impediva di maltrattarlo fisicamente.

Per alcune settimane mi trattenni dal picchiarlo, o dal fargli comunque del danno,

ma a poco a poco, oh, per lentissimi gradi, giunsi a considerarlo con un ribrezzo indescrivibile e a fuggire silenziosamente la sua odiosa presenza come sarei fuggito dal lezzo pestilenziale di una malattia contagiosa. Quel che alimentava senza dubbio il mio odio verso l’animale era stata la scoperta, il mattino successivo alla sua venuta nella mia casa, che anche questo gatto, al pari di Pluto, era cieco di un occhio. Questo particolare invece non aveva fatto che renderlo ancora più caro a mia moglie, la quale, come già ho detto, possedeva in sommo grado quella umanità di sentimenti che era stata un tempo il mio tratto caratteristico, e la fonte di molte tra le mie più semplici e più pure soddisfazioni. Ma quanto più la mia avversione per questo gatto cresceva, tanto più sembrava aumentare da parte sua la tenerezza verso di me. Seguiva i miei passi con una ostinazione che sarebbe difficile far comprendere al lettore. Dovunque mi sedessi, subito si accovacciava sotto la mia seggiola, o mi balzava sulle ginocchia, importunandomi con le sue insopportabili feste. Se mi alzavo per passeggiare, ecco che correva a mettermisi fra i piedi e per poco non mi faceva cadere, oppure conficcando nel mio vestito i suoi unghioli lunghi e aguzzi, si arrampicava con questo sistema sino al mio petto. In quei momenti, benché mi divorasse il desiderio di distruggerlo con un colpo solo, ero trattenuto dal far ciò, in parte dal ricordo del mio precedente delitto, ma soprattutto, lasciate che lo confessi subito, da un vero e proprio TERRORE dell’animale. Questo terrore non era esattamente il terrore di un possibile male fisico, e tuttavia non saprei come altrimenti definirlo. Ho quasi vergogna di ammettere – sì, persino in questa cella d’infamia, ho quasi vergogna d’ammettere, – che il terrore e l’orrore ispiratimi dall’animale erano stati rafforzati da una tra le più chimeriche assurdità che sia possibile immaginare. Mia moglie aveva più d’una volta richiamata la mia attenzione sulla stranezza della macchia di peli bianchi di cui ho già accennato, e che costituiva la sola differenza visibile tra questo misterioso gatto e quello che io avevo ucciso. Il lettore si rammenterà che questo segno, per quanto grande, dapprincipio era molto indefinito, mentre invece in seguito (per gradi lentissimi, quasi  impercettibili, e che la mia Ragione si rifiutò a lungo di ammettere, respingendoli come un’assurda fantasia) aveva infine assunto nettezza di  contorni e una forma precisa. Esso era divenuto ora la rappresentazione di un oggetto che rabbrividisco a nominare, e per questo soprattutto odiavo e paventavo e avrei voluto sbarazzarmi di quel mostro SE SOLTANTO LO AVESSI OSATO, poiché questo segno, ripeto, si era finalmente trasformato nella figurazione limpidissima di un oggetto odioso e ributtante: era divenuto una FORCA, oh, lugubre e terribile macchina di orrore e di delitto, di agonia e di morte!

E adesso la mia miseria superava la miseria tutta dell’Umanità intera. E una BESTIA BRUTA, il cui simile io avevo così sprezzantemente annientato, una BESTIA BRUTA doveva foggiare per ME, per me uomo, fatto a immagine  dell’Altissimo Iddio, un così intollerabile tormento? Ahimé! Non conobbi più né di notte né di giorno la benedizione del riposo! Di giorno l’animale non mi lasciava solo neppure per un istante; e di notte mi svegliavo di ora in ora di soprassalto, da incubi grevi di indicibile paura, per sentirmi l’alito caldo di QUELLA COSA sulla faccia, e la vasta massa del suo corpo. Incubo incarnato che non avevo il potere di scuotermi di dosso, eternamente incombente sul mio CUORE!

Sotto l’incalzare di siffatte torture, quel poco di bene che ancora restava in me scomparve. Pensieri malvagi divennero i miei soli compagni, ed erano i più tetri, i più malvagi dei pensieri. L’ombrosità abituale del mio carattere si tramutò in un odio forsennato di tutte le cose e dell’intera umanità; mentre degli scoppi improvvisi, frequenti, incontrollabili di collera ai quali ora io  ciecamente mi abbandonavo, la mia docile moglie, era divenuta, ahimé! la vittima più consueta e più paziente.

Un giorno ella mi accompagnò per necessità domestiche nello scantinato del vecchio edificio

dove la nostra povertà ci costringeva ora ad abitare. Il gatto naturalmente mi aveva seguito giù per i ripidi scalini, e, avendo io evitato per vero miracolo di cadere lungo disteso per causa sua, mi aveva esasperato  sino alla follia. Sollevai una scure e dimenticando nella mia collera il terrore puerile che sino a quel momento mi aveva trattenuto la mano, diressi contro l’animale un colpo che certo lo avrebbe ucciso all’istante se fosse calato come io avrei voluto. Ma questo colpo fu arrestato dalla mano di mia moglie. La sua intromissione mi colmò di furore demoniaco e liberando violentemente il mio braccio dalla sua stretta le affondai la scure nel cervello. Ella cadde morta stecchita, senza emettere un gemito. Appena compiuto questo odioso crimine, mi posi immediatamente e con fredda deliberazione all’impresa di occultare il cadavere. Sapevo che non mi era possibile rimuoverlo dalla casa, né di giorno né di notte, senza correre il rischio di essere notato dai vicini. Formai nella mia mente molti progetti. A tutta prima pensai di tagliare il cadavere in pezzi minuti e di distruggerli nel  fuoco. In un secondo tempo decisi di scavare una fossa nel pavimento della cantina. Poi architettai di gettarlo nel pozzo del cortile, oppure di porlo dentro una scatola, come se fosse della merce, e ordinare al portiere di portarlo via da casa. Infine escogitai quello che mi parve l’espediente migliore. Decisi di murarlo nella cantina stessa, come si narra solessero murare le proprie vittime i monaci medievali. La cantina era adattissima a uno scopo come il mio. Le sue pareti erano state costruite rozzamente, e di fresco intonacate con cemento grossolano, cui  l’umidità atmosferica aveva impedito d’indurirsi. Inoltre in una delle pareti vi era uno sporto, provocato da un falso camino, o caminetto, che era stato riempito e trasformato in modo da somigliare al resto dello scantinato. Mi assicurai che mi sarebbe stato facile spostare i mattoni in quel punto, inserirvi il cadavere, e tornare a murare il tutto come prima, in modo che nessun occhio umano potesse scorgervi alcunché di sospetto. I miei calcoli non dovevano ingannarmi. Con l’aiuto di una sbarra di ferro scostai facilmente i mattoni, e dopo avere accuratamente deposto il cadavere contro la parete interna, lo puntellai in quella posizione mentre andavo via via riaccomodando senza fatica l’intera opera muraria così come era stata originariamente costruita. Mi ero procurato con tutte le possibili cautele della calce e della sabbia, avevo preparato l’intonaco in modo che non era assolutamente possibile distinguerlo dal vecchio, e con esso ricopersi accuratamente la nuova opera muraria. Quando ebbi finito mi accorsi con soddisfazione di aver compiuto un buon lavoro. Il muro non sembrava essere stato manomesso minimamente. Spazzai con attenzione minutissima il pavimento dei rifiuti e delle scorie di cui lo avevo sporcato. Mi guardai attorno trionfante e dissi a me stesso: “Meno male! Le mie fatiche non sono state vane”.

