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Baudelaire, Il serpente che danza (Le serpent qui danse)

Baudelaire, Il serpente che danza (Le serpent qui danse)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Charles Baudelaire, Le serpent qui danse

 

Que j’aime voir, chère indolente,

De ton corps si beau,

Comme une étoffe vacillante,

Miroiter la peau !

 

Sur ta chevelure profonde

Aux âcres parfums,

Mer odorante et vagabonde

Aux flots bleus et bruns,

 

Comme un navire qui s’éveille

Au vent du matin,

Mon âme rêveuse appareille

Pour un ciel lointain.

 

Tes yeux où rien ne se révèle

De doux ni d’amer,

Sont deux bijoux froids où se mêlent

L’or avec le fer.

 

A te voir marcher en cadence,

Belle d’abandon,

On dirait un serpent qui danse

Au bout d’un bâton.

 

Sous le fardeau de ta paresse

Ta tête d’enfant

Se balance avec la mollesse

D’un jeune éléphant,

 

Et ton corps se penche et s’allonge

Comme un fin vaisseau

Qui roule bord sur bord et plonge

Ses vergues dans l’eau.

 

Comme un flot grossi par la fonte

Des glaciers grondants,

Quand l’eau de ta bouche remonte

Au bord de tes dents,

 

Je crois boire un vin de bohême,

Amer et vainqueur,

Un ciel liquide qui parsème

D’étoiles mon cœur !

Charles Baudelaire, Il serpente che danza

Il poeta si rivolge a una donna con la quale si può dedurre che abbia una relazione molto intima: la donna è Jeanne Duval. I versi esprimono infatti un’aperta, intensa dichiarazione d’amore, un amore carico di erotismo.

 

Quanto mi piace vedere, cara indolente, 

          Del tuo corpo così bello,

Come una stoffa ondeggiante

          Scintillare la pelle!.

 

Sulla tua chioma profonda, 

          Dagli acri profumi, 

Mare odoroso e vagabondo, 

          Dai flutti azzurri e bruni,

 

Come una nave che si sveglia

          Al vento del mattino, 

La mia anima sognante salpa 

          Per un cielo lontano.

 

I tuoi occhi che nulla rivelano 

          Di dolce o di amaro, 

Sono due gioielli in cui l’oro 

          si unisce al ferro.

 

A vederti procedere ritmicamente, 

          Bella d’abbandono, 

Ti si direbbe un serpente che danza 
          In cima a un bastone.

 

Sotto il fardello della tua pigrizia

          Il tuo capo di fanciulla 

Dondola con la mollezza 

          D’un giovane elefante.

 

E il tuo corpo si piega e s’allunga 

          Come una bella nave 

Che bordeggia e tuffa 

          I suoi pennoni nell’acqua.

 

Come una marea ingrossata dallo sciogliersi 

          Di ghiacciai grondanti, 

Quando l’acqua della tua bocca risale

          All’orlo dei tuoi denti,

 

Mi sembra di bere un vino di Boemia 

          Amaro e vittorioso, 

Un cielo liquido che semina 

          Di stelle il mio cuore!

 

Analisi del testo

La poesia ha come oggetto centrale il corpo della donna (Jeanne Duval), con il passaggio da una prospettiva generale a una particolare, per spostarsi nuovamente a una generale.

Nella prima strofa Baudelaire descrive nel suo insieme il corpo dell’amata e paragona la sua pelle luccicante a una stoffa ondeggiante. Nella seconda strofa descrive i suoi folti capelli, emblema della sua femminilità. La terza strofa si concentra sull’animo del poeta, spinto a sognare lontani orizzonti. La quarta strofa descrive gli occhi della donna, nei quali il poeta non riesce a scorgere l’amore (nulla rivelano//Di dolce o di amaro,//Sono due gioielli in cui l’oro//si unisce al ferro). La quinta strofa riprende tematicamente la prima e il titolo: descrive l’incedere sensuale e indolente della donna, simile alla danza di un serpente attorcigliato a un bastone. Nella sesta strofa, il tema della mollezza e dell’indolenza si ripropone, con riferimento alla testa, che dondola mollemente, con un movimento che ricorda l’incedere di un giovane elefante. La sesta strofa si concentra nuovamente sul corpo, paragonando i movimenti della donna al bordeggiare e all’immergersi di una nave nel mare. Nell’ottava strofa il tema del mare e dell’acqua diventa un riferimento alla saliva, e implicitamente ai baci della donna, che danno al poeta (ultima strofa) la sensazione di bere un vino amaro e intenso, “un cielo liquido” che dissemina il suo cuore di stelle.

