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papà goriotHonoré de Balzac, La signora Vauquer

Papà Goriot. Protagonista del romanzo da cui è tratto il brano riportato è l’ex pastaio Goriot, che vive nella misera pensione della signora Vauquer, in cui troviamo anche il giovane studente di diritto Rastignac e diversi squallidi personaggi.

Giungono talvolta alla pensione le figlie di Goriot, duchessa e baronessa, per spillare denaro al padre, finché quest’ultimo morirà, ormai da loro abbandonato. Rastignac, ormai consapevole dell’egoismo e della malvagità che dominano nella società, ne accetta la logica opportunistica cercando a sua volta di ricavare vantaggi da una relazione con una delle figlie di Goriot.

La descrizione della signora Vauquer e della sua pensione, in cui è ridotto a vivere Papà Goriot, è un pregevole modello di tecnica descrittiva. Il personaggio appare pienamente in sintonia con l’ambiente, il cui squallore ben corrisponde alla grettezza della padrona della pensione. La prima impressione è quella giusta? Ebbene, in questo caso non si può che rispondere affermativamente…

Naturalmente destinato all’esercizio di una pensione borghese, il pianterreno si compone di una prima stanza che riceve luce dalle due finestre sulla strada e a cui si accede per mezzo di una porta a vetri. Questo salotto comunica con la sala da pranzo, la quale è separata dalla cucina dal vano di una scala, che ha gradini di legno e di piastrelle colorate e lucidate. Non si può immaginare visione più triste di quel salotto ammobiliato con poltrone e sedie ricoperte di stoffa di crine a righe alterne, lucide e opache. Nel mezzo s’erge un tavolo rotondo dal ripiano di marmo, ornato di uno di quei vassoi di porcellana bianca decorato di filetti d’oro mezzo sbiaditi che oggi si trovano dappertutto.

Quella stanza, malamente pavimentata, ha uno zoccolo di legno ad altezza di gomito e il resto delle pareti è rivestito di carta verniciata rappresentante le principali scene del Telemaco, i cui personaggi classici sono colorati. Il pannello tra le due inferriate mostra ai pensionanti il quadro del banchetto offerto da Calipso al figlio d’Ulisse; e da quarant’anni quella pittura eccita il sarcasmo dei giovani clienti, i quali credono di rendersi superiori alla propria posizione burlandosi della cena a cui la miseria li condanna. Il camino di pietra, che col suo focolare sempre pulito testimonia come vi si accenda il fuoco solo nelle grandi occasioni, è ornato da due vasi colmi di fiori artificiali, stinti sotto la loro campana di vetro, che fanno compagnia a una pendola di marmo azzurrastro, di pessimo gusto.

La prima stanza emana un odore che non ha nome nel linguaggio, e che bisognerebbe chiamare odor di pensione: tanfo di rinchiuso, di muffa, di rancido; fa rabbrividire, è umido all’olfatto, penetra attraverso gli indumenti; ha il sentore di un locale in cui si sia mangiato; puzza di gabinetto, di cucina, d’ospizio di vecchi. Forse lo si potrebbe descrivere se si inventasse un procedimento per valutare le particelle elementari e nauseabonde diffuse dalle atmosfere catarrali e sui generis di ciascun pensionante, giovane o vecchio. E tuttavia, nonostante questi orrori, se paragonaste la stanza in parola alla contigua sala da pranzo la trovereste elegante e profumata come il salottino di una dama.

La sala, interamente foderata di pannelli di legno, un tempo era dipinta di un colore che oggi è divenuto indefinibile e che forma un fondo sul quale il sudiciume ha deposto vari strati, tracciandovi bizzarre figure. Alle pareti si appoggiano alcune credenze polverose, sulle quali si elevano caraffe panciute e opache, allacciatovaglioli di zinco e pile di piatti di grossa porcellana a bordi turchini, fabbricati a Tournai. In un angolo uno scaffaletto a caselle numerate raccoglie i tovaglioli, sudici o macchiati di vino, di ciascun pensionante. In quel locale si possono trovare quei mobili indistruttibili, messi al bando dovunque, ma sistemati laggiù come i rottami della civiltà degli Incurabili. Vedreste un barometro come un frate cappuccino che si mostra quando piove; alcune incisioni detestabili al punto di togliere l’appetito, tutte incorniciate in legno nero a filetti dorati; una pendola a muro dal quadrante di tartaruga incrostato di rame; una stufa verde; lucerne d’Argand in cui la polvere s’impasta con l’olio; una lunga tavola ricoperta da una tela cerata abbastanza unta perché un esterno faceto vi scriva il proprio nome, servendosi di un dito come di uno stilo; seggiole zoppe, poveri tappetini di sparto che si disfanno sempre senza consumarsi mai; e poi miserabili scaldini dai buchi rotti, dalle cerniere squinternate, dal legno carbonizzato.

