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baricco-setaAlessandro Baricco, Seta 

Un uomo vive un amore bellissimo ma virtuale per una ragazza. In questo breve romanzo, dallo stile fiabesco, i concetti di fedeltà, tradimento, amore perdono i loro contorni ben definiti… 

[…] Era il 1861. Flaubert stava finendo Salammbô, l’illuminazione elettrica era ancora un’ipotesi e Abramo Lincoln, dall’altra parte dell’Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine.

I bachicultori di Lavilledieu si unirono in consorzio e raccolsero la cifra, considerevole, necessaria alla spedizione. A tutti sembrò logico affidarla a Hervé Joncour.

Quando Baldabiou gli chiese di accettare, lui rispose con una domanda.

– E dove sarebbe, di preciso, questo Giappone?

Sempre dritto di là. Fino alla fine del mondo.

Partì il 6 ottobre. Da solo.

Alle porte di Lavilledieu strinse a sé la moglie Hélène e le disse semplicemente

– Non devi avere paura di nulla.

Era una donna alta, si muoveva con lentezza, aveva lunghi capelli neri che non raccoglieva mai sul capo.

Aveva una voce bellissima.

Hervé Joncour partì con ottantamila franchi in oro e i nomi di tre uomini, procuratigli da Baldabiou: un cinese, un olandese e un giapponese. Varcò il confine vicino a Metz, attraversò il Württemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal, che la gente del luogo chiamava: mare. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all’Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per undici giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A piedi, percorrendo strade secondarie, attraversò le province di Ishikawa, Toyama, Niigata, entrò in quella di Fukushima e raggiunse la città di Shirakawa, la aggirò sul lato est, aspettò due giorni un uomo vestito di nero che lo bendò e lo portò in un villaggio sulle colline dove trascorse una notte e il mattino dopo trattò l’acquisto delle uova con un uomo che non parlava e che aveva il volto coperto da un velo di seta. Nera. Al tramonto nascose le uova tra i bagagli, voltò le spalle al Giappone, e si accinse a prendere la via del ritorno.

Aveva appena lasciato le ultime case del paese quando un uomo lo raggiunse, correndo, e lo fermò. Gli disse qualcosa in tono concitato e perentorio, poi lo riaccompagnò indietro, con cortese fermezza.

Hervé Joncour non parlava giapponese, né era in grado di comprenderlo. Ma capì che Hara Kei voleva vederlo.

Fecero scorrere un pannello di carta di riso, e Hervé Joncour entrò. Hara Kei era seduto a gambe incrociate, per terra, nell’angolo più lontano della stanza. Indossava una tunica scura, non portava gioielli. Unico segno visibile del suo potere, una donna sdraiata accanto a lui, immobile, la testa appoggiata sul suo grembo, gli occhi chiusi, le braccia nascoste sotto l’ampio vestito rosso che si allargava tutt’intorno, come una fiamma sulla stuoia color cenere. Lui le passava lentamente una mano nei capelli: sembrava accarezzasse il manto di un animale prezioso, e addormentato.

Hervé Joncour attraversò la stanza, aspettò un cenno dell’ospite, e si sedette di fronte a lui. Rimasero in silenzio, a guardarsi negli occhi. Arrivò un servo, impercettibile, e posò davanti a loro due tazze di tè. Poi sparì nel nulla. Allora Hara Kei iniziò a parlare, nella sua lingua, con una voce cantilenante, disciolta in una sorta di falsetto fastidiosamente artificioso. Hervé Joncour ascoltava. Teneva gli occhi fissi in quelli di Hara Kei e solo per un istante, quasi senza accorgersene, li abbassò sul volto della donna.

Era il volto di una ragazzina.

Li rialzò.

Hara Kei si interruppe, sollevò una delle tazze di tè, a porto alle labbra, lasciò passare qualche istante e disse:

– Provate a dirmi chi siete.

Lo disse in francese, strascicando un po’ le vocali, con una voce rauca, vera.

All’uomo più imprendibile del Giappone, al padrone di tutto ciò che il mondo riusciva a portare via da quell’isola, Hervé Joncour provò a raccontare chi era. Lo fece nella propria lingua, parlando lentamente, senza sapere con precisione se Hara Kei fosse in grado di capire. Istintivamente rinunciò a qualsiasi prudenza, riferendo senza invenzioni e senza omissioni tutto ciò che era vero, semplicemente. Allineava piccoli particolari e cruciali eventi con voce uguale e gesti appena accennati, mimando l’ipnotica andatura, malinconica e neutrale, di un catalogo di oggetti scampati a un incendio.

Hara Kei ascoltava, senza che l’ombra di un’espressione scomponesse i tratti del suo volto. Teneva gli occhi fissi sulle labbra di Hervé Joncour, come se fossero le ultime righe di una lettera d’addio. Nella stanza era tutto così silenzioso e immobile che parve un evento immane ciò che accadde all’improvviso, e che pure fu un nulla.

D’un tratto,

senza muoversi minimamente,

quella ragazzina,

aprì gli occhi.

Hervé Joncour non smise di parlare ma abbassò istintivamente lo sguardo su di lei e quel che vide, senza smettere di parlare, fu che quegli occhi non avevano un taglio orientale, e che erano puntati, con un’intensità sconcertante, Su di lui: come se fin dall’inizio non avessero fatto altro, da sotto le palpebre. Hervé Joncour girò lo sguardo altrove, con tutta la naturalezza di cui fu capace, cercando di continuare il suo racconto senza che nulla, nella sua voce, apparisse differente. Si interruppe solo quando gli occhi gli caddero sulla tazza di te, posata per terra, davanti a lui. La prese con una mano, la portò alle labbra, e bevve lentamente. Ricominciò a parlare, mentre la posava di nuovo davanti a sé.