Il poeta è affascinato dalle pose e dall’incedere di Jeanne, e la sua descrizione trasmette un’impressione di sensualità. Da un punto di vista metrico, il movimento ondeggiante della donna è rimarcato dall’eterometria della poesia, in cui si alternano versi ottonari e quinari.

Jeanne richiama nel poeta il fascino dell’esotico. Non a caso Baudelaire utilizza espressioni come “âcres parfum” “le serpent” “l’éléphant” riferiti all’affascinante meticcia. La sensualità indolente, quasi morbosa di Jeanne sembra invitare il poeta a un viaggio dei sensi. Sono coinvolti: la vista (“que j’aime voir”), l’olfatto (“âcres parfums”), il gusto (“vin de bohême”), il tatto (“chevelure profonde”).

Appare piuttosto probabile che nel testo il poeta intenda alludere a un rapporto sessuale, per la non casuale presenza di termini e di espressioni come “Sulla tua chioma profonda,//Dagli acri profumi… serpente che danza//In cima a un bastonenave//Che bordeggia e tuffa//I suoi pennoni nell’acqua…cielo liquido che semina//Di stelle il mio cuore!

La poesia è un inno alla femminilità sensuale della donna amata, una donna ambivalente, dalla sensualità provocante e infantile (“tête d’enfant”) al tempo stesso, che non si rivela al poeta e che non gli si dona pienamente (“Ses yeux où rien ne se révèle”). Egli può avere il suo corpo, ma non può possedere la sua anima. 

Il poeta, invece, vive una sorta di dipendenza amorosa da lei, come da una droga, per il fascino che da lei promana, per i suoi baci da cui sgorga un amaro e forte “vin de bohème”. La danza di Jeanne ipnotizza il poeta e la donna viene rappresentata con l’immagine del serpente, animale tentatore e malefico, simbolo del male e del peccato, del piacere e del pericolo.

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Baudelaire, A una passante

Baudelaire, A una passante

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Charles Baudelaire, À une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.

Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,

Une femme passa, d’une main fastueuse

Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;

 

Agile et noble, avec sa jambe de statue.

Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,

Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,

La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.

 

Un éclair… puis la nuit! — Fugitive beauté 

Dont le regard m’a fait soudainement renaître,

Ne te verrai-je plus que dans l’éternité?

 

Ailleurs, bien loin d’ici! trop tard! jamais peut-être!

Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,

Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!

Charles Baudelaire, A una passante

 

Baudelaire descrive, nel testo A una passante, la fugace visione, in una strada affollata e caotica, di una donna affascinante, che lo induce a sognare, ad immaginare, ma tutto accade troppo rapidamente, lasciando spazio al rammarico per l’amore che sarebbe potuto essere.

 

  • Prima strofa: descrizione della donna;
  • Seconda strofa: i due si guardano e il poeta è affascinato dallo sguardo della donna;
  • Terza strofa: lei si allontana e lui non sa se la rivedrà;
  • Quarta strofa: qualcosa è passato tra i due, ma hanno perso l’occasione per sempre.

 

Dattorno a me urlava la strada assordante.

Alta, sottile, in lutto stretto, maestosa nel suo dolore

Una donna passò,  con la mano superba,

sollevando il festone e l’orlo della gonna;

 

Agile e nobile, con la sua gamba di statua.