Per spiegare fino a che punto questo mobilio sia vecchio, screpolato, marcito, vacillante, corroso, monco, lurido, invalido e moribondo, bisognerebbe farne una descrizione che ritarderebbe troppo l’interesse della presente storia e che i lettori frettolosi non ci perdonerebbero. Il pavimento rosso è pieno di avvallamenti prodotti dallo strofinio e dalle verniciature. Insomma laggiù regna la miseria senza poesia, una miseria tirchia, concentrata, spelacchiata. Se ancora non è lorda di fango, ha tuttavia qualche macchia; e se non ha buchi né cenci, le manca poco per crollare imputridita.

Questa stanza è in tutto il suo splendore nel momento in cui, verso le sette del mattino, il gatto della signora Vauquer, precedendo la padrona, balza sulle credenze, annusa il latte contenuto in varie scodelle ricoperte da un piatto e fa sentire il suo ronron mattutino.

Subito dopo appare la vedova, agghindata nella sua cuffietta di tulle sotto la quale pende una treccia finta, malamente appuntata. Essa cammina strascicando le ciabatte grinzose. Il viso vecchiotto, tondo, in mezzo al quale s’erge un naso a becco di pappagallo, le manine paffute, la persona grassoccia come un topo di chiesa, il seno troppo colmo e ballonzolante, sono in armonia con quella sala che trasuda miseria, dove la speculazione si è rincantucciata, e di cui la signora Vauquer respira l’aria calda e fetida senza provarne nausea.

Il suo volto freddo come una prima brinata d’autunno, gli occhi circondati di rughe e la cui espressione passa dal sorriso obbligatorio delle ballerine all’amaro corruccio dell’esattore, tutto il suo corpo, insomma, spiegano la pensione, così come la pensione implica la sua persona. La galera non può stare senza l’aguzzino, e voi non sapreste immaginare l’uno senza l’altra. La livida pinguedine di quella donnetta è il prodotto della vita ch’essa conduce, così come il tifo è la conseguenza delle esalazioni di un ospedale. La sua sottoveste di lana e maglia, pendente dalla gonna ricavata da un vecchio abito imbottito d’ovatta che sfugge dalle ragnature della stoffa lisa, riassume il salotto, la sala da pranzo, il giardinetto, annuncia la cucina e fa presentire i pensionanti. Quando la padrona è presente, lo spettacolo è completo.

La signora Vauquer, che ha circa cinquant’anni, assomiglia a tutte le donne che hanno avuto delle disgrazie. Ha l’occhio vitreo e l’aria innocente di una mezzana che fa la ritrosa per farsi pagare meglio, pronta a tutto, però, per addolcire la propria sorte; anche a denunciare Georges o Pichegru, se Georges o Pichegru fossero ancora da denunciare. Ciononostante, in fondo è una buona donna, dicono i pensionanti, i quali la credono priva di mezzi, sentendola gemere e tossire come loro. Chi era stato il signor Vauquer? Essa non dava mai troppe spiegazioni sul defunto. E come aveva perduto il suo patrimonio? Rovesci di fortuna, rispondeva la donna; il marito si era comportato male verso di lei, le aveva lasciato soltanto gli occhi per piangere, quella casa per viverci e il diritto di non compatire ad alcuna disgrazia, perché, diceva, essa aveva sofferto tutto il soffribile.                                                                                                                                                  Da Balzac, Papà Goriot, Rizzoli, Milano