Subito dopo, il mio primo pensiero fu quello di andare in cerca dell’animale che era stata la causa di tanta sciagura,

poiché ero ormai fermamente deciso ad ucciderlo. Se fossi stato in grado di acchiapparlo in quel momento, il suo destino sarebbe stato indubbiamente segnato, ma, a quel che pareva, l’astuta bestia si era spaventata del mio precedente accesso di collera, e si guardava bene dal presentarsi al mio cospetto, date le attuali condizioni del mio umore. Mi è impossibile descrivere, o fare immaginare al lettore, il senso profondo, quasi estatico di sollievo che la constatazione della scomparsa dell’odiata creatura suscitò nel mio petto. Per tutta quella notte non si fece vedere, e così per una notte almeno, da quando si era introdotto nella mia casa, riuscii a dormire di un sonno profondo e pacifico; sì, DORMII nonostante il peso del delitto che mi gravava sull’anima! Passò il secondo giorno, passò il terzo, ma il mio tormentatore non comparve.  Tornai a respirare come un uomo libero. Certo il mostro, spaventato, era fuggito dalla mia casa per sempre! Non lo avrei più veduto! La mia felicità era al colmo! Non sentivo quasi la colpa del mio truce misfatto. Mi erano state rivolte alcune domande, ma avevo saputo rispondere a tutte in modo soddisfacente. Era stata persino ordinata un’inchiesta, ma naturalmente nessuno aveva scoperto nulla. Ero certo di avere ormai assicurato un avvenire tranquillo e sereno.

Il quarto giorno successivo all’assassinio entrò però inaspettatamente in casa mia una squadra di poliziotti

che procedette a un rigoroso esame dei locali. Sicuro però della inaccessibilità del mio nascondiglio non provai alcun imbarazzo. I funzionari di polizia mi pregarono di accompagnarli nella loro perquisizione. Ogni angolo, ogni ripostiglio fu attentamente esplorato. Infine scesero in cantina per la terza o quarta volta. Non uno solo dei miei muscoli tremò. Il mio cuore batteva calmo come batte a chi dorme nel sonno dell’innocenza. Percorsi la cantina da un capo all’altro, tenendo le braccia incrociate sul petto, e aggirandomi di qua e di là con disinvoltura. I poliziotti si dichiararono soddisfatti e si disposero ad andarsene. L’esultanza del mio cuore era troppo intensa perché potessi trattenerla. Bruciavo dal dire ancora una parola sola, per rafforzare il mio trionfo, e rassicurarli doppiamente della mia innocenza.

– Signori, – dissi infine, mentre già stavano salendo i gradini, – sono lieto di avere calmato i vostri sospetti.

Vi auguro buona salute, e vi porgo i miei omaggi. A proposito, signori, questa… questa è una casa costruita meravigliosamente bene. – (Nel desiderio morboso di parlare con disinvoltura, quasi non mi rendevo conto delle parole che proferivo). – Posso dire anzi che è una casa costruita in maniera ECCELLENTE. Queste pareti, ve ne state già andando, signori? queste pareti, guardate come sono solide! – E a questo punto, in una vera frenesia di sfida, picchiai pesantemente con la mazza che tenevo in  mano proprio su quel tratto di opera muraria dietro al quale stava il cadavere della moglie che io avevo tanto amata. Ma possa Iddio proteggermi e liberarmi dagli artigli dell’Arcidemonio! Non appena gli echi dei miei colpi si furono spenti nel silenzio, ecco che ad essi una voce rispose dal segreto loculo! Era un pianto, dapprima soffocato e interrotto, come il singhiozzare di un bambino, che rapidamente si enfiò sino a divenire un unico lungo, alto, continuo urlo, indicibilmente strano e inumano, un ululato, uno strido guaiolante, per metà di orrore e per metà di trionfo, quale solo avrebbe potuto levarsi dal fondo dell’inferno, se le gole di tutti i dannati nella loro angoscia e tutti i demoni nell’esultanza della dannazione umana si fossero insieme congiunte. Di quel che fossero i miei pensieri in quel momento è follia parlare. Sentendomi venir meno, arretrai barcollando verso la parete opposta. Per un attimo i poliziotti, giunti già in cima alle scale ristettero immobili, raggelati dall’orrore e da una specie di arcana paura. Un attimo dopo dodici braccia robuste si davano da fare attorno alla parete. Questa cadde di colpo in tutta la sua massa. Il cadavere, già quasi interamente decomposto e chiazzato di sangue raggrumato, apparve eretto dinanzi agli occhi degli agenti. Sul suo capo, con la sua rossa bocca spalancata e l’unico occhio di fiamma, sedeva lo spaventoso animale la cui malizia mi aveva indotto al delitto, e la cui voce rivelatrice mi aveva consegnato al boia.

Avevo murato il mostro entro la tomba!

Edgar Allan Poe, Il gatto nero, in Tales of Grotesque and Arabesque, 1840

Analisi del testo

Il racconto inizia a cose fatte. Un uomo condannato all’impiccagione per un delitto da lui commesso, ci racconta la sua storia, una storia che lui stesso stenta a considerare credibile. Il protagonista-narratore ammette l’improbabilità che si presti fede alla sua storia. Eppure la racconta, la scrive. Vuole sgravare la sua coscienza da un peso, raccontando gli eventi che lo hanno spinto fino all’omicidio.

Il protagonista dice di essere stato buono nella sua infanzia, fin troppo buono, e di aver amato in particolare gli animali, preferendoli agli esseri umani, per la loro capacità di amare senza egoismo. Sposatosi, tra i molti animali che la moglie gli regala vi è un bellissimo gatto nero, Pluto, che per lungo tempo è il suo preferito. Ma il demone dell’intemperanza, indotto dall’alcol, muta il suo buon carattere ed egli sfoga la sua rabbia sulla moglie e sugli animali, in particolare sul gatto. Rientrato una sera a casa ubriaco gli toglie un occhio con un temperino, poi un mattino lo uccide, impiccandolo a un albero, spinto dallo spirito di perversità. La notte successiva la sua casa va a fuoco e sull’unico muro superstite il protagonista può vedere l’inquietante bassorilievo di un gatto con un cappio al collo.