Io, io bevevo, teso come un folle,

nel suo occhio, cielo livido dove nasce l’uragano,

la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

 

Un lampo… poi la notte! – Fuggitiva bellezza

il cui sguardo m’ha fatto improvvisamente rivivere,

non ti rivedrò che nell’eternità?

 

Altrove, ben lontano da qui, tardi, troppo tardi, forse mai!

Io non so dove fuggi, tu ignori dove io vada,

O te che avrei amato, o te che lo sapevi!

 

Analisi del testo

La città fa da cornice e determina l’incontro con una figura di donna che emerge per un attimo, per subito svanire, in mezzo al flusso caotico della folla.

Il poeta è attratto dalla sua fisionomia e dal suo nobile portamento, dal suo sguardo, che lo sottrae per pochi attimi alla noia angosciosa.

Quell’incontro fugace diventa un’occasione perduta, la possibilità di un amore voluta dal caso e svanita rapidamente nel via vai parigino.

La donna è  alta, slanciata, agile e nobile nel portamento, con gambe belle come quelle di una scultura antica, ha occhi  intensi e conturbanti. Si tratta di una figura elegante, pur nel dolore che il poeta intuisce, oltre che dallo sguardo, anche dal suo essere vestita a lutto. Il poeta è colpito dal gesto semplice e rapido con cui solleva “con la mano superba… il festone e l’orlo della gonna “.

Ma la donna non è che una passante, una luminosa, improvvisa bellezza tra la folla, in mezzo alla quale subito si dilegua. Il suo sguardo ammaliante e il suo portamento suscitano una passione fortissima nel poeta, che  sogna un grande amore che non potrà mai realizzarsi, perché non incontrerà mai più quella passante, quella bellezza fuggitiva.

L’incontro si svolge nel segno della possibilità intravista per un attimo, di una vita all’insegna della bellezza, della felicità, di una vita che sogniamo perché alternativa a quella che conduciamo nella routine del quotidiano.

Il poeta è come paralizzato, istupidito, immobilizzato, folgorato dalla sua bellezza. Quel che lo colpisce e lo ferisce è l’apparizione improvvisa e l’immediata scomparsa, metafora dell’impossibilità di attingere durevolmente il Bello nella società metropolitana massificata. Il lutto di cui la donna è portatrice, riflette in realtà il lutto del poeta che la vede e la perde nel momento stesso in cui la vede.

Esercizi di analisi del testo
  1. Individua la circostanza in cui questo si verifica (caratteristiche dell’ambiente).
  2. Individua le caratteristiche attribuite alla bella passante.
  3. Individua le espressioni che descrivono la fugacità dell’incontro e il rammarico del poeta.
  4. In che modo il poeta alterna i tempi verbali nel descrivere la situazione e nel commentarla?
  5. Il testo è un sonetto (due quartine e due terzine di versi endecasillabi): individua in ogni strofa il tema dominante e sintetizzalo in un titolo.
  6.  “Livido come…” è una similitudine che si riferisce agli occhi della donna: che cosa vuole intendere il poeta?
  7. La “notte” (v. 9) è un’analogia (contrapposta a “Un lampo…”) e si riferisce al senso di vuoto che il poeta prova dopo che la donna è scomparsa: perché usa questa parola? Che sensazione vuole evocare nel lettore?

 

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Fabrizio De Andrè, Le passanti

(Or. Les passantes di G. Brassens) (da una poesia di Antoine Pol)
G. Brassens | A. Pol | F. De André © 1972 Universal Music Italia

 

http://www.fabriziodeandre.it/faber/wp-content/uploads/2016/03/Le_passanti.pdf

Baudelaire, Spleen

Baudelaire, Spleen

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Baudelaire, Spleen – Testo originale

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle

Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,

Et que de l’horizon embrassant tout le cercle

Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

 

Quand la terre est changée en un cachot humide,

Où l’Espérance, comme une chauve-souris,

S’en va battant les murs de son aile timide

Et se cognant la tête à des plafonds pourris;

 

Quand la pluie étalant ses immenses traînées

D’une vaste prison imite les barreaux,

Et qu’un peuple muet d’infâmes araignées

Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

 

Des cloches tout à coup sautent avec furie

Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,

Ainsi que des esprits errants et sans patrie

Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

 

– Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,

Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,

Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,

Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

Charles Baudelaire, Spleen

“Spleen” è una parola inglese che inizialmente significava “milza”, quindi “bile”; il termine assunse il significato di “malinconia”, “disgusto”, “tedio esistenziale”, sulla base delle antiche teorie mediche che situavano nella milza la causa della  depressione. Il tema principale della poesia è appunto quello del malessere esistenziale, dell’incapacità di reagire a una noia paralizzante.