La Francia, i viaggi per mare, il profumo dei gelsi a Lavilledieu, i treni a vapore, la voce di Hélène. Hervé Joncour continuò a raccontare la sua vita, come mai, nella sua vita, aveva fatto. Quella ragazzina continuava a fissarlo, con una violenza che strappava a ogni sua parola l’obbligo di suonare memorabile. La stanza sembrava ormai essere scivolata in un’immobilità senza ritorno quando d’improvviso, e in modo assolutamente silenzioso, lei spinse una mano fuori dal vestito, facendola scivolare sulla stuoia, davanti a sé. Hervé Joncour vide arrivare quella macchia pallida ai margini del suo campo visivo, la vide sfiorare la tazza di tè di Hara Kei e poi, assurdamente, continuare a scivolare fino a stringere senza esitazioni l’altra tazza, che era inesorabilmente la tazza in cui lui aveva bevuto, sollevarla leggermente e portarla via con sé. Hara Kei non aveva smesso per un attimo di fissare senza espressione le labbra di Hervé Joncour.

La ragazzina sollevò leggermente il capo.

Per la prima volta staccò gli occhi da Hervé Joncour e li posò sulla tazza.

Lentamente, la ruotò fino ad avere sulle labbra il punto preciso in cui aveva bevuto lui.

Socchiudendo gli occhi, bevve un sorso di tè.

Allontanò la tazza dalle labbra.

La fece riscivolare dove l’aveva raccolta.

Fece sparire la mano sotto il vestito.

Tornò ad appoggiare la testa sul grembo di Hara Kei.

Gli occhi aperti, fissi in quelli di Hervé Joncour.

Hervé Joncour parlò ancora a lungo. Si interruppe solo quando Hara Kei staccò gli occhi da lui e accennò un inchino, col capo.

Silenzio.

In francese, strascicando un po’ le vocali, con voce rauca, vera, Hara Kei disse

– Se vorrete, mi piacerà vedervi tornare.

Per la prima volta sorrise.

– Le uova che avete con voi sono uova di pesce, valgono poco più di niente.

Hervé Joncour abbassò lo sguardo. C’era la sua tazza di tè, di fronte a lui. La prese e incominciò a girarla e a osservarla, come se stesse cercando qualcosa, sul filo colorato del suo bordo. Quando trovò ciò che cercava, vi appoggiò le labbra, e bevve fino in fondo. Poi ripose la tazza davanti a sé e disse

– Lo so.

Hara Kei rise divertito.

– E’ per questo che avete pagato con dell’oro falso?

– Ho pagato quello che ho comprato.

Hara Kei ridiventò serio.

– Quando uscirete di qui avrete ciò che volete.

– Quando uscirò da quest’isola, vivo,  riceverete l’oro che vi spetta. Avete la mia parola.

Hervé Joncour non aspettò nemmeno la risposta. Si alzò, fece qualche passo indietro, poi s’inchinò.

L’ultima cosa che vide, prima di uscire, furono gli occhi di lei, fissi nei suoi, perfettamente muti.

Sei giorni dopo Hervé Joncour si imbarcò…

Esercizi di analisi del testo

  1. All’inizio del testo vendono fornite vi sono alcuni riferimenti storici e letterari. Indicali.
    1. Dove si reca il protagonista e perché?
  2. Della moglie del protagonista vengono indicate alcune caratteristiche. Quali?
    1. Il protagonista incontra Hara Kei, un potente signore locale. Con quali espressioni viene descritto? Ricercale nel testo.
    2. Nelle ultime righe emerge il motivo per cui Hara Kei ha fatto richiamare il protagonista. Quale?
    3. Perché, secondo te, Hara Kei chiede ad Hervé Joncour di parlargli di sé?
    4. Cosa nota di particolare Hervé negli occhi della ragazza di Hara Kei?
    5. Come spieghi che “Hervé Joncour continuò a raccontare la sua vita, come mai, nella sua vita, aveva fatto”.
    6. Che cosa fa la ragazzina dopo che Hervé ha bevuto il tè? 

Alessandro Baricco nasce a Torino nel 1958. Dopo l’esordio con Castelli di rabbia (1991), seguito da Oceano mare (1993), pubblica nel 1994 il monologo teatrale Novecento (da cui il film La leggenda del pianista sull’oceano). Nel 1996 scrive Seta, seguito da Senza sangue e da Questa storia (2005).

Seta. Un’epidemia inarrestabile che nell’Ottocento uccide in Europa le uova dei bachi da seta riducendo in rovina una delle industrie più fiorenti dell’epoca;

La vicenda prende avvio nel 1861 e vede come protagonista Hervé Joncour, giovane commerciante di bachi da seta, che lascia Lavilledieu nel sud della Francia, dove vive con la moglie Hélène, per recarsi in Giappone al fine di importare bachi da seta sani. Durante i suoi viaggi segue sempre il medesimo itinerario: oltrepassa il confine a Metz, attraversa il Wurttemberg e la Baviera, entra in Austria, raggiunge in treno Vienna e Budapest poi Kiev, percorre 2000 km di steppa russa a cavallo fino al lago Bajkal ecc.

In Giappone Hervé Joncour incontra un potente signore locale, Hara Kei, e una donna immobile al suo fianco accarezzata come fosse un esotico animale prezioso. Il protagonista rimane affascinato dalla donna misteriosa di Hara Kei, dal suo volto da ragazzina, dagli occhi non orientali, dai gesti precisi e silenziosi. Hélène, la moglie di Hervé, sente che il marito è cambiato, che gli sta accadendo qualcosa. Vorrebbe essere quella donna che lui ha incontrato, di cui immagina l’esistenza e da cui si sente diversa.

 

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