Qualche tempo dopo, in una taverna, il protagonista incontra un gatto, in tutto simile a Pluto tranne che per un’indefinita macchia bianca sul petto, che lo segue fino a casa. Per qualche tempo l’uomo riesce a controllare le proprie pulsioni malvagie ma finisce poi per odiare il gatto, sul cui petto la macchia bianca ha finito con l’assumere i netti, inquietanti contorni di una forca. L’immagine della forca rievoca l’impiccagione di Pluto, ma anticipa anche il destino del protagonista.

Un giorno, mentre scende con la moglie nello scantinato, il gatto lo fa inciampare e lui cerca di ucciderlo con una scure. Fermato dalla moglie, egli rivolge la propria ira contro di lei e le spacca il cranio. L’assassino nasconde il cadavere della moglie un cantina murandolo, poi cerca il gatto che però sembra scomparso nel nulla.

Il protagonista si comporta in modo strano, con gli investigatori venuti a indagare, vuol mostrare estrema sicurezza e addirittura, quando stanno per andarsene, picchia su muro che nasconde il cadavere con una mazza, per mostrare – dice – la solidità della costruzione. A quel punto l’atroce miagolio del gatto, che egli inavvertitamente ha murato assieme alla moglie, rivela agli inquirenti la verità e consegna l’assassino alla forca.

Nel gesto che svela l’omicidio, al di là della dichiarata volontà di prendersi gioco degli investigatori e della sensazione di trionfo della propria astuzia, vi è forse, il desiderio di confessare la propria colpa. Come nel racconto Il cuore rivelatore l’assassino è tormentato, sembra desideroso di parlare, di confessare il proprio delitto, come accadrà a Raskol’nikov, protagonista di Delitto e castigo di Dostoevskij.

Tutto il racconto è implicitamente attraversato dalla duplicità di carattere del protagonista: è buono, ma inevitabilmente finiscono per prevalere in lui pulsioni malvagie; ama gli animali ma finisce per provare un odio inspiegabile per i due gatti. Una doppiezza che sembra preludere al romanzo di Stevenson Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde.

Il ritmo della narrazione ha un ruolo importante. In essa si alternano sommari e pause riflessive, in cui l’autore esprime i propri pensieri e stati d’animo. Come di consueto Poe usa abilmente i rallentamenti del ritmo per creare suspense alternandoli a improvvise accelerazioni degli eventi.

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Link utili

Esercizi di analisi del testo: Il gatto nero
  1. Dividi il testo in sequenze: fanne la titolazione e il riassunto. Quale rapporto c’è tra fabula e intreccio?
  2. In che situazione si trova il protagonista all’inizio del racconto? Il protagonista-narratore ammette l’improbabilità che si presti fede alla sua storia. Eppure la racconta, la scrive. Perché?
  3. Che cosa caratterizza, a suo dire, la sua infanzia? Egli sostiene di aver preferito gli animali agli uomini. Per quale ragione? Quali animali procura la moglie al protagonista?
  4. Che aspetto presenta Pluto? Che cosa dice la moglie a proposito dei gatti neri?
  5. Esamina i comportamenti e le emozioni del protagonista nelle varie fasi della narrazione, in relazione con i due gatti della storia. Perché egli cambia atteggiamento nei loro confronti?
  6. Quali fatti inquietanti sono associabili alla morte di Pluto? Quale spiegazione ne dà il protagonista?
  7. Quali elementi rendono il secondo gatto molto simile al primo e quale lo rende diverso? Perché quest’ultimo è particolarmente inquietante? Cosa ricorda e cosa anticipa?
  8. Il protagonista dopo il delitto si comporta in modo strano con gli investigatori. Come spieghi il suo comportamento? In cosa è simile e in cosa diverso da quello del protagonista del “Cuore rivelatore”?
  9. Il ritmo della narrazione ha un ruolo importante. In essa si alternano sommari e pause riflessive, in cui l’autore esprime i propri pensieri e stati d’animo. Quali sono i più importanti cambiamenti di ritmo narrativo?
  10. Nel racconto vi sono scarse indicazioni relative al contesto ambientale e sociale. Sulla base dei pochi riferimenti, quali sono le condizioni sociali del protagonista?
  11. Pazzia e “domesticità” sono due dei temi presenti nel racconto: che relazione vi è tra di essi?

Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore

Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore

 
Talvolta basta un particolare, un dettaglio per scatenare la pazzia. Il narratore-protagonista di questo racconto è dominato da un’ossessione: l’occhio di un vecchio. Quel pallido occhio azzurro coperto di una pellicola lo terrorizza e scatena in lui la pazzia, una lucida follia.

 

È vero! Sono e sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perché dite che sono pazzo?

La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato era in me il senso dell’udito. Udivo tutte le cose del cielo e della terra. E udivo anche molte cose dell’inferno. Come può essere dunque che io sia pazzo? Ascoltatemi! E osservate con quanta lucidità, con quanta calma io posso narrarvi per filo e  per segno tutto ciò che accadde.

È impossibile dire come l’idea mi sia entrata per la prima volta nel cervello. Ma non appena l’ebbi concepita mi ossessionò notte e giorno. Scopo non ne avevo. Odio neppure. Volevo bene al vecchio. Non mi aveva mai fatto del male. Non mi aveva mai insultato. Non desideravo il suo oro. Credo fosse il suo occhio! Sì, fu proprio così! Aveva l’occhio di un avvoltoio, un occhio pallido, azzurro, coperto di una pellicola. Ogni volta che esso si posava su di me il mio sangue si raggelava, e così per gradi, oh, per gradi molto lenti, io decisi di togliere la vita al vecchio, e sbarazzarmi così per sempre di quell’occhio.

Ora questo è il punto. Voi mi credete pazzo, ma i pazzi non capiscono nulla,

mentre avreste dovuto vedere me. Avreste dovuto vedere con quanta accortezza procedetti, con quanta cautela, con quanta preveggenza, con quanta dissimulazione mi misi all’opera!

Mai fui così gentile col vecchio come durante la settimana prima che io l’uccidessi. E ogni sera, verso mezzanotte, giravo il paletto della sua porta e aprivo l’uscio… oh, come piano! E poi,  una volta ottenuta un’apertura sufficiente perché la mia testa potesse passarvi, mettevo dentro una lanterna cieca, tutta chiusa, ben chiusa, in modo che non ne uscisse nessuna luce, e poi spingevo innanzi il capo. Oh, avreste riso nel vedere con quanta furberia lo insinuavo nell’apertura! Lo muovevo lentamente, in modo da non disturbare il sonno del vecchio. Mi ci voleva un’ora intiera per far passare tutta quanta la testa entro la fessura in modo da poterlo vedere mentre giaceva sul letto. Ah! Un pazzo avrebbe agito con altrettanta avvedutezza? Poi, quando tutta la mia testa era entrata nella stanza, scoprivo la lanterna cautamente, oh, quanto cautamente, cautissimamente (poiché i cardini scricchiolavano) la scoprivo giusto quel tanto che mi permetteva di far cadere un unico sottile raggio sull’occhio d’avvoltoio. E questo feci per sette lunghe notti, esattamente ogni notte a mezzanotte, ma trovavo l’occhio sempre chiuso, cosicché mi era impossibile compiere la mia opera, poiché non era il vecchio che mi irritava ma il suo Occhio Maligno. E ogni mattina, quando il giorno spuntava, entravo baldanzosamente nella stanza e gli parlavo con audacia, chiamandolo per nome in tono cordiale, e gli chiedevo come avesse trascorso la notte. Perciò capirete che avrebbe dovuto essere un vecchio molto astuto per sospettare che ogni notte, a mezzanotte in punto, io lo spiavo mentre egli dormiva.