 

Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio 

sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni, 

e versa, abbracciando l’intero giro dell’orizzonte,

 un giorno nero più triste della notte;

 

Quando la terra è trasformata in umida prigione 

dove la Speranza, come un pipistrello, 

va sbattendo contro i muri la sua timida ala 

e picchiando la testa sui soffitti marci;

 

quando la pioggia, distendendo le sue immense strisce, 

imita le sbarre d’un grande carcere, 

e un popolo muto d’infami ragni 

tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli, 

 

improvvisamente delle campane sbattono con furia 

e lanciano verso il cielo un urlo orrendo,

 simili a spiriti vaganti e senza patria, 

che si mettono a gemere ostinatamente.

 

– E lunghi trasporti funebri, senza tamburi né bande, 

sfilano lentamente nella mia anima; vinta, la Speranza 

piange; e l’atroce Angoscia, dispotica, 

pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo. 

 

(Traduzione rivisitata tratta da: Remo Ceserani, Il materiale e l’immaginario, ed. Loescher)

 

Analisi del testo

“Spleen” in inglese significa “milza”. Secondo antiche teorie mediche nella milza stava la causa della depressione, una condizione di tristezza, di malinconia, di angoscia. 

Infatti, temi principali della poesia sono la malinconia, il disgusto, il tedio esistenziale, l’incapacità di reagire alla noia paralizzante. Uno degli aspetti più evidenti è il forte senso di costrizione e la conseguente disperazione dovuta all’incapacità di liberarsi, di respirare, a causa del tedio, dello “spleen” che impedisce di elevarsi, di toccare il lato divino della propria esistenza. Questo senso di disperazione senza vie d’uscita è stato descritto in ben quattro poesie che portano questo stesso titolo (Spleen).

Per Baudelaire il poeta è un uomo diverso dagli altri, al tempo stesso benedetto, perché capace di cogliere significati superiori, di elevarsi al cielo con la sua poesia, e maledetto perché è facile preda dello “spleen”.

Tema dominante appare quello della claustrofobia, evidente in alcune antitesi e immagini del testo: il “cielo” che solitamente associamo all’idea di immensità e di infinito, “pesa come un coperchio basso e greve”, esprimendo una sensazione di chiusura di pesantezza e di oppressione; la prigione umida e bassa opprime l’animo del poeta; il pipistrello sbatte le ali sulle pareti e picchia la testa sul soffitto marcio di pioggia, nell’impossibilità di fuggire, di liberarsi; le strisce di pioggia sembrano le sbarre di una prigione. 

Il giorno appare nero, buio come la notte, mentre il suono delle campane, solitamente gioioso e lieto, diventa un urlo lanciato verso il cielo e lo spirito del poeta geme in preda all’angoscia. 

Infine il poeta, completamente vinto dal nero vessillo dell’Angoscia, perde ogni speranza e sprofonda in un funebre silenzio (senza tamburi né bande). 

La poesia si articola in due sole proposizioni: la prima frase occupa le prime quattro strofe, ed è composta da tre subordinate (strofe 1, 2 e 3) più un proposizione principale. Le subordinate sono tutte introdotte dall’avverbio di tempo (Quando…) e si sviluppano attraverso metafore (il coperchio, il pipistrello, la prigione). 