Analisi del testo

Il brano si articola in due sequenze: la descrizione della pensione; la descrizione della signora Vauquer. La presentazione dell’ambiente segue un preciso ordine descrittivo, concentrato su due stanze: il salotto e la sala da pranzo. Il salotto si mostra in tutto il suo squallore, con il suo arredamento vecchio, di scarso valore e di pessimo gusto.  La descrizione coinvolge anche il senso dell’olfatto: tanfo di rinchiuso, di muffa, di rancido; fa rabbrividire, è umido all’olfatto, penetra attraverso gli indumenti; ha il sentore di un locale in cui si sia mangiato; puzza di gabinetto, di cucina, d’ospizio di vecchi. Eppure, avverte il narratore, questa prima stanza appare persino elegante e raffinata, se paragonata alla sala da pranzo. In essa pareti, mobili ed oggetti vari hanno un aspetto decrepito, sono impolverati e luridi, tanto che, avverte l’autore, Per spiegare fino a che punto questo mobilio sia vecchio, screpolato, marcito, vacillante, corroso, monco, lurido, invalido e moribondo, bisognerebbe farne una descrizione che ritarderebbe troppo l’interesse della presente storia. Il personaggio, il cui arrivo è preannunciato dal giungere del gatto che annusa il latte destinato ai pensionanti, è in perfetta armonia con quella sala che trasuda miseria, dove la speculazione si è rincantucciata, e di cui la signora Vauquer respira l’aria calda e fetida senza provarne nausea. Il modo di incedere, l’abbigliamento e l’aspetto fisico, a partire dal viso freddo come una prima brinata d’autunno che a seconda delle convenienze esprime il sorriso obbligatorio delle ballerine o l’amaro corruccio dell’esattore, spiegano la pensione, così come la pensione implica la sua persona. Il narratore/autore con amaro sarcasmo ci presenta quindi un personaggio squallido, ipocrita, meschino ed avido, in perfetta sintonia con l’ambiente descritto precedentemente.

Laboratorio di analisi del testo

  1. Analizza la descrizione che Balzac fa dell’ambiente della pensione.
  2. Analizza la descrizione che Balzac fa della signora Vauquer.
  3. Il personaggio della signora Vauquer ti appare in sintonia o in contrasto con l’ambiente? Quali sono gli elementi che ti consentono di affermarlo?
  4. Con quali giudizi e commenti il narratore sottolinea il rapporto tra ambiente e personaggio?
  5. Per quali ragioni, a tuo parere, i pensionanti dicono che “in fondo è una buona donna”? Ti sembra che questa espressione corrisponda alle caratteristiche del personaggio?
  6. Descrivi un ambiente ed un personaggio in sintonia o in contrasto tra di loro, ispirandoti alle modalità descrittive utilizzate da Balzac.
  7. Nel manuale puoi trovare altri esempi di descrizione di personaggi e di ambienti. Tra i più recenti, ricavabili dalla letteratura contemporanea, la descrizione di Italia, nel romanzo di Margaret Mazzantini Non ti muovere e la descrizione della protagonista del romanzo di Sije, Balzac e la piccola sarta cinese. Analizza una delle due descrizioni, individuando somiglianze e differenze nelle procedure descrittive impiegate.
  8. Descrivi anche tu un personaggio, decidendo preliminarmente quale impressione la descrizione deve suscitare nel lettore (ad es.: simpatia/antipatia; bontà/crudeltà; generosità/avarizia; odio/amore; ecc.).
  9. Evidenzia sul testo La signora Vauquer: in rosso i nomi comuni, in blu i nomi propri, in giallo gli aggettivi qualificativi, in verde gli aggettivi dimostrativi.
  10. Indica, per ciascun aggettivo qualificativo individuato, quando possibile, un sinonimo e un contrario.

Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 17 agosto 1850) scrittore francese fra i più importanti della prima metà del XIX secolo. Di famiglia borghese abbastanza agiata, studiò in collegio a Tours e successivamente a Parigi. Compì studi giuridici, laureandosi in legge nel 1819, ma ben presto si dedicò all’attività letteraria. Scrisse romanzi destinati ad un pubblico popolare, inizialmente poco apprezzati dalla critica. Dopo il successo del romanzo storico Gli Sciuani (1929), dal 1830 l’attività letteraria di Balzac divenne molto intensa: in circa vent’anni scrisse un centinaio di romanzi, che dal 1841 organizzò nel monumentale ciclo della Commedia umana, con cui si proponeva di descrivere la società francese nell’epoca della Restaurazione. Considerato un maestro del romanzo realista, fu particolarmente apprezzato da Marx ed Engels, per l’efficacia con cui descriveva la società, nonostante le sue idee profondamente conservatrici. Morì nel 1850 in seguito ad un colpo apoplettico. È sepolto a Parigi al Cimitero Père Lachaise. Tra le sue opere più note: – La pelle di zigrino (1831) – Il Colonnello Chabert (1832) – Eugenia Grandet (1833) – Papà Goriot (1834) – Le illusioni perdute (1843) – La cugina Bette (1846) – Splendori e miserie delle cortigiane (1847)

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