L’ottava sera fui più cauto del solito nell’aprire la porta.

Una lancetta da orologio dei minuti si muove più rapidamente di quel che si muovesse la mia mano. Mai prima di quella sera avevo sentito con tanta intensità tutta la somma dei miei poteri e della mia sagacia. Stentavo a trattenere la mia sensazione di trionfo. Pensare che io ero lì, ad aprire la porta a poco a poco, senza che egli neppure lontanamente sospettasse le mie azioni o i miei pensieri segreti. Per poco non mi misi a sogghignare, e forse egli mi intese, poiché ad un tratto si mosse sul letto, quasi risvegliato di soprassalto. Ma forse ora crederete che io arretrassi… ma non fu così. La sua stanza fittamente immersa nelle tenebre era nera come la pece (poiché le imposte erano saldamente chiuse e sprangate per timore dei ladri): perciò ero certo che non mi potesse vedere nell’atto di aprire l’uscio, e seguitai quindi a spingere la maniglia in avanti, sempre più in avanti, senza esitazioni.

Già avevo messo dentro la testa, e stavo per aprire la lanterna, quando il mio pollice scivolò sul gancetto di metallo, e il vecchio balzò a sedere sul letto gridando: – Chi è là?

Rimasi perfettamente immobile e non proferii sillaba: durante un’ora intera non mossi un solo muscolo, eppure in tutto quel tempo non lo intesi riadagiarsi. Era sempre a sedere sul letto in ascolto… esattamente come avevo fatto io, notte per notte, mentre ascoltavo gli orologi della morte rintoccare sulla parete.

Infine avvertii un gemito sommesso, e compresi che era un gemito di terrore mortale.

Non era né un gemito di sofferenza né un gemito di dolore, oh, no! Era l’ansito soffocato, contenuto, che si leva dal fondo dell’anima allorché questa è sopraffatta dalla paura. Conoscevo bene quell’ansito. Più di una volta, a mezzanotte in punto, quando l’universo intiero giaceva addormentato, esso si è levato dal mio petto, incupendo con i suoi echi spaventosi i terrori che mi dilaniavano. Ripeto che lo conoscevo bene. Capivo quel che il vecchio sentiva, e avevo pietà di lui, benché dentro di me sghignazzassi. Sapevo che si era svegliato sin dal primo leggero rumore, allorché si era rigirato nel letto. Da quel momento i suoi timori non avevano fatto che crescere entro di lui. Doveva aver tentato di giudicarli senza motivo, ma non gli era stato possibile. Certo si era detto: “Deve essere semplicemente il vento nel camino… oppure un topo che attraversa il pavimento”, oppure: “forse soltanto un grillo che ha trillato un’unica volta”. Sì, certo doveva essersi confortato con queste supposizioni, ma doveva averle trovate tutte inutili. Tutte inutili: perché la Morte, avvicinandosi a lui, era venuta avanzando entro la sua nera ombra e aveva avviluppato la sua vittima. Ed era il lugubre influsso dell’ombra invisibile che gli faceva sentire, benché non potesse né udire né vedere, che gli faceva sentire la presenza della mia testa all’interno della stanza.

Dopo aver aspettato a lungo, con infinita pazienza, senza averlo udito riadagiarsi, decisi di socchiudere, oh, appena appena, una sottilissima fenditura nella lanterna. L’aprii dunque, non potete immaginare con quanta cautela, sinché un sottilissimo tenuissimo raggio, simile al filo di un ragno, balzò fuor della fenditura e cadde in pieno sull’occhio d’avvoltoio.

Era aperto, tutto aperto, completamente spalancato, e nel fissarlo la furia mi invase.

Lo vedevo distintamente, tutto di un azzurro opaco, con quell’odioso velo che lo ricopriva e che faceva raggelare persino il midollo delle mie ossa; ma non potevo vedere altro del vecchio, ne’ della sua faccia, ne’ del suo corpo, poiché avevo rivolto il raggio come per istinto proprio su quell’unico maledetto punto.

E non vi ho forse detto che ciò che voi scambiate per pazzia altro non era che una esasperazione dei miei sensi?

Ebbene: ecco che ora le mie orecchie percepirono un rumore sommesso, soffocato, veloce, simile a quello che fa un orologio quando e’ avvolto nel cotone. Anche quel suono, conoscevo. Era il battito del cuore del vecchio. Questo aumentò il mio furore, allo stesso modo che il rullare di un tamburo stimola il coraggio del soldato.

Ma anche allora mi trattenni e rimasi immobile. Respiravo appena. Tenevo la lanterna ferma. Cercavo di vedere sino a che punto sarei riuscito a mantenere immobile sull’occhio il raggio. Frattanto il tam-tam infernale del cuore aumentava. Si faceva sempre più rapido e sempre più forte a ogni attimo. Il terrore del vecchio deve essere stato infinito! Aumentava, ripeto, a ogni istante! Mi seguite bene? Vi ho detto che sono nervoso: è vero. E adesso in quell’ora spenta e morta della notte, nel silenzio inverosimile di quella vecchia casa, l’irreale rumore suscitò in me un terrore incontrollabile. E tuttavia per altri lunghi minuti mi trattenni e restai immobile. Ma il battito cresceva, cresceva! Mi parve che il cuore dovesse scoppiare. Ed ecco che una nuova angoscia mi strinse: il rumore sarebbe stato inteso da qualche vicino! L’ora del vecchio era giunta!

Con un urlo insano feci scattare lo schermo della lanterna e balzai nella stanza.

Egli gridò una sola volta, una volta soltanto. Immediatamente lo buttai a terra e gli gettai addosso il letto pesante. Allora presi a sorridere lietamente, accorgendomi di averla fatta finita così in fretta. Ma per molti minuti il cuore seguitò a battere con un rumore soffocato. Ciò però non mi turbava; nessuno poteva intenderlo di là dalla parete. Infine il rumore cessò. Il vecchio era morto. Sollevai il letto ed esaminai il cadavere. Sì, era morto, morto stecchito. Posai una mano sul cuore e ve la tenni per lunghi minuti. Non avvertii pulsazione alcuna. Il vecchio era morto stecchito. Il suo occhio non mi avrebbe più ossessionato.