La ripetitività e la collocazione delle subordinate prima della principale (strofa 4) creano un clima di attesa, di suspense (climax ascendente che crea tensione, aspettativa). La tensione esplode nella quarta strofa (proposizione principale). L’ultima strofa appare una conseguenza delle precedenti, una sorta di “rilassamento finale” dopo il climax. Il ritmo è lento nelle prime tre strofe, poi improvvisamente convulso (str. 4), infine lentissimo (str. 5). 

Baudelaire fa uso di termini “bassi e crudi”: coperchio, pipistrello, popolo…d’infami ragni fondendo simbolismo e crudo realismo. 

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Relativamente a Spleen, spiega Il significato delle immagini:
  • “la Speranza, come un pipistrello, va sbattendo contro i muri la sua timida ala”; 
  • “un popolo muto d’infami ragni tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli “; 
  • “improvvisamente delle campane sbattono con furia e lanciano verso il cielo un urlo orrendo”;
  • “l’atroce Angoscia, dispotica, pianta sul mio cranio chinato il suo nero vessillo”
  1. La poesia si articola in due sole proposizioni: come si sviluppano? In che senso si può parlare di climax? 

 

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Charles Baudelaire, Il viaggio

Charles Baudelaire, Il viaggio

charles-baudelaireCharles Baudelaire, Il viaggio

(I fiori del male – La morte)

 

A Maxime du Camp

I

Per il ragazzo, innamorato di mappe e di stampe, l’universo è pari

alla sua vasta brama. Come è grande il mondo alla luce della

lampada, come, agli occhi del ricordo, meschino!

 

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme, il cuore gonfio di rancore e

di voglie amare, e andiamo seguendo il ritmo delle onde, cullando il

nostro infinito sul finito dei mari:

 

gli uni, felici di fuggire una patria infame, gli altri l’orrore delle proprie

culle; e alcuni, astrologhi perduti negli occhi d’una donna, Circe

tirannica dai profumi fatali.

 

Per non essere mutati in bestie, s’inebriano di spazio, di luce e di cieli

infuocati; il gelo che li morde, i soli che li bruciano cancellano

lentamente il segno dei baci.

 

Ma, veri viaggiatori sono quelli che partono per partire; cuori leggeri,

simili a palloncini, non si staccano mai dal loro destino, e senza

sapere perché dicono sempre: Andiamo!

 

I loro desideri hanno forme di nuvole, e come il coscritto il cannone,

sognano grandi, cangianti, ignote voluttà, il cui nome lo spirito umano

non ha mai conosciuto.

 

II

Imitiamo orrore, la trottola e la palla nei loro valzer e nei loro salti;

come un Angelo crudele che frusta i soli la Curiosità ci tormenta e ci

fa girare.

 

Singolare sorte in cui la meta cambia continuamente di posto, e non

trovandosi da nessuna parte, può trovarsi dovunque! Ad essa,

l’Uomo cui mai vien meno la speranza, per trovare posa corre

sempre come un pazzo.

 

La nostra anima è un tre-alberi che cerca la sua terra, l’Icaria; “Apri

l’occhio” echeggia sul ponte… Dalla coffa una voce ardente e

dissennata “Amore, gloria, felicità” va gridando. Dannazione, uno

scoglio.

 

Ogni isolotto avvistato dall’uomo di guardia è un Eldorado offerto dal

Destino: ma l’Immaginazione, che subito s’abbandona ai suoi

eccessi, non incontra che uno scoglio alla luce del mattino.

 

O misero innamorato di paesi di fiaba! Bisognerà incatenarti e buttarti

a mare, marinaio ubbriaco, inventore di Americhe, il cui miraggio fa

più amari gli abissi?

 

Così il vagabondo, pesticciando nel fango, sogna, naso in aria,

paradisi luminosi; e l’occhio ammaliato scopre una Capua dovunque

una candela illumini un tugurio.

III

Straordinari viaggiatori, quali nobili storie leggiamo nei vostri occhi

profondi come il mare. Oh, mostrateci gli scrigni della vostra ricca

memoria, i gioielli meravigliosi fatti di astri e di etere.

 

Senza vapore né vela vogliamo navigare! Per alleviare il tedio delle

nostre prigioni fate passare sui nostri spiriti, tesi come una tela, i

vostri ricordi chiusi in cornici d’orizzonti.

 

Diteci: che vedeste?

IV

Abbiamo visto astri e flutti; sabbie; e come qui, malgrado traumi e

improvvisi disastri, ci siamo spesso annoiati.

 

Lo splendore del sole sopra il mare violetto, la gloria delle città nel

sole che tramonta accendevano nei nostri cuori un inquieto ardore, ci

spingevano a tuffarci in un cielo dai riflessi incantati.

 

Le più doviziose città, i più vasti paesaggi non possedevano mai il

fascino misterioso che il caso ricava dalle nuvole: e sempre il

desiderio ci tallonava dappresso.

 

– Il godere dà forza al desiderio. Desiderio, vecchia pianta, cui il

piacere è concime: mentre che ingrossa e indurisce la tua scorza, i

tuoi rami vogliono vedere il sole da vicino.

 

Crescerai eternamente, grande albero più vitale del cipresso? –

Tuttavia, con cura, abbiamo colto alcuni schizzi per il vostro album

vorace, o fratelli che trovate bello tutto quanto viene di lontano!

 

Abbiamo salutato idoli con la proboscide: troni costellati di gioielli

lucenti; palazzi elaborati la cui pompa incantata sarebbe un sogno

rovinoso dei nostri banchieri;

 

costumi che inebriano gli occhi, donne che si tingono denti e unghie,

giocolieri esperti che il serpente accarezza.

V

E poi, poi ancora?

VI

“O cervelli infantili! Abbiamo visto dovunque (per non dimenticare la

cosa capitale) e senza averlo cercato, dall’alto sino al basso della

scala fatale, lo spettacolo tedioso dell’eterno peccato:

 

la donna, schiava vile, stupida e orgogliosa, senza ridere e senza

disgustarsi, si ama, si adora; l’uomo, tiranno cupido, ingordo, lascivo

e duro, schiavo della schiava, rigagnolo nella fogna;

 

il carnefice che gioisce, il martire che singhiozza; la festa che

insaporisce e profuma il sangue; il tiranno snervato dal veleno del

potere e il popolo amante dello scudiscio che l’abbrutisce;

 

tante religioni simili alla nostra che danno la scalata al cielo; la

Santità che, come un uomo di gusti delicati, sguazza su un letto di

piume, cerca la voluttà fra i chiodi e il crine;

 

ciarliera, ebbra del proprio genio, pazza come era un tempo,

l’Umanità che grida a Dio nella sua delirante agonia: “O mio simile, o

mio signore, io ti maledico!”

 

e i meno sciocchi, arditi amanti della Demenza, che fuggendo il

grande gregge recintato dal Destino, si rifugiano nell’oppio senza

fine. – Tale è l’eterno resoconto del mondo intero.”

VII

Amaro sapere, quello che si ricava dal viaggiare! Il mondo, piccolo e

monotono oggi come ieri, come domani, come sempre, ci mostra la

nostra immagine: un’oasi d’orrore in un deserto di noia!

 

Partire? Restare? Se puoi, resta, se è necessario, parti. Chi corre,

chi si rannicchia per ingannare il Tempo, nemico vigilante e funesto…

Vi sono, ahimè, dei viaggiatori senza requie

 

(come l’Ebreo errante e gli apostoli) ai quali nulla basta, né treno né

nave, per fuggire questo infame reziario; ma ve ne sono che sanno

ammazzarlo senza uscire dalla loro tana.

 

Quando alfine calcherà il piede sulla nostra schiena, potremo ancora

sperare e gridare: Avanti. Come un tempo si partiva per la Cina, gli

occhi puntati al largo ed i capelli al vento,

ci imbarcheremo, col cuore gioioso d’un giovane passeggero, sul

mare delle tenebre. Udite queste voci, funebri e affascinanti, che

cantano: “Di qui, voi che volete assaporare

 

il Loto profumato! Qui si raccolgono i frutti miracolosi dei quali il

vostro cuore è affamato; venite a inebriarvi della strana dolcezza di

questo pomeriggio senza fine?”