Se ancora mi giudicate pazzo, più non mi giudicherete tale

quando vi avrò descritto tutti gli accorgimenti e le precauzioni da me presi per occultare il cadavere. La notte trascolorava rapidamente e io lavoravo in fretta e in silenzio. Per prima cosa smembrai il corpo, gli spiccai il capo, le braccia e le gambe. Divelsi quindi tre assi del pavimento della stanza e posai ogni cosa fra i travicelli. Rimisi quindi a posto le tavole con tanta accuratezza, con tanta astuzia, che nessun occhio umano, neppure il suo, avrebbe potuto scorgere alcunché di sospetto. Non c’era da lavar via nulla, nessuna macchia di nessun genere, nessuna traccia di sangue. Ero stato troppo guardingo per cadere in un simile errore. Avevo raccolto tutto in un mastello… Ah! ah!

Quando ebbi sbrigata la mia bisogna, erano le quattro del mattino; ma ogni cosa era ancora avvolta nelle tenebre come a mezzanotte. Non appena la campana cessò i suoi rintocchi intesi bussare all’uscio di strada. Scesi ad aprire col cuore leggero: infatti che cosa avevo da temere, ormai? Entrarono tre uomini che si presentarono con perfetta gentilezza come funzionari di polizia. Un vicino aveva inteso un urlo durante la notte; aveva sospettato qualcosa di losco, aveva riferito i propri sospetti alla questura locale, ed essi (i funzionari) avevano avuto l’ordine di perquisire l’abitazione.

Sorrisi: che cosa avevo da temere, infatti? Pregai gli uomini di accomodarsi.

L’urlo, spiegai, era stato lanciato da me nel sonno. In quanto al vecchio era partito per la campagna. Feci fare ai poliziotti il giro della casa. Li esortai a cercare, a cercare bene. Infine li condussi nella sua stanza. Mostrai loro i suoi tesori, che erano in ordine e al sicuro. Nell’entusiasmo della mia sicurezza portai nella stanza alcune seggiole e insistetti perché sedessero a riposarsi dalle loro fatiche, mentre io, nella folle audacia del mio completo trionfo, posai la mia seggiola proprio sul punto esatto sotto cui riposava il cadavere della vittima.

I funzionari erano soddisfatti. I miei modi li avevano convinti. Io ero straordinariamente calmo. Gli uomini sedevano, e mentre io rispondevo animatamente, essi discorrevano di argomenti familiari. Ma in breve mi sentii impallidire e cominciai a desiderare in cuor mio che se ne andassero. La testa mi doleva e mi sembrava che le orecchie mi rintronassero. Ma gli uomini seguitarono a sedere e a chiacchierare. Il ronzio delle orecchie si fece più distinto… Diveniva sempre più intenso, sempre più distinto: ripresi a discorrere ancor più animatamente per sbarazzarmi di quella sensazione sgradevole, ma essa continuava, e diventava anzi sempre più definita, finché mi accorsi che il rumore non risuonava entro le mie orecchie.

Senza dubbio dovevo essere diventato pallidissimo, ma seguitavo a discorrere sempre più animatamente, e alzando il tono della mia voce. Nondimeno il rumore aumentava, e cosa potevo fare?

Era un rumore sommesso, soffocato, veloce; assomigliava moltissimo al rumore che fa un orologio quando è avvolto nel cotone.

Ansimai: mi sentivo il fiato mozzo; e tuttavia i poliziotti non lo avevano avvertito. Parlai ancora più in fretta, con irruenza ancora maggiore, ma il rumore aumentava inesorabilmente. Mi alzai e presi a discutere di sciocchezze, in tono di voce altissimo e gesticolando violentemente, ma il rumore cresceva implacabile. Perché non se ne andavano? Incominciai a passeggiare innanzi e indietro a lunghi passi, quasi che i discorsi di quegli uomini mi avessero infuriato, ma il rumore cresceva, cresceva sempre. Oh, Dio! Che cosa potevo fare? Schiumavo, vaneggiavo, bestemmiavo! Volsi di scatto la seggiola su cui mi ero messo a sedere, la trascinai sulle tavole, ma il rumore copriva ogni cosa aumentando continuamente. Si faceva sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte! E tuttavia gli uomini seguitavano a discorrere piacevolmente, e sorridevano. Era mai possibile che non udissero? Dio onnipotente! No, no! Certo che lo udivano! Sospettavano! Sapevano! Si beffavano della mia disperazione! Questo pensai, e questo penso. Ma qualsiasi cosa era meglio dell’angoscia mortale che mi attanagliava! Qualsiasi cosa era più tollerabile di quella derisione! Non potevo più sopportare quei sorrisi ipocriti! Compresi che dovevo urlare o altrimenti sarei morto! Ed ecco, ancora! Ascoltate! Più forte! Più forte! Più forte! più forte!

– Mascalzoni! – urlai, – smettetela di fingere! Confesso il delitto! Togliete quelle tavole! Qui, qui! E’ il battito del suo odioso cuore!

 

Analisi del testo:

Il racconto è la lucida narrazione di un pazzo omicida. I fatti sono già accaduti e lui li rievoca, con meticolosa, ossessiva precisione. Non fa parte forse di certe forme di ossessione un tale allucinato puntiglio? Il narratore per prima cosa nega di essere pazzo e noi lettori dobbiamo supporre che qualcuno lo abbia definito tale o che lui pensi che dopo il suo racconto possiamo considerarlo tale, o che egli stesso abbia, in fondo, il dubbio di esserlo.

È un occhio a scatenare la sua follia. Un occhio che lo scruta, che gli legge dentro. Un occhio, forse, che vede quel che si cela dentro la sua anima oscura.

Il ritmo della narrazione ha un ruolo centrale. In essa si alternano prevalentemente sommari e pause riflessive, in cui l’autore esprime i propri pensieri e stati d’animo, e descrittive.

Particolarmente rallentato il ritmo della sequenza che precede l’omicidio, l’ottava notte. La narrazione dell’uccisione del vecchio ha invece un ritmo veloce, incalzante.

Il rallentamento della narrazione, con la meticolosa descrizione di dettagli in sé insignificanti, è quello di creare suspense: il lettore già si aspetta che accada qualcosa di terribile, ma il protagonista/narratore divaga e si perde in particolari, insinua poi la flebile speranza che il suo intento omicida non si sia realizzato. Infine precipita gli eventi e in pochi tratti descrive l’omicidio, per poi soffermarsi sulle modalità di occultamento del cadavere.

Eliminata l’ossessione dell’occhio, un’altra immediatamente subentra: il battito del cuore del vecchio. Dopo l’uccisione, al protagonista sembra di udire, per qualche tempo, il rumore soffocato del suo cuore. Il battito cessa, ma s’è insinuato nell’animo dell’assassino.

Solo lui, infatti, ode il battito del cuore, non i funzionari di polizia che svolgono le indagini e lo interrogano. Il rumore nella sua mente si fa sempre più forte, insopportabile, tanto da spingere l’omicida a gridare la sua confessione.