 

Riconosciamo lo spettro dal tono familiare; là i nostri Piladi tendono a

noi le loro braccia. “Nuota verso la tua Elettra, se vuoi rinfrescarti il

cuore”, ci dice quella cui, un giorno, baciavamo le ginocchia.

VIII

O Morte, vecchio capitano, è tempo, leviamo l’ancora. Questa terra ci

annoia, Morte. Salpiamo. Se cielo e mare sono neri come inchiostro,

i nostri cuori, che tu conosci, sono colmi di raggi.

 

Versaci, perché ci conforti, il tuo veleno. Noi vogliamo, per quel fuoco

che ci arde nel cervello, tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, non

importa. Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo.

 

Baudelaire, Il veleno (Le poison).

Baudelaire, Il veleno (Le poison).

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

 

Charles Baudelaire, Le poison

 

Le vin sait revêtir le plus sordide bouge

D’un luxe miraculeux,

Et fait surgir plus d’un portique fabuleux

Dans l’or de sa vapeur rouge,

Comme un soleil couchant dans un ciel nébuleux.

L’opium agrandit ce qui n’a pas de bornes,

Allonge l’illimité,

Approfondit le temps, creuse la volupté,

Et de plaisirs noirs et mornes

Remplit l’âme au-delà de sa capacité.

Tout cela ne vaut pas le poison qui découle

De tes yeux, de tes yeux verts,

Lacs où mon âme tremble et se voit à l’envers…

Mes songes viennent en foule

Pour se désaltérer à ces gouffres amers.

Tout cela ne vaut pas le terrible prodige

De ta salive qui mord,

Qui plonge dans l’oubli mon âme sans remords,

Et, charriant le vertige,

La roule défaillante aux rives de la mort!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Paris, Auguste Poulet-Malassis et de Broise, 1861

Charles Baudelaire, Il veleno

 

Il vino sa rivestire il più sordido tugurio 

          d’un lusso miracoloso 

e innalza portici favolosi 

          nell’oro del suo rosso vapore, 

come un sole al tramonto in un cielo nuvoloso.

L’oppio ingrandisce le cose che non hanno limiti, 

          estende l’illimitato, 

approfondisce il tempo, scava  dentro la voluttà 

          e di neri e cupi piaceri

riempie l’anima al di là delle sue capacità.

Tutto questo non vale il veleno che scaturisce 

          dai tuoi occhi, dai tuoi occhi verdi, 

laghi in cui la mia anima trema e si vede rovesciata… 

          I miei sogni vengono a frotte

per dissetarsi a questi amari abissi.

Tutto questo non vale il terribile prodigio 

          della tua saliva che morde, 

che sprofonda nell’oblio la mia anima senza rimorso, 

          e trasportando la vertigine, 

la fa rotolare smarrita alle rive della morte!

 

 

Analisi del testo

il velenoQuesta poesia appartiene alla raccolta “I fiori del male”, e fa parte della sezione Spleen et Idéal, la più importante dell’opera. Molto probabilmente Baudelaire dedica questa poesia all’attrice Marie Brunaud detta Marie Daubrun, con la quale ebbe una tormentata relazione nel 1847. 

La poesia parla di una serie di piaceri (vino, oppio, donna) che si susseguono l’uno dopo l’altro. Baudelaire richiama i cosiddetti “paradisi artificiali”, prodotti dal consumo del vino e dell’oppio.

Il primo rende tutto più “favoloso” perché riesce miracolosamente a trasformare i luoghi più miserabili in ambienti sontuosi. Il secondo produce invece una dilatazione del tempo e dello spazio, fa sembrare tutto infinito e si impadronisce a tal punto dei desideri da appagare l’animo, al di là della sua capacità di contenere“neri e cupi piaceri”.