 

Esercizi di analisi del testo

1)     Il narratore racconta seguendo la successione logico-cronologica dei fatti? Che rapporto c’è tra fabula e intreccio? Sono presenti analessi (flashback) o prolessi (flashforward).

2)     Il ritmo della narrazione ha un ruolo importante. In essa si alternano prevalentemente sommari (che però riguardano avvenimenti accaduti in un tempo piuttosto limitato) e pause riflessive, in cui l’autore esprime i propri pensieri e stati d’animo, e descrittive. Qual è il ritmo della narrazione nel racconto?

3)     Nel racconto vi sono due momenti di massima tensione (Spannung). Individuali.

4)     Esamina ora i comportamenti e le emozioni del protagonista nelle varie fasi della narrazione:

  • il rapporto col vecchio; le sette notti; l’ottava notte; il giorno dopo il delitto

5)     Il protagonista è ossessionato da due elementi: quali? Quali indizi fanno pensare che non sono questi dati esterni la causa vera della sue reazioni?

6)     Il protagonista-narratore ammette di essere nervoso ed ipersensibile ma nega ripetutamente la propria pazzia con una serie di argomentazioni. Cercale nel testo e spiega perché le sue argomentazioni non sono convincenti. Le ragioni da lui addotte sono sufficienti per ritenere che egli non sia pazzo?

Produzione

9)     Riscrivi il racconto come se fosse un articolo di cronaca nera in cui devi ricostruire i rapporti dell’assassino con il vecchio, le modalità dell’omicidio e dell’occultamento del cadavere, come è stato scoperto il colpevole, le motivazioni del delitto.

10)  Cerca un articolo di cronaca nera e raccontalo utilizzando le tecniche impiegate dall’autore, in particolare adottano la prospettiva del protagonista-narratore.

11)  Prendi spunto da una tua paura che ti ossessiona e scrivi un testo sul modello di E. A. Poe.

12)  Accompagna con foto o disegni il racconto, dopo aver individuato i momenti chiave del testo.

 

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Edgar Allan Poe, Il ritratto ovale.

Edgar Allan Poe, Il ritratto ovale.

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di Giorgio Baruzzi

Esercizi di analisi del testo

Scelta multipla
1.     L’idea espressa nel racconto è:

a)     l’amore può portare a terribili sacrifici

b)     grazie all’arte la giovinezza diviene eterna

c)     il lavoro porta a trascurare gli affetti familiari

d)     nell’immortalare la bellezza l’arte uccide la vita

2.     Il testo può essere diviso in due macrosequenze. La seconda comincia con le seguenti parole:

a)     Il ritratto, l’ho detto, era quello di una fanciulla

b)     Quest’atto produsse un effetto assolutamente imprevisto

c)     Il pittore si gloriava dell’opera sua che procedeva ora dopo ora, giorno dopo giorno.

d)     Era una giovinetta di rara bellezza, non meno leggiadra che colma di gaiezza…

3.     Nell’ambito dell’intera vicenda narrata, la storia del ritratto è:

a)     un’ellissi;

b)     un intreccio

c)     un flashback

d)     un’anticipazione

4.     La struttura della narrazione può essere definita:

a)     Ad anello

b)     Ad incastro

c)     Ad ostacoli

d)     A flusso di coscienza

5.     La funzione del narratore di primo grado è svolta:

a)     dal domestico

b)     presumibilmente da un gentiluomo benestante

c)     da un libro ritrovato nel tetro castello

d)     dal proprietario del castello in cui i protagonisti si rifugiano

6.     La funzione di narratore di secondo grado è svolta:

a)     dal domestico

b)     dal libro che illustra i quadri

c)     dalla fanciulla di rara bellezza

d)     dal protagonista

7.     Il protagonista (della prima parte del racconto) è colpito dal quadro perché:

a)     la bellezza della ragazza è straordinaria

b)     la tecnica pittorica e la cornice sono straordinariamente raffinate

c)     la giovane ritratta ha posato per lui come modella

d)     la ragazza ritratta sembra essere viva

 [La storia del ritratto]
8.     Nella narrazione della storia del ritratto fabula e intreccio:

a)     coincidono

b)     non coincidono mai

c)     coincidono solo alla fine

d)     coincidono solo nella prima parte

9.  La seguente sequenza: ella era fanciulla di più che rara beltà, non meno leggiadra che colma di gaiezza; tutta luce e sorrisi, e giocosa come un giovane cerbiatto… è:

a)     Narrativa

b)     Dialogata

c)     Riflessiva

d)     Descrittiva

10.  Il/la protagonista della storia è:

a)     l’arte

b)     il pittore

c)     il ritratto

d)     la ragazza

11.  L’antagonista della storia è:

a)     l’arte

b)     il pittore

c)     il ritratto

d)     la ragazza

12.  La fanciulla è caratterizzata dal punto di vista:

a)     Sociale e morale

b)     Culturale e morale

c)     Psicologico e culturale

d)     Fisico e psicologico

13.  Gli eventi sono ambientati:

a)     nel presente

b)     nel medioevo

c)     in un lontano futuro

d)     in un generico passato

14.  Le vicende narrate durano approssimativamente:

a)     pochi giorni

b)     alcuni mesi

c)     tre anni

d)     molti anni

15.  Il tempo del racconto è:

a)     uguale al tempo reale

b)     minore del tempo reale

c)     poco maggiore del tempo reale

d)     di molto maggiore del tempo reale

16.  Il narratore è:

a)     reale

b)     interno

c)     esterno

d)     variabile

17.  Nel seguente passo: Fu dunque terribile quando sentì il pittore esprimere il desiderio di fare il ritratto anche a lei… le parole del marito sono riportate secondo la tecnica del:

a)     Discorso diretto

b)     Discorso indiretto

c)     Discorso raccontato

d)     Discorso indiretto libero

18.  Il secondo racconto può essere considerato come una conclusione del primo infatti:

a)     Nel primo racconto sta la chiave interpretativa del secondo

b)     Il secondo racconto svela il mistero del quadro, cui il protagonista del primo racconto cerca risposta

c)     Il mistero del quadro si può comprendere solo leggendo entrambi i racconti e confrontandoli

d)     I due racconti sono completamente autonomi e si possono leggere separatamente

Edgar Allan Poe, Il ritratto ovale.

La vita, la morte, l’arte, il doppio. Questi i temi che dominano il racconto. Il doppio lo ritroviamo fin dalle sue caratteristiche strutturali: una narrazione a incastro, in cui a un narratore di primo grado ne segue un secondo. Il doppio nel dualismo donna/quadro: la giovane moglie si riflette nel quadro del marito pittore. Ma dualismo anche nel rapporto tra il pittore e l’opera. Strettamente connessi poi i temi della vita, della morte e dell’arte: il pittore dipingendo il quadro sottrae alla moglie la vita reale. Il quadro assume i tratti della vita, la moglie muore.

 

Il castello di cui il mio domestico aveva osato forzare l’ingresso

pur di non permettere che, gravemente ferito com’ero, io passassi la notte all’aperto, era uno di quegli edifici, tetri e grandiosi insieme, che da gran tempo ergono la loro aggrondata[1] mole frammezzo sugli Appennini, non meno nella realtà che nei fantastici scenari di Mrs. Radcliffe[2].

Stando ad ogni apparenza, era stato abbandonato temporaneamente e da non molto. Noi ci insediammo in una delle stanze più piccole e meno sontuosamente arredate, sita in una torretta fuori mano. Gli addobbi erano di pregevole fattura, ma logori e segnati dall’usura del tempo. Alle pareti tappezzate di arazzi erano appesi trofei e panoplie[3] d’ogni genere e forma, nonché un’infinità di originalissimi quadri moderni dalle ricche cornici dorate di stile arabesco. Questi quadri, che rivestivano non solo le superfici principali dei muri, ma le innumerevoli nicchie imposte dalla bizzarra architettura del castello – questi quadri, dicevo, avevano destato in me un profondo interesse, determinato forse dal mio incipiente delirio; cosicché ordinai a Pedro di chiudere le massicce imposte della stanza (infatti era già notte), di accendere i bracci di un alto candelabro posto a capo del mio letto e di scostare, aprendole quanto più poteva, le frangiate cortine di velluto nero che lo avvolgevano.

Volevo che così fosse fatto perché, se non potevo abbandonarmi al sonno, desideravo almeno dedicarmi all’alternata contemplazione dei quadri e alla lettura di un volumetto trovato sopra il guanciale, che, a quanto sembrava, dei quadri offriva e la critica e la descrizione.

A lungo, a lungo lessi – e religiosamente, devotamente contemplai; le ore volarono rapide e gloriose, e giunse la profonda mezzanotte. La posizione del candelabro mi disturbava, e stendendo la mano con difficoltà per non destare il mio domestico assopito, lo collocai in modo che i raggi cadessero in pieno sul libro.

Quest’atto produsse un effetto assolutamente imprevisto.

I raggi delle numerose candele (poiché ve n’erano molte) penetrarono in una nicchia che una delle colonne del letto aveva fino a quel momento tenuto nell’ombra più fitta. Scorsi così nella vivida luce un quadro che prima m’era sfuggito. Era il ritratto di una fanciulla, tenera eppur rigogliosa, quasi donna ormai. Diedi al quadro un’occhiata frettolosa, e poi chiusi gli occhi. Perché lo facessi, neppure io, dapprima, riuscii a comprenderlo.

Ma mentre le mie palpebre restavano chiuse, analizzai rapidamente la ragione per cui le tenessi serrate a quel modo. Era stato un moto impulsivo per guadagnar tempo e pensare: per accertarmi che la vista non mi avesse ingannato; per acquietare la mia immaginazione, prima di volgere un altro sguardo, più calmo e sicuro. Di lì a pochi momenti ripresi a fissare il quadro. Che ora vedessi giusto non potevo né volevo dubitare; poiché il primo bagliore delle candele su quella tela pareva aver dissipato il sognante stupore da cui i miei sensi erano posseduti, riportandomi di colpo alla lucidità del reale.

Il ritratto, l’ho detto, era quello di una fanciulla.

Solo la testa e le spalle, eseguite, per usare la denominazione tecnica, alla maniera di «vignette» molto simile allo stile delle teste predilette da Sully. Le braccia, il seno, fin le punte dei capelli irraggianti si fondevano impercettibilmente con l’ombra vaga ma densa che faceva da sfondo. La cornice era ovale, riccamente dorata e filigranata alla moresca. Come opera d’arte, nulla poteva essere più ammirevole del dipinto in quanto tale. Ma non era pensabile che a destare in me un’impressione così subitanea e violenta fosse stato l’alto livello dell’esecuzione o l’immortale bellezza del viso. E ancor meno era ammissibile che la mia immaginazione, strappata dal dormiveglia, avesse scambiato la testa per quella di una persona viva. M’avvidi subito che le peculiarità del disegno, della tecnica pittorica e della cornice non potevano non dissipare immediatamente tale idea, impedendomi di indulgervi sia pure per un istante. Riflettendo intensamente su questi punti, rimasi per forse un’ora un po’ seduto, un po’ sdraiato, con gli occhi inchiodati sul ritratto. Infine, scoperto il vero segreto del suo effetto, mi abbandonai supino sul letto. Avevo scoperto che l’arcana magia del dipinto stava nell’espressione così vivida, così perfettamente conforme alla vita stessa che mi lasciò dapprima sbalordito e infine confuso, soggiogato, sgomento. Con profondo, reverente timore, rimisi il candelabro nella primitiva posizione. Sottratta così alla vista la causa del mio intenso turbamento, cercai ansiosamente il volume che trattava dei dipinti e della loro storia. Apertolo al numero che designava il ritratto ovale, lessi le vaghe e strane parole che seguono:

«Era una giovinetta di rara bellezza, non meno leggiadra che colma di gaiezza.

E funesta fu l’ora quando ella vide, e amò, e sposò il pittore. Era costui uomo dominato da un’unica passione, studioso, austero, e che nella sua Arte già aveva una sposa; ed ella era fanciulla di più che rara bellezza, non meno leggiadra che colma di gaiezza; tutta luce e sorrisi, e giocosa come un giovane cerbiatto: piena d’amore e di tenerezza per tutte le cose, odiava solo l’Arte che le era rivale; temeva solo la tavolozza e i pennelli e gli altri fastidiosi strumenti che la privavano del volto dell’amato. Fu dunque terribile quando sentì il pittore esprimere il desiderio di fare il ritratto anche a lei. Ma ella era umile e obbediente, e docilmente, per molte settimane, sedette nella buia sala della torre, dove solo dall’alto la luce filtrava sulla pallida tela.

Il pittore si gloriava dell’opera sua che procedeva ora dopo ora, giorno dopo giorno.

Ed era uomo di passioni, stravagante, forastico[4], perduto in un suo fantasticare; così che non volle vedere che la luce spettrale che cadeva in quella torre solitaria inaridiva salute ed animo della sua sposa, la quale andava illanguidendo in modo visibile a tutti, tranne che a lui. Ma ella sorrideva sempre, sempre: senza lamentarsi, perché vedeva che il pittore (di cui grande era la fama) traeva da quel suo impegno un piacere fervido e ardente, e giorno e notte lavorava per ritrarre colei che tanto l’amava, e che tuttavia di giorno in giorno diveniva più languida ed estenuata. E, in verità, alcuni che avevano visto il ritratto parlavano sommessamente della sua somiglianza come di meraviglia grande, prova non meno dell’arte del pittore che del suo profondo amore per colei che così mirabilmente andava dipingendo. Ma alla fine, avvicinandosi l’opera al suo compimento, a nessuno fu più concesso di accedere alla torretta; poiché il pittore, invasato dall’ardore della sua creazione, di rado alzava gli occhi dalla tela, fosse anche per guardare il volto della sposa. E non voleva vedere che i colori che stendeva sulla tela erano tratti dalle guance di colei che gli sedeva accanto. E quando molte settimane furono trascorse e pochissimo restava da fare ancora – solo una pennellata sulla bocca e un tocco di colore all’occhio, lo spirito di lei guizzò ancora come la fiamma entro il becco di una lampada. E la pennellata fu data, e fu applicato il tocco di colore; e, per un attimo, il pittore ristette rapito davanti all’opera che aveva portato a termine; ma un attimo dopo, mentre ancora la contemplava, tremò e impallidì e inorridito, esclamando:

“Questa è proprio la Vita!” bruscamente si volse a guardare l’amata: Ella era morta!».