Eppure, né il vino né l’oppio possono essere paragonati al veleno prodotto dai verdi occhi della donna amata. Nella profondità del suo sguardo egli vede la propria anima tremante, che vi si riflette come rovesciata e tutti i suoi sogni sprofondano in quegli “amari abissi”. 

La profondità e intensità dello sguardo della donna domina il poeta e lo rende dipendente, ancor più di quel che possano fare il vino e l’oppio. Ancor più straordinari e terribili sono i baci appassionati e crudeli della donna, che spingono l’anima del poeta a sprofondare nell’oblio di ogni cosa, senza alcun rimorso. Essi portano il poeta a raggiungere uno stato di vertigine, che lo trascina sfinito e smarrito in una condizione simile alla morte.

il velenoLa poesia si concentra su quattro elementi: il vino, l’oppio, gli occhi e i baci (la tua saliva) della donna. I “paradisi artificiali” provocano la morte dell’anima, ma la donna, con la sua sensualità, con l’intensità ammaliante del suo sguardo e con la passionalità erotica dei suoi baci, si impadronisce completamente dell’animo del poeta, in un modo terribilmente piacevole, come nessuna droga può fare.

In verità, qualcuno ha visto nell’espressione che descrive gli occhi della donna “de tes yeux verts”, ovvero “dei tuoi occhi verdi” una possibile allusione all’assenzio, di cui Baudelaire faceva uso, definito anche, come è noto, “la fée verte” (la fata verde).

Il testo presenta numerose figure retoriche: la similitudine (come un sole al tramonto in un cielo nuvoloso), la metafora (laghi in cui la mia anima trema) ma soprattutto antitesi e ossimoro, in cui termini generalmente contrastanti vengono accostati (sordido tugurio/lusso miracoloso; cupi piaceri, terribile prodigio), la sinestesia amari abissi.

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Baudelaire, Il gatto.

Baudelaire, Il gatto.

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di Giorgio Baruzzi

Charles Baudelaire, Le chat

 

Viens, mon beau chat, sur mon coeur amoureux;

Retiens les griffes de ta patte,

Et laisse-moi plonger dans tes beaux yeux,

Mêlés de métal et d’agate. 

Lorsque mes doigts caressent à loisir

Ta tête et ton dos élastique,

Et que ma main s’enivre du plaisir

De palper ton corps électrique, 

je vois ma femme en esprit. Son regard,

Comme le tien, aimable bête,

Profond et froid, coupe et fend comme un dard, 

Et, des pieds jusques à la tête,

Un air subtil, un dangereux parfum,

Nagent autour de son corps brun. 

 

Charles Baudelaire, Il gatto (Le chat)

 

La poesia è costruita su un simmetrico paragone tra la donna del poeta e il suo gatto. In realtà il rapporto è tra la donna e il gatto ma anche tra la donna ed il poeta e tra quest’ultimo ed il gatto.

 

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; 

ritira le unghie nelle zampe,

lasciami sprofondare nei tuoi begli occhi

in cui l’agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere 

la tua testa e il tuo dorso elastico 

e la mia mano s’inebria del piacere 

di palpare il tuo corpo elettrizzato, 

vedo nello spirito la mia donna. Il suo sguardo, 

Come il tuo, amabile bestia,

Profondo e freddo, taglia e fende come un dardo

e dai piedi alla testa  

un’aria sottile, un temibile profumo 

Ondeggiano attorno al suo corpo bruno.

I due elementi, della donna e del gatto, su cui è costruito il testo sono gli occhi e il corpo.

Gli occhi del gatto (nei quali si mescola l’agata, che è un minerale, e il metallo) e della donna sono profondi e freddi, lo sguardo ferisce come una freccia. Il corpo del gatto è elastico ed elettrizzato, quello della donna è bruno e da esso emana un “temibile profumo”.

La donna e il gatto sono accostati per la sensualità che li accomuna. L’attrazione che il poeta prova nei loro confronti ha caratteristiche simili: ne è come soggiogato, per il fascino che emanano, e prova piacere, ma al tempo stesso ne è ferito, per la loro freddezza e crudeltà.

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