 


[1] Aggrondata: oscura, tenebrosa

[2] Mrs. Radcliffe: Ann Radcliffe, scrittrice inglese di romanzi neri.

[3] Panoplie: armature

[4] Forastico: Di carattere rustico, selvatico, poco socievole

 

Analisi del testo

Il tema del doppio è al centro del racconto: esso presenta una narrazione di primo grado (cornice) e una di secondo grado, un racconto dentro al racconto.

L’ambientazione che caratterizza Il ritratto ovale è tipica del romanzo gotico: un enorme, tetro castello abbandonato, in un luogo imprecisato degli Appennini.

Poco sappiamo sull’identità del protagonista: alcuni indizi fanno pensare a un giovane intellettuale o artista aristocratico amante della pittura. Egli viene introdotto, ferito, in un castello, dal suo servitore e ha modo di contemplare gli innumerevoli quadri. L’ambiente del castello è affascinante: l’arredamento è sontuoso e al tempo stesso bizzarro.

Alla luce del candelabro acceso dal suo paggio il protagonista/narratore alterna la contemplazione dei quadri alla lettura di un libro trovato al capezzale del letto, in cui si distende per riposare. A un tratto, la luce del candelabro, che egli ha spostato, illumina un quadro di singolare fascino e bellezza, il ritratto ovale di una giovane. Dapprima egli non comprende perché quel dipinto lo impressioni tanto, poi capisce la ragione: in quel ritratto sembra esservi la vita stessa. Si mette così a cercare nel libro la spiegazione, la storia di quel quadro e legge…

Qui inizia la seconda storia, la vicenda della giovane e bellissima moglie di un pittore, che pur percependo nell’arte la sua nemica, si sottopone al desiderio del marito di dipingerla. Man mano che il dipinto prende forma le energie della giovane sembrano esaurirsi, ma lei, ubbidiente e sorridente, continua a posare, consapevole e rassegnata al suo destino di morte, mentre il pittore, completamente assorbito dalla passione per la sua opera, è inconsapevole e non si rende conto di quel che sta accadendo.

Solo all’ultima pennellata, quando il dipinto assume chiaramente ai suoi occhi i tratti della vita, si avvede di averla sottratta alla donna amata, che è morta. Un’arte che si contrappone alla vita, che l’assorbe al punto da estinguerla.

Numerose le simmetrie tra la narrazione di primo grado e quella di secondo grado: il secondo racconto può essere considerato come una conclusione del primo, infatti il protagonista inizia a leggere cercando una risposta al mistero del quadro, risposta che troviamo nel secondo racconto. Al protagonista la ragazza del quadro sembra viva e, in effetti, il secondo racconto spiega che il dipinto ha assorbito la sua vita e che lei è morta.

Esercizi di analisi del testo

  1. L’ambiente del castello viene descritto facendo ricorso ad espressioni che tendono a suggerire di esso una certa impressione. Individua nel testo gli elementi di  tale descrizione e completa la tabella:
Elementi della descrizione                                      Caratterizzazione
Edificio
Addobbi (l’arredamento)
Pareti  
Quadri  
Architettura del castello  
Imposte (le finestre)  
Candelabro  

 

2. Quale atmosfera caratterizza l’ambiente?

3. L’aspetto della giovane protagonista presenta caratteristiche che in seguito mutano e svaniscono. In che cosa consiste tale cambiamento e come lo spieghi?

4. Che cosa caratterizza, parallelamente, i comportamenti e lo stato d’animo del pittore durante la realizzazione del quadro?

5. Riassumi in poche righe il primo racconto, passando da narratore interno a narratore esterno.

6. Riassumi in poche righe il secondo racconto modificando il narratore: il pittore, dopo la morte della moglie, racconta la vicenda.

 

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Edgar Allan Poe, la vita.

Edgar Allan Poe, la vita.

Edgar Allan PoeEdgar Allan Poe, la vita.

 

E. A. Poe nasce a Boston nel 1809, da due attori girovaghi entrambi morti di tisi e viene adottato da un commerciante scozzese, John Allan, assieme alla moglie. Nel 1815 gli Allan si trasferiscono in Inghilterra, dove Poe comincia gli studi, che poi proseguirà al rientro negli Stati Uniti, iscrivendosi alla Virginia University, dove studia lingue antiche e moderne.

Nonostante gli ottimi voti, viene espulso dall’Università per i suoi eccessi alcolici e per i suoi debiti di gioco. Entra in contrasto con il patrigno, tanto che nel 1827 decide di abbandonare la famiglia e di trasferirsi a Boston, dove pubblica a sue spese ed anonimo un libretto di poesie. Si arruola come soldato semplice nell’artiglieria federale. Nel 1829 muore la signora Allan e nel 1834 morirà il patrigno, che non gli lascerà nulla in eredità. Alla fine del 1829 si trasferisce a Baltimora dalla zia Virginia Clemm. Nel 1830 intraprende nuovamente la vita militare iscrivendosi all’Accademia di West Point, da dove però sarà espulso. Nel 1831 pubblica la terza raccolta di poesia, Poems. Sul giornale di Baltimora The Courier pubblica i suoi primi racconti. Il 22 settembre del 1836 sposa la giovane cugina Virginia Clemm, appena quattordicenne. Nel 1838 pubblica il suo primo ed unico romanzo, La storia di Arthur Gordon Pym. L’anno successivo pubblica una raccolta di racconti intitolata Racconti del grottesco e dell’arabesco. Nel 1841 diventa redattore del Graham Magazine e pubblica racconti polizieschi come I delitti della via Morgue.

Nel 1842 la moglie si ammala gravemente, mentre lo scrittore si dà all’alcol e al laudano. Scrive alcuni dei suoi racconti più significativi (Il pozzo e il pendolo; Il cuore rivelatore; il ritratto ovale; Il gatto nero). Pubblica, nel 1845, la poesia The Raven (Il corvo). Nel 1847 la moglie muore di tubercolosi. Da questo momento in poi lo scrittore cade in uno stato di prostrazione e di disperazione. In questo periodo pubblica solo il poemetto in prosa Eureka. Il 3 ottobre 1849 viene ricoverato al Washington Hospital in stato di delirium tremens e pochi giorni dopo, il 7 ottobre